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Full text of "Archivio storico lombardo"

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AT  THE 


UNIVERSITY  OF 
TORONTO  PRESS 


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ARCHIVIO  STORICO  LOMBARDO. 


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ARCHIVIO  STORICO 

LOMBARDO. 


GIORNALE 


SOCIETÀ  STORICA  LOMBARDA, 


ANNO     1. 


498693 


MILANO, 

LIBRERIA  EDITRICE  G.  BRIGOLA. 
1874. 


La  proprietà  letteraria 
è  riservata  agli  autori  dei  singoli  scritti. 


A  7 


Milano,  1874.  —  Tipografia  Beenaudoni, 


ARCHIVIO  STORICO  LOMBARDO 


PUBBLICATO   A   CUBA 


SOCIETÀ  STORICA  LOMBARDA. 


Un  paese  come  la  Lombardia,  dove  già  grandemente  fiorirono 
gli  studi  storici,  pareva  strano  non  secondasse  il  movimento  che 
a  questi  fu  dato  così  vivo  negli  ultimi  tempi  con  Società,  Depu- 
tazioni, pubblicazioni. 

A  togliere  questa  mancanza,  provide  la  Società  Storica  Lom- 
barda, testé  costituitasi  a  Milano,  a  cui  diedero  favore  e  cooperazione 
i  migliori  ingegni.  Ella  intanto  pubblicherà  un  Archivio  Storico 
Lombardo  nel  quale,  oltre  le  elucubrazioni  originali  e  illustrazioni 
di  documenti  e  cimelj,  si  seguiteranno  i  passi  che,  principalmente 
in  Italia,  si  fanno  in  questo  genere  ora  prediletto  di  ricerche  e  di 
meditazioni. 

La  Ditta  sottoscritta  ambì  l'onore  di  esserne  editrice,  e  confida 
•di  venire  sostenuta  da  quanti  hanno  a  cuore  .le  muse  più  severe 
e  il  decoro  della  patria  comune. 

Milano,  20  febbrajo  1874. 

Ditta  GrAETANO  BrIGOLA. 


CONDIZIONI  DELL'ASSOCIAZIONE. 


L'Archivio  Storico  Lombardo  si  pubblica  a  fascicoli  trimestrali 
di  7  in  8  fogli,  in  8°,  talora  con  tavole  illustrative. 

Il  prezzo  è  di  lire  venti  annue  per  V  Italia  da  pagarsi  anticipata- 
mente. 

Per  l'Estero,  comprese  le  spese  postali,  annui  franchi  venticinque. 


LE  ASSOCIAZIONI  SI  RICEVONO|: 

in.  Italia,  presso  i  principali  libra j  ; 

Londra      presso  David  Nutt,  270  Strand  W.  C. 

Parigi  V  Emile  Gaiette,  12  rue  Bonaparte. 

Berlino  «  R.  Lesser,  27  Leipzigerstrasse. 

Vienna  v  F.  0.  Sintenis,  5  Herrengasse. 

Lipsia  ^  A.  Twietmeyer,  30  Querstrasse. 

Pietroburgo  ^  B.  M.  Wolf,  18,  19,  20  Gostinnoi  Dwor. 

Madrid  v  H.  Lemming,  4  Prado. 

Aja  '  V  Bellinfanterrères,LibrairieNationale  etEtrangère. 

Ginevra  w  H.  George  10  Corratene  (case  78). 

Nuova- York  v  B.  Westermann  e  C,  471  Broadway. 


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DEGLI  STUDJ  STORICI 


IN   LOMBARDIA. 


Entrante  il  secolo  passato,  quando  alle  guerre  dinastiche  era 
succeduta  una  pace  che  dalla  linea  spagnuola  trasferiva  alla  au- 
striaca il  dominio  della  Lombardia,  alcuni  signori  milanesi  costi- 
tuirono una  Società  per  pubblicare  opere  storiche  ;  mossi  principal- 
mente da  Carlo  Archinti,  che  già  in  sua  casa  avea  fondato  una 
accademia  di  scienze  naturali  e  matematiche,  poco  durata.  I  socj 
erano  Donato  Silva  conte  di  Biandrate,  cultore  e  fautore  dei  buoni 
studj;  Alberico  Archinti,  che  fu  poi  cardinale;  Carlo  Pertusati,  pre- 
sidente del  senato,  la  cui  biblioteca  ricca  di  24  mila  volumi  divenne 
nucleo  della  Braidense;  Girolamo  Erba;  Girolamo  Pozzobonelli ; 
Giuseppe  D'Adda,  Antonio  Crevenna,  Gaetano  Caccia,  Giuseppe 
Croce,  Antonio  Reina,  Teodoro  Alessandro  Trivulzio. 

Il  governatore  CoUoredo  accolse  favorevolmente  la  loro  domanda 
di  prendere  la  Società  in  protezione,  e  per  la  stampa  concesse  un 
posto  nel  palazzo  ducale,  donde  prese  il  nome  di  Società  Palatina, 
e  le  ottenne  la  dispensa  dalla  censura. 

Oltre  4000  scudi  per  ciascuno,  posero  insieme  quel  che  di  più 
opportuno  aveano  di  libri,  di  codici,  di  variata  erudizione,  e  taluno 
di  essi  vi  fece  lavori,  massime  Carlo  Archinti  e  il  Silva;  tutti  s'in- 
caricarono dell'  amministrazione,  della  stampa ,  della  ricerca,  ma 
posero  ceppi  al  ricoglitore  (calamo  compedes  injecit)  perchè  non  li 
nominasse  nella  grand' opera,  solo  mettendo  in  fronte  che  Medio- 
lanenses,  felicitati  saeculiplaudentes,  la.  dedicavano  a  Carlo  VI  jpa^n 


DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


patriae,  optimo  principi.  Nel  linguaggio  d'allora  poteasi  adoperare 
galanteria  anche  coi  regnanti. 

Non  erano  letterati,  non  pretendeano  a  storici  ;  erano  patrizj  che 
sapeano  come  la  nobiltà  imponga  doveri;  appartenevano  a  quella 
classe  colta  che  allora  avea  sulla  pubblica  opinione  l'importanza 
che  dappoi  usurparono  i  giornali  ;  onde  voleva  conoscere,  esaminare, 
giudicare,  ajutare,  operare. 

Ma  come  nacque  in  essi  tale  concetto? 

L'abate  Lodovico  Muratori  da  Modena  era  stato  invitato  nel  1695 
come  dottore  della  Biblioteca  Ambrosiana;  poi,  richiamato  nel  1700 
dal  suo  duca  a  riordinare  l'Archivio  e  la  Biblioteca  Estense,  por- 
tava colà  la  cognizione  delle  grandi  ricchezze  serbate  nell'Ambro- 
siana. Già  nel  libro  del  Buon  Gusto  aveva  desiderato  che  alcuno 
raccogliesse  gli  scrittori  delle  cose  cittadine  ;  e  gli  rincresceva  che 
"  la  gloria  omai  comune  a  nazioni  viventi  sotto  cielo  men  clemente, 
di  posseder  gli  scrittori  delle  loro  vicende,  raccolti  in  un  sol  corpo, 
mancasse  all'Italia  „,  anzi  fossero  questi  stampati  altrove. 

Di  fatto  Massimiliano  I  aveva  divisato  raccogliere  tutti  gli  scrit- 
tori di  cose  germaniche,  al  che  poi  si  accinsero  Giorgio  Agricola 
per  la  Sassonia,  Giovanni  Aventino  per  la  Baviera  :  poi  il  Frehero, 
il  Pistorio,  il  Meibomio,  l'Eicardo.  Il  Monfaucon  aveva  illustrato 
la  storia  francese:  Lindebrogio,  Baluzio,  Goldast,  Ermanno  Co- 
ringio  le  legislazioni  germaniche:  Eineccio  comparate  quelle  dei 
Franchi,  Borgognoni,  Visigoti,  Longobardi,  Alemanni,  Bavari  :  Du- 
cange,  adunato  nel  suo  vocabolario  una  portentosa  erudizione  sul 
medioevo. 

Ed  anche  molte  cronache  e  storie  nostrali  erano  apparse  in  luce 
fuori  d'Italia;  gli  Scriptores  rerum  Sicularum  (Franefort,  1579), 
i  Rerum  Italicarum  scriptores  varii  (Franefort,  1600)  in  Germania; 
Ugo  Falcando  a  Parigi  nel  1558;  la  cronaca  di  Andrea  da  Bergamo 
dal  568  al  875,  data  dal  Mankenio  negli  scrittori  di  cose  germa- 
niche; ad  Augusta  nel  1507  il  Ligurinus  di  Guntero,  narrante  le 
imprese  del  Barbarossa;  a  Lione  nel  1526  le  Decisioni  nuove  di 
Bota  fino  al  1370,  poi  le  antiche  e  le  ultime,  e  (come  pare)  le 
Leges  Longohardorum  nel  1512,  e  nel  1660  la  storia  genealogica  della 
casa  di  Savoja  del  Guichenon  ;  dallo  Zurita  in  Ispagna  la  cronaca 
del  Malaterra,  quella  di  Guglielmo  Apulo  in  Rouen  nel  1582;  altre 
nelle  cose  Brunsvichesi  del  Leibniz,  negli  Atti  dei  Santi  dei  Boi- 


DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


landisti,  negli  Ada  del  Rymer,  pubblicati  dal  governo  inglese, 
nel  Thesaurus  novissimiis  di  Pertz,  nel  Codice  Diplomatico  del 
Liinig,  nelle  raccolte  del  Martène,  del  Dumont;  e  allora  appunto 
(1704)  Grevio  e  Burmann  cominciavano  il  Tesoro  delle  storie  d'Ita- 
lia, la  più  parte  posteriori  al  millecinquecento. 

Ma  un'  impresa  come  quella  che  il  Muratori  divisava ,  può 
difficilmente  assumersela  un  privato;  nò  in  Italia,  ove  s'eccettuino 
i  papi,  v'era  alcun  principe  che  inclinasse  a  favorirla;  pure,  a  ta- 
cere il  Quadrio  e  il  Crescimbeni  e  il  Bottari,  Onofrio  Panvino  avea 
letto  e  fatto  estratti  di  tutti  i  lavori  antichi,  raccolto  ed  illustrato 
tremila  iscrizioni,  trattato  dei  fasti  consolari,  dei  giuochi  secolari, 
dei  trionfi,  delle  sepolture  dei  primi  cristiani,  sebbene  morisse  a 
39  anni;  il  Sigonio,  uom  portentoso  pe'  suoi  tempi,  con  docu- 
menti accompagnava  le  vicende  del  Regno  d^  Italia  e  dell' /;l^pero 
d'Occidente,  ma  senza  aver  avuto  tempo  di  ricorrere  a  tutte  le  fonti, 
e  alterandone  il  carattere  colla  classica  esposizione:  Camillo  Pel- 
legrino raccoglieva  le  notizie  dei  Longobardi;  il  Bacchini  le  vite 
dei  vescovi  ravennati  e  della  contessa  Matilde;  il  Fabretti,  il 
Bosio,  l'Arringhi,  il  Boldetti  aveano  portato  luce  sulle  antichità 
cristiane  ;  il  Tesoro  politico  accoglieva  relazioni  di  ambasciadori. 

Questi  esempj  toglievano  il  sonno  al  Muratori,  e  se  ne  doleva  con 
Filippo  Argelati,  al  quale  pure  rincresceva  che  la  tipografia  milanese, 
tanto  lodevole  ne'  primordj,  fosse  così  decaduta.  Questi,  chiamato  a 
Milano  da  Carlo  Archinti  per  ordinargli  la  biblioteca,  rivelò  a  quel 
signore  il  concetto  del  Muratori  e  le  difficoltà  che  incontrava.  E  quel 
signore  vi  arrise,  fidando  nella  celebratissima  Biblioteca  e  nella 
"  abbondanza  di  eruditissimi  uomini  che  sempre  alimentò  questa 
amplissima  e  ornatissima  città  „  ;  comunicò  il  pensiero  ad  amici 
"  nei  quali  invalse  l'amor  delle  cose  italiane  „,  e  così  ne  venne  la 
Società  Palatina  ;  segretario  di  essa  l'Argelati  ;  direttore  della  parte 
scientifica  Giuseppantonio  Sassi,  prefetto  dell'Ambrosiana,  che, 
coadiuvato  dal  fratello  canonico  Francesco  Girolamo,  accudiva  alla 
pubblicazione,  illustrando  anche  alcuni  autori.  Il  Muratori,  stando 
a  Modena,  riceveva  i  lavori,  li  ordinava,  li  correggeva  o  cresceva, 
e  raccomodava  le  dissensioni  che  facilmente  nascono  nella  genia 
irritabile  dei  letterati.  Egli  mostrava  somma  riconoscenza  a  questa 
"  inclita  metropoli  d'Insubria,  diletta  come  una  seconda  patria, 
dove  ancora  durano  gli  aurei  costumi  da  Ausonio  lodati;  che  me 


8  DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


giovane  accolse,  amò,  onorò,  ed  ora  mi  ajutò  ad  illustrare  le  anti- 
chità italiane.  Ivi,  principalmente  adesso,  molti  nobili  cittadini 
congiungono  l'amor  del  casato  e  la  perizia  delle  lettere  „. 

Cosi  giudicava  il  Muratori  di  quel  Milano  e  di  quell'età,  che  ci  è 
dipinta  come  fiaccamente  infingarda,  di  insulsa  galanteria,  di  sdol- 
cinati amori,  di  pettegolezzi  triviali,  di  insipide  beffe,  di  frivola 
gajezza. 

L'opera,  intitolata  Berum  Italicarum  Scriptores,  continuò  fino 
al  1751,  in  XXV  volumi,  abbracciando  dalla  caduta  dell'impero 
romano  fino  al  1500.  Né  vi  accoglieva  soltanto  storie  e  cronache, 
ma  e  orazioni  e  poemi  e  concilj  :  e  facea  tesoro  delle  memorie  de' 
monasteri,  importantissime  quando  in  essi  era  rifuggita  tutta  la 
civiltà,  e  i  frati  erano  scorta  ai  prìncipi  e  alle  repubbliche;  troncò 
le  favolose  origini,  per  cui  i  narratori,  come  gli  oratori  della  prima 
assemblea  francese,  rimontavano  ad  Adamo:  e  in  sobrie  prefazioni 
ponderava  il  merito  degli  autori,  la  condizione  e  lo  spirito  di  essi. 
Fu  ammirato  dagli  stranieri,  come  succede,  prima  che  dai  nostri; 
e  il  più  diligente  collettore  di  documenti  tedeschi,  A.  H.  Pertz,  che 
nel  1826  cominciò  a  stampare  i.  Monumenta  Germania  Jiistorica^ 
che  continuano  ancora,  non  credette  poter  far  meglio  che  attenersi 
al  metodo  del  Muratori.  Il  quale  così,  preso  l'esempio  dai  forestieri, 
divenne  ad  essi  modello. 

Sicuramente  dopo  d'allora  si  trovarono  codici  migliori,  si  adot- 
tarono canoni  più  savj  per  le  varie  lezioni  e  per  le  cose  da  ac- 
cettare 0  da  ommettere;  potrebbe  desiderarsi  che,  invece  di  quei 
ritratti,  di  quei  fregi  e  capilettere,  vi  fossero  posti  disegni  di  mo- 
numenti,/ac  simile  di  scritture;  ma  ciò  non  toglie  che  quell'opera 
sia  il  fondamento  della  storia  del  medioevo,  e  non  per  l'Italia 
soltanto.  Ed  è  dovuta  a  signori  milanesi,  quasi  contemporanei  al 
Giovin  signore  a  cui  il  Parini  si  faceva  "  precettor  d'amabil  rito  „  ; 
e  che  fabbricavano  i  palazzi  Belgiojoso,  Diotti,  Pertusati,  Mellerio, 
Greppi  ancora  insuperati,  e  cercavano  la  verità  non  negli  opuscoli 
di  Voltaire,  ma  negli  in-folio  del  Muratori. 

Al  tempo  stesso  la  Società  stampò  il  Regno  d^ Italia  del  Sigonio, 
la  Biblioteca  degli  scrittori  milanesi  dell'Argelati,  una  collezione  di 


'  Vanno  dal  476  al  1500,  distinti  in  storici,  leggi,  carte,  diplomi. 


BEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


classici  latini,  altre  opere  di  erudizione,  e  principalmente  le  An- 
tiquifates  Medii  JEoi  dove  il  Muratori,  profittando  di  tutti  i  pre- 
cedenti, e  delle  sue  cognizioni,  delineò  sotto  i  varj  aspetti  quella 
lunga  e  procellosa  età,  mostrando  che  siamo  figli,  meno  de'  Greci 
e  Romani,  che  della  civiltà  del  medioevo,  nel  quale  sono  le  radici 
della  politica  e  morale  costituzione  odierna;  e  che  l' Italia  ebbe 
gloria  e  grandezza  in  que'  secoli,  che  i  filosofisti  si  dispensano  di 
studiare  col  qualificarli  di  barbari. 

L'esempio  valse  sopra  altri.  Fecero  seguito  e  compimento  al  Mu- 
ratori la  Raccòlta  dei  più  rinomati  scrittori  della  storia  di  Napoli 
(1789)  e  delle  cronache  di  essa  città  (1780);  gli  Italicoe  historice 
scriptores  dell'Assemani  (Roma,  1751),  ìBerum  ifalicarum  scripfores 
ex  florentincB  hihliothecce  codicihus  dal  mille  al  milleseicento  di  G.M. 
Tartini  (Firenze,  1740-70,  2  voi.),  la  Collectio  anedoctorum  me- 
dii (Bvi  ex  archivis  pistoriensihus  dello  Zaccaria  (Torino  1755), 
la  rarissima  del  Mittarelli  Ad  scriptores  rerum  italicartmi  accessio- 
nes  historice  faventince  (Venezia,  1771,  2  voi.),  il  Codice  diploma- 
tico toscano  del  Brunetti,  poi  le  Memorie  di  Lucca,  e  infine  i  3Io- 
numenta  historice  patrice  di  Torino,  e  le  pubblicazioni  odierne  delle 
Deputazioni  storiche. 

Quanto  a  Milano,  a  tacere  le  Memorie  della  città  e  della  cam- 
X^agna  di  Giorgio  Giulini,  il  Grazioli  fece  i  Preclari  edificj  avanti 
la  distruzione  di  JBarharossa  (1735);  il  Sassi  De  stiidiis  Medio- 
lanensium,  con  un  catalogo  dei  libri  qui  editi  dal  1465  al  1500, 
le  Omelie  di  san  Carlo,  la  serie  degli  arcivescovi  di  Milano;  Bar- 
tolomeo Oltrocchi  la  Storia  Ligustica  della  Chiesa  milanese  ;  Giu- 
seppe Allegranza  le  Iscrizioni  sepolcrali  e  gli  antichi  monumenti 
sacri  di  Milano;  Serviliano  Lattuada  la  Descrizione  di  Milano, 
Nicolò  Sormani  i  Passeggi  storico-topografico-critici  della  città  e 
diocesi ,  Bombognini  V Antiquario ,  Guido  Ferrarlo  le  Lettere  Loni' 
barde,  Gabriele  Verri  VApparatus  ad  hisforiam  juris  mediolanensis 
antiqui  et  novi  ;  e  alquanto  più  tardi  il  padre  Angelo  Fumagalli 
la  guerra  col  Barbarossa,  le  AnticJiità  longobardiche  milanesi,  le 
Istituzioni  diplomatiche,  il  Codice  diplomatico  santambrosiano  con 
135  documenti  dal  721  al  897. 

Anche  nel  resto  dell'alta  Italia  si  compirono  studj  analoghi,  e  basti 
citare  del  canonico  Lupo  il  Codice  diplomatico  bergamasco;  del 
marchese  Giuseppe  Rovelli  la  Storia  di  Como  e  cosi  Giovanni  Ma- 


10  DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


ria  Biemmi  per  Brescia,  il  Frisi  per  Monza,  Giuseppe  Maria  Stampa 
per  Gravedona,  oltre  i  fasti  consolari;  l'Affò  per  Parma  e  Gua- 
stalla, l'Affiiroso  per  Reggio,  Fontanini,  Zeno,  Bernardo  de  Rubeis, 
Francesco  Beretta,  Gennari,  Filiasi,  Corner,  Liruti  pel  Veneto,  dove 
pure  il  Verci  fece  il  Codice  Eceliniano,  Scipione  Maffei  la  Verona 
illustrata^  Gian  Rinaldo  Carli  le  Antichità  italiane  e  le  zecche  di 
Italia^  Biancolini  le  Chiese  veronesi.  In  altre  parti  della  penisola, 
Sarti,  Trombetti,  Savioli  illustrarono  l'Università  di  Bologna, 
Colucci  l'Agro  Piceno;  Durandi  l'antico  Piemonte,  il  Dalla  Rena 
i  Buchi  ed  i  Marchesi  di  Toscana^  il  Lami  la  Chiesa  di  Firenze^ 
il  Dal  Borgo  la  Storia  Tisana,  il  Fiorentini  la  Contessa  Matilde^ 
Anton  Vitali  e  Vandettini  i  Senatori  di  Eoma,  Manni  i  Sigilli 
antichi,  Meo  gli  Annali  diplomatici,  il  P.  Ildefonso  le  Delizie  degli 
eruditi  toscani,  il  Giordano  una  Scelta  di  scrittori  napoletani,  il 
Mongitore  la  Chiesa  di  Sicilia,  di  cui  il  De  Giovanni  dava  il  Co- 
dex  diplomaticus  ;  il  Remondini  quella  di  Nola,  il  Grassi  quella  di 
Monreale,  il  Gattola  di  Montecassino,  il  Gregorio  le  cose  arabe 
di  Sicilia  €  la  Biblioteca  degli  scrittori  siciliani  sotto  i  re  d'Ara- 
gona; e  taciamo  altri  per  mentovare  la  Leges  JBarharorum  del 
Canciani,  i  Papiri  del  Marini,  la  Baccolta  dei  Concilj  del  Manso, 
e  i  Monumenti  Ravennati  di  Marco  Fantuzzi  con  865  fra  docu- 
menti ed  estratti. 

Tutto  ciò  ebbe,  se  non  origine,  impulso  dall'esempio  dei  nostri 
milanesi. 

Non  credasi  però  che  allora  soltanto  nascesse  in  Milano  l'amore 
per  la  patria  storia.  Vi  fu  essa  in  ogni  tempo  coltivata,  e  Galvano 
Fiamma,  che  scriveva  nel  1325,  nelle  sue  cronache  stampate  dal 
Muratori  e  dal  dott.  Antonio  Ceruti,  e  nei  lavori  ancora  inediti, 
cita  una  quantità  di  narratori  sacri  e  profani.  E  sempre  ci  abbon- 
darono le  cronache,  dove  la  buona  critica  è  troppo  spesso  a  de- 
siderare; rimontano  a  Cristo,  se  pur  non  vanno  ad  Adamo,  con 
particolarità  futili  e  ridicole  e  stile  rozzamente  pretensioso,  non 
meno  di  quello  delle  gazzette  odierne,  con  sogni,  che  pur  sono 
di  anime  patriotiche  e  religiose,  vòlte  alla  carità  e  mosse  dalla 
fede. 

La  città  nostra  poi  aveva  un'istituzione,  comune  ad  altre  lom- 
barde, quella  di  uno  storico  municipale,  che  raccogliesse  le  notizie 
patrie  e  le  pubblicasse  a  spese  del  Comune.  Tale  incarico  fu  dato, 


DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA.  1 1 


fra  altri,  ad  Ottavio  Ferrari,  al  canonico  Ptipamonti,  e  più  tardi 
al  Giulini.^ 

Raccogliendosi  qui  il  congresso  scientifico  nel  1844,  la  Città  sta- 
bilì regalarlo  d'una  guida,  la  quale,  pel  rifiuto  di  altri  più  valenti, 
fu  affidata  a  C.  Cantù.  Egli  la  divise  in  due  volumi,  Uomini  e  Cose  ; 
e  mediante  l'interposizione  del  Municipio,  potè  raccogliere  e  pub- 
blicare notizie  statistiche  e  amministrative  che.  gelosamente  fin  al- 
lora s'erano  tenute  arcane,  e  che  divennero  fonte  ai  molti  opuscoli 
che  dopo  sorsero  a  combattere  la  causa  nazionale  e  preparare  le 
famose  cinque  giornate. 

Noi  non  dobbiamo  qui  lodarne  se  non  la  bella  edizione  e  gli  squisiti 
intagli:  pure  non  vogliamo  tacere  che,  30  aniii  dopo,  il  sig.  Correnti 
(altra  gloria  patria),  preludendo  alla  Italia  Economica  nel  1873,  fra 
i  henefi^j  grandissimi  portati  dlV Italia  dal  congresso  degli  scien- 
ìsiati  pose  in  primo  luogo  quello  di  aver  provocato,  e  quasi  forzato 
città  e  governi  a  scendere  a  pubblica  confessione  de^  falli  loro;  onde, 
in  tempi  iniqui  ad  ogni  libertà  di  parola,  si  ebbe  un  primo  avvia- 
mento  alla  statistica  pubblica  ed  alla  storia  civile;  e  giudica  che 
dei  quattro  libri ,  di  cui  il  milanese  fu  il  primo  che  non  si  limi- 
tasse a  descrizione,  non  si  spegnerà  giammai  la  memoria,  e  reste- 
ranno come  testimonj  che  gli  improvvisi  ardimenti  del  1848  furono 
preparati  e  ispirati  da  studj  severi  e  dalla  sicura  coscienza  del 
diritto. 

È  bello  il  veder  riconoscere  che  la  storia  può  sulle  sorti  nazio- 
nali :  è  consolante  il  sentirsi  attestare  quello  che  ora  così  ostinata- 
mente si  nega,  che  anche  noi,  scrittori  d'avanti  il  48,  siamo  stati 
non  inefficaci  affatto  sui  grandiosi  avvenimenti. 

In  quell'occasione  si  era  discusso  di  rinnovare  il  titolo  e  l'incarico 
di  storico  patrio,  ma  si  tralasciò  perchè  troppi  potevano  aspirare 
a  quell'onore.  E  di  fatto  la  storia  di  Milano  ebbe  abbondantissimi 
cultori  nel  secolo  nostro,  e  più  dopo  il  1820.  Quella  del  Verri, 


2  Al  Giulini  si  assegnava,  il  5  febbrajo  1766,  la  pensione  vitalizia  di  fiorini  400  «  in 
sogno  del  benigno  reale  aggradimento  per  le  Memorie:  erudito  travaglio  che  sparge 
molta  luce  nella  più  oscura  parte  della  storia  milanese  ;  che  per  essere  vicina  a'  tempi 
correnti,  è  appunto  la  più  interessante.  L'imperatrice  attende  l'occasione  di  distinguere 
il  cavaliere  autore  con  qualche  onorifico  distintivo,  a  di  lui  consolazione  e  ad  eccitamento 
della  nobile  gioventù  ad  applicarsi  e  segnalarsi  alla  coltura  ed  esercizio  di  studj  no- 
bili ».  Anche  all'Argelati  furono  dati  300  scudi  per  la  Bibl.  Script,  mediólanensium. 


12  DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 

restata  invenduta  al  suo  tempo,  fu  ristampata  più  volte,  con  con- 
tinuazioni del  barone  Custodi,  del  Lissoni,  del  De  Magri;  ristampata 
quella  del  Giulini  a  cura  e  con  aggiunte  di  Massimo  Fabi;  V Anti- 
quario milanese  riveduto  dal  canonico  Kudoni  e  da  Carlo  Kedaelli  ; 
così  il  Cerio  e  il  Milano  al  tempo  di  JBarharossa  del  Fumagalli  ;  fu- 
rono tolti  dall'oscurità  il  Prato,  il  Burigozzo,  il  Grumello,  ed  altre 
cronache.  Intere  sj^orie  fecero  il  Campiglio,  il  Brambilla,  il  Cusani,  il 
Cantù,  il  De  Cristoforis,  l'Olcesi,  l'Imberti,  oltre  una  estesa  di  Carlo 
Rosmini,  ricca  di  documenti,  e  nello  scopo  di  opporre  al  filosofismo 
del  Verri  le  idee  neoguelfe,  allora  venute  di  moda.^ 

Molti  poi  s'afi'aticarono  ad  illustrazioni  speciali  ;  il  Sonzogno  sulle 
vie  ;  il  Benvenuti  sui  costumi  e  sui  cambiamenti  locali  p  il  Cafiì  su 
molte  chiese  e  artisti,  al  che  s'adoprò  anche  Girolamo  Calvi;  Am- 
brogio Nava  sul  Duomo;  Antonio  Caimi  sull'accademia  delle  belle 
arti;  Giuseppe  Mongeri  sull'arte;  Giuseppe  Ferrarlo  diede  un'ampia 
statistica  medica;  Andrea  Verga  informò  dell'Ospedale  Maggiore, 
Felice  Calvi  del  Monte  di  Pietà,  Lodovico  Melzi  del  Conservatorio 
di  musica,  Stefano  Alocchio  della  Cassa  di  risparmio.  Carlo  Cat- 
teneo  cominciò  notizie  naturali  sulla  Lombardia;  Ambrogio  Curti 
raccolse  le  tradizioni  e  leggende,  al  che  pure  faticò  l'Imbriani;  Tam- 
burini diede  Bos^etti  critici  della  nostra  società.  Predar!  la  bi- 
bliografia, Berlan  gli  statuti,  Paladini  e  Annoni  le  vicende  della 
Chiesa,  Giulio  Porro  varie  cronache  e  rarità,  oltre  aver  avuto 
principale  mano  al  Cartario  Longobardo  nei  Monumenta  historice 
patrice;  il  cav.  Morbio  il  Codice  visconteo;  Cherubini  e  Banfi  il 

Vocabolario  milanese Aggiungiamo  una  successione  di  guide  e 

ragguagli  sulla  popolazione,  sulla  beneficenza,  sulle  acque  e  strade. 


^  Carlo  Rosmini  nacque  a  Carpentari  nel  Trentino  il  1758;  dedicatosi  di  buon'ora  alla  pietà 
0  agli  studj,  ajutato  da  dementino  Vannetti,  al  quale  diresse  i  primi  suoi  Versi  di  Ero- 
tico a  Cintone  Doriano.  Seguirono  lettere  sulla  Ragion  Poetica,  tre  dialoghi  sull'  Utilità 
degli  studj,  l'Arte  del  Parnaso,  il  Favorito  delle  belle.  Considerazioni  sopra  due  opuscoli 
del  D'Alembert  sulla  poesia:  un  Ragionamento  sugli  scrittori  trentini  e  roveretani:  le 
vite  di  Ovidio,  di  Seneca,  di  Clemente  Baroni,  di  Vittorino  da  Feltro,  del  Guarino,  del 
Filelfo,  del  Magno  Trivulzio,  di  Guidobaldo  da  Montefeltro.  La  sua  storia  di  Milano 
doveva  giungere  fino  al  1740,  ma  non  la  pubblicò  se  non  fino  al  1535,  in  tre  volumi, 
oltre  uno  di  preziosi  documenti.  Può  considerarsi  come  una  continua  confutazione  dello 
spirito  filosofico  del  Verri.  Per  ciò  una  acerbissima  critica  ne  fece  Paride  Zajotti  nella 
Biblioteca  Italiana,  intaccandolo  principalmente  su  punti  politici,  ove  esso  non  po- 
teva difendersi. 


DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA.  13 

siccome  è  richiesto  dalla  presente  pubblicità,  e  fra  cui  primeggiano 
le  statistiche  del  Griffini.  Varj  momenti  storici  furono  rischiarati, 
come  dal  Sickel  e  dal  Peluso  l' aurea  repubblica  ambrosiana,  dal- 
l'Amati il  risorgimento  del  nostro  Comune,  dallo  Schupfer  la  so- 
cietà milanese  al  tempo  di  quel  risorgimento,  da  C.  Cantù  i  co- 
stumi e  le  leggi  al  tempo  di  Federico  Borromeo,  del  Beccaria, 
del  Parini,    e  le  relazioni  dei  Lombardi  coi  Veneti. 

Eppure  resta  ancora  a  continuare  fino  ad  oggi  i  lavori  del  Giu- 
lini  e  del  Rosmini  ;  a  rifare  V Ateneo  de'  letterati  milanesi  del  Pici- 
nelli  e  l'opera  dell' Argelati;  a  compilare  la  storia  della  Chiesa 
nostra,  delle  arti,  delle  fabbriche,  delle  scuole,  delle  leggi,  e  quella 
de'  varj  Comuni  di  questo  bel  complesso  di  paese  e  d' uomini,  che 
chiamiamo  Lombardia,  e  che  sorrideremo  quando  alcuno  il  predi- 
ligerla taccerà  di  municipalismo  e  d'amor  di  campanile. , 

E  tutto  possiamo  sperare  dal  gusto  della  investigazione  univer- 
sale, dall'incalorimento  di  studj  in  un'età,  rivolta  all'intuizione 
del  passato  in  ciò  che  contiene  di  proprio  e  nelle  sue  diversità  dal 
presente;  riconoscendo  che  le  differenti  nazioni,  e  queste  ne' 
differenti  tempi  hanno  una  coscienza  propria,  una  guisa  propria  di 
intendere  i  rapporti  concreti  della  vita,  una  meta  propria  alla 
quale  dirigere  l'attività.  Laonde  la  favella,  l'arte,  la  scienza,  i  co- 
stumi, il  diritto,  offrono  un  carattere  distinto,  in  certa  qual  guisa 
necessario,  essendo  la  manifestazione  d'un  principio  interiore  e 
vivente. 

La  storia  si  mette  ormai  a  capo  di  tutte  le  teorie  ;  né  più  si  ac- 
contenta d'esser  elaborazione  d'avvocato  o  retorico  racconto  di  fatti; 
ma  come  il  chimico,  il  matematico,  il  botanico,  il  meteorologo  si  fan- 
no ajuti  e  prestiti  a  vicenda,  così  essa  vuol  giovarsi  di  tutti  i  trovati 
geografici,  fisici,  etnologici,  statistici,  fin  geologici  e  antropologici, 
per  ispingersi  ne' tempi  che  la  precedettero,  e  per  ottenere  l'unità  e 
la  vita  ch'è  necessaria  onde  elevarsi  a  concepire  l'armonia  generale. 
Bitter,  colla  geografia,  volle  mostrare  la  stretta  connessione  fra  le 
vicende  dei  popoli  e  il  carattere  del  loro  paese  ;  né  si  può  ben  com- 
prendere la  storia  senza  tener  conto  e  della  natura  e  dell'uomo, 
delle  cause  fisiche  fatali  e  delle  morali  libere,  non  presentate  solo 
curiosamente,  ma  con  metodo  naturale  le  une,  le  altre  con  quel 
concatenamento  naturale,  che  non  accetta  innovazioni,  eclampsi, 
sovversioni  improvvise,  bensì  evoluzioni  e  continuità, 


14  DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


Perocché  i  fatti  che  si  presentano  sono  differentissimi  per  na- 
tura, neppure  connessi;  la  politica  si  spiega  colle  finanze  ;  i  piaceri 
alterano  gli  affari;  lettere  e  arti  s'improntano  della  società,  degli 
avvenimenti  le  idee.  La  storia  è  arte,  per  coordinarli  e  semplifi- 
carli: è  filosofia  per  dar  a  conoscere  quest'essere  libero,  intelli- 
gente, attivo,  che  indarno  vuoisi  abjettire  alla  natura  delle  bestie 
o  al  fatalismo  della  materia  e  delle  secrezioni  ;  è  scienza  sociale  per 
presentare  l'uomo  sotto  uno  degli  aspetti  essenziali,  come  citta- 
dino, cioè  membro  del  sociale  consorzio. 

V'è  una  storia  militare,  una  amministrativa,  una  finanziaria  o 
economica,  una  politica:  e  a  ciascuna  noi  tributeremo  soccorsi,  fra 
la  polvere  degli  Archivj  cercando  quel  profumo  di  verità  che  esala 
dalle  carte  contemporanee  :  ma  solo  la  storia  universale  porge  il  se- 
creto della  sorte  dei  popoli,  perchè  mostra  l'azione  reciproca  dei 
differenti  fatti  e  delle  varie  forme  della  vita  sociale.  Essa  considera 
il  passato  non  solo  come  transitorio,  ma  come  causa  immanente 
del  presente  e  contenuto  in  questo:  vi  intuisce  ciò  che  ritiene  di 
comune  e  connesso  col  secol  nostro,  e  osserva  il  corso  dei  tempi 
come  una  tradizione  non  interrotta,  un  progresso  di  idee  e  di  ap- 
plicazioni. 

Si  è  detto  che  ogni  età,  avendo  esigenze  proporzionate  ai  mezzi 
d'istruirsi  e  al  bisogno  di  sapere,  vuole  che  nel  suo  linguaggio  le 
sieno  narrati  gli  avvenimenti,  esposte  le  dottrine.  E  di  fatto  erre- 
rebbe chi  le. idee  morali,  religiose,  politiche;  il  gusto,  il  genio,  la 
fede,  e  le  relazioni  domestiche,  giuridiche,  governative  del  nostro 
tempo  trasportasse  a  interpretare  e  valutare  le  passate;  le  galan- 
terie di  cento  anni  fa,  che  a  noi  sanno  di  affettazione  o  ipocrisia, 
giudicasse  colla  rusticità  che  oggi  qualifichiamo  di  franchezza  ;  la 
cordiale  espansione  delle  lettere  colle  nostre  cartoline  e  coi  tele- 
grammi di  20  parole  ;  i  giorni  in  cui  si  esaltava  il  primato  civile 
e  morale  dell'Italia  con  quelli  in  cui  la  si  rimprovera  di  degradazione 
a  fronte  degli  stranieri.*  Né  meno  errerebbe  chi  nei  grandi  avveni- 
menti, nelle  generali  istituzioni  non  riconoscesse  che  profonde 
macchinazioni  e  diuturni  intenti. 


^  Al  congresso  degli  scienziati  del  1873,  il  presidente  Mamiani  diceva:  «A  noi  toc- 
cano ora  pur  troppo  gli  ultimi  seggi,  ed  è  cosa  tristaesser  ridotti  a  far  solamente  capi- 
tale del  passato.  Che  cosa  siamo  noi  dì  fronte  alla  Germania,  alla  Francia,  all'Inghil- 
terra, alla  Russia,  all'America?  » 


DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA.  15 

Tocca  a  una  scienza  più  elevata,  a  quella  che  chiamano  filoso- 
fia della  storia,  esaminare  se  questa  connessione  sia  un  accidente, 
una  mera  naturale  concatenazione  di  cause  ed  effetti,  di  antece- 
denti e  susseguenti,  o  se  vengano  regolati  da  una  intelligenza  vivente; 
e  in  conseguenza  si  deva  rispetto  a  ciò  che  esiste,  moderazione  ne' 
cangiamenti,  e  i  più  essenziali  aspettare  da  una  potenza  superiore 
alla  singole  attività. 

A  chi  questo  ammette,  si  dà  facilmente  la  taccia  di  santocchio, 
di  fatalista,  o  di  retrivo:  ma  riverir  questa  potenza  non  significa 
restringerla  a  certi  tempi,  a  certe  forme,  alla  monarchia,  alla  re- 
pubblica, all'evo  medio  o  al  romano;  bensì  credere  carattere  di 
essa  r  avvicinar  continuamente  alla  perfezione  per  mezzo  delle  for- 
me nuove,  quand'anche  esse  pajano  repugnanti  perchè  urtano  le 
passioni  e  le  arbitudini  nostre.  La  storia  studia  il  passato,  ma  non 
vuol  rimorchiarci  a  quello,  bensì  riconoscervi  una  forma,  forse  ne- 
cessaria, di  questo  continuo  trasformarsi,  quale  l'odierna  sembrerà 
ai  nostri  nipoti. 

Questa  potenza  non  fa  nulla  a  caso,  ma  con  infallibile  ragione  ha 
disposto  ogni  cosa:  e  l'uomo  "  quest'essere  che  sa  vedere  innanzi 
e  indietro  „  (Shakspeare),  che  è  attore  e  stromento,  opera  anch' e- 
gli  con  uno  scopo  perchè  ragionevole,  e  i  mezzi  coordina  a  quei 
fini  eccelsi,  forse  senza  avvedersene,  ma  pur  senza  che  la  sua  li- 
bertà sia  incatenata,  giacché  la  libertà  non  esclude  l'ordine,  non 
l'assenso  al  bello,  al  buono,  al  vero,  che  si  trovano  nel  fondo  de- 
gli atti  umani,  quand'anche  falliscano  negli  accidenti. 

Questa  legge  qual  è?  lo  ignoriamo;  ignoriamo  come  i  singoli 
e  tutti  cooperino  ai  disegni  di  Dio  :  e  la  storia  si  contenta  di  ri- 
conoscerlo nel  passato,  e  in  quello  cercare  i  crepuscoli  dell'avve- 
nire. E  ben  la  storia  nazionale  punisce  coloro  che  non  la  vogliono 
ascoltare,  né  accorgersi  quanti. beni  sociali,  quanto  aumento  di 
forze  fisiche  e  morali  sia  dovuto  alla  odierna  restaurazione  storica, 
e  alla  ricerca  della  natura  e  dei  destini  delle  nazioni. 

Non  ci  si  incolpi  di  elevarci  a  queste  considerazioni  proemiando 
a  lavori  che  si  limiteranno  a  ricerche  parziali.  È  diventato  pro- 
verbiale Vexcelsior  d'un  poeta  moderno  ;  ma  noi  avevamo  già  letto 
nel  vangelo,  Amice,  ascende  super ius;  e  crederemo  tutt' altro  che 
difetto  il  voler  avvezzare  a  pensare,  a  mettere  dapertutto  idee  morali, 
politiche,  sociali,  a  veder  la  connessione  delle  piccole  parti,  la  forza 


16  DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


della  volontà  ove  apparsolo  raccidente;  e  come  oggi  si  fa  dai  fisici, 
non  credere  a  sussulti,  a  portenti ,  ma  riconoscere  la  legge  della 
continuità  e  del  progressivo  sviluppo.  Può  lo  storico  rimaner  in- 
differente ai  grandi  interessi  dell'umanità? 

Noi,  in  questi  lavori,  non  faremo  che  preparar  materiali  per  chi 
sarà  poi  fortunato  di  trovarne  l'architettura  e  il  cemento,  di  riani- 
mare artisticamente  la  polvere  su  cui  soffiamo,  e  resuscitare  le  reli- 
quie che  disepelliamo.  Non  siamo  più  ai  tempi  che  si  vogliano,  come 
al  Muratori,  \  chiusi  gli  archi vj,  rifiutati  i  documenti  da  persone  che 
temono  la  luce,  o  che,  inette  al  fare,  non  soffrono  che  altri  faccia, 
e  ormai  vuoisi  degli  avvenimenti  scorgere  non  solo  l'aspetto  che  de- 
stinasi al  pubblico,  ma  anche  quello  che  se  ne  dissimula.  Oltre  valerci 
delle  ricchezze  raccolte,  e  agevolarne  la  ricerca  a  chi  mostri  voglia 
e  capacità  di  usarne,  in  questi  fogli  stessi  noi  apriremo  una  serie 
di  domande  e  risposte,  che  invoglino  a  farne.  Chi  sa  che  non  ci 
vengano  dischiusi  anche  archivj  domestici,  così  da  poter  riscontrare 
quella  vita  interna  de'  nostri  padri,  che  noi  tacciamo  di  inerti 
perchè  non  aveano  la  febbre  odierna;  e  che,  se  più  formalisti  e 
cerimoniosi,  viveano  anche  più  quieti,  più  sinceri,  più  affettuosi, 
con  preoccupazioni  meno  egoistiche  e  materiali  delle  odierne? 

Noi  esporremo  la  verità,  senza  cercare  partigiani  col  poco  one- 
sto lenocinio  delle  allusioni  politiche.  Vero  è  però  che  la  storia  è 
per  sé  stessa  un'allusione,  un  panegirico,  un  raffaccio,  onde  la  Sa- 
pienza ci  dice:  "  Che  cos'è  quel  che  fu?  È  quel  che  sarà.,, 

Neppur  ci  proporremo  di  piacere  a  tutti  :  trista  condizione  di  chi 
non  ha  convinzioni  o  non  il  coraggio  di  palesarle.  Nelle  critiche  di 


*  Nihil  non  egi  per  Uteras,  nihil  intentatum  reliqui  ut  conquirerem  mihi  quotquot 
veterum  Mstoricorum  monumenta  illic  (  in  Piemonte  )  supersunt ...  Verum,  sive  illic  tem^ 
porum  bellorumque  rahies,  acrius  quam  alibi,  in  veterum  libros  desaevierit,  sive  qtiod 
impervia  fuerint  loca,  unde  sperare  messis  aliqua  p)oterat,  spes  tandem  omnis  inde 
aliquid  consequendi  miJd  prcecisa  est.  Muratobi,  Pref.  alle  cronache  di  Asti,  nel  voi.  X 
dei  R.  I.  S. 

E  facendo  istanza  al  re  per  ottenerle,  diceva:  «  Ninna  occulta  intenzione,  niun  pen- 
'  siero  di  servire  agli  interessi  particolari  di  principe  alcuno,  ma  solamente  l'onor  dell'Italia 
e  il  vantaggio  delle  lettere  mi  ha  indotto  a  così  grandiosa  impresa.  E  siccome  degli  altri 
paesi  non  cerco  se  non  la  gloria,  così  ardentemente  la  desidero  anche  per  la  sua  Real 
Casa  e  per  li  suoi  felicissimi  Stati.  Conoscerà  facilmente  V.  M.  se  fosse  di  credito  o 
discredito  il  non  trovare,  in  un'opera  di  tanto  interesse  per  tutta  l' Italia,  neppure  una 
riga  spettante  al  Piemonte  ».  (Modena,  25  marzo  1723.) 


DEGLI  STUDJ  STORICI  IN  LOMBARDIA. 


17 


cui  accompagneremo  l'annunzio  delle  opere,  saremo  urbani  e  sin- 
ceri, e  tali  vorremo  ci  confessi  anche  chi  ci  incolperà  d'ignoranti. 

Quell'atto  così  prezioso  di  patriotismo,  che  consiste  nel  badare 
ai  passi  che  fa  l'incivilimento  in  tutti  gli  altri  paesi,  e  avvertirne 
il  nostro  affinchè  ne  profitti,  noi  l'applicheremo  informando,  per 
quanto  sarà  da  noi,  di  tutto  ciò  che  della  nostra  cara  Italia  si  dica 
e  stampi  anche  di  fuori.  Aggiungeremo  un  JBullettino  Archeologico 
dove  si  illustrino  le  antichità  della  nostra  regione,  e  s'annunziino 
le  scoperte  che  vi  si  fanno,  e  le  ricchezze  che  va  acquistando  il 
civico  Museo.  Fortunati  se  eguali  cognizioni  ci  verranno  sommini- 
strate dalle  città  sorelle. 

Vogliano  i  buoni  secondarci:  e  quando  la  superbia  straniera  o 
la  noncuranza  indigena  ci  butteranno  in  faccia  la  consueta  ingiuria  : 
"  Gli  Italiani  non  istudiano  „ ,  possa  la  patria  nostra  mostrare  un 
drappello  di  "  pochi  e  valenti  „ ,  e  rispondere  :  "  Gli  Italiani  si  sono 
rimessi  a  studiare  „. 


Milano,  marzo  1874, 


C.  Cantù. 


,1/tA.  S/or.   Loiiib.  —  Ai 


CERIMONIE 

SEGUITE  IL  27  E  28  OTTOBRE  1533  IN  MARSIGLIA 

PEL  MATRIMONIO  DEL  DUCA  D'ORLÉANS 
CON  CATERINA  DE'  MEDICI 


È  noto  come  papa  Clemente  VII  (Giulio,  figlio  naturale  di  Giuliano 
de'  Medici),  uomo  ambizioso  e  debole,  e  perciò  pieghevole  e  astuto, 
regolasse  la  sua  condotta  sugli  avvenimenti,  dichiarandosi  ora  al- 
leato dell'imperatore  Carlo  V,  e  ora  zelante  partigiano  di  Francia. 
L'inconseguenza  di  tale  condotta  fu  causa  del  sacco  di  Roma  e  della 
rovina  dell'italiana  indipendenza.  Non  erano  gl'interessi  della  Santa 
Sede,  quelli  che  l'occupavano  viepiù,  ma  l'ingrandimento  della  casa 
dalla  quale  usciva;  edebbe  l'insperata  fortuna  di  soddisfare  contem- 
poraneamente la  sua  ambizione  e  la  sua  vanità. 

Francesco  I,  re  di  Francia,  ottenuta  la  liberazione  dei  proprj  figli 
dati  in  ostaggio  all'imperatore,  e  pentito  dei  sacrifizj  ai  quali  era 
stato  indotto  dal  prepotente  amor  paterno,  si  diede  a  suscitare  tutte 
le  Corti  d'Europa  acciocché  si  accordassero  con  lui  a  rintuzzare  le 
forze  ognor  crescenti  dell'emulo  suo  potente.  Fra  gli  altri  a  cui  si 
rivolse  fu  anche  il  papa,  a  cui  fece  domandare  in  isposa  per  Enrico 
duca  d'Orléans,  suo  secondogenito,  la  Caterina  figliuola  di  Lorenzo 
de'  Medici,  già  duca  d'Urbino  e  nipote  del  papa,  la  quale  poteva 
apportare  a  suo  marito  delle  pretensioni  sopra  alcune  città  e  re- 
gioni d'Italia. 

Le  negoziazioni  per  un  tal  matrimonia  non  trattennero  il  papa 
dall'entrare  nella  lega,  nel  medesimo  tempo  stipulata  coll'imperatore, 
i  duchi  di  Ferrara,  di  Milano,  di  Firenze,  e  altri  prìncipi,  e  pubbli- 
cata solennemente  in  Bologna  il  24  febbrajo  1533.  E  sì  che  questa 


MATRIMONIO  DEL  DUCA  d'ORLÉANS  CON  CATERINA  DE'  MEDICI.        19 

lega,  della  quale  fu  dichiarato  capitano  generale  Antonio  da  Leyva 
con  residenza  a  Pavia,  aveva  innanzi  tutto  di  mira  la  difesa  della 
Lombardia  e  della  repubblica  di  Genova  contro  la  cupidigia  delle 
potenze  straniere. 

Accolta  avidamente  dall'ambizioso  pontefice  la  proposta  fattagli 
dal  re  francese,  si  scelse  Marsiglia  come  luogo  opportuno  a  cele- 
brare quelle  nozze. 

Per  non  destare  i  sospetti  e  le  diffidenze  di  Carlo  V,  erasi  messa 
la  condizione  che,  durante  il  tempo  in  cui  si  troverebbero  colà  in- 
sieme il  re  col  pontefice,  non  si  farebbe  alcun  trattato  sopra  affari 
politici,  né  il  re  domanderebbe  al  papa  alcun  cappello  cardina- 
lizio. È  però  indubitabile  che  questa  condizione  fosse-  simulata, 
giacché  consta  dal  nostro  carteggio  diplomatico,  che  gli  abbocca- 
menti fra  quei  due  sovrani  furono  assai  frequenti,  secreti,  e  di  tal 
natura  da  insospettire  tutte  le  potenze;  anzi,  contrariamente  a 
quanto  erasi  stabilito,  dopo  le  cerimonie  nuziali  furono  dal  papa 
nominati  quattro  cardinali  francesi. 

Comunque  sia,  il  papa,  partito  da  Pisa  il  giorno  4  ottobre,  di- 
retto a  Marsiglia  per  mare,  condusse  seco  la  sposa  Caterina,  una 
parte  del  Sacro  Collegio,  e  tutto  ciò  che  formava  la  Corte  romana, 
sopra  18  galee  e  6  vascelli,  comandati  dal  duca  d'Albania,  zio 
della  sposa  per  parte  della  moglie. 

La  flotta  entrava  il  giorno  1 1  nel  porto  di  Marsiglia,  e  ivi  sbar- 
cava il  papa,  che  andò  ad  alloggiare  nel  palazzo  fattogli  preparare, 
dalla  parte  di  S.  'Vittore,,  da  Anneo  di  Montmorency,  gran  maggior- 
domo di  Francia. 

Le  pompose  feste  fatte  in  quell'occasione  trovansi  diffusamente 
narrate  dall'abate  Papon  nella  Histoire  generale  de  Provence.  Tutto 
ciò  che  la  magnificenza,  il  buon  gusto  e  la  galanteria  potevano 
immaginare  di  più  proprio  ad  abbellirle,  fu  allora  spiegato,  e  il 
brillante  corteggio  di  cui  il  re  e  la  regina  si  circondarono,  contri- 
buiva a  dare  agli  Italiani  un'alta  idea  della  grandezza  e  della  ma- 
gnificenza francese.  Cosa  strana  però;  mentre  quello  scrittore  si 
diffonde  a  descrivere  minutamente  le  cerimonie  e  le  processioni 
succedutesi  nei  quattro  giorni  in  cui  avvennero  le  solenni  entrate 
del  re,  del  papa,  della  regina  e  della  sposa,  soltanto  di  volo  ac- 
cenna la  cerimonia  del  matrimonio,  che  ebbe  luogo  il  28  ottobre,  e 
che  pur  doveva  essere  la  più  importante.  Anzi,  quasi  vedesse  di 


20  MATRIMONIO   DEL    DUCA   d'oRLÉANS 


mal  animo  tali  nozze,  osserva  che  gli  eventuali  diritti  della  Francia, 
emergenti  da  siffatta  unione,  sopra  alcune  città  e  regioni  d' Italia, 
erano  "  quelques  raisons  de  plus  pour  la  France  de  s'engager  dans 
des  guerres  ruineuses,  dont  ses  malheurs  passés  auraient  dù  la  dé- 
goùter„. 

La  lacuna  lasciata  dal  Papon  nella  sua  storia,  a  proposito  di 
quest'ultima  solennità,  può  essere  riempita  da  un  importante  do- 
cumento, rinvenuto  nel  carteggio  diplomatico  del  nostro  Archivio 
di  Stato.  E  la  relazione,  dettata  da  un  milanese  appartenente 
all'antica  famiglia  dei  Sacco,  di  nome  Antonio,  che  trovandosi  di 
quei  giorni  in  Marsiglia,  sia  per  proprj  affari  o  più  probabilmente 
al  seguito. della  Corte  papale,  potè  assistere  a  quelle  feste  regali,  e 
darne  una  completa  descrizione.  La  cerimonia  è  da  lui  descritta 
con  sì  fatti  particolari  e  con  tanta  chiarezza,  che  chi  la  legge 
crede  partecipare  alle  gioje  di  quella  brillante  società.  E  per  ciò 
abbiamo  pensato  di  farla  conoscere  ai  lettori  deìV Archivio  Storico, 
persuasi  di  far  cosa  grata  anche  a  quanti  sono  desiderosi  di  acqui- 
stare le  cognizioni  più  esatte  e  precise  degli  usi  e  costumi  princi- 
peschi di  un  tempo,  che  pur  non  aveva  ancora  smesse  le  fantasie 
cavalleresche  del  medioevo. 

Alla  relazione  crediamo  conveniente  far  precedere  la  lettera  30 
ottobre  1533,  con  cui  il  Sacco  l'accompagna  alla  moglie  del  presi- 
dente del  senato  milanese,  Giacomo  Filippo  Sacco,  il  quale  natu- 
ralmente si  fece  premura  di  comunicarla  alla  Cancelleria  ducale, 
ove  è  rimasta. 

P.  Ghinzoni. 


LETTERA  ALLA  MOGLIE  DEL  PRESIDENTE  DEL  SENATO. 

111.'"''  Sig.''"  et  patrona  osservandissima. 

Per  una  mìa  de  20  et  23  dil  prisente  avisai  V.  S.  111.'"'  di  tute  il 
successo  dele  cosse  di  Marseglia  :  hora  per  questa  intenderà  il  procedere 
dil  matrimonio  et  parentado,  facto  tra  N.°  S.''  et  il  Ke  di  Franza  ;  et  s'io 
ho  manchato  in  alcuna  cessa,  Y.  S.  me  perdoni,  et  la  supplico  me  fazi 
gratìa  de  dire  a  messer  Lionardo  me  mandi  quella  littera,  se  la  ritrovata; 


CON  CATERINA  DE'  MEDICI.  21 

ne  altro  al  presente  li  dirò,  se  non  che  alla  V.  &.  111.'"*  humilmente  baxo 
le  mani  et  me  li  recomando,  et  ancora  al  Signor  suo  consorte,  pregan- 
dola come  ne  Paltra  mia.  Di  Marseglia  a  li  30  di  ottobre  1533. 

Di  V.  S.  IlL™^ 

Perpetuo  servitore 

Don  Antonio  Sacco. 

BELAZIONE  AL  PRESIDENTE  DEL  SENATO. 

A  tergo:  Al  111.  Sig.'^  et  patrune  osser."'°  il  Sig.  Jacobo  Philippo 
Sacco  presidente  del  Rev.*"**  Senato  in  Milano. 

In  fianco  :  (Luogo  del  sigillo.) 

In  alto  :  Sachi  cum  novis  Marsilio. 

Lunedì  la  sera  alli  27  *  dil  presente.  Nostro  Signore  ^  dote  da  cena 
al  Rev.'"°  di  Borbon,  ^  al  Gran  Mastro  di  Franza,''  alla  duchessina  sua 
nepote,^  alla  duchessa  di  Camarino,^  a  madona  Maria  ^  moglie  che  fu 
dil  quondam  Signor  Jovanni  de  Medici,  quale  Signore  sono  ite  a  com- 
pagnare  essa  Duchessina.  Dopoi  cenati  che  fumo,  il  Re^  et  la  Regina^ 
andorno  da  Sua  Santità  insieme  cum  li  tre  figloli  *°  et  la  fìglola  *^  ma- 
giore;  et  gionti  che  fumo,  si  fece  il  contracto  del  matrimonio,  del  che 
ne  fu  rogato  il  vosco  di  vasona*^  datario  di  Nostro  Signore  :  et  stipulato 
che  fu  esso  contracto,  tuti  di  compagnia  si  levorno  da  la  stantia  donde 
haveano  cenati  et  andorno  ne  la  salla  dove  sì  fa  il  Concistorio,  et  gionti 
al  luocho  deputato,  inanti  che  Sua  Santità  ne  Sua  Maestà  sedesseno  si 
fece  il  sponsalitio  in  questo  modo. 


«  27  ottobre  1533. 

2  Clemente  VII,  papa. 

^  Lodovico  di  Borbone,  croato  cardinale  da  Leon«  X  il  26  giugno  1517,  col  titolo  di 
S.*  Sabina. 

^  Anneo  di  Montmorency,  gran  "maggiordomo. 

''  Caterina  de'  Medici,  unica  figlia  legittima  di  Lorenzo,  già  duca  d'Urbino. 

^  Giulia  di  Varano,  figlia  ed  erede  di  Giovanni  Maria  duca  di  Camerino.  Sposò  Gui- 
dobaldo  della  Rovere  duca  d'Urbino. 

"^  Maria  Salviati,  vedova  di  Giovanni  delle  Bande  Nere  e  madre  di  Cosimo  I. 

^  Francesco  I  re  di  Francia. 

^  Eèeonora  regina  di  Francia,  sorella  dell'imperatore  Carlo  V. 
*°  Francesco,  delfino  premorto  al  padre  nel  1536;  Enrico   duca  d'Orléans   secondo- 
genito, poscia  re  di  Francia  nel  1547  col  nome  di  Enrico  II;  Carlo  duca  d'Angouléme, 
poi  d'Orléans. 

*'  Maddalena,  che  nel  1536  sposò  Jacopo  V  ro  di  Scozia, 
•2  Vaison,  città  dell'antica  Gallia  Narbonese. 


22  MATRIMONIO  DEL  DUCA  D'ORLÉANS 

Nostro  Signore  havea  lancilo  in  mano  et  lo  dote  in  mano  dil  Rev."'" 
di  Borbon  comò  più  proczimo  parente  dil  Re;  quale  lo  dete  al  Ducha 
di  Orlians,  et  Sua  Rev."'*  Signoria  disse  le  parolle  et  cossi  publice  la 
sposò  et  erano  circha  tre  o  quatro  bore  di  notte  :  et  sposata  che  Ihebe, 
Sua  Santità  et  Sua  Maestà  et  tuti  li  Signori  et  Signore  quale  ivi  erano 
feceno  una  alegrìa  et  baia  de  cridare  et  sbatere  di  mano  forte,  chio  non 
visti  mai  tal  fogia.  Dopo  tuti  quelli  Signori  quali  potevano  tiravano  le 
orechie  a  esso  sposo.  Do  poj  facto  questo^  il  Ducha  de  Angoleme  ultimo 
genito  dil  Re,  quale  he  il  più  bello  figlolo  che  sia  in  tuta  la  Franza,  pigiò 
la  sposa  per  la  mano  et  incomenzò  a  danzare,  et  il  simile  il  sposo  et 
molti  altri  Signori  danzorno;  et  finita  la  prima  danza,  esso  sposo  et  suo 
fratello  si  spogliorno  in  gipone  inanti  a  Sua  Santità,  et  incomenzorno  a 
baiare  ala  fogia  de  Italia  ala  gagliarda  tanto  bene  chio  no'n  lo  porrej 
dire  :  il  sposo  et  la  sposa  erano  vestiti  di  brocato  d'argento  richissima- 
mente.  Del  vestire  dil  Re  et  la  Regina  superbo  et  richo  non  li  diro  altro, 
salvo  che  le  gioie  che  havevano  ne  le  veste  rechamate  risplendeano  che 
parivano  lumi  accesi. 

Danzato  ch'ebeno  forsi  due  bore.  Sua  Santità  si  levò  et  tolse  licentia 
dal  Re  per  andare  verso  le  sue  stantie,  et  comò  fu  alla  prima  porta  si 
fermò  acompagnato  dal  Rev.*""  di  Lorena ^^  et  Gran  Maistro  di  Franza; 
et  la  Regina  ancora  lej  se  incomenzò  aviare  verso  le  sue  :  et  quando  fu 
a  quella  porta  dove  Sua  Santità  era  fermata,  si  firmò  a  parlare  cum  lej; 
un  poche  di  poj  fateli  riverentia  se  partì.  Do  poj  seguivano  la  figliola 
dil  Re  et  la  sposa  a  pari,  quale  faceano  un  bel  vedere,  il  simile  feceno 
riverentia  a  Sua  Santità.  Do  poj  seguivano  tute  quelle  altre  Signore  et 
baronesse,  ale  quale  esso  Nostro  Signore  dava  ad  ognuna  di  loro  la  sua, 
comò  se  fusse  stato  uno  giovine  de  20  anni.  Do  poj  tute  le  dono  seguiva 
il  Re  comò  guardiano  di  quelo  grege  cum  il  Delphino,  et  quando  fu 
dove  era  Sua  Santità  li  disse:  San  pere,  me  fet  hanvie  avec  notre  dames, 
et  Sua  Santità  che  parla  molto  bene  francese  li  rispose  che  sì,  ma  che 
Sua  Maestà  era  tanto  bone  guardiano  che  non  saria  stato  possibile  a 
farne  smarire  una  di  esse  dame  :  et  cossi  ridendo  et  burlando  un  pocho, 
tuti  lieti  ambi  doj  si  feceno  do  poj  riverentia  quasi  insino  in  terra  et 
ciascun  di  loro  andorno  a  soj  alogiamenti.  De  le  varie  fogie  de  soni  et 
musiche  quale  ivi  erano  lo  lasiarò  considerare  a  Vostra  Signoria:  il  ve- 
stire di  quelle  baronesse  et  signore  era  molto  superbo  et  vi  erano  di 
molte  belle  dame. 

Il  martedì  ^'^,  che  fu  la  matina  di  Santo  Simeone  et  Juda,  fu  aparichiata 


*3  Giovanni  di  Lorena,  figlio  di  Renato  II  re  di  Sicilia  ecc.,  creato  cardinale  il  28 
maggio  1518  col  titolo  di  S.*  Onofrio. 
**28  ottobre  1533. 


CON  CATERINA  DE'  MEDICI.  23 


la  capella  di  N.^  S.®  cum  tanta  sumptuosità  et  ornamenti  di  brocato 
doro,  maxime  l'altare,  quale  era  quasi  tuto  caricho  de  imagine  doro  ma- 
sice  et  havea  tre  croce  cum  tante  gioie  che  non  si  potè  extimare  il  va- 
lore; in  effecto  una  cessa  superbissima:  dove  cossi  alle  17  bore  vigne 
Sua  Santità  cum  tutti  li  Cardinali,  et  inanti  a  esso  pontifico  li  erano 
tuti  tre  li  figlioli  dil  Re  molto  richamente  vestiti.  Do  poj  vigne  esso  Re 
vestito  superbissimamente,  quale  menava  la  sposa  per  mano  destra  tanto 
bene  vestita  alla  francese  et  ornata  de  diamanti  et  altri  baiasi  cum  una 
corona  doro  in  testa,  che  maj  fu  visto  la  più  richa  et  bella  cessa  :  do  poj 
li  andava  drieto  una  figlola  dil  Re  sola.  Do  poj  seguiva  la  Regina  acom- 
pagnata  a  brazo  da  l'armiraglio  ^^  et  cossi  do  poj  li  venivano  drieto 
tute  quelle  altre  signore  et  baronesse  a  brazo  cum  quelli  baroni  et  ca- 
valieri: et  cossi  ivi  era  uno  arcivesco  aparato,  quale  disse  la  messa  bassa, 
et  do  poj  la  messa  fu  portato  inanti  a  Sua  Santità  uno  bacile  doro  dove 
li  erano  dentro  duj  anelli,  uno  doro^  laltro  dargento  tondo  senza  prede, 
quali  Sua  Santità  li  benedixi,  et  cossi  una  altra  volta  fece  tornare  a  spo- 
sare essa  duchessina  cum  quelli  anelli.  Do  poj  Sua  Santità  li  benedixi 
tuti  doj  insieme  cum  quelle  cerimonie  etc,  et  cossi  facto  le  sopradete 
cosse  ognuno  ritornò  ut  supra  ali  soj  alogiamenti  menando  pur  il  Re 
essa  sposa  per  la  mano  destra:  do  poj  quando  fumo  entrati  in  caxa  ti- 
rorno  tanta  artelaria  che  facea  tremare  tuta  Marseglia.  Certo  la  inco- 
ronatione  de  lo  Imperatore  fu  molto  bella  et  richa  cessa  de  vedere;  ma 
in  effecto  ognuno  judica  che  questa  non  sia  manche.  Do  poj  la  sera  Sua 
Santità  fece  la  cena  de  le  noze  in  la  medema  salla  dil  Concistorio 
dove  li  erano  aparichiate  tre  tavelle,  in  una  de  le  quale  era  Sua  San- 
tità, la  Regina  et  la  sposa;  ne  l'altra  era  il  Re,  il  duca  di  Angoleme 
et  lo  sposo  et  li  Rev.™'  Salviati,  et  Ridolfi  et  Medici  et  altri  cardinali. 
Ne  l'altra  era  il  Delphino,  li  Rev.™^  Borbon,  Lorena  et  altri  baroni  di 
Franza. 

Dil  procedere  de  le  vivande  lo  lasarò  considerare  a  V.  S.  In  un  altra 
salla  li  erano  di  molte  tavole  dove  erano  tuto  il  resto  de  le  signore, 
baronesse,  et  damigelle  et  altri  baroni  et  signori.  Cenato  che  hebeno, 
danzorno  un  pezo  ala  galiarda  sempre  homini  et  dono  :  et  li  vigneno 
forsi  20  maschari,  vestiti  tanto  ricchamente  cum  le  veste  doro  et  di  arzente 
recamate,  che  non  fu  maj  visto  la  più  bella  cessa  :  et  questi  diceano  che 
era  il  Re  et  altri  baroni.  Dil  procedere  del  baxare  et  di  tochare  quelle 
dono  publicamente  non  durerò  faticha  a  scriverlo  perche  penso  che  V.  S. 
sia  di  ciò  informatissima.  Finito  di  danzare  et  ito  ciascuno  ali  lor  alo- 
giamenti, dicano  che  il  Re  volse  luj  proprio  metere  a  lecto  li  sposi,  et 


'  ^  L'ammiraglio  Chabot  ' 


24        MATRIMONIO  DEL  DUCA  d'ORLÉANS  CON  CATERINA  DE' MEDICI. 


alcuni  dicano  chel  volse  vedere  giostrare,  perche  dicano  che  ognuno 
di  loro  fu  valente  in  essa  giostra. 

L'altra  sera  vigne  uno  camarero  di  Sua  Santità  q^ale  havea  mandato 
da  lo  Imperatore  et  senti  che  disse  ad  uno  altro  camarero  che  era  ve- 
nuto bene  resoluto  da  sua  Cesarea  Maestà  et  tutto  quello  che  era  ito 
per  fare  che  lo  havea  complito  ad  vota. 

Al  più  tardo  a  Santo  Martino  partirà  Sua  Santità  per  ritornare  a 
Roma. 

Il  contratto  dil  matrimonio,  secondo  me  stato  detto,  he  a  questo  modo; 
primo  che  Sua  Santità  et  Sua  Maestà  sono  contenti  di  confirmare  li  ca- 
pituli  quali  già  sono  stati  fatti  tra  loro  molti  mexi  fa:  quali  capituli  non 
si  sano  quello  che  sia.  Do  poj  esso  pontifico  dava  a  essa  sposa  trenta- 
milia  ducati  doro  de  la  parte  dil  patre  de  le  cosse  di  Fiorenzo.  Do  poi 
li  dava  il  stato  suo,  cioè  che  era  de  la  matre  quale  ha  in  Franza.  Do 
poj  li  dava  dil  suo  centomilia  ducati  doro.  Do  poi  li  dava  tra  il  vestire 
suo  et  gioie  ala  somma  di  centomilia  altri  ducati  doro  quali  si  intende- 
vano in  nome  de  la  sua  dota  ogni  volta  che  fusse  necessario  restituere 
essa  dota  ad  essa  sposa.  Do  poj  promete  al  Re  dì  farli  dare  la  figliola 
di  lo  Imperatore  per  moglie  al  Delphino  secondo  se  dice:  molti  altri 
dicano  che  li  ha  promesso  di  dare  il  stato  d'Urbino  pigliato  ale  sue  spese  : 
questo  se  dice,  io  non  lo  dico:  per  adesso  non  li  dirò  altro  se  non  che 
humilmente  lì  baxo  le  mano  et  me  li  ricomando. 

Di  Marseglìa  ali  30  di  ottobre  1533. 

Sì  dicano  qua  molte  zìanze,  fra  le  quali  dicano  che  N.'  S."  privarà 
il  Re  de  Inglitera*^  come  heretico  per  bavere  cazìato  la  prima  moglie: 
et  poi  che  lo  Imperatore  et  il  Re  farano  la  exequtione.  * 


'«Enrico  Vili. 

*  Altre  cerimonie  bizzarre  ne'  niatrimonj  si  daranno  nel  fascicolo  seguente. 


LODOVICO  MARIA  SFORZA 

E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE. 

DOCUMENTI,  DECRETI,  IN  VENTAR  J,  ECC. 


Beatrice  bea,  vivendo,  il  suo  consorte, 
E  lo  lascia  infelice  alla  sua  morte. 

Abiosto,  Ori.  Fur.,  XLII,91. 


Come  scrive  Giovan  Pietro  Gagnola ,  "  Ne  lo  principio  del  pre- 
sente anno  (1497)  la  fortuna  se  mostrò  alquanto  calva  a  questo 
illustrissimo  principe  e  signore  Ludovico  „.  Sappiamo  dai  dispacci 
del  residente  veneto  in  Milano,  riportati  nei  Diarj  da  Marin  Sa- 
nudo  e  riprodotti  da  Rawdon  Brown  (Eagguagli  ^  t.  L,  p.  57  e 
seg.),  come  la  grave  sventura  che  lo  colpiva  colla  morte  della  gio- 
vine sposa,  avesse  risvegliato  più  cocenti  i  morsi  della  sua  fosca 
coscienza,  in  particolare  quando  seppe  che,  poche  ore  prima  della 
morte,  la  duchessa  Beatrice,  l'animo  affranto  da  sinistri  presenti- 
menti sul  prossimo  parto,  era  rimasta  come  assorta  in  preghiera, 
presso  alla  tomba  di  Bianca  Sanseverino,  figlia  (ex  péllice  nata)  ^  del 
marito,  morta  nel  dicembre  dell'anno  precedente. 

"  Datosi  in  preda  alla  più  cupa  tetraggine,  trascinato  dalle  me- 
morie del  passato,  fra  i  terrori  più  superstiziosi,  cessò  dall'attendere 
alle  cure  di  Stato  ed  a  quelle  della  sua  casa.  Respingendo  persino 
le  consolazioni  della  tenerezza  figliale,  si  chiuse  solo  per  quindici 
giorni   in  una  camera  parata  a  lutto,  infino  a  che  il  dolore,  1^,- 


•  Così  il  Gagnola. 


26  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


sciando  luogo  ^ad  un  ritorno  di  sentimenti  religiosi,  sin  dalla  prima 
giovinezza  ispiratigli  dalla  madre,  si  diede  a  visitare  assiduamente 
quei  santuarj  ch'erano  stati  per  la  povera  Beatrice  l'oggetto  di 
maggior  predilezione  „ .  I  documenti  diplomatici  segnalarono  tutti 
in  allora  un  sì  meraviglioso  mutamento  dell'animo  suo,  e  quasi  si 
sperò  in  un  era  nuova  della  sua  vita  pubblica  e  privata  :  "  El  duca 
era  venuto  religioso  molto  e  devotissimo,  diceva  l'officio  grande, 
desunava  e  viveva  casto  „.  {Eagguagli^  p.  63,  66.) 

Furono  primi  a  risentire  i  buoni  effetti  di  questo  nuovo  stato  dì 
cose  i  Domenicani  di  Santa  Maria  delle  Grazie.  '^  Essi  lo  videro  al 
bagliore  di  cento  cerei,  prosternato  dinanzi  agli  altari,  ove  cento 
messe  erano  giornalmente  celebrate  per  un  intiero  mese,  in  suf- 
fragio dell'anima  della  duchessa  „^  Moriva  Beatrice  il  2  gennajo 
dell'anno  1497,  e  col  4  dicembre  dello  stesso  anno  incomincia  la 
serie  dei  decreti  che  pubblichiamo. 

Già  da  anni  questo  convento  delle  Grazie  era  stato  fatto  segno 
alle  larghezze  dei  duchi,  ed  il  nostro  Archivio  di  Stato  ha  un  do- 
cumento anteriore,  che  non  è  senza  relazione  con  quelli  che  seguo- 


2  II  dolore  non  av.eva  però  domato  l'orgoglio  di  Lodovico,  se  sulla  tomba  del  bam- 
bino Leone  poneva  quest'altiero  epitafio  :  «  Matri  moriens  vitam  ademi ...  In  tam  a,d- 
verso  fato  hoc  solum  mihi  potest  jucundum  esse,  quod  divi  parentes  me,  Ludovicus  et 
Beatrix,  Mediolanenses  duces  genuere  ».  Le  manifeste  contraddizioni  del  carattere  di 
Lodovico  in  tutto  ciò  che  ha  tratto  alla  subdola  e  fatale  sua  politica,  furono  poste  in 
sodo  da  tutti  gli  storici,  e  particolarmente  dal  Guicciardini  {Bicordi),  né  ripeteremo 
cose  notissime:  diremo  soltanto  che  questi  atteggiamenti  di  dolore  non  si  possono  ac- 
cogliere per  sinceri,  se  pochi  mesi  dopo  la  morte  di  Beatrice,  e  precisamente  il  giorno 
12  di  luglio  dello  stesso  anno  1497,  egli  emanava  un  decreto  (controsegnato  B.  Calco, 
come  nelle  donazioni  ai  Domenicani  delle  Grazie),  col  quale  largiva  ad  una  sua  amasia, 
Lucrezia  Crivelli,  alcune  terre  sui  laghi  di  Como  e  Maggiore  con,  altre  rendite.  Nel 
codice  visconteo-sforzesco,  pubblicato  da  Carlo  Morbio  nel  1846,  questo  curiosissimo 
documento  porta  il  N.»  CCCXVI,  e  vi  leggiamo  le  seguenti  parole  :  «  nam  haec  mulier 
praeterquam  honestissima  familia,  et  quae  a  nobis  plurimum  diligitur  nata  sit,  miro 
ac  peculiari  quodam  amoris  vinculo  nobis  decuit  omnem  fidem,  res  animi  aflfeotus 
nobis  addixit  atque  dicavit,  ita  ut  ex  jocunda  illius  consuetudine  ingentem  saepe  vo- 
luptatem  senserimus  et  magnum  curarum  levamen  nobis  fuerit,  etc.  »  E  questo  amore 
non  era  semplicemente  platonico,  se  nello  stesso  documento  si  dice  chiaramente  che 
alcuni  beni,  rendite  e  diritti  di  dazio  «  ...".  revertantur  et  reverti  debeant  ad  dominum 
Johanem  Paulum  fìlium  ex  ea  Lucretia  nobis  progenitum,  etc.  » 

Un  ritratto  della  Lucrezia  Crivelli  ci  fu  trasmesso  dal  pennello  di  Leonardo  da  Vinci, 
ed  è  quello  che,  sotto  al  nome  di  Belle  Feronnière  si  conserva  nel  Museo  del  Louvre 
(N.o  1019).  Il  P.  Dan  nel  suo  Trésor  des  Merveilles  di  Fontainebleau  (1642),  lo  vor- 
rebbe ritratto  di  una  principessa  di  Mantova,  ed  il  Delécluae  quello  di  Ginevra  Benci, 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  27 

no.  Vi  si  tratta  di  immunità  concesse  sin  d'allora  a  q^uei  religiosi  ; 
porta  la  data  del  1488,  ed  è  firmato  Gian  Galeazzo  Maria  Sforza, 
con  traccia  di  sigillo. 

Rileviamo  questi  documenti  da  un  bel  codicetto  pergamene,  di 
lettera  elegantissima,  vago  per  opere  di  minio,  esalanti  un  pro- 
fumo tutto  leonardesco,  in  particolare  pel  primo  foglio  ornato  da 
intrecci  di  cordicelle  crisografate  ^,  dalle  quali  pendono  gli  stemmi 
visconteo-sforzeschi  e  le  imprese  particolari  del  Moro. 

La  prima  di  queste  miniature  ci  presenta  il  duca  Lodovico  cinto 
di  gramaglia,  che,  accompagnato  da  cortigiani,  entra  nel  vestibolo 
del  convento,  ove  è  incontrato  dal  priore  Baldelli  di  Castelnuovo, 
seguito  da  altri  religiosi.  Il  duca  porge  al  Baldelli  un  libro  rico- 
perto di  velluto  e  munito  di  sigillo  pendente.  La  seconda  ci  mo- 
stra i  frati  in  coro  preseduti  dal  priore,  mentre  discutono  sul  modo 
più  acconcio  di  degnamente  corrispondere  alla  generosità  ducale  *. 


altri  della  bella  di  Francesco  I;  ma  secondo  gli  storici  più  degni  di  fede,  quest' ultima 
donna  era  forse  già  morta,  ed  in  ogni  caso  non  più  giovine,  quando  Leonardo  venne 
alla  Corte  dì  Francia.  Nel  Codice  Atlantico  (p.  164)   si  leggono  tre  epigrammi  latini  di 

un  anonimo  su  questo  quadro,  e  vi  si  parla  apertamente  della  Crivelli  e  di  Leonardo  : 

• 

HuJuSf  quain  cernis,  nomen  Lucretia,  divi 

Omnia  cui  larga  contribuere  manu. 
Rara  httic  forma  data  est,  pinxit  Leonardus,  amavit 

Mnurtis,  pictorum  primtis  hic,  ille  ducum. 

L'Amoretti,  che  pel  primo  li  citò,  pensa  che  il  Vinci  conducesse  quel  ritratto  dopo  il 
1497,  se  è  vero  che  Lodovico  sol  dopo  la  morte  di  Beatrice  ebbe  dalla  Crivelli  quel 
Gio.  Paolo  che  fu  poi  lo  stipite  dei  marchesi  di  Caravagio  (e  si  appoggia  all'autorità 
dell'Imoff,  Est.  Ital.  et  Ilisp.  genealog.  Tomo  I,  p.  245),  ma  questa  opinione  non  è  so- 
stenibile, se  il  Gio.  Paolo  era  già  nato  nel  1497,  e  si  trovava  chiamato  ad  ereditare 
in  date  circostanze  col  citato  documento.  Caddero  nello  stesso  errore  anche  i  commen- 
tatori fiorentini  del  Vasari. 

'  Ricordano  uno  stesso  genci'e  di  decorazione  sulla  vòlta  della  sagrestia  della  chiesa 
delle  Grazie. 

^  Oltre  all'interesse  che  queste  miniature  presentano  per  se  stesse,  è  degno  dì  nota 
il  doppio  ritratto  che  qui  si  ha  di  quel  priore  che,  secondo  molti  scrittori,  ed  in  par- 
ticolare il  Gio.  Batt.  Giraldi  nel  suo  discorso  sopra  i  romanzi,  e  G.  Vasari  nelle  sue  Vite 
(1568,2*  ediz.),  avrebbe  servito  di  modello  a  Leonardo  per  la  testa  del  Giuda  del  Ce- 
nacolo; vendetta  dell'artista  importunamente  sollecitato  dal  Baldelli  a  dar  termine 
agli  interrotti  lavori  del  refettorio.  Ora  in  questi  minj  nessuna  rassomiglianza  si  ri- 
scontra fra  la  fisionomia  del  Baldelli  e  quella  del  Giuda,  e  questo  fatto  avvalora  non 
poco  gli  argomenti  già  sufficientemente  concludenti  del  padre  Domenico  Pino,  esposti 
nella  sua  Storia  genuina  del  Cenacolo,  ecc.  (Milano  1796.)  Questo  scrittore  è  il  solo, 
ohe  si  sappia,  a  parlare  del  nostro  codice  j  ne  cita  alcuni  brani  nelle  Annotazioni., 


28  LODOVICO  MARIA  SFORZA 

E  qui  noteremo  di  passaggio  come  I'l  di  lvdovicvs,  colla  quale 
incomincia  lo  scritto,  sia  formata  dal  caduceo  coi  draghi:  impresa 
riservata  agli  atti  più  importanti  del  suo  principato.  Il  contratto 
di  nozze  colla  Estense,  stupenda  pergamena  esposta  al  pubblico 
nel  Museo  Britannico,  tutta  ridente  per  delicatissimi  minj,  coi 
ritratti  di  Lodovico  e  Beatrice,  pennellegiati  che  si  vogliono  da 
Girolamo  da  Milano,  ma  che  dovranno  rendersi  a  frate  Antonio 
da  Monza,  incomincia  esso  pure  con  questa  impresa.  Sul  ferreo 
scrignetto  damaschinato,  di  cui  parla  il  testamento  stesso  di  Lo- 
dovico, l'impresa  del  caduceo  si  trova  unita  all'altra  (già  di  Ga- 
leazzo II  Visconti  signore  di  Milano),  adottata  da  tutti  i  duchi, 
non  esclusi  quelli  di  casa  Sforzesca:  Il  tizzo  colle  secchie  pendenti, 
ed  il  motto:  Humentia  Siccis. 

1  documenti  trascritti  in  questo  codice,  sono  copie  autentiche, 
munite  però  delle  firme  e  tabellionati  di  molti  notari,  l' una  in  se- 
guito all'altra,  in  modo  da  comporne  un  volume.  È  rilegato  in 
cuojo  bruno  (tannè,  come  dicevasi),  ha  fermagli  sui  tre  lati  ed 
impronte  dorate  sui  cartoni. 

Col  primo  decreto  (4  dicembre  1497,  sottoscritto  Ludovicus, 
e  controsegnato  da  Bartolomeo  Calco,  senza  traccia  di  sigillo)  si 
concedono  ai  Domenicani  di  Santa  Maria  delle  Grazie  alcuni  am- 
pliamenti del  loro  convento  sui  terreni  vicini;  si  accordano  diritti 
d'acqua  per  irrigazione  dell'orto;  si  condonano  imposizioni,  e  si 
vogliono  immuni  da  altre  gravezze.  Si  enumerano  altresì  ricchi  og- 
getti di  orificeria,  arredi  sacri  a  servizio  del  culto,  addobbi  di 
seta  con  ricami  d'oro,  ed  arazzerie  già  prima  donate  coi  libri  co- 
rali alluminati  e  le  campane.^   Le   orificerie    scomparvero  poco 


^  I  ricamatori  in  oro  milanesi  erano  già  da  tempo  venuti  in  gran  fama.  Il  Brantóme 
nelle  Dames  Galantes  così  ne  parla  :  «  Le  tout  en  broderie  d'or  et  d'argent,  ainsi  que 
de  tout  temps  les  bons  brodeurs  de  Milan  ont  sceu  bien  faire  par  dessus  les  autres,  etc.  » 
Gli  arazzi  poi,  i  patini  di  razza  o  di  razzia,  come  disse  l'Ariosto  e  prima  Saba  da  Ca- 
stiglione, si  tessevano,  sin  d'allora  nel  Ducato,  di  alto  e  basso  liccio.  Due  scrittori 
poco  noti,  Bettino  da  Trezzo,  nella  sua  Letilogia  (Milano,  1486),  e  Lancino  Curzio  {Syl- 
varum,  lib.  decem,  Med.,  apud  Rochum  et  Ambrosium  fratres  de  valle  Fayot  excud. 
MDXXI,  in-f.o)  ne  discorrono  assai  chiaramente,  in  rozzi  versi  italiani  il  primo,  in  for- 
bitissimi esametri  latini  il  secondo.  Il  Pungileoni  ci  assicura  che  ad  Urbino  sull'inizio 
del  secolo  XVI  si  trovava  un  ottimo  arazzista  di  patria  milanese,  che  il  duca  Francesco 
Maria  della  Rovere  aveva  riccamente  ricompensato,  nel  tempo  stesso  di  Raffaello.  Fu  da 
fi|Uesta  fabbrica  diretta  da  un  milanese  che  uscirono  assai  probabilmente  gli  arazzi  che 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  29 


tempo  dopo,  richieste  dallo  stesso  duca  Ludovico  a  mezzo  di  al- 
cuni gentiluomini,  come  quelle  di  tutte  le  altre  chiese,  in  parte 
per  le  spese  dell'imminente  guerra,  o  più  tardi  per  riscattarsi  dalla 
prigionia/  Dovevano  essere  oggetti  d'arte  d'insigne  bellezza,  con 


vedevansi  altre  volte  a  Loreto.  Non  dimenticheremo  poi  che  in  Vigevano  si  lavorarono 
verso  il  1503,  per  ordine  di  Gian  Giacomo  Trivulzio,  da  un  Benedetto  da  Milano  e  Socj,  che 
vi  pose  il  suo  nome  e  la  data,  12  splendidissime  tappezzerie  d'arazzi,  che  ognuno  potè 
vedere  esposti  al  pubblico  in  Milano  stesso,  pochi  anni  sono.  Vi  sono  trapunti  i  lavori 
campestri  dei  dodici  mesi,  alternati  con  allegorie,  secondo  l'uso  di  quel  secolo,  ed  in- 
corniciati in  un  largo  fregio  di  stemmi  ed  imprese.  Un  buon  giudice,  Giuseppe  Mongeri, 
provò  in  un  erudito  suo  articolo,  pubblicato  nel  giornale  La  Perseveranza,  che  il  di- 
segno di  quelle  composizioni  è  da  attribuirsi  a  Bartolomeo  Suardi  detto  il  Bramantino. 
A  noi  poi  sembra  assai  probabile  siano  questi  gli  stessi  arazzi  che  decorarono  sì  son- 
tuosamente con  altre  tappezzerie  le  pubbliche  feste  offerte  a  Ludovico  XII  di  Francia 
da  Gian  Giacomo  Trivulzio  nel  1507,  e  descritte  minutamente  dai  nostri  storici,  ne  di- 
menticate dal  francese  d'Anton,  istoriografo  di  quel  re,  e  che  lo  seguiva  nelle  sue  spe- 
dizioni. Si  rinvengono  notizie  su  queste  fabbriche  di  Vigevano  néìV Appendice  alia  vita 
del  Trivulzio,  scritta  dal  Rosmini.  In  quel  tempo,  o  poco  prima  o  poco  dopo,  fiorivano 
in  Milano  altri  polimitarii,  cantati  da  Paolo  Lomazzo  nei  suoi  Grotteschi:  Caterina 
Cantona,  lo  Schiavone  e  Scipione  Delfinone  :  «  Ch'in  ricamar  al  del  dispiega  l'ali.  » 
Milano  aveva  un  collegio  di  arazzieri  e  ricamatori  in  oro  ed  argento,  retti  da  statuti 
speciali,  «  Statuta  universitatis  et  collegii  Phrygionnm,  ■»  1596  in-é».  Med.  e  prima  in 
italiano.  Sulle  manifatture  di  lana  in  Vigevano  è  da  consultare  la  Storia  di  Vigevano 
di  Simone  dal  Pozzo,  la  Cronaca  di  Vigevano  del  Nubilonio,  ed  un  poemetto  dedicato 
a  Francesco  II  Sforza  da  Simon  Colli:  «  Su  l'orrendo  sacco  di  Vigevano  nel  1526» 
(Parma,  1527).  Lazzaro  Agostino  Cotta  nel  Supplimento  al  suo  Museo  Novarese  (mano- 
scritto autografo  esistente  nel  museo  Trivulzio),  vi  dettò  le  seguenti  parole  :  «  Ivi  (Vi- 
gevano) nauti  lo  smembramento  della  diocesi  di  Novara,  e  dominandovi  il  feudatario 
Gio.  Giacomo  Trivulzio  milanese,  fu  da  questo  introdotta  la  fabbrica  degli  arazzi  e 
tapezzerie  di  Fiandra,  ecc..  »  Les  tappiceries  de  Millan  (sic)  si  trovano  menzionate 
in  un  inventario  del  Castello  di  Blois,  come  appartenenti  alla  duchessa  di  Bretagna. 
«  Les  tappisseryes  de  Vhystoire  de  Bergame  »  erano  apprezzate  alla  Corte  di  Francia, 
ma  non  erano  ne  ricamate,  ne  ordite  in  lana,  bensì  a  disegni  di  rapporti  di  velluto  sul 
raso.  Carlo  Vili  condusse  da  Milano,  col  salario  di  20  tornesi  al  mese,  Pantaleone 
Corte  «  ouvreur  en  hrodeures  »,  come  sua  moglie.  Nella  seconda  libraria  di  Anton 
Francesco  Doni,  Venezia,  Marcolini,  1551,  troviamo  nomato  un  Zaccaria  milanese,  che 
avrebbe  scritto  un  libro  :  «  dell'infinito  modo  del  lavorare  i  panni-arazzi,  tessendoli  in 
quella  maniera  che  si  fanno  i  broccati  a  riccio  ».  Vedansi:  Jubinal,  Tapisseries  hi' 
storiées.  Lacroix,  Moyen  àge  et  renaissance  —  Arts  somptuaires  :  Labarte,  Arts  in- 
dustriels:  Leon  de  Laborde,  Les  ducs  de  Bourgogne,  Renaissance  des  arts  à  la  cour  de 
France;  ed  in  particolare:  Francisque  Michel,  Histoire  des  étoffes  de  soie,  or  et  ar- 
geni,  etc.  Sulla  tintura  delle  sete  e  delle  lane  nell'  Italia  del  secolo  XVI  è  conosciuto 
un  raro  libro  di  Gioanventura  Rossetti ,  Plichto  de  V  arte  di  tentori.  Venetia,  Rampa- 
zeto,  1540  in-8o.  Vedasi  nel  Cerio  (Parte  III  delle  Historie  milanesi)  VìnYQniaino  diQg\\ 
ornamenti  della  cappella  e  da  camera  portati  in  Francia  da  Valentina  Visconti. 

^  Poiché  si  è  toccato  qui  della  prigionia  del  Moro,  non  sarà  inopportuno  il  ristabilire 
la  verità,  stranamente  alterata  da  molti  scrittori.  Lodovico  fu  subito  condotto  in  Fran- 


30  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


incastonature  di  gemme,  cammei,  pietre  incise,  smalti,  nielli,  poi- 
ché non  dimenticheremo  che  quella  era  pel  ducato  l' epoca  più  flo- 
rida in  ogni  arte  : 

Godi  Milan  che  drente  alle  tue  mura 

De  gli  huomini  excelienti  hoggi  hai  gli  honori, 


scrisse  il  Belincione;  ed  altrove: 


Venite,  dico  Athene  hoggi  Milano, 
Ove  è  il  vostro  Parnaso  Ludovico. 


Per  quanto  risguarda  l'arte  dell'orafo  nel  Ducato,  basterà  ricor- 
dare Ambrogio  Foppa  detto  il  Car adesso,  e  Daniele  Arcioni,  meno 
noto  ma  di  merito  uguale,  se  non  superiore  al  primo,  nel  fondere 
smalti  translucidi  sull'oro  cesellato  e  nel  niellare.  Di  questi  due  ec- 
cellenti orafi-scultori  abbiamo  notizie  nel  Cellini,  nel  libro  di  Am- 
brogio Leone:. De  nobilitate  rerum;  nel  Gaurico:  De  sculptura^  in 
Ambrogio  Teseo  Albonese  ;  nel  Libro  degli  Ammaestramenti  di  Saba 
da  Castiglione;  nel  Vasari,  e  nel  poema  inedito  di  Giovanni  Santi 
padre  di  Raffaello  ;  e  più  vicino  a  noi  negli  scritti  di  Leopoldo  Ci- 
cognara,  dell'abate  Zani  e  di  Eugenio  Piot.  Quest'ultimo  cita  an- 
che un  Paolo  Arzago. 

In  un  codicetto  pergameno  che  conservasi  in  una  privata  libreria 


eia,  in  prima  a  Pierre-Encise,  poi  trasferito  nella  torre  Lys-Saint-Georges  nel  Berry, 
infine  poi  quattro  anni  dopo  a  Loches.  In  quest'ultimo  castello  egli  passò  il  rimanente 
dei  tristi  suoi  giorni,  e  non  già  rinchiuso  in  una  gabbia  di  ferro,  come  vorrebbero  Pao- 
lo Giovio  ed  il  Mezerai,  ma  libero  di  uscire  dalla  sua  cella  non  solo,  ma  anche  dal  recinto 
fortificato,  accompagnato  soltanto  da  qualche  sentinella.  L'infelice  Lodovico  ornò  la  sua 
prigione  di  pitture,  in  verità  non  troppo  artistiche,  ma  che  indicavano  per  altro  un 
certo  ingegno;  di  contro  alla  finestra  ferrata  che  dava  luce  al  suo  appartamento,  egli 
aveva  costrutto  un  gnomone,  destinato  a  contargli  le  lunghe  ore  della  sua  prigionia. 
Si  leggevano  sulle  pareti  alcuni  versetti  dei  Salmi  ed  altre  sentenze  adatte  alla  sua 
posizione.  Leggesi  ancora  chiaramente  :  dixisse  me  aliqnando  2)oenituit....  tacuisse  mm- 
quam....  Al  di  sopra  del  caminetto  egli  si  era  disegnato  in  piedi,  fra  due  cannoni,  ri- 
vestito della  sua  armatura  e  colla  visiera  calata.  In  oggi  ancora  sì  vedono  quelle  pit- 
ture, delle  quali  è  ornato  persino  il  soffitto;  delle  leggende  scritte,  poco  e  difficilmente 
può  leggersi  in  oggi,  ma  alcuni  anni  sono,  prima  che  l'umidità  alterasse  l'intonaco  delle 
muraglie,  erano  ancora  visibili,  e  noi  ne  abbiamo  rimarcate  le  traccio,  non  senza  com- 
mozione dell'animo,  nell'anno  1845.  Quelle  animate  muraglie  spiravano  al  vivo  le  mi- 
serie delle  corone  in  mezzo  alle  apparenti  loro  felicità. 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  31 


milanese:  Matricola  degli  orefici  milanesi^  incomincia  col  1311 
e  termina  sullo  scorcio  del  secolo  passato:  sotto  gli  anni  che  cor- 
rono dal  1494  al  1498  troviamo,  oltre  i  precedenti,  un  Lazarino  da 
Lonate,  un  Jacopo  de  Regnis,  un  Ambrogio  pure  da  Lonate,  Giro- 
lamo Sferoneri,  un  D.  Gioldis,  Filippo  de  Cornagiis,  Francesco  di 
Caseriis,  Paolo  di  Marliano,  Damiano  Calvi,  Giacomo  da  Milano, 
Gio.  Tettavegio,  Cristoforo  dal  Pozzo  (di  Puteo),  Bernardo  Lattuada, 
Leonardo  Scaravagio,  Gio.  Batt.  da  Carcano,  Bernardo  da  Senago, 
Gio.  Pietro  da  Vicomercato,  ed  altri  molti  che  sarebbe  troppo 
lungo  l'enumerare,  bastando  quanto  abbiamo  detto  a  provare  lo 
sviluppo  veramente  singolare  che  avevano  raggiunto  in  Milano 
queste  arti  minori^  ora  dette,  con  espressione  assai  impropria,  in- 
dustriali. 

Questo  primo  decreto  esiste  in  originale  su  bella  pergamena, 
tinta  di  minio  e  dorata,  con  stemmi,  emblemi  ed  imprese  (le  sec- 
chie appese  al  tizzo),  munito  di  firma  autografa  di  Ludovico,  con- 
trosegnata B.  Calchus^  con  traccia  di  sigillo,  nel  R.  Archivio  di 
Stato  in  Milano.  Da  una  nota  del  fu  cav.  Osio  si  potrebbe  indurre 
ne  esista  anche  una  copia  a  stampa,  che  a  noi  dopo  molte  e  dili- 
genti ricerche  non  fu  dato  di  rinvenire.  Essa  dunque,  se  esiste, 
deve  essere  rarissima,  né  vale  a  diminuire  importanza  alla  nostra 
pubblicazione. 

Il  secondo  documento  è  un  progetto  di  decreto  di  frate  Vin- 
cenzo Baldelli  o  Bandelli  di  Castelnuovo,  priore  del  convento  delle 
Grazie.  Con  quest'atto  s'intendeva  di  accettare  le  concessioni  du- 
cali e  le  donazioni  portate  dal  decreto  precedente,  e  si  disponevano 
i  mezzi  più  acconci  a  dimostrare  efficacemente  la  gratitudine  del 
sodalizio  per  tanti  beneficj,  colla  celebrazione  in  perpetuo  di  al- 
cuni anniversarj. 

Abbiamo  scientemente  detto  progetto  di  decreto,  perchè,  man- 
cando questo  documento  di  data,  sottoscrizione  e  sigillo  del  con- 
vento, dobbiamo  supporre  che  queste  buone  intenzioni  rimanessero 
poi  senza  effetto,  in  causa  dei  torbidi  sopravvenuti  nello  Stato,  e 
della  minaccia  di  imminenti  fatti  di  guerra.  Siamo  tanto  più  ve- 
nuti in  questa  opinione  pel  fatto  che  all' Archivio .  di  Stato  l'origi- 
nale non  esiste,  e  soltanto  vi  abbiamo  rinvenuto  un  breve  sunto 
ed  una  noterella  ove  è  citato  il  decreto  senz'altro,  dicendosene 
l'originale  '^  in  un  libro  pergameno  rilegato  in  cuojo  coli' immagine 


32    LODOVICO  MARIA  SFORZA  E  IL  CONVENTO  DI  S.  MARIA  DELLE  GRAZIE. 


di  nostra  Donna  in  oro  impressa  sui  cartoni  „.  Ed  è  precisa- 
mente il  nostro  codice.  Ma  v'ha  di  più:  dallo  stile  che  tiene  que- 
sto decreto  nell'enumerare  o  ricordare  i  benefizj  ducali  di  Ludo- 
vico, si  vede  il  suo  tenore  assai  coerente  a  quello  del  privilegio 
spedito  dal  predetto  duca  nell'anno  precedente  1497,  e  si  potrebbe 
da  ciò  argomentare  che  il  priore  Baldelli  disponesse  e  preparasse 
questo  documento  o  sullo  scorcio  del  1497,  o  sul  principio  del 
1498,  perciò  poco  avanti  la  donazione  della  Sforzesca.  Se  poi  si  è 
conservato  ed  inserito  nel  volume  manoscritto  cogli  altri  atti, 
forse  ciò  fu  in  vista  delle  probabili  difficoltà  dell'avvenire,  e  per 
avventura  potè  più  tardi  giovare  ai  priori  successori  del  Baldelli 
per  accrescere  qualche  titolo  alle  ragioni  del  convento  sulla  Sfor- 
zesca, che,  ripresa  all'ingresso  dei  Francesi  nello  Stato  di  Milano 
nel  1500,  e  passata  successivamente  in  diverse  mani,  fu  vivamente 
contestata  sino  al  1551,  nel  quale  anno  per  decreto  di  Carlo  V 
(lo  vedremo  a  suo  luogo)  ne  fu  restituito  il  pacifico  possesso  al 
convento  stesso. 

Segue  un  inventario  dettagliatissimo,  oggetto  per  oggetto  ed 
altare  per  altare,  dei  doni  a  servizio  del  culto  già  citati.  Continua 
il  codice  con  altro  decreto,  ed  è  l'Atto  di  donazione  al  convento 
stesso  del  latifondo  "  la  Sforzesca  „  presso  Vigevano.  L' originale 
sta  all'Archivio  di  Stato. 

Seguono  altri  decreti  di  conferma  delle  anteriori  donazioni,  la 
cui  descrizione  allungherebbe  di  troppo  questo  cenno  d'illustrazione  ; 
e  termina  il  manoscritto  con  due  altri  decreti^  sotto  forma  di  let- 
tere-patenti, del  7  settembre  1540,  sottoscritto  Carlo  V  (in  copia),  in 
lingua  spagnuola  e  latina,  e  1551  (già  sopra  citato),  relativi  sem- 
pre al  possesso  anteriore,  e  ad  una  nuova  investitura  della  Sfor- 
zesca, che  si  pubblicheranno  in  altro  fascicolo. 

Nel  suo  insieme  il  codice  consta  di  43  fogli,  compresi  i  bianchi. 

G.  d'Adda. 


E  IL   CONVf:NTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  33 


DECRETO  DI  CONCESSIONI 

AI  DOMENICANI  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE. 

Ludovicus  Maria  Sfortia  Aiiglus,  Dux  Mediolani,  Papié  Anglerieque 
Comes  ac  Janue  et  Creinone  Dominus. 

Postquam  divina  providentia,  cuius  nutu  imperia,  regna  ac  principatus 
disponuntur,  ad  tanti  nos  culmen  regiminis  ellegit  et  sublimavit ,  nihil 
adeo  desideravìmus  ac  prosequuti  sumiis  prò  viribus,  quam  divinum  cul- 
tum,  ut  tenemur,  exaltare  et  ampliare.  Decet  enim  religiosum  principem 
in  primis  eterni  et  immortalis  dei  gloriam  extollere,  a  quo  non  vitam 
tantum,  sed  et  super  populum  suum  principatum  tenet.  Ideoque  ut  eius 
maiestati  prò  tantis  perceptis  beneficijs  gratiarum  partem  exhiberemus, 
nostrum  precipuum  studium  semper  fuit  in  ecclesias,  pia  loca  et  dei  cul- 
tores  operam  magnam  impendere.  Presertim  vero  religiosos  viros  omni 
reverentia  ac  devotione  prosequimur,  quos  amplius  deo  famulari,  prò 
nobis  ac  universo  statu  nostro  dominum  sanctis  precibus  orare^  verbis  et 
exemplis  populos  edificare  conspicimus,  eisque  prò  viribus  temporalia 
commoda  et  elemosìnarum  subsidia  elargimur,  ut  quietius  deo  vacare 
valeant,  et  nos  eorum  precibus  adiuti  divinam  misericordiam  ac  pecca- 
torum  nostrorum  remissionem  consequi  mereamur,  Inter  coeteros  vero 
propensiori  studio  et  ampliori  affectu  complectimur  ordinis  predicatorum 
fratres  de  observantia,  qui  presertim  degunt  in  conventu  sanctse  marise 
gratiarum  extra  portam  vercellinam  civitatis  nostre  mediolanensìs;  ex- 
perimur  enim  eos  iam  a  pluribus  annis  viros  religione,  sanctimonia,  doc- 
trina,  sinceritate,  pace  ac  omni  morum  honestate  polere;  qui  summo 
deo  omni  devotione  in  missarum  celebratione,  in  divinis  officiis  ac  sanctis 
cerimoniis,  in  assiduis  orationibus,  in  studiis  sacrarum  litterarum,  in  ieiu- 
niis,vigiliis,paupertatis  acpudicitiee  amore  sino  querelladeserviunt,quorum 
supplicationibus,  quas  prò  nobis  ac  universo  domìnio  nostro  incessanter 
ad  deum  fundunt,  confidimus  plurimum  adiuvari;  civitatem  vero  nostram 
ac  universum  populum  suis  predicationibus,  monitis,  consiliis,  confessio- 
num  audentia  et  exemplis  salutaribus  mirabiliter  sedificant.  Qua  propter 
hos  peculiariter  colìmus,  cum  bis  assidue  conversamur,  illum  sanctissi- 
mum  locum  precipue  ob  devotionem  ad  beatam  virginem  dei  genitricem 
et  sanctum  Dominicum  semper  frequentamus.  Defunctos  filios  nostros  et 
dilectissimam  consortem  nostram  illustrissimam  Beatricem  Estensem  ibi 
condidimus,  ubi  et  nos,  cum  deo  placuerit,  usque  ad  resurrectionis  tem- 
pus  requiescere  cupimus.  Et  ut  in  predicto  loco  dei  cultus,  sacrae  cerimo- 
nise,  theologiaB  ac  omnium  liberalium  artium  studium  solemniter  vigeant, 

Arch.  Stor.  Loinh.  —  An,  I.  3 


34  LODOVICO  MARIA  SFORZA 

utque  predicti  fratres  ultra  centenarium  numerum  in  eo  monasterio  com- 
mode ac  pacifice  degere  possint,  non  cessamus  continue  larga  manu  prò  vi- 
ribus  illa  conferre,  que  ad  omnia  predicta  opportuna  fore  iudicamus.  Me- 
morati nanque  monasterii  territorium  ex  nostro  viridario  et  alii  locis  ac 
domibus  circonstantibus  ampliavimus,  secclesiam  cum  capellis  erreximus, 
quam  et  ampliare  et  in  magnificam  ac  magis  excellentem  formam  rein- 
tegrare intendimus.  Capellam  maiorem  opus  insigne,  excelsum  ac  pre- 
clarum  cum  sacrastia  et  eius  claustro  adiacentibusque  officinis  multo 
sumptu  a  fundamentis  construximus,  ac  predicta  loca  picturis  sanctorum 
ac  pulcherrimis  tabulatis,  choro  et  aliis  tecis  armariisque  ad  res  sacras 
custodiendas  ornavimus.  Ad  decorem  quoque  ecclesisB  obtulimus  ex  ar- 
gento plura,  ac  donavimus  prefato  monasterio  qu8B  singillatim  memorare 
oportunum  ducimus,  videlicet  crucem  magnam  argenteam  super  monte 
argenteo  sitam,  cum  imaginibus  beatse  virginis  genitricis  dei,  evangelistse 
Johannis  ac  sanctee  Maria?  Magdalense.  Tabernaculum  argenteum  ma- 
gnum  prò  sacro  domini  corpore  deferendo.  Octo  candelabra  argentea 
ad  altare  majoris  capellae  exornandum.  Thurribulum  magnum  cum  navi- 
cula  et  cocleari,  omnia  ex  argento.  Pacem  solemnem  argenteam.  Bacillo 
cum  duabus  ampuUis  argenteis.  Situlam  argenteam  cum  aspersorio.  Tres 
calices,  unum  magnum,  reliquos  mediocres.  Aliam  quoque  crucem  argen- 
team cum  quatuor  aliis  candelabris.  Bacilla  cum  ampullis,  pace  et  uno 
calice  omnibus  argenteis  prò  ornatu  altaris  beatissimse  virginis  MarisB 
in  predicta  ecclesia,  ubi  nos  missam  audire  consuevimus.  Tertiam  etiam 
crucem  argenteam  in  processionibus  deferendam.  Fecimus  etiam  fieri 
octo  paramenta  preciosa  prò  ministris  altaris  et  capellse  maioris  prefatae^ 
que  predicto  monasterio  donavimus,  cum  camisiis,  stoUis  ac  aliis  perti- 
nentibus  ad  singula  paramenta.  Primum  paramentum  est  ex  auro  et 
serico  nigro  contextum  in  ricio  cum  columbinis  argenteis,  videlicet  pal- 
lium  altaris  cum  frontali,  casula,  cum  dalmaticis  ac  piviali  cum  suis  orna- 
mentis.  Aliud  est  ex  auro  et  serico  rubeo  ricio  mirabili  artificio  cum  duca- 
libus  contextum,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum 
suis  ornamentis.  Tertium  ex  auro  et  albo  plano  cum  leonibus  contextum 
scilicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum  ornamentis  suis 
Quartum  quoque  ex  auro  et  viridi  contextum  in  ricio  cum  semper  viva 
videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum  ornamentis  suis 
Sextum  de  voluto  carmesino,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico 
piviale  cum  ornamentis  suis.  Septimus  de  voluto  nigro  plano,  videlicet  pal- 
lium altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum  ornamentis  suis.  Octavum  de 
damasco  nigro,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum 
ornamentis  suis.  Pro  predictee  etiam  capellae  apparatu  dedimus  spaleriam 
unam  prò  presbiterio  cont^xt^m  ex  auro  ricio  et  nigro  cum  ducalibus. 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  35 

Alìam  etiam  de  veluto  nigro  plano  cura  ducalibus.  Palliotum  quoque  prò 
pulpito  parvo  ex  auro  ricio  et  azuro  contextum  cum  ducalibus.  Aliud 
etiam  palliotum  prò  eodem  ex  veluto  nigro  plano  cum  ducalibus,  et  aliud 
ex  damaschino  nigro;  duos  quoque  tapetes  magnos  cum  ducalibus,  adden- 
tes  aliud  palliotum  ex  auro  et  albo  contextum.  Donavimus  preterea  eidem 
ecclesise  unam  casulam  cum  pallio  altaris  ex  auro  et  cremesino  rasio 
contexta.  Singula  nihilominus  altaria  predictee  secclesiee  ornavimus  sin- 
gulis  palliis  siricis  cum  casulis  siricis  diversorum  colorum  prò  missis  par- 
vis  in  diversis  solemnitatibus  utendis  ad  honorem  dei  et  prò  salute  animsB 
nostrse  ac  consortis  dilectissima?.  Contulimus  preterea  ad  liberandum  pre- 
dictum  monasterium  ab  omni  obligatione  et  onere,  presertim  quod  habebat 
cum  abbatia  sancti  Ambrosii  in  nostra  urbe  sita.  Persolvimus  etiam  do- 
mum  adiacentem  capellee  maiori  et  fundum  prò  magna  parte,  ubi  fundata 
est  sacristia,  et  partem  orti  quse  protenditur  usque  ad  finem  dormitorii 
magni.  Pro vidimus  etiam  satis  habunde  quantum  predictorum  fratrum  mo- 
destia patitur  et  professio,  unde  post  futuris  temporibus  et  in  presenti 
victum  habeant  et  vestitum  ac  alia  etiam  vitse  necessaria.  Construxìmus 
duo  ampia  dormitoria  et  hospitium  cum  capitulo  studentum,  et  aliis  offi- 
cinis  reparavimus.  Ortum  eiusdem  monasterii  prò  magna  parte  cinximus. 
Suggerentibus  etiam  nobis,  Illustrissimus  quondam  Johannes  Galeaz  dux 
Mediolani  predecessor  ac  nepos  noster  donaverat  partem  vìridarii  nostri 
predicto  monasterio  sitam  inter  barbacanos  arcis,  facientem  angulum  ab 
uno  latore  ad  vineam  que  tenetur  per  Antonium  de  comite,  et  ab  altero 
latore  ad  ortum  predictorum  fratrum  versus  occidentem,  quee  est  longitu- 
dinis  brachiorum  quadringentorum  et  sexdecim  vel  circa.  Idem  quoque 
dux,  suggerentibus  nobis,  donaverat  predicto  monasterio  aliam  partem 
viridarii  versus  occidentem,  quae  sita  est  post  infirmariam  predicti  mona- 
sterii inter  alveum  novum  et  bona  Ambrosii  de  Ferrariis  ac  fratrum  eius, 
cuius  partismensura  est  tabularum  octo  et  perticarum  sexdecim  cum  dimi- 
dia,  de  quibus  extant  litterae  patentes  eiusdem  manu  nostra  subscriptse. 
Sed  quia  predicta  non  erant  in  potestate  predicti  Ducis,  presertim  quia 
precium  non  erat  solutum  bis  qui  primitus  tales  fundos  possederant,  ne 
prenominatis  fratribus  ac  monasterio  scrupulus,  lis  aut  perturbatio  orìan- 
tur  occasione  predictarum  partium  viridarii,  nos  qui  plenam  super  bis  po- 
testatem  habemus,  precipue  qui  de  precio  dominìs  satisfecimus,  predictas 
donationes  prefato  monasterio  libere  confirmamus,  ac  de  novo  predictas 
duas  partes  viridarii  conferimus  et  donamus.  Concessit  etiam  predictus 
dux  Johannes  Galeaz,  nobis  suggerentibus,  fratribus  ac  monasterio  pre- 
fatis  facultatem  utendi  aquis  viridarii  nostri  ad  irrigandum  ortum  suum, 
ac  licentiam  deducendi  per  quoscunque  rivos  nostri  viridarii  quandam 
quantitatem  aquse  dicto  monasterio  ex  testamento  quondam  domini  Alo- 


36  LODOVICO  MARIA  SFORZA 

visii  Càgnolse  legatam;  quarum  aquarum  facultatem  ac  licentiam  prefato 
monasterio  confirmamus,  et  de  novo  in  perpetuum  concedimus.  Insuper 
partem  aliam  fundi  perticarum  trium  et  tabularura  XXI,  quam  emimus 
a  Francisco  et  fratribus  de  Ferrariis,  qu8B  sita  est  a  parte  occidentali 
orti  dictorum  fratrum  inter  alveum  novum  nostri  viridarii  a  parte  sep- 
temtrionali,  et  inter  alia  bona  predictorum  de  Ferrariis  a  parte  australi, 
et  quse  ab  occidente  habet  prò  termino  alveum  novum,  per  presentes  in 
perpetuum  dicto  monasterio  ac  fratribus  prò  salute  animse  nostrae  ellar- 
gimur.  Predicta  igitur  omnia  et  singula  prefato  monasterio  ac  fratribus 
sanctsB  Marise  de  gratiis  obtulimus  et  offerimus,  ac  perpetuo  dono  sub 
elemosinae  titulo  in  redemptionem  animse  ac  peccatorum  nostrorum  et  di- 
lectissimse  Beatricis  quondam  consortis  nostrse  donavimus  ac  donamus,  et 
per  presentes  damus  ac  concedimus,  plura  etiam  facturi,  dante  et  favente 
deo  optimo  et  vita  comite.  Harum  etiam  serie  ex  certa  scientia  et  ex  no- 
strae  plenitudine  potestatis  eiusdem  monasterii  priorem  et  fratres  prò  se 
ac  bonis  omnibus,  et  rebus  ad  usum,  victum,  vestitum  et  hedificiis  eorum 
necessariis  a  quibuscumque  datiis,  pedagiis,  gabellis,  imbotaturis,  fundis 
navium,  et  specialiter  a  datiis  masinsB  et  cathena)  ac  navigiorum  novo- 
rum,  ceterisque  oneribus  ordinariis  et  extraordinariis,  que  quovis  modo  dici, 
exeogitari  et  in  posterum  imponi  possent  ubique  locorum  in  toto  nostri 
dominii  territorio,  immunes  facimus  ac  liberos  reddimus  pariter  et  exemp- 
tos.  Mandantes  regulatoribus  ac  magistris  reddituum  et  vectigalium  no- 
strorum ordinariorum  et  extraordinariorum,  et  universis  ac  singulis  offi- 
cialibus  et  subditis  nostris,  ad  quos  spectat  et  spectabit  quomodolibet  in 
futurum,  quatinus  has  nostras  immunitatum,  exemptionum  et  concessionum 
ac  donationum  perpetuo  ac  firmiter  valituras  observent  in  omnibus  ac  per 
omnia,  et  faciant  inviolabiliter  observari  sub  indignationis  nostrse  pena. 
Supplemus  etiam  omni  defectui  solemnitatis,  quse  in  bis  presentibus  do- 
nationibus  et  concessionibus  nostris  fuisset  servanda,  aliquibus  decretis, 
statutis,  ordinibus,legibus,  provisionibus  et  aliis  in  contrarium  facientibus 
non  attentis,  etiam  si  talia  forent,  quorum  in  individuo  specialis  ibi  fa- 
cienda  fuisset  mentio,  quibus  omnibus  in  hac  parte  derogamus  ac  dero- 
gatum  esse  volumus.  Tanta  est  insuper  animi  nostri  devotio  et  singularis 
ad  predictum  raonasterium  et  fratres  affectus,  ut  quoadusque  vitam  age- 
mus,  ad  omnia  predicta  longe  malora  superaddere  disponamus.  Rogamus 
autem  dominum  iesum  christum  omnium  salvatorem,  ut  grata  sit  in  eius 
servos  devota  voluntas  nostra,  et  acceptabilis  sibi  fiat  nostrarum  elemosi- 
narum  oblatio,  digneturque  merito  sacrse  passionis  susb  et  intercessione 
immaculataB  genitricis  suae  Mariee  -ac  sancti  Dominici,  sancti  Petri  mar- 
tiris,  sancti  Thomas  de  aquino,  sancti  Yincencii  confessoris,  sanctae  Cathe- 
rinae  senensis  et  omnium  sanctorum  nec  non  orationibus  predicatorum 


E  IL  CONVENTO  BI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  37 

fratrum  culpas  nobis  remittere,  augere  merita,  filios  nostros  conservare, 
donare  pacem,  concedere  tranquillam  dirrectionem  et  gubernationem  do- 
mimi nostri  ac  populorum  nobis  subditorum,  animas  dilectissima?  quondam 
consortis  nostreo  Illustrissimae  Beatricis  Estensis  liberorumque  ac  paren- 
tum  nostrorum  in  eternam  requiem  suscipere,  et  nos  post  hanc  vitam  in 
celis  inter  reges  sanctos  ac  principes  populi  sui  prò  sua  piotate  collocare. 
Oramus  etiam  predictosfratres  presentes  et  in  posterum  perpetuo  futures, 
ut  grata  habeant  hsec  dona  nostra,  et  missarum,  orationum,  ieiuniorum, 
abstinentiarum  et  aliorum  sanctorum  operum  ac  meritorum  suorum  nos 
habeant  participes.  Obsecramus  denique  et  hortamur  eos,  qui  in  hoc 
dominio  post  nos  disponente  deo  venturi  sunt  principes,  ut  exemplo  no- 
stro pariter  et  intuitu  predictum  monasterium  cum  fratribus  colant,  di- 
ligant  et  omni  favore  prosequantur,  permittantque  libere  eos  omnia  per 
nos  concessa  possidere,  ac  prò  libito  uti  sìne  ulla  querella,  et  ad  nostra 
munera  sua  etiam  addere,  scientes  quia  in  iis  qui  principantur,  nihil  adeo 
ad  culparum  remissionem,  ad  cumulanda  merita,  ad  statuum  suorum  tu- 
tellam  ab  omnibus  adversis  proficuum  est,  quam  cum  iusticia  pietas  in 
omnes,  maxime  in  servos  christi.In  quorum  omnium  testimonium  et  robur 
presentes  scribi  fecimus,  et  nos  propria  manu  subscripsimus,  ac  sigillo 
nostro  Ducali  pendente  munivimus.  Datum  Mediolani  die  quarto  decem- 
bri s  Mcccclxxxxvij. 

Ludovicus  M.^  subscripsit.  B.  Chalcus. 


(L.  T.)  Ego  Ambrosius  Spanzota  fìlius  quondam  Azonis  civitatis 
Mediolani  porte  Yercelline,  parochie  sancte  Marie  pedonis,  publicus  im- 
periali auctoritate  notarius,  suprascriptas  litteras  tenoris  antescripti  ab 
originali  earum  extractas  cum  infrascripto  Aloisio  de  comite  notarlo 
infrascripto,  et  originali  earum  manu  propria  prelibati  Illustrissimi  prin- 
cipis  et  B.  Chalcus  subscriptas,  et  eius  ducali  sigillo  pendente  in  cera 
alba  munitas  examinavi,  et  quia  addito  tamen  verbo  videhcet  nostris  in 
gloxa  posito  cum  ipso  originali  concordare  inveni,  ideo  in  premissorum 
omnium  fìdem  me  subscripsi,  signumque  meum  tabelionatus  consuetum 
anteposui  sub  die  octavo  mensis  julii  1499. 

(L.  T.)  Ego  Aluisius  de  Comite  fìlius  domini  Francisci  civitatis  Me- 
diolani porte  ticinensis,  parochie  sancti  Laurentii  maioris  foris,  pubbli- 
cus  imperiali  auctoritate  notarius,  suprascriptas  litteras,  etc,  etc. 

Omissis. 


38  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


(L.  T.)  Ego  Bonifortus  Gira  filius  quondam  domini  Georgii  porte  ti- 
cinensis,  parochie  sancti  Viti  Mediolani,  publicus  imperiali  auctoritate 
notarius,  prefatas  litteras,  etc,  etc. 

Omissis. 

Ego  Franciscus  de  Burris  filius  quondam  domini  Rainaldi  porte  tici- 
nensis,  parochie  sancti  Viti  Mediolani,  publicus  imperiali  auctoritate 
notarius,  prefatas  litteras,  etc,  etc. 

Omissis. 

(L.  T.)  Ego  Franciscus  de  Regnis  filius  quondam  domini  Ambrosii 
porte  ticinensis,  parochie  sancti  Alexandri  in  Zebedia  Mediolani,  publi- 
cus imperiali  auctoritate  notarius,  prefatas  litteras,  etc,  etc. 

Omissis. 


(L.  T.)  Ego  Kicolaus  de  Giris  filius  domini  Boniforti  porte  ticinensis, 
parochie  sancti  Viti  Mediolani,  publicus  imperiali  auctoritate  notarius, 
prefatas  litteras,  etc,  etc. 

Omissis. 


PROGETTO  DI  DECRETO 

A  FAVORE  DEL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE. 

Frater  Vincentius  de  Castronovo  Ordinis  Predicatorum  humilis  Sacrse 
Theologise  professor,  Conventus  sancte  Marie  gratiarum  in  suburbani s 
mediolani  extra  portam  Vercelinam  Prior  immeritus.  Universis  fratri- 
bus  eiusdem  ordinis  presentibus  et  futuris  has  litteras  inspecturis,  sa- 
lutem  et  religionis  ac  observantie  regularis  incrementum.  Omnipotens 
et  clementissimus  Deus  universam  ecclesiam  suam,  ac  in  ea  precipue 
sue  maiestatis  servos  viros  religiosos  spiritualibus  semper  fovet  auxiliis, 
et  temporalibus  non  desinit,  quantum  opus  est,  subsidiis  adiuvare.  Pri- 
mum  credimus  fieri  per  angelos  bonos,  quorum  sancto  ministerio  illu- 
"minationes,  consolationes  ac  tutelle  spirituales  peraguntur;  aliud  vero 
per  homines  ut  plurimum,  precipueque  per  religiosos  principes  domino 
inspirante  confertur.  Hi  sepe  numero  ex  devotione  et  spe  consequendi 
orationum  sufragia  et  spiritualia   merita  a  viris   sanctis  divino  servi- 


E  Ih  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  3^ 

tio  mancipatis  favoribus  suis,  benevolentia,  elemosinis  ac  aliis  tempo- 
ralìbus  auxiliis  atque  benefìciis  religiosos  ipsos  defendunt  ab  omnibus 
perturbantibus,  alunt  facultatibus  suis^  sacra  studia  colunt,  monasteria 
et  ecclesias  fabricant  et  reparant,  et  omnibus  ornamentis  et  iis  que  ad 
sacra  rainisteria  sunt  necessaria,  muniunt.  Religionem  nostram,  preser- 
tim  congregationem  lombardie  observantie  regularis ,  a  regibus,  ducibus, 
principibus  et  comunitatibus  italisB  conservatam,  adiutam,  dilatatam  et 
quodamodo  nutritam  novimus;  sed  inter  omnes  temporibus  istis  illu- 
strissimus  ac  excellentissimus  dominus  Dux  Ludovicus  Maria  Sfortia 
anglus  Dux  inclitus  medìolani  huic  nostre  religioni  et  conventui  veluti 
sol  quidam  effulsisse  videtur,  et  tamquam  angelus  nobis  de  celo  missus. 
Ipso  enim  veluti  alter  David  ex  omnibus  fratribus  legiptime  ad  ducatum 
divinitus  electus  et  ab  imperatore  confirmatus,  dedit  confessionem  lau- 
dis  creatori  et  deo  excelso  in  verbo  glorie;  amplificavit  enim  domum 
nostram,  ortulos  dilatavit,  et  ad  eos  irrigandos  facultatem  utendi  aquis 
sui  viridarii  gratiose  concessit;  capellam  maiorem  opus  insigne,  excel- 
sum  et  preclarum  cum  reliqua  parte  templi  mirabili,  stupendo  et  orna- 
tissimo  artificio  construxit,  sacrestiam  et  eius  claustrum  cum  adiacen- 
tibus  officinis  magnifico  sumptu  a  fundamentis  errexit,  fabricavit  capitulum 
stupendum,  et  admirabile  hospitium  cum  capitulo  studentium  reparavit; 
duo  dormitoria  ampia  cum  infirmarla  et  cameris  hospitum  aliisque  of- 
ficinis hedificavit.  Refectorium,  sacrarium  ac  oratorium  picturis  pulcher- 
rimis  decoravit,  ac  predicta  loca  magnificis  tabulatis,  choro  et  aliis  tecis 
armariisque  ad  res  sacras  custodiendas  perornavit,  ceterasque  partes 
monasteri!  tanta  compositione  disposuit,  ut  non  iam  fratrum  sed  prin- 
cipum  domus  regia  esse  videatur.  Dedit  preterea  in  missarum  et  divi- 
norum  ofiiciorum  celebratione  maximum  decus,  et  larga  manu  centum 
fratribus  clericis  vite  necessaria  subministravit,  statuens  annis  singulis 
duorum  millium  ducatorum  elemosinam  eis  infalabiliter  (sic)  debere  con- 
ferri, ut  sacrse  tlieologise  ac  omnium  liberalium  artium  studiis  incombant, 
cerimoniis  observantie  regularis  invigilent,  orationibus,  meditationibus 
ac  spiritualibus  exercitiis  vacent,  et  laudent  in  ecclesia  nomen  sanctum 
Domini,  amplificentque  die  ac  nocte,  mane  et  vespere  summi  dei  maie- 
statem.  Ad  decorem  quoque  ecclesie  obtulit  munifìcentia  regia  argentea 
vasa  quam  plurima  prò  altaris  et  capello  ministerio,  videlicet  crucem 
magnam  argenteam  super  monte  argenteo  sitam,  cum  crucifixo  et  ima- 
ginibus  beatissime  virginis  genitricis  dei,  evangeliste  Johannis  ac  sancte 
Marie  magdalene;  tabernaculum  argenteum  magnum  prò  sacro  domi- 
nico  corpore  defferend5;  octo  candelabra  argentea  ad  altare  maioris 
capello  exornandum.  Thuribulum  argenteum  magnum  cum  navicula 
et   cocleari,  omnia  ex  argento.   Pacem  solemnem  argenteam.   Bacillo 


40  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


cum  duabus   ampulis  argenteis.   Situlara   argenteam   cum   aspersorio, 
tres  calices  argenteos,  unum  magnum,  reliquos  mediocres.  Aliam  quo- 
que crucem  argenteam  in  processionibus  defferendam.  Tertiam  etiam 
crucem  parvam  argenteam  cum  quatuor  aliis  candelabris,  badila  cum 
ampullis,  pace   et  uno   calice,   omnibus   argenteis,  prò   ornatu  altaris 
beatissime  virginis,  ubi  missam  audire  sua  excellentia  consuevit.  Con- 
tulit  etiam  multa  et  varia  preciosissima  paramenta  auro,  argento  seri- 
coque  intexta,  cum  camixiis  perornatis,  manipolis,  stolis  ac  aliis  per- 
tinentibus  ad  singula  paramenta;  quibus  in  diversis   festivitatibus   et 
ministri   omnes   cum   acollitis,   thuribulario   et   crucif erario    et   altaria 
ornatissimo  et  faustissimo  apparatu  vestiuntur.  Primum    siquidem  pa- 
ramentum  ex  auro  et  serico  nigro  contextum  in  ricio  cum  columbinis 
argenteis,  videlicet  pallium  altaris  cum  frontali,  casula  cum  dalmaticis 
ac  piviali  cum  suis  ornamentis.  Aliud  est  ex  auro  et  serico  rubeo  ricio 
mirabili  artificio  cum  ducalibus  contextum,  videlicet  pallium  altaris,  ca- 
sula, dalmatico,  piviale  cum  suis  ornamentis.  Tertium  ex  argento  et  serico 
azuro  in  ricio  cum  moraliis  contextum,  videlicet  pallium  altaris,  casula, 
dalmatico,  piviale  cum  ornamentis  suis.  Quartum  ex  auro  et  serico  viridi 
contextum  in  ritio  cum  semperviva,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dal- 
matico, piviale  cum  suis  ornamentis.  Quintum  ex  auro  et  serico  albo  plano 
cum  leonibus  contextum,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  pi- 
viale cum  suis  ornamentis.  Sextum  ex  aurea  tella  intextum  loco  eius,  quod 
in  honorem  apostolorum  facere  disposuerat,  videlicet   pallium  altaris, 
casula,   dalmatico,  piviale   cum    suis    ornamentis.  Septimum  de  voluto 
cremexino  plano,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum 
ornamentis  suis.  Octavum  de  voluto  nigro  plano,  videlicet  pallium  al- 
taris, casula,  dalmatico,  piviale  cum  suis  ornamentis.  Nonum  de  dama- 
sco nigro,  videlicet  pallium  altaris,  casula,  dalmatico,  piviale  cum  suis 
ornamentis.   Pro   predicte    etiam    capello    apparatu   donavit   spaleram 
unam  prò  presbiterio,  contextam  ex  auro  et  serico  nigro  ricio,  ducalibus 
magnificis  ornatam.   Aliam  etiam  de  voluto  nigro  plano  pulcherrimis 
ducalibus  ornatam.  Palliotum  quoque  dedit  prò  pulpito  parvo  ex  auro 
et  serico  ricio  azuro  contextum  cum  ducalibus.  Aliud  etiam  palliotum 
ex  auro  et  serico  rubeo  cum  ducalibus  contextum.  Tertium  etiam  pal- 
liotum ex  auro  et  serico  albo  plano  contextum  ducalibus  ornatum.  Quar- 
tum palliotum  contulit  ex  voluto  plano   cremexino.    Quintum    quoque 
palliotum  ex  voluto  nigro  plano  ducalibus  ornatum  dedit.  Sextum  vero 
palliotum  ex  damaschino  nigro  ducalibus  ornatum.  Contulit  etiam  prò 
ornatu  altaris  sancti  Ludovici  pallium  unum  pulcherrimum  cum  pianeta 
ex  auro  et  serico  morello  in  ricio  cum  fanalibus  contextum.  Dedit  et 
prò  ornatu  altaris  sancte  Beatricis  aliud  pallium  solemnissimum    cum 


E  IL  COxWENTO   DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  41 

pianeta  ex  auro  et  serico  rubeo  in  ricio  cum  buratis  intextum.  Tertium 
etiam  pallium  magnificum  cum  pianeta  ex  auro  et  serico  morello  in  ricio 
cum  serraturis  intextum  dedit  prò  ornatu  altaris  sacristie.  Contulit  etiam 
prò  ornatu  altaris  beate  virginis  pallium  unum  pulchrum  cum  pianeta 
ex  auro  et  serico  rubeo  plano  intextum.  Aliud  etiam  pallium  cum  pianeta 
veluti  nigri  cum  ornamentìs  panni  auri  cremexini  in  ricio,  aliud  etiam 
pallium  cum  pianeta  damaschini  nigri  cum  ornamentis  brochati  argenti 
cremexilis  plani.  Aliud  etiam  pallium  cum  pianeta  ex  auro  et  serico 
viridi  plano  intexta.  Contulit  etiam  prò  ornatu  cadeletì  funeralis  pallium 
unum  magnum  in  quatuor  petiis  ex  auro  et  serico  rubeo  in  ricio  cum 
ducalibus  intextum.  Singula  nihilominus  aitarla  predicte  ecclesie  ornavit 
singulis  palliis  sericis,  cum  casulis  sericis  diversorum  colorum  prò  missis 
parvis  in  diversis  solemnitatibus  utendis  ad  honorem  dei  et  genitricis 
eius,  et  prò  salute  anime  sue  ac  dilectissime  consortis;  contulit  preterea 
ad  liberandum  monasterium  nostrum  ab  omni  censu  et  obbligatione,  quam 
habebat  cum  abatia  sancti  Ambrosi!.  Persolvit  etiam  domum  adiacen- 
tem  capello  malori  et  fundum  prò  magna  parte,  ubi  fundata  est  sacristia, 
et  partem  orti  que  protenditur  usque  ad  finem  magni  dormitori!.  Tanta 
insuper  devotione  et  dilectionis  affectu  nos  complectitur,  ut  mirandi s 
operibus  ostendat  se  de  nobis  tamquam  de  carissimis  filiis  continue 
cogitare;  unde  non  solum  per  italiam,  verum  etiam  apud  principes  et 
populos  exterarum  gentium  cum  ingenti  admiratione  tante  relìgionis  et 
pietatis  sue  erga  nos  gloria,  honor  et  magnificentia  percrebuit.  Nam 
cum  plurimi  mediolanenses  duces  predecessores  sui  cum  consortibus  et 
liberis  suis  in  domicilio  huius  urbis  tumulari  soleant,  religiosus  princeps 
iste,  qui  in  omni  corde  suo  semper  laudavit  deum,  ut  servos  suos  magni- 
ficaret  et  honoraret,  primo  liberos,  deinde  dilectissimam  consortem  Illu- 
strissimam  Beatricem  Extensem  in  maiori  ecclesie  nostre  capella  condi 
fecit,  in  qua  magnifico  preparato  sepulcro  ipso  quoque,  cum  summo  deo 
placuerit,  requiescere  usque  ad  resurectionis  tempus  disposuit.  Tantus  est 
preterea  erga  nos  favor  suus,  ut  quicquid  in  romana  curia  aut  suo  do- 
minio vel  quocunque  alio  loco  prò  honore,  prò  conservatione,  prò  pace, 
prò  augmento  relìgionis  nostre  opportunum  esse  iudicaverit,  non  litteris, 
non  laboribus,  non  impensis  parcat,  ut  id  cum  effectu  consequi  valeamus. 
Tam  dulci  conversatione  nobiscum  degit,  ut  non  dicam  crebro,  sed  quasi 
semper  nobiscum  sit,  nobiscum  confabuletur^  de  omnibus  inferroget,  om- 
nes  specialiter  agnoscat  et  diligat.  Tanta  insuper  est  erga  nos  sua  fidu- 
tia,  ut  non  vereatur  in  conventu  nostro  diutìus  sepe  numero  non  multa 
societate  vallatus  famihariter  morari,  et  domestico  nobiscum  cibos  capere 
et  convivari.  Crebro  nobis  et  aliis  retulit  non  posse  satiari ,  sed  sibi 
plurimum  fore  delectabile  in  monasterio  nostro  esse,  nos  inspicerC;  de 


42  LODOVICO  MARIA  SFORZA 

nobis  cogitare,  et  quomodo  nobìs  bona  conferat  et  complaceat  meditari. 
Laudes  nostras  summo  gaudio  audit,  admiratur  et  extoUit,  et  aliis  non 
solum  Yerbis  sed  et  litteris  enuntiat.  Nusquam  legimus  nec  experti  su- 
mus  in  alio  principe  tantam  erga  nos  benivolentiam,  fidem  et  pietatem, 
ut  in  isto  augustissimo  et  nobilissimo  duce  in  dies  magis  ac  magis  sen- 
timus,  ut  non  iam  dominus  inter  nos,  sed  quasi  omnium  nostrum  parens 
ac  pene  unus  ex  nobis  esse  videatur.  Et  super  bis  omnibus  excellentia 
sua  religiosa  ac  deum  ex  toto  corde  diligens,  non  temporalem  a  nobis 
retributionem,  non  humanas  laudes,  non  mundi  glorìam  inquirit,  sed  dei 
misericordiam  et  clementiam,  quam  intercessione  beate  virginis  marie 
advocate  nostre,  sancti  dominici  patris  nostri,  ac  orationum  nostrarum 
suffragiis  invenire  confidit.  Qua  propter  tam  religiosissimi  et"  piissimi 
principis  devotioni,  dilectioni  ac  benefitiis  volentes  quales  possumus 
habere  gratias,  et  quales  valemus  vices  rependere,  ut  etiam  in  perpe- 
tuum  tante  religionis  et  munificentie  erga  nos  memoria  derivetur  ad  po- 
steros  nostros,  convocatis  patribus  et  fratribus  huius  conventus  predicta 
omnia  eis  exposui,  ac  multo  plura,  que  sigilatim  (sic)  exprimere  litteris 
nequimus.  Qui  primo  maxime  et  immortali  deo  et  buie  excellentissimo 
et  humanissimo  Duci  tamquam  parenti  et  domino  prò  tanta  erga  nos 
piotate  ac  largitate  immensas  gratias  reddiderunt,  demum  non  haben- 
tes  quid  tantis  benefitiis  dignum  aliud  rependerent,  spontanea  voluntate 
una  mecum  obtulerunt  se  prò  sua  excellentia  ac  eius  illustrissima  con- 
sorte suisque  omnibus  iuges  et  quas  poterunt  devotas  ad  Dominum  om- 
nium redemptorem  preces  fundere,  statueruntque  una  mecum  prò  ani- 
mabus  ipsorum  per  fratres,  qui  nunc  in  hoc  conventu  sunt  et  qui  in 
posterum  erunt,  in  perpetuum  infrascripta  suffragia  debere  persolvi. 
Volumus  igitur  et  ordinamus  imprimis,  quod  perpetuis  temporibus  in 
singulis  missis  una  comunis  dicatur  collecta  prò  felici  statu  sue  excel- 
lentie  et  filiorum,  et  prò  anima  quondam  Illustrissime  Beatricis  consortis 
sue  ac  animabus  liberorum  et  parentum  suorum  et  etiam  ipsius,  cum  ex 
hac  luce  migraverit.  Item  quod  singulis  diebus  perpetuis  temporibus 
septem  misse  celebrentur  prò  anima  prefate  illustrissime  Ducisse,  et 
totidem  prò  sua  Excellentia  in  vita  pariter  et  in  morte.  Item  quod  sin- 
gulis septimanis  feria  tertia  dicantur  prò  anima  prefate  Ducisse  misse 
S.  Gregorii,  et  per  quatuor  fratres  totum  officium  mortuorum  persolvatur. 
Item  quod  quolibet  mense  tertia  die  mensis  celebretur  unum  solemne  of- 
ficium cum  toto  officio  mortuorum,  et  ea  die  quilibet  conversus  dicat 
quinquaginta  pater  noster  et  totidem  ave  maria.  Semel  etiam  in  anno 
celebretur  unum  solemnissimum  anniversarium  cum  toto  officio  mortuo- 
rum, et  per  quemlibet  conversum  dicantur  centum  pater  noster  et  toti- 
dem ave   maria.   Item  quod  singulis  diebus,  quando   dicitur   officium 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  43 


mortuorum  prò  fratribus  et  benefactoribus  nostris,  dicatur  una  collecta 
in  ipso  officio  prò  anima  prefate  ducisse,  et  post  mortem  ipsius  ducis  una 
comunis  utrisque.  Cum  autem  placuerit  divine  maiestati  animam  huius 
excellentissimi  Ducis  ad  se  vocarO;  volumus  imprimìs  in  omnibus  et  per 
omnia  prò  eius  anima  illa  suffragia  debere  persolvi,  que  prò  generali 
magisterio  totius  ordinis  defuncto  fieri  solent,  ut  videlicet  quousque  eius 
corpus  traditum  fuerit  sepulture,  fratres  psalterium  legant  et  alia  officia 
dicant,  solemnem  missam  celebrent  cum  toto  officio  mortuorum.  Demum 
quilibet  sacerdos  teneatur  tres  missas  celebrare,  et  quilibet  clericus  to- 
tum  psalterium  legere,  et  quilibet  conversus  quingenta  pater  noster  et 
totidem  ave  maria  dicere.  Postea  conventus  singulis  diebus  perpetuis 
temporibus,  ut  dictum  est,  prò  eius  anima  septem  missas  celebrabit,  et  ea 
die  qua  ex  hac  luce  migrabit,  misse  S.  Gregorii  dicentur,  et  per  qua- 
tuor  fratres  totum  officium  mortuorum  persolvetur.  Singulo  quoque  mense 
unum  solemne  officium  cum  toto  officio  mortuorum  per  conventum  ce- 
lebrabitur,  et  per  quemlibet  conversum  quinquaginta  pater  noster  et 
totidem  ave  maria  dicentur,  ac  prostremo  singulis  annis  solemnissimum 
anniversarium  decantabitur  cum  toto  mortuorum  officio,  et  eadem  die 
quilibet  frater  conversus  centum  pater  noster  et  totidem  ave  maria  dicet. 
Insuper  et  ego  quoque  autoritate,  qua  ratione  prioratus  huius  monasterii 
funger,  omnium  patrum  ac  fratrum  accedente  consensu,  prò  tanto  dile- 
ctionis  affectu,  prò  tot  elemosinis,  prò  tam  amplis  sue  erga  nos  devotionis 
inditiis,  primum  excellentissimum  ducem  Ludovicum,  cum  Illustrissima 
quondam  sua  consorte  Beatrice  et  liberis  tam  vivis  quam  defunctis,  ac- 
cepto  ad  participationem  omnium  officiorum  et  divinarum  laudum,  devo- 
tarum  orationum  et  meditationum,  sanctorum  studiorum  etpredicationum, 
ieiuniorum  et  abstinentiarum,  vigiliarum  et  peregrinationum,  penitentia- 
rum  et  obedientiarum,  mortificationum  et  disciplinarum  ac  omnium  hono- 
rum, que  in  comuni  vel  particulari  per  omnes  nos  fratres,  ac  per  eos  qui 
in  perpetuum  post  nos  in  eodem  conventu  futuri  sunt,  gratia  redemptoris 
copiosissime  fieri  continget.  Specialiter  autem  predictos  omnes  volumus 
esse  participes  illius  excellentissimi  sacrificii,per  quodquottidie  immola- 
mus  deo  patri  illud  sacratissimum  corpus,  quod  dei  filius  traxit  ex  vir- 
gine,  quod  pependit  in  cruce,  quod  resurrexit  ex  mortuis,  quod  ascendit 
in  celis,  quod  denique  ad  dexteram  patris  gloriosissime  residet;  illius 
inquam  preciosissimi  sacramenti  volumus  eos  esse  participes,  per  quod 
meritum  passionis  christi,  quod  infiniti  non  dubitamus  esse  valoris,  in 
singulis  missis  eterno  deo  vivo  et  vero  offertur  prò  satisfatione  et  re- 
demptione  illarum  animarum,  quibus  per  intentionem  offerentium  appli- 
catur,  hostiam  siquidem  puram,  hostiam  sanctam,  hostiam  immaculatam, 
hostiam  tam  vìvorum  quam  mortuorum  redemptionis  efficacem,  eorum 


44  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


videlicet,  quos  altitudo  divini  consilii  redimendos  fore  prescivit  et  pre- 
destinavit  modis  atque  temporibus,  quibus  id  fieri  congruebat.  Obsecra- 
mus  autem  divinam  clementiam  et  eius  immensam  bonitatem,  ut  que  erga 
prefatum  excellentissimum  Ducem  et  suos  omnes  unanimiter  decrevimus 
et  ordinavimus,  ratum  in  conspecto  suo  habere  et  confirmare,  et  que  pe- 
nurie et  angustie  meritis  nostris  desunt,  sua  dignetur  bonitate  supplere, 
ne  votum  et  desiderium  nostrum  vacuum  sit  et  inane.  Oro  insuper  eius 
piissimam  misericordiam,  ut  merito  passionis  et  sanguinis  unigeniti  filii 
sui  domini  nostri  iesu  christi,  et  intercessione  sanctissime  dei  genitricis 
marie  ac  beatissimi  patris  nostri  dominici,  sancti  petri  martiris,  sancti 
thome  de  aquino^  sancti  vincentii  confessoris,  sancte  Catherine  de  senis 
et  omnium  sanctorum  celestis  curie,  humilibusque  supplicationibus  nostris 
religioso  et  glorioso  duci  nostro  remittat  culpas,  gratiam  conferat,  augeat 
merita,  ab  omni  peccato  custodiat,  adiiciat  vitse  suee  plurimos  dies,  ca- 
stimonia, iustitia,  sapientia  et  piotate  ad  populos  suos  digne  gubernan- 
dos  impleat,  pacem  et  tranquilitatem  donet,  eum  in  universa  terra  glo- 
riosum  reddat,  liberos  incolumes  conservet,  ab  omni  adversitate  custodiat, 
et  post  huius  vite  cursum  plenum  bonis  et  sanctis  operibus  in  eternam 
beatitudinem  suscipiat,  et  inter  reges  sanctos,  inter  principatus  et  domina- 
tiones  eum  perpetuo  regnaturum  coUocet;  animas  quoque  Illustrissime 
quondam  sue  consortis  Beatricis  ac  filiorum  suorum  defunctorum  ac 
parentum  in  beatam  paradisi  requiem  inter  sanctos  et  electos  suos  be- 
nignissime  recipiat.  Precamur  nihilominus  omnes  presentes  et  qui  in 
hoc  monasterio  futuri  sunt  fratres,  qui  has  litteras  nostras  inspecturi 
sunt,  ut  memoriam  tanti  principis  eum  omni  laude  et  benedictione  reco- 
lant,  et  prò  anima  ipsius  ac  animabus  consortis,  liberorum  et  parentum 
suorum  orationes  fundant,  missas  celebrent  et  divinam  clementiam  de- 
votissime implorent,  quatenus  de  immenso  pelago  infiniti  meriti  passionis 
christi,  quod  per  sacrificium  omnium  predictarum  missarum  intendimus 
ad  liberationem  prefatarum  animarum  applicare,  considerata  nostra  pia 
intentione  et  tanti  principis  devota  elemosinarum  largiiione,  tantum 
dignetur  acceptare,  quantum  ad  plenam  earum  satisfationem  et  redem- 
ptionem  sua  maiestas  iudicaverit  expedire,  ut  luce  claritatis  eterne 
perfrui  et  visionem  perpetue  felicitatis  consequi  celeriter  mereantur. 
Prestante  domino  nostro  iesu  christo,  qui  eum  deo  patre  vivit  et  regnat 
deus  benedictus  in  secula.  In  quorum  omnium  fidem,  robur  et  testimo- 
nium  presentes  ad  perpetuam  rei  memoriam  fieri  fecimus,  et  sigilli  no- 
stri sancte  Marie  gratiarum  Mediolani  impressione  muniri. 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  45 


INVENTARIO. 

Inventarium  argenteorum  et  paramentorum,  quse  donata  sunt  per  II- 
lustrissimum  et  Excellentissimum  Ludovicum  Mariani  Sfortiam  Anglum 
Mediolani  ducem  ecclesie  sancte  Marie  gratiarunx  in  suburbiis  porte  ver- 
celline  mediolani. 

Pro  altari  maiori. 

Primo.  Crux  una  magna  argentea  ciim  pede  ad  instar  unius  mentis, 
in  quo  sunt  tres  figure,  videlicet  beate  virginis  Marie,  sancte  marie  mag- 
dalene  et  sancti  iohannis  evangeliste,  super  crucera  autem  solus  chri- 
stus  cum  quadam  capseta  in  pede  prò  condendis  reliquiis.  Ponderis 
onc.  Dxx,  donar,  xii. 

Item  tabernaculum  unum  argenteum  desuper  aurafcum  prò  corpore 
Christi  deferendo,  in  quo  sunt  tres  figure,  videlicet  sancti  Dominici  et 
sancti  petri  martiris,  et  in  summitate  eius  figura  Christi  resurgentis,  et 
est  onc.  CLXYiiii,  donar  xv. 

Item  calix  unus  magnus  totus  argenteus  cum  patena  deauratus,  cum 
quatuor  figuris  in  pomo,  videlicet  evangelistarum,  in  pede  vero  quatuor 
niellos:  in  uno  figura  sancti  petri  martiris,  in  alio  sancti  vincentii,  in 
tertio  Ducale  mediolani,  in  quarto  Ducale  Ferrarise,  et  est  ponderis 
onc.  Lxxxi,  den.  vi. 

Item  alius  calix  argenteus  cum  patena  deauratus  cum  liis  litteris  in 
pomo  nielatis,  videlicet  lvdovicvs  maria  sfortia  anglvs  dvx  mediolani  ; 
in  pede  vero  tres  niellos:  in  uno  christus  cruci  afiixus,  in  alio  beata 
virgo  cum  filio,  in  tertio  autem  ducale  duplicatus,  ponderis  onc.  xxxviii, 
den.  xiiii. 

Item  alius  calix  argenteus  cum  patena  deauratus,  cum  quatuor  figuris 
in  pomo,  videlicet  sancti  Gregorii,  sancti  hieronimì,  sancti  Ambrosii  et 
sancti  Augustini;  in  pede  vero  liabet  tres  niellos;  in  primo  est  figura 
christi  in  cruce,  in  alio  ducale  mediolani,  in  tertio  autem  ducale  fer- 
rarle, ponderis  onc.  xxii,  den.  xxii. 

Item  candelabra  octo  argentea  cum  insignis  ducalibus,  ponderis  onc. 
Dccxxii,  den.  ii. 

Item  turribulum  unum  solemne  argenteum  cum  ducalibus,  ponderis 
onc.  Lxxii,  den.  iv. 

Item  navìcula  una  prò  thure  argentea,  habens  figuras  beate  virginis 
et  angeli  nuntiantis,  cum  ducalibus  in  pede  et  lateribus,  cum  uno  cocleari 
argenteo,  ponderis  onc.  xlviii,  den.  xvj, 


46  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


Item  pax  una  argentea  deaurata  cum  tribus  figuris  in  medio,  videlicet 
christì  per  modum  pietatis,  beate  virginis  et  sancti  iohannis  evangeliste, 
ponderis  onc.  xlix,  den . . . 

Item  situlam  unam  argenteam  cum  aspersorio  cum  ducalibus  niellatis, 
ponderis  onc.  xxxv,  den.  yi. 

Item  bacileta  una  argentea  cum  duabus  ampullis,  ponderis  onc.  xl  , 
den.  XII. 

Item  nielli  duo  argentei,  in  quibus  est  figura  beate  virginis  cum  filio 
et  litteris  Beatrix  estensis,  et  sunt  prò  pivialibus,  ponderis  onc.  ix, 
den.  xviii. 

Pro  altari  beate  Virginis, 

Imprimis  Crux  una  argentea  deaurata,  habens  ab  una  parte  Christum 
cruci  affixum,  ab  altera  figuram  beate  virginis  cum  pede  argenteo  non 
deaurato,  cum  uno  ducali  niellato,  et  est  ponderis  onc.  xlix. 

Calix  unus  argenteus  totus  deauratus  cum  patena  habens  in  pede  tres 
figuras,  videlicet  pietatis,  beate  virginis  et  beati  iohannis  evangeliste,  et 
in  pomo  sex  seraphinos  smaltatos,  ponderis  onc.  xxii,  den.  xii. 

Candelabra  quatuor  argentea  deaurata,  ponderis  onc.  lxxxxvi. 

Bacileta  una  argentea  cum  ampullis,  ponderis  onc.  xxvi,  den.  xii. 

Item  pax  una  argentea  cum  ducali  niellato,  ponderis  onc.  xvii,  den.  xii, 

Paramenta  ducalia  prò  altari  maiori, 

Imprimis.  Paramentum  unum  aureum  semper  rizium  in  serico  nigro, 
cum  columbinis  argenteis  contestum  et  ornamentis  suis  polimitis,  videli- 
cet palium  àltaris,  pianeta,  dalmatice  et  piviale,  cum  septem  camisiis, 
videlicet  unum  prò  sacerdote,  unum  prò  diacono,  unum  prò  subdiacono, 
duos  prò  accolitis  et  alios  duos  prò  turribulo  et  cruciferario,  cum  omni- 
bus ornamentis  sibi  necessariis,  cum  coperta  lectorini  prò  colectario 
aurea  rizia  in  serico  celestino  cum  brevibus  contesta. 

Item  aliud  paramentum  argenteum  super  rizium  in  serico  azurino  cum 
moraliis  contestum,  cum  ornamentis  suis  polimitis,  videlicet  palium  àlta- 
ris, pianeta,  dalmatice  et  piviale,  cum  septem  camisiis  prout  supra,  cum 
omnibus  ornamentis  sibi  necessariis. 

Item  aliud  paramentum  aureum  rizium  in  serico  cremesino  cum  du- 
calibus contestum,  cum  ornamentis  suis  polimitis,  videlicet  palium  altaris, 
pianeta,  dalmatice  et  piviale  et  coperta  prò  lectorino  coUectarii^  et  septem 
camisiis  eiusdem  brocati,  prout  supra,  cum  omnibus  ornamentis  suis. 

Item  aliud  paramentum  aureum  super  rizium  in  serico  viridi  cum 
g^mpervivis  contestum,  cum  ornamentis  suis  polimitis,  videlicet  palium 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  47 

altaris,  pianeta,  dalmatice  et  pigiale,  cum  septem  camisiis  prò  ut  supra, 
cum  ornamentis  suis. 

Item  aliud  paramentum  aureum  planum  in  serico  albo  cum  leonibus 
contestum,  cum  ornamentis  suis  rasii  azuri,  cum  leonibus  polimitis,  vide- 
licet  palium  altaris,  pianeta,  dalmatice  et  piviale,  cum  septem  camisiis 
prout  supra,  cura  omnibus  ornamentis  suis. 

Item  aliud  paramentum  voluti  cremesini  cum  ducalibus  in  razio  viridi 
polimitis,  videlicet  palium  altaris,  pianeta,  dalmatica  et  piviale  et  coperta 
prò  lectorino  colectarii,  et  septem  camisiis  prout  supra,  cum  rasio  viridi 
polimitis  cum  omnibus  ornamentis  suis. 

Item  aliud  paramentum  voluti  nigri  cum  ornamentis  panni  aurei  cre- 
mesini plani^  videlicet  palium  altaris,  pianeta,  dalmatice  et  piviale  et  . 
coperta  lectorini  prò  colectario,  et  octo  camisiis  prout  supra,  salvo  quod 
una  est  adiuncta  prò  eo  qui  defert  aquam  benedictara  in  processione, 
cum  omnibus  ornamentis  suis. 

Item  aliud  paramentum  damaschini  nigri  cum  ornamentis  suis  voluti 
cremesini  cum  ducalibus  polimiti,  videlicet  palium  altaris,  pianeta,  dal- 
matice et  piviale  et  coperta  prò  lectorino  colectarii,  et  sex  camisiis  tan- 
tum cum  omnibus  ornamentis  suis. 

Item  spalerìa  una  aurea  in  rizio  prò  presbiterio  in  serico  nigro  cum 
armìs  ducalibus  polimitis. 

Item  banchale  unum  voluti  cremesini  prò  presbiterio  cum  franziis 
aureis. 

Item  spaleria  una  voluti  nigri  simul  cum  banchali  prò  presbiterio, 
quando  fit  prò  defunctis,  cum  armis  ducalibus  polimitis, 

Pro  altari  beate  Virginis. 

Primo.  Palium  unum  aureum  planum  in  serico  rubeo  cum  pianeta  sua 
et  camisia  sua  cum  omnibus  ornamentis  sibi  necessariis,  prò  missa  parva 
tamen. 

Item  aliud  palium  aureum  planum  in  serico  viridi  cum  pianeta  sua  et 
camisia  cum  ornamentis  ut  supra. 

Item  aliud  palium  veluti  nigri  cum  pianeta  sua  et  ornamentis  panni 
aurei  cremesini  in  rizio,  cum  camisia  et  ornamentis  ut  supra. 

Item  aliud  palium  damaschini  nigri  cum  pianeta  et  ornamentis  panni 
argentei  plani  cremesini,  cum  camisia  sua  et  omnibus  ornamentis  ut  supra. 

Pro  altari  sancii  Ludovici, 

Palium  unum  aureum  super  rizium  in  serico  morello  cum  fanalibus 
et  argento  contestum,  cum  pianeta  sua  et  oamisia  cum  ornamentis  suis» 


48  '  LODOVICO  MARIA  SFORZA 


Pro  altari  sancte  Beatrids. 

Palium  unum  aureum  super  rizium  in  serico  rubeo  cuni  buratis  argen- 
teis  contestum,  cum  pianeta  sua  et  camisia  cum  omnibus  ornamentis  suis. 

Pro  altari  sancii  Jacobi  in  sacrastia. 

Palium  unum  aureum  rizium  in  serico  morello  cum  seraturis  conte- 
stum, cum  pianeta  sua  et  camisia,  cum  omnibus  ornamentis  suis. 

ALTRI  DECRETI. 

Hoc  est  exemplum  seu  transumptum,  sumptum  seu  transumptum  per 
me  Johannem  lacobum  Lazaronum  publicum  apostolica  et  imperiali  ac 
curise  archiepiscopalis  mediolani  auctoritatibus  notarium  ab  infrascriptis 
originalibus  litteris  Illustrissimi  Ducis  Mediolani  et  instrumento.  Quo- 
rum tenores  tales  sunt,  videlìcet: 

Ludovicus  Maria  Sfortia  Anglus  Dux  Mediolani,  etc.  Papié  Angle- 
rieque  comes  ac  Genue  et  Cremone  dominus.  Pecculiari  affectione  et 
observantia  semper  prosequuti  sumus  religionem  fratrum  sancti  domi- 
nici observantie,  et  precipue  monasterium  ipsius  ordinis  extra  hanc  ur- 
bem  nostram  Mediolani  sancte  Marie  gratiarum,  tam  ob  respectum  eius 
qui  ipsius  ordinis  caput  et  princeps  fuit,  quam  quod  in  eo  ordine  semper 
fuere  viri  et  morum  sanctimonia  et  doctrina  apostolica  insignes,  qui  vel 
dicendo  vel  exempio  suo  ceteros  ad  bene  vivendum  movere  possint.  Ac- 
cessit ad  augendum  nostram  in  ipsum  ordinem  benivolentiam,  quod  cum 
in  predicto  monasterio  Illustrissime  quondam  Domine  Beatricis  Ducisse 
Mediolani  consortis  nostre  charissime  ossa  requiescant,  simulque  Illustrium 
quondam  filiorum  nostrorum  corpora,  ad  propitiandum  eorum  animabus 
deum  continuis  missarum  et  offitiorum  suffragiis  semper  incumbunt,  pa- 
riterque  prò  incolumitate  et  rebus  nostris  ac  ad  impetrandam  nobis  a  deo 
optimo  veniam  assiduas  preces  fundunt,  proque  anima  nostra,  cum  bine 
discesserimus,  semper  precaturi  sunt.  Iccirco  ut  in  hoc  sancto  proposito 
quietius  perseverare  possint,  si  eorum  victui  commode  provideatur,  ut- 
que  nos  erga  eos  grati  videamur,  tenore  presentium  ex  certa  scientia 
motu  proprio  ac  de  nostrse  potestatis  plenitudine  etiam  absolute  pre- 
nominato monasterio  sancte  Marie  gratiarum  in  usum  fratrum,  qui  in  eo 
prò  tempore  fuerint,  donamus  et  elargimur  titulo  pure,  mere  et  irrevo- 
cabilis  inter  vivos  donationis  omnes  et  singulas  possessiones  et  bona 
nostra  Sfortiane,  existentes  inter  territoria  terrarum  Viglevani,  Grambolati 
etflumen  ticini,  salvo  tamen  errore  coherentiarum,  una  cum  pertinentiis, 
r^dditibus,  ìurisdictione,  aqueductibus,  iuribus  aquarum,  molendinis,  do* 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  49 

mibus,  cassinis  et  navigiis  suis  et  ceteris  omnibus  que  in  investitura  Phi- 
lippi  Guasconi  et  sotiorum  presentium  fictabilium  nostrorum  continentur, 
que  omnia  prò  expressis  hic  haberi  volumus:  presente  Keverendo  Domino 
fratre  Vincentio  de  Castro  novo  priore  ipsius  monasteri,  acceptante  pre- 
dictam  donationem  nomine  ipsius  monasteri],  transfer entes  in  ipsum  mo- 
nasterium  et  in  prò  eo  agentes  omnem  actionem,  potestatem  et  iura, 
que  in  ipsis  possessionibus  et  bonis  Sfortiane  habemus,  ponentes  ipsum 
et  ipsos  in  locum,  ius  et  statum  nostrum,  ita  ut  deinceps  de  suprano- 
minatis  possessionibus  et  bonis  agore,  disponere,  gaudere,  possidere  et 
frui  possint  tanquam  de  re  propria.  Constituentes  nos  eas  tenere  nomine 
ipsius  monasterii  et  prò  eo  agentium,  donec  possessionem  et  tenutam 
ipsarum  possessionum  et  bonorum  apprehenderint;  et  hec  omnia  omnibus 
et  singulis  legibus,  decretis^  statutis,  ordinibus,  consuetudinibus  et  aliis 
quibuscumque  in  contrarium  facientibus  aut  aliam  formam  dantibus  non 
attentis,  etiam  si  talia  forent,  de  quibus  spetialem  et  expressam  fieri 
mentionem  opporteret,  maxime  decreto  nostro  prohibente  bona  immobilia 
in  non  subditum  eidem  iurisdictioni  posse  transferri  :  quibus  omnibus  ex 
eadem  certa  scientia  predicta  et  de  nostre  potestatis  plenitudine  deroga- 
mus  et  derogatum  esse  volumus,  mandantes  magistris  intratarum  nostra- 
rum  et  thesaurario  generali,  ac  ceteris  omnibus  officialibus  et  subditis 
nostris  presentibus  et  futuris,  ut  has  donationis  et  mentis  nostre  litteras 
firmiter  observent.  In  quorum  testimonium  presentes  fieri  iussimus  ac 
registrari,  nostroque  sigillo  muniri.  Datum  Mediolani  die  tertia  decem- 
bris  millesimo  quadrigentesimo  nonagesimo  octavo. 

Ludovicus  Maria.  B.  Chalcus. 

In  nomine  domini  amen.  Anno  nativitatis  eiusdem  millesimo  quadri- 
gentesimo nonagesimo  nono,  indictione  secunda,  die  tertio  septembris. 
Cum  sit  quod  lUustrissimus  dominus  dominus  noster  Ludovicus  Sfortia 
Anglus  Dux  Mediolani,  etc,  Papié  Anglerieque  comes  ac  Genue  et  Cre- 
mone  dominus,  qui  maxima  semper  affectione  est  prosequutus  mona- 
sterium  et  fratres  sancte  Marie  gratiarum  Mediolani  ordinis  predicato- 
rum  de  observantia,  volens  ibidem  esse  studium  generale  theologie  et 
omnium  artium  cum  residentia  fratrum  prò  missis  centum  ad  minus,  et 
ob  id  eisdem  multa  donaverit,  providerit  etiam  de  victu  et  de  aliis  ne- 
cessariis  per  annuales  et  ordinarìas  elemosinasi  postremo  autem  firmius 
et  in  perpetuum  eisdem  providerit,  dando  et  donando  et  in  eos  transfe- 
rendo possessionem  suam  et  bona  sua  Sfortiana,  ìacentia  inter  territoria 
Viglevani,  Gambolati  et  flumen  ticini  et  alios  suos  confines,  ut  de  omni- 
bus et  singulis  prefatis  latius  dixit  constare  ex  duobus  privilegiis  su- 

Arch.  Stor:  Lomh.  —  Ax.  I.  4 


50  LODOVICO  MARIA  SFORZA 

perinde  confectisin  auctentica  forma,  ad  quam  se  refert,  et  que  habeantur 
hic.pro  insertìs,  quatenus  tamen  opus  sit  et  expediat  et  non  alìter,  et 
primo  quidem  de  anno  domini  millesimo  quadrigentesimo  nonagesimo 
septimo,  die  et  mense  in  eo  contentis;  cumque  etiam  tenuerit  et  posse- 
derit  prefata  bona  Sfortiana,  nomine  tamen  dictorum  fratrum  et  mona- 
steri!, et  eisdem  solverit  in  parte  et  prò  parte  fictum  prò  dictis  bonis 
Sfortianis  ;  omnibus  igitur  bis  sic,  ut  pref ertur,  narratis  veris  existentibus, 
ut  ambe  partes  asseruerunt  et  dixerunt;  nunc  sua  excellentia  motu 
proprio  et  certa  scientia  prefata  privilegia  et  contenta  et  donata  in  eis 
confirmat  et  ratifìcat,  et  quatenus  opus  sit  et  expediat,  de  novo  concedit 
et  donat,  et  etiam  prefatam  possessionem  et  bona  Sfortiana  prefata  re- 
stituit  et  reconsignat  ;  et  hec  omnia  et  singula  egit  et  agit  omni  meliori 
modo,  via,  iure  et  forma,  quibus  melius  et  efficatius  fieri  potest  et  debet. 
Fructus  etiam  et  redditus  prò  ficto  sibi  debito  a  Philippe  guascone  et 
sociis  suis  fictabilibus  suis  sic  disponit  et  ordinat,  quod  videlicet  usque 
ad  illam  summam,  que  dictis  fratribus  debetur  per  suam  excellentiam 
prò  ficto  diete  possessionis  et  bonorum  non  complete  soluto,  prò  illa 
summa  dat  et  solvit  prò  completa  solutione  dictorum  bonorum  et  ficti; 
reliquos  autem  qui  supersunt,  nihilominus  illos  dat  et  donat  eisdem  fra- 
tribus prò  elemosina  et  anime  sue  mercede.  Et  hec  omnia  et  singula 
acta  et  gesta  sunt  presente  ibidem  reverendo  patre  domino  fratre  Vin- 
centio  de  Castronovo  priore  prefati  monasteri  et  fratrum,  acceptante  et 
stipulante  omnia  et  singula  prefata  bona  nomine  et  vice  prefati  mona- 
sterii  et  fratrum,  specialiter  autem  et  maxime  et  in  individuo  et  singu- 
lariter  restitutionem  et  reconsignationem  diete  possessionis  et  bonorum 
sfortianorum,  et  etiam  fructus  et  redditus  prò  ficto  et  pensione  prò  com- 
pleta solutione  ficti.  Qui  prefatus  lUustrissimus  Dux  dedit  prefato  do- 
mino priori  "nomine  quo  supra  omnem  auctoritatem  et  omnem  posses- 
sionem de  prefatis  bonis,  quam  ipsemet  habuit  ante  dictam  donationem 
et  confìrmationem,  posse  in  eis  continuare  et  perseverare  et  ea  gaudere 
et  frui  ut  res  propria  ipsorum  fratrum,  et  ea  capere  absque  auctoritate 
iudicis  alicuius  et  suamet  auctoritate.  Qui  etiam  prefatus  lUustrissimus 
Dux  motu  proprio  et  certa  scientia  et  de  su8b  potestatis  plenitudine  de- 
rogavit  et  derogare  dixit  omnibus  et  singulis  legibus,  decretis,  statutis, 
ordinibus,  consuetudinibus  et  aliis  quibuscunque  in  contrarium  facienti- 
bus  aut  etiam  aliam  formam  dantibus,  etiam  si  talia  forent,  de  quibus 
spetialem  et  expressam  et  in  individuo  mentionem  fieri  opporteret,  su- 
plens  omnes  et  singulos  defectus  solemnitatum,  que  in  huiusmodi  requi- 
runtur,  in  finem  et  effectum,  ut  prefati  fratres  sint  domini  et  possessores 
omnium  et  singulorum  prefatorum  bonorum  ;  dans  etiam  mihi  notario 
infrascripto  mediolanensi  licentiam  et  auctoritatem  posse  hunc  instru- 


E  IL  CONVENTO  DI  SANTA  MARIA  DELLE  GRAZIE.  51 

mentum  tradere.  Actum  in  camera  existente  in  capite  porticus  versus 
viridarìum  in  domo  episcopatus  Comi,  presentibus  ibidem  magnifico  Do- 
mino Marchesino  Stanga  secretario,  et  domino  Alexandro  de  Cremona 
seschalco,  et  domino  Nicholao  de  nigrìs,  et  domino  Andrea  de  Burgo 
cancellariis  ducaiibus,  et  omnibus  testibus  notis  et  idoneis  et  ad  pre- 
missa  vocatis,  habitis  et  rogatis.  Ego  Dionisius  Confanonerius  civis  me- 
diolani  porte  nove,  parochie  sancti  Eusebii,  Ducalis  cancellarius  ac?  Du- 
cati, etc,  imperiali  auctoritate  notarius  presens  instrumentum  aliena 
manu  transcrìptum  tradidi,  et  quia  cum  originali  concordare  inveni,  me 
propria  manu  subscripsi,  et  signum  meum  tabellionatus  apposui  consue- 
tum  in  fidem  et  testimonium  premissorum. 


In  nomine  domini  amen.  Anno  nativitatis  eiusdem  millesimo  quin- 
gentesimo  decimo  nono,  indìctione  septima,  die  martis  decimo  mensis 
maii.  Pontificatus  Sanctissimi  in  christo  patris  et  domini  domini  nostri 
Leonis  divina  providentia  pape  decimi  anno  septimo.  Premissum  exem- 
plum  seu  transumptum  sumptum  seu  transumptum  a  suprascriptis  origi- 
nalibus  litteris  ducaiibus  et  instrumento  per  me  iam  dictum  Joannem 
Jacobum  Lazaronum  notarium  infrascriptum,  ut  premittitur,  sumptum  et 
transumptum  fuit  coram  Reverendo  domino  Ruffino  de  belingeriis  decre- 
torum  doctore,  archipresbitero  ecclesie  sanctorum  Naboris  et  Felicis  de 
pustino  papiensis  diocesis,  Reverendissimi  in  christo  patris  et  Illustrissimi 
domini  domini  Hippoliti  miseratione  divina  sacrosante  romane  ecclesie  ti- 
tuli  sancte  Lutie  in  scilice  diaconi  Cardinalis  et  sancte  mediolanensis  ec- 
clesie administratoris  Vicario  generali,  prò  tribunali  sedente  super  quadam 
cathedra  posita  in  eius  domo  habitationis  sita  in  porta  nova  apud  eccle- 
siam  sancti  Victoris  et  quadraginta  martirum  mediolani,  ubi  per  eum 
iura  redduntur,  quem  locum  et  quam  cathedram  prefatus  dominus  Vi- 
carius  prò  infrascriptis  peragendis  prò  eius  loco  et  tribunali  idoneis 
prò  infrascriptis  peragendis  elegit  et  eligit  in  hac  parte,  presentatum, 
intimatum,  insinuatum  et  notificatum,  et  in  eius  domini  Vicari!  presentia 
lectum,  coUationatum  et  auscultatum  per  me  iam  dictum  Joannem  Ja- 
cobum  parpalionum  et  Joannem  Angelum  de  Crodariis  notarios  infra- 
scriptos,  et  in  presentia  testium  infrascriptorum  :  et  quia  prefatus  Reve- 
rendissimus  dominus  Vicarius  premissum  exemplum  seu  transumptum 
cum  ipsis  originalibus  et  auctenticis  litteris  ducaiibus  ac  instrumentis 
de  verbo  ad  verbum  concordare  invenit,  idem  Reverendus  dominus  Vi- 
carius prò  tribunali  sedens  ut  supra,  instante  et  requirente  venerabili 
domino  fratre  Mariano  de  novaria  professo  ordinis  predicatorum  ac 
sindico  venerabilium  dominorum  prioris,  fratrum  et  conventus  mona- 


52  LODOVICO  MARIA   SFORZA 


sterii  Domine  sancte  Marie  gratiarum  ordinis  predicatorum  extra  muros 
Mediolani,  predicta  et  infrascripta  fieri  petente  et  requirente,  decrevit 
et  decernit,  ut  ipsi  exemplo  seu  transumpto  sicut  ipsìs  originalibus  lit- 
teris  ducalibus  et  instrumento  fides  piena  ubilibet  adhibeatur  in  iudicio 
et  extra;  eidemque  sumpto  seu  transumpto  suam  et  prefati  Reveren- 
dissimi et  Illustrissimi  domini  domini  Cardinalis  et  administratoris  ec- 
clesie mediolanensis  auctoritatem  et  decretura  interposuit  et  interponit, 
mandantes  prefatus  dominus  Vicarius  et  dictus  dominus  frater  Ma- 
rianus  atque  rogantes  per  me  Joannem  Jacobum  Lazaronum  notarium 
infrascriptum  publicum  confici  debere  instrumentum.  Actum  in  dictis  do- 
mibus  prefati  domìni  Vicarii  sitis  ut  supra,  presentibus  ibidem  domino 
Francisco  de  bossiis  filio  quondam  domini  Sigismondi  porte  nove,  parrò - 
chie  sancti  Andree  ad  pusterlam  novam  mediolani ,  venerabili  domino 
Jeanne  Francisco  de  Cusano  canonico  prebendato  ecclesie  sancti  Nazarii 
in  brolio  Mediolani,  et  domino  presbitero  Bernardo  de  samar ate  filio  quon- 
dam domini  Laurentii  habitator  terre  abiatis  grassi  mediolanensis  dio- 
cesis,  omnibus  testibus  notis  et  idoneis  ad  premissa  vocatis  spetialiter 
et  rogatis. 

(L.  T.)  Ego  Joannes  Jacobus  de  Lazaronibus,  filius  quondam  domini 
Christophori  porte  horientalis,  parrocbie  sancte  Marie  pasarele  mediolani, 
publicus  apostolica  et  imperiali  ac  curie  archiepiscopalis  mediolani  auc- 
toritatibus  notarius,  premissum  exemplum  seu  transumptum  suprascri- 
ptorum  instrumenti  ac  litterarum  ducalium  in  cartha  membrana  sigillo 
ducali  sigillatarum  et  subscriptarum  Lvdovicvs  Maria,  B.  Calcvs,  et  su- 
prascripti  instrumenti  subscripti  et  autenticati  per  prefatum  dominum 
Dionisiumde  Confanoneriis  notarium  et  canzellarium  ut  supra  fuit  per  me 
suprascriptum  Jacobum  Lazaronum  notarium  et  infrascriptos  Joannem 
Antonium  palpalionum  ac  Joannem  Angelum  de  Crodariis  notarios  in- 
frascriptos, coram  prefato  Reverendo  domino  Ruffino  vicario  antedicto 
prò  tribunali  sedente  ut  supra,  cum  dictis  originalibus  litteris  ducalibus 
et  instrumento  fideliter  et  diligenter  auscultatum,  collationatum  et  exa- 
minatum,  et  quia  illud  de  verbo  ad  verbum  cum  dictis  originalibus  lit- 
teris ducalibus  et  instrumento  concordare  inventum  fuit ,  ideo  rogatus 
instrumentum  tradidi  et  subscripsi,  signumque  meum  tabellionatua  ap- 
posui  consuetum  in  testimonium  premissorum. 

(L.  T.)  Ego  Joannes  Antonius  de  parpalionibus,  filius  domìni  Ber- 
nardini porte  ticinensis,  parrochie  sancti  Laurentii  maioris  foris  me- 
diolani, publicus  apostolica  et  imperiali  ac  curie  archiepiscopalis  me- 
diolani auctoritatibus  notarius  premissum  exemplum,  etc,  etc. 

Omìssis. 


E  IL  CONVENTO  DI  S.  MARIA  DELLE  GRAZIE.  53 

(L.  T.)  Ego  Joannes  Angelus  de  Crodariis,  filius  domini  Simonis 
porte  ticinensis,  parrochie  sancti  Vincentii  in  Prato  intus  mediolani, 
publicus  imperiali  et  curie  archiepiscopalis  mediolani  auctoritatibus 
notarius  premissum  exemplum,  etc,  etc. 

Omissis. 


NOTA  COMPLEMENTARE. 

Il  cav.  Osio  ebbe  ragione.  All'ultima  ora  ci  cade  sott'occhio  una 
pubblicazione  del  chiarissimo  proposto  D.  Carlo  Annoni,  col  titolo 
Documenti  spettanti  alla  Chiesa  Milanese^  ecc.;  in  8%  Como,  Osti- 
nelli,  senza  data,  ma  del  1839,  dove  si  legge  il  primo  dei  Diplomi, 
pubblicati  qui  sopra,  seguito  da  buona  parte  deìV Inventario. 

Tuttora  inediti  (almeno  così  crediamo)  sono  tutti  gli  altri,  com- 
presi quelli  che  si  daranno  nei  numeri  successivi  deìV Archivio. 


PROPOSTA  DI  UN  SOCIO, 


Alius  enim  alio  plura  invenire  potest,  nemo  omnia  . . 
AusoNiTJS,  Symmacho  S. 


La  congregazione  riformata  dei  Benedettini  di  San  Mauro,  fon- 
data nel  1621  col  patrocinio  del  ministro  cardinale  di  Kichelieu, 
si  componeva  di  religiosi,  convinti  di  questo,  che  lo  studio  delle 
scienze  e  delle  lettere  poteva  camminare  di  conserva  coi  doveri  del 
loro  stato:  e  si  posero  al  lavoro  con  queir  intenso  ardore  che  non 
poteva  animare  se  non  che  uomini  alieni  da  qualunque  distrazione 
mondana;  perseverandovi  poi,  diremmo  quasi,  colla  costanza  dei 
martiri  e  la  fede  dei  confessori.  I  risultati  furono  superiori  ad  ogni 
aspettazione,  e  crediamo  rimanere  nei  limiti  del  verosimile  asse- 
rendo che,  qualunque  sia  per  essere  il  progresso  presente  e  futuro 
delle  storiche  discipline,  la  Diplomatica^  VArte  di  verificare  le  date, 
la  Gallia  Cristiana,  lo  Spicilegio,  la  grande  Collezione  degli  storici 
della  Francia,  V Antichità  spiegata,  le  Storie  di  tante  provincie  e 
paesi,  ed  altre  raccolte  voluminose,  resteranno  monumenti  imperi- 
turi dell'  erudizione  più  estesa  e  la  meglio  digerita  :  congerie  im- 
mensa di  fatti  e  documenti,  dove  attinge  largamente  la  scienza 
contemporanea,  ed  attingeranno  le  future  generazioni  senza  peri- 
colo d'esaurimento. 

Tutto  ciò  è  noto  a  sufficienza,  da  pochi  discusso  per  prevenzioni 
d'altra  natura,  e,  per  mediocre  che  sia  la  sua  coltura,  da  nessuno 
negato.  Quello  che  è  meno  conosciuto  si  è  lo  spirito  che  informava 
quel  potente  organismo,  l'ordine  ed  il  sistema,  mediante  i  quali  fu 


PROPOSTA  DI  UN  SOCIO.  55 


loro  possibile  intraprendere  e  condurre  a  buon  termine  quei  lavori 
giganteschi.  L'oggetto  delle  investigazioni  di  ciascheduno  era  noto 
a  tutti,  e  ciò  che  nelle  proprie  ricerche  si  rinveniva  dall'uno,  di 
utile  0  di  peregrino  relativo  agli  studj  altrui,  si  deponeva  in  una 
bussola,  espressamente  praticata  nella  cella  dell'altro:  nulla  così 
andava  perduto,  tutto  anzi  riusciva  di  profitto  agli  studj  generali 
della  comunità.  Questo  metodo,  altrettanto  facile  quanto  efficace, 
fu  da  alcuni  Inglesi  applicato  modernamente  ad  un  periodico  che 
ebbe  vita  nell'anno  1849  col  titolo.  Notes  and  Queries.^  L'objet- 
tivo  era  di  venire  in  ajuto  agli  uomini  di  lettere,  alle  persone 
studiose,  risparmiando  loro  in  molti  casi  penose  ricerche  nelle  bi- 
blioteche pubbliche  o  private,  la  fatica  e  il  dispendio  di  viaggi 
lontani.  Il  giornale  è  redatto  dai  suoi  stessi  associati,  né  accoglie 
nelle  sue  colonne  altri  scritti,  se  non  che,  nella  prima  parte,  le 
domande,  i  quesiti,  le  proposte  su  qualunque  materia  d'erudizione  ; 
le  risposte  o  le  soluzioni  de'  problemi  antecedenti  nella  seconda  ;  il 
tutto  poi  confortato  da  utili  comunicazioni  relative  a  queste  od 
a  quelle.  Vive  tuttora  vita  prosperosissima,  e  fornito  com'è  da 
25  anni,  e  ad  ogni  semestre,  di  copiosi  e  ordinatissimi  indici,  sia 
metodici  che  alfabetici,  è  divenuto  in  oggi  un  repertorio  ricchis- 
simo di  notizie  le  più  peregrine  e  varie,  di  soluzioni  ingegnose  di 
problemi  storici,  artistici  ed  archeologici,  che  invano  si  cerchereb- 
bero altrove. 

Trovò  questa  idea  felicissima  seguaci  ed  imitatori  in  America, 
in  Ispagna  e  in  Olanda  col  Navorscher  di  Amsterdam.  A  Parigi 
l'anno  1864  una  Società  di  dotti,  letterati,  artisti,  bibliofili,  archeo- 
logi, genealogisti  ed  altri  colti  curiosi,  com'essi  dicono,  fondava 
V Intermediare  des  chercheurs  et  curieux.  Visse  sfortunatamente  po- 
chi anni,  e  cessò  per  motivi  che  nulla  sentono  del  letterario.  L'u- 
tilità di  questo  giornale  era  talmente  preziosa  che,  a  quanto  ci 
vien  detto,  si  pensa  seriamente  a  richiamarlo  alla  luce.  Né  qui 
perderemo  tempo  a  provare  l'evidenza  :  corrispondenze  che  si  scam- 
biano fra  dotti  e  semplici  raccoglitori,  fra  persone  erudite  e  cer- 
catori speciali,  con  risparmio  di  fatica,  di  tempo  e  di  denaro,  che 
non  esigono  complimenti  oziosi,  né  cerimoniose  azioni  di  grazie, 


*  A  medium    of  Infer-Comimicafion  for  literary  meri,  artists,  antiquaries,  genealo- 
gists,  etc. 


56  PROPOSTA  DI  UN  SOCIO. 


talvolta  importune,  sembreranno,  ne  slam  certi,  a  tutti  come  a  noi, 
un  ottimo  e  comodissimo  trovato. 

Non  citeremo  fra  i  molti  clie  un  solo  esempio.  Agostino  Thierry, 
il  fondatore  in  Francia  della  scuola  storico-pittoresca,  preoccupato 
sempre,  nella  sua  Storia  della  conquista  delV Inghilterra  per  i  Nor- 
manni, dell'intento  di  ben  distinguere  la  razza  vittoriosa  da  quella 
dei  vinti  (preconcetto  che  talvolta  lo  fa  cadere  in  qualche  esage- 
razione), aveva  personificato  in  Tommaso  Becket  lo  spirito  anglo- 
sassone, facendone  il  campione  di  questo  contro  i  Normanni;  il 
nono  capitolo,  considerato  come  la  pietra  fondamentale  di  questa 
istoria,  non  tratta  che  della  lotta  fra  Enrico  II  e  l'arcivescovo  di 
Canterbery,  difensore  imperterrito  della  stirpe  oppressa.  Ebbene,  il 
Thierry  stava  preparando  una  nuova  edizione  del  suo  libro,  quando 
gli  fu  inviato  da  un  amico  di  Scozia  un  numero  del  Notes  and 
Queries,  ove  trovavasi  il  titolo  ed  un  estratto  di  un'opera  che 
aveva  lo  scopo  di  dare  una  copia  fedele  dei  Mss.  di  Lambeth  e 
Fitz-James.  Questo  unico  avviso  bastava  a  distruggere  il  quadro 
storico  di  tutta  l'opera:  Tommaso  Becket  scompariva,  per  dar 
luogo  ad  un  Tommaso  Béquet,  normanno  di  nascita  e  di  parenti. 
Pesò  per  anni  questa  dolorosa  scoperta  sulla  mente  del  povero 
cieco  (l'Omero  della  storia,  come  lo  dissero),  ma  infine,  più  tenero 
della  verità  che  di  qualunque  più  grata  e  comoda  teoria,  corag- 
giosamente s'accingeva  a  rimodellare  a  fondo  la  sua  storia,  quando 
ne  venne  impedito  dalla  morte. 

Ora  concludiamo.  Perchè  V Archivio  Storico  Lombardo  non  ser- 
berebbe  una  pagina,  un  intero  foglio,  se  occorre,  secondo  la  mag- 
giore 0  minore  abbondanza  della  materia,  in  coda  ad  ogni  fasci- 
colo, ad  uno  scambio  di  idee  così  profìcuo  a  tutti,  senza  danno  o 
molestia  di  chicchessia?  I  rapporti  che  cosi  si  stabilirebbero  fra 
gli  studiosi  d' ogni  parte  d'Italia,  e  fra  questi  e  la  redazione  del- 
l'J.rc/^mo,  darebbero  agio  di  stringere  relazioni  letterarie,  ed  anche 
vere  amicizie  assai  simpatiche  ed  utili:  passeggiere  dapprima,  ma 
che  si  farebbero  durature,  con  gran  soddisfazione  dei  temperamenti 
timidi  e  riservati  d'indole  modesta,  che  fra  noi  non  son  pochi,  e 
che  vi  rinverrebbero  il  mezzo  più  acconcio  di  conoscere,  oltre  far 
meglio  apprezzare,  sé  stessi.  In  Italia,  assai  più  che  altrove,  ogni 
città,  per  quanto  piccola,  discosta  dai  grandi  centri  o  dimenticata 
dalle  ferrovie,  conta  studiosi  assidui  delle  patrie  cose,  del  proprio 


PROPOSTA  DI  UN  SOCIO.  57 


municipio  in  particolare,  raccoglitori  appassionati  di  cimelj  d'ogni 
maniera,  ma  quasi  ignoti  fuori  della  breve  cerchia  dei  loro  amici 
e  conoscenti,  dotti  quanto  modesti,  oziosi  nello  studio,  studiosi 
nell'ozio,  come  li  direbbe  il  Tasso. 

Il  progetto  che  raccomandiamo  gioverebbe  ottimamente  a  far 
convergere  ad  un  solo  centro  il  calore  di  questi  sparsi  focolari 
di  sapere.  Le  semplici  note  che  ogni  studioso  va  prendendo  sul 
suo  taccuino  (Singula  quceque  notando ,  come  disse  Orazio  : 
When  found  tàke  a  note  of^  come  tra  duceva  il  capitano  Cuttle, 
facendone  1'  epigrafe  del  Notes  and  Queries)  potranno  diluci- 
dare ardui  problemi  storici,  bibliografici,  artistici,  e  riuscire  così 
di  utile  all'  universale.  Connattre  seri  heaucoup  pour  inventer 
(Mad.  di  Stael).  Poiché,  conviene  pur  confessarlo,  col  diffondersi 
fra  noi  dell'istruzione,  si  direbbero  diminuiti  d'intensità  quei  centri 
di  coltura  che  già  brillavano  di  tanta  luce  nei  secoli  scorsi.  Uo- 
mini, veri  coefficienti  del  loro  tempo,  della  tempra  dei  Baronj, 
dei  Muratori,  degli  Ughelli  ed  altri  non  pochi,  non  li  troveremo 
sì-  presto,  e  le  poche  ma  illustri  eccezioni  che  si  potrebbero  ci- 
tare ai  giorni  nostri,  confermano  piuttosto  la  regola  generale; 
dall'altro  lato  quante  fisicaggini  e  non  comportabili  ciarlatanerie 
di  tali  che  richiesti  negano  il  fuscello,  trasandati  ti  donano  il  pa- 
gliaio, per  dirla  col  Guerrazzi... 

Sinora  i  miracoli  operati  dallo  spirito  di  associazione  nel  campo 
pratico  del  commercio,  dell'industria  e  dell'agricoltura,  non  tro- 
vano riscontro  in  questo,  non  meno  utile,  e  certamente  più  glo- 
rioso, delle  indagini  storiche  ed  archeologiche.  La  divisione  del 
lavoro  ci  pare  il  mezzo  più  potente  ad  ottenere  anche  in  questo  or- 
dine di  studj  che  oggi  inauguriamo,  quei  risultati  che  in  altri  tempi  si 
raggiunsero  dal  valore  e  dalla  costanza  di  pochi  solitarj.  Il  po- 
tere, persuadiamcelo,  è  piuttosto  il  sapere  che  il  volere;  il  clero 
già  ebbe  la  forza  perchè  ebbe  la  scienza,  ed  ora  guai  a  chi  si  ferma! 

Quando  il  secolo  è  in  cammino  guidato  da  un  pensiero,  esso 
rassomiglia  ad  un'armata  che  si  avanza  nel  deserto:  arrestarsi  è 
morire.  Avanti  dunque,  avanti  sempre  !  ma  non  dimentichiamo  che 
ogni  tentativo  de' nostri  padri  per  diradare  le  tenebre  del  medio- 
evo, merita  la  nostra  riconoscente  attenzione,  e  che  le  preoccupa- 
zioni rannodanti  il  pensiero  moderno  alla  gloriosa  schiera  delle 
attività  intellettuali  del  passato,  devono  necessariamente  entrare 
nel  campo  dei  nostri  studj. 


58  DOMANDE   E  RISPOSTE. 


Disse  Plinio:  Stultissimum  credo  ad  imitandum  non  optima 
quaeque  proponere,  ma  speriamo  che  questa  sentenza  non  sia  ap- 
plicabile a  noi  ed  alla  nostra  proposta. 

G.  D'A. 


Applaudendo  a  questa  proposta,  si  comincia  fin  da  oggi  una 
serie  di 

DOMANDE  E  RISPOSTE. 

Domanda,  A  Cesare  Cantù,  che  già  più  d'una  volta  aveva  sulle 
gazzette  bresciane  dato  notizia  di  documenti  da  lui  veduti  in  diversi 
Archivj  d'Italia  concernenti  le  provincie  di  Brescia,  il  sig,  Gabriele 
Rosa  domandò  se  nell'Archivio  di  Stato  milanese  vi  fossero  docu- 
menti storici  bresciani. 

Bisposta.  Di  atti  bresciani  moderni  questo  Archivio  ha  una 
farragine,  ma  sapete  che  la  vostra  città  ebbe  a  fare  colb  Stato 
di  Milano  solo  ad  intervalli.  Possediamo  però  una  grande  ricchezza 
nelle  carte  recate  qui  per  la  soppressione  delle. comunità  religiose, 
e  che  costituiscono  una  bella  parte  del  nostro  Archivio  col  titolo 
di  Fondo  di  religione.  Da  questo  vennero  estratte  le  80  mila  per- 
gamene, disposte  entro  cassette  in  una  sala.  Della  loro  quantità  vi 
dia  segno  questo  estratto,  che  riguarda  la  vostra  provincia. 

Numero  '  Numero 

delle  cassette  delle  pergamene. 

17  Celestini 34 

„  S.  Afra 147 

„  SS.  Cosma  e  Damiano 474 

18  S.  Faustino  dal  sec.  XIII  al  XVI 430 

19  e  dal  sec.  XIII  al  XVI 324 

5,  SS.  Giovanni  e  Marco,  e  scuola  de'  Disciplini 

(vedi  cassetta  29). 

20  S.  Giovanni  Entro. 

„  S.  Giovanni  Evangelista,  sec.  XII  a  XV  ....     426 

21  e  sec.  XVI  a  XVIII 258 

„  S.  Salvatore  (due  grossi  volumi). 

„  S.  Giovanni  Fuori 

22  S.  Giovanni  Fuori 404 


Da  riportarsi^N.  2497 


DOMANDE    E   RISPOSTE.  59 


Numero  Numero 

delie  cassette  delle  pergamene 

Riporto  N.  2497 

23  S.  Giulia,  sec.  XIII 754 

24  e  sec.  XIV  al  XVI 690 

25  Vacanti 536 

26  „         364 

27  Varie 270 

28  „ 736 

29  „ 655 

„      SS.  Giovanni  e  Marco,  e  scuola  de' Disciplini .     127 

211     Salò  e  sua  riviera 489 


Totale  N.  7118 


Voi  conoscete  abbastanza  gli  studj  diplomatici  per  comprendere 
di  quanta  utilità  possano  venire  anche  le  carte  pagensi  per  illu- 
strare la  civiltà  d'un  paese.  Ora  questa  ricchezza  giace  inesplorata. 
Non  vi  indico  le  carte  più  antiche,  anteriori  cioè  al  mille,  e  che 
avrete  vedute  stampate,  con  insolita  esattezza,  dal  Porro  e  dal 
Ceruti,  nel  volume  ora  pubblicato  :  Monumenta  Historice  Patrick. 

Aggiungo  che  abbiamo  una  lettera  del  Bighetti  dell'anno  IX  repub- 
blicano, ricca  di  notizie  della  biblioteca  vostra.  Inoltre  nella  Corsini 
di  Roma  ho  veduto  molti  autografi  del  cardinale  Querini  ai  papi 
e  cardinali,  e  il  suo  testamento;  e  alcune  lettere  relative  alla  tri- 
sta sua  querela  col  Muratori.  Alla  quale  si  riferiscono  altre  lettere 
al  Bottari,  dal  1741  al  1764,  di  esso  Muratori  e  del  nipote  Gian- 
francesco,  quali  autografe,  quali  in  copia.  Ivi  pure  son  varie  lettere 
del  famoso  P.  Fortunato  da  Brescia  al  Bottari,  dal  1744  al  1774. 

Quanta  messe  per  chi  voglia  scrivere  seriamente  la  storia  di 
codesta  città  e  di  codesta  provincia,  piene  di  magnanimi  fatti  come 
di  memorie  benevole! 

Domanda.  Potrebbesi  da  questo  Archivio  avere  giudizio  sopra  i 
sentimenti  e  le  opinioni  di  Cesare  Balbo? 

Bisposta.  L'Archivio  può  somministrare  dei  fatti,  e  non  delle 
appreziazioni. 

Domanda.  Il  socio  prof.  Gilberto  Govi,  che  va  illustrando  le  me- 
morie e  le  opere  di  Leonardo  da  Vinci,  ci  fece  varie  richieste  sulle 


co  DOMANDE  E   RISPOSTE. 


persone  che  ebbero  a  fare   con  questo,  e  fra  altre  su  Francesco 
Melzo.  Quanto  a  quest'ultimo,  risponde  il  socio  F.  M. 

Bisposta.  La  famiglia  Melzi  ci  appare  fino  dal  secolo  decimo 
quarto  distinta  nei  due  grandi  rami  dei  Lampergi  e  dei  Malinge- 
gui,  i  cui  discendenti  si  propagarono  fino  a  noi.  Questi  ultimi  van- 
tano alcuni  insigni  personaggi ,  fra  i  quali  un  cardinale  Camillo 
Melzi ^  vissuto  nel  secolo  decimosettimo,  di  cui  leggesi  a  Roma 
l'epitafio.  Ma  non  meno  famoso  è  il  ceppo  dei  I^ampergi,  suddiviso 
in  due  rami,  il  primo  dei  quali  discende  da  un  Ambrogio,  i  cui 
pronipoti  furono  l'anno  1619  investiti  da  Filippo  III  del  feudo 
comitale  di  Magenta;  mentre  il  secondo  viene  dal  fratello  Rug- 
gero, che  fu  padre  al  celebre  Giovanni,^  dall'imperatore  Fede- 
rico creato  conte  palatino  con  tutti  i  suoi  discendenti  all'  infinito 
nell'anno  1468.  Questi  riedificava  dalle  fondamenta  la  villa  di 
Vaprio  sulle  rive  dell'Adda,  come  attesta  una  bella  iscrizione 
riportata  nel  supplemento  alla  Vita  di  Leonardo  scritta  dal  Va- 
sari; ed  ebbe  parte  non  piccola  nei  politici  rivolgimenti  della 
repubblica  ambrosiana.  A  lui  successe  Bartolomeo,^  che,  morto  nel 
fiore  degli  anni,  lasciava  diversi  figli,  fra  cui  Girolamo  e  Lanza- 
lotto.  Dal  primo  ebbe  i  natali  a  Milano  l'anno  circa  1493  Fran- 
cesco Melzo,  che  venuto  fin  dagli  anni  suoi  primi  nella  dime- 
stichezza del  Vinci,  apprese  da  lui  la  pittura.  Bellissimo  della 
persona,  d'ingegno  aperto  e  di  cortesi  maniere,  nella  soavità  di 
un  vivere  più  che  agiato  non  fece  del  suo  pennello  che  un  og- 
getto di  passatempo,  preferendo  il  miniare,  dove  colse  a  quei 
giorni  non  piccola  lode.  Leonardo  lo  prediligeva  sugli  altri  suoi 
discepoli,  forse  perchè  vedeva  nelle  belle  fattezze  del  giovinetto 
V  immagine  di  un  animo  ugualmente  gentile  ;  e  Francesco  ricam- 
biava l'amoroso  e  dotto  vegliardo  con  una  effusione  di  affetti  ve- 
ramente filiali.  Non  faccia  dunque  meraviglia  se,  avendo  il  mae- 
stro divisato  di  trasferirsi  a  Roma  sullo  scorcio  del  settembre 
1513,  si  recasse  ben  a  ventura  l'accompagnarlo.  Ebbero  dapprima 
compagni  di  viaggio  Giovanni  Boltraffio,  Andrea  Salaino,  e  un  certo 
Lorenzo  soprannominato  il  Fanfoja;  arrivati  a  Firenze  vi  si  ag- 
giunse pure  Giuliano  de' Medici,  fratello  di  Leon  X,  allora  pontefice  ; 


'  Filippo  Argelati;  Scrittori  Milanesi,  tom.  II,  col.  916. 
s  Id.,  col.  919.  3  Id.,  col.  915. 


DOMANDE  E  RISPOSTE.  61 


ciò  che  crebbe  a  Leonardo  la  speranza  di  trovare  alla  Corte  di  un 
principe  pur  esso  fiorentino,  un  guiderdone  a'  suoi  lunghi  sudori. 
Quali  sentimenti  si  risvegliarono  a  Francesco  in  cuore  vedendo  il 
teatro  delle  romane  grandezze,  e  più  d'ogni  altro  coloro  che  in 
quel  punto  ne  tenevano  il  campo,  Michelangelo  e  Raffaello,  è  su- 
perfluo indagare.  La  sua  mente,  educata  alle  classiche  forme  Vin- 
ciane,  non  poteva  trovare  che  una  sorgente  d'ineffabili  dolcezze  in 
quella  splendida  metropoli  della  civiltà;  senonchè  dovette  anche 
egli  rattristarsi  sul  destino  del  maestro,  che,  deluso  ne'  suoi  di- 
segni, non  appena  sentì  romoreggiare  lontana  la  fortuna  delle 
armi  francesi,  subito  (1515)  faceva  co'  suoi  cari  ritorno  in  Lom- 
bardia. Fu  bello  allora  vedere  il  prode  e  cavalleresco  vincitore  di 
Marignano  ricevere  con  entusiasmo  l'augusto  vegliardo,  invitandolo 
a  recarsi  con  esso  a  Parigi.  Egli  non  poteva  che  accogliere  la  propo- 
sta del  principe,  dal  quale  otteneva  un  decoroso  appannaggio  anche 
pel  Melzi,  che  insieme  col  Salaino  e  col  servidore  Villani  partiva 
con  esso  alla  volta  di  Francia  sullo  scorcio  del  gennajo  1516. 

In  una  villa  presso  Amboise,  oggi  meglio  nota  sotto  il  titolo  di 
Clos-Lucé,  ebbero  i  nostri  viaggiatori  comoda  e  lieta  dimora,  fin- 
ché la  mano  del  grande  maestro  si  agghiacciava  per  sempre  il  2 
maggio  1519.  Un  anno  circa  prima  dell'ora  fatale  aveva  egli  steso 
un  lungo  testamento  in  favore  del  Melzi,  lasciandogli  tutti  i  suoi 
libri,*  disegni  e  strumenti;  e  questi  piangendo  accoglieva  il  prezioso 
retaggio,  che  mai  nessun  artista  potrebbe  avere  il  somigliante.  Le 
sue  lacrime  erano  piene  di  affetto,  e  anche  oggi  possiamo  averne 
una  prova  leggendo  la  letterina,  allora  da  lui  indirizzata  ai  fratelli 
dell'estinto.  Ivi  promette  loro  copia  del  testamento,  colla  prima  e 
più  sicura  occasione,  più  probabilmente  a  mezzo  d' uno  zio,  che  do- 
veva, egli  dice,  recarsi  a  visitarlo.  Costui  sembra  in  fatti  accor- 
resse a  consolare  il  nipote  ;  ma  è  ben  incerto  se  egli  sia  quel  desso, 
come  si  vorrebbe  da  alcuni,  in  cui  favore  troviamo  poco  tempo 
dopo  una  procura,  perchè  questi  è  un  Girolamo  Melzi,  che  tutto 
ci  conduce  a  riconoscere  pel  padre  istesso  di  Francesco.^ 


*  Veggasì,  Leonardo  da  Vinci  e  la  sua  Libreria,  Noto  di  un  Bibliofilo.  Milano,  Ber- 
nardoni,  1873. 

^  Comparizione  di  Orazio  Melzi  davanti  al  Collegio  dei  Giurisperiti.  Archivio  di 
Stato  in  Milano. 


62  DOMANDE  E  RISPOSTE. 


Frattanto,  lasciato  il  placido  soggiorno  di  Clos-Lucé,  Francesco 
recavasi  ad  annunziare  l'infelice  novella  al  re  di  Francia,  che  lo 
accolse  benignamente  alla  propria  Corte,  creandolo  suo  famigliare 
con  decreto  20  novembre  1520.  Ritornato  in  patria,  vi  s'impa- 
rentava con  Angela  dei  conti  Landriani,  dalla  quale  ebbe  diversi 
figli,  uno  dei  quali  fu  Orazio,  i  cui  discendenti  comprarono  l'anno 
1650  il  feudo  di  Mozzanica,  e  si  estinsero  poco  dopo. 

Grande  elogio  si  deve  a  Francesco  per  la  venerazione  in  cui 
tenne  le  cose  di  Leonardo,  come  risulta  da  un  carteggio  di  Al- 
berto Bendidio,  residente  pel  duca  di  Ferrara  nella  nostra  città, 
ove  di  lui  si  ragiona  e  dei  manoscritti  del  Vinci,  che  il  Bendidio 
avrebbe  voluto  torgli  di  mano,  per  offrirli  in  grato  dono  al  duca 
Alfonso  I,  amatore  di  somiglianti  curiosità.  L'ambasciatore,  dopo 
aver  dato  ragguaglio  di  una  giostra  cui  prese  parte  un  gentiluomo 
della  famiglia  di  esso  Melzi,  prosegue  in  questi  termini: 

"  Et  perchè  ho  fatto  mentione  della  casa  de'  Melzi  aviso  a  V.  Ex. 
che  un  fratello  di  questo  che  ha  giostrato  fu  creato  de  Leonardo 
da  Vinci  et  herede,  et  ha  molti  de'  suoi  segreti  et  tutte  le  sue 
opinioni  et  dipinge  molto  bene  per  quanto  intendo  et  nel  suo 
ragionar  mostra  d'haver  iuditio  et  è  gentilissimo  giovane.  L'ho 
pregato  assai  ch'el  venga  a  Ferrara  promettendogli  che  V.  S.  il 
vederà  con  buona  ciera,  et  dopo  ch'io  son  venuto  l'ho  replicato 
ad  un  suo  barba  gentiluomo  molto  da  bene  et  honorato,  che  a  lui 
non  ho  potuto  dirlo  perchè  sta  in  villa  per  la  febre  quartana.® 

„  Se  piacerà  a  V.  Ex.  ne  farò  anch'io  maggiore  istantia.  Credo 
ch'egli  abbia  quei  libriccini  di  Leonardo  de  la  notomia  et  de  molte 
altre  belle  cose. 

„  Recordo  a  V.  Ex.  queste  cosette  perchè  li  infermi  sogliono  es- 
sere svogliati  et  desiderare  varie  cose.  Et  mi  raccomando  in  sua 
buona  gratia.'^ 

„  Di  Milano  alli  6  de  marzo  1523.  „ 

Si  può  accertare  che  il  Melzi  non  compiacque  al  desiderio  del 
Bendidio,  e  ch'egli  non  si  separò  finché  visse  da  quelle  care  e  ve- 
nerate memorie  del  suo  grande  maestro  ed  amico. 


®  Abitavano  costoro  a  Milano  in  una  casa  posta  in  faccia  al  Broletto  nuovo,  e  sole- 
vano villeggiare  a  Vaprio  e  Canonica  sulle  rive  dell'Adda.  Non  è  inutile  ricordare  come 
vi  ospitassero  pure  Leonardo  da  Vinci. 

'  Atti  della  Deputazione  Storica  Modenese  e  Parmense.  Voi.  Ili,  Memoria  di  G.  Cam- 
POBi,  1865. 


DOMANDE   E   RISPOSTE.  63 


Ma  de'  suoi  tardi  anni  e  della  sua  fine,  supposta  nell'anno  1570, 
nulla  ci  è  rimasto,  salvo  che  egli  fu  bellissimo  vecchio  (ce  lo  dice 
il  Vasari  che  il  vide),  come  era  stato  avvenente  e  gentile  in  gio- 
ventù.^ 

Pochissime  sono  le  opere  d'arte  che  ancora  gli  si  attribuiscono  ; 
fra  queste  giova  notare  una  Madonna,  che  dicono  regalasse  a 
Francesco  I  re  di  Francia,  come  si  ricava  dalla  testimonianza  del 
magnifico  D.  Baldassar  Capra  f.  q.  magnifici  D.  Jo.  Petri,  nella 
comparizione  di  Orazio  Melzi  davanti  al  Collegio  dei  giurisperiti 
l'anno  1645.' 

Da  Lanzalotto  discende  il  ramo  di  quei  Melzi  che  nell'anno  1676 
furono  investiti  dal  duca  Amedeo  di  Savoja  del  marchesato  della 
Torricella,  e  finivano  sullo  scorcio  del  secolo  passato  in  due  figlie; 
una  delle  quali,  Anna  Maria,  entrava  nell'altro  ceppo  dei  Melzi, 
feudatarj  di  Magenta,  sposa  al  conte  Francesco  Saverio.  Un  figlio 
di  lui  s' imparentava  con  la  contessa  d'Eril ,  erede  di  una  celebre 
famiglia  spagnuola,  di  cui  ritennero  poscia  il  nome.  Da  sì  fortunato 
connubio  nacque  il  vicepresidente  Melzi,  tanto  benemerito  delle 
pubbliche  cose  in  Lombardia.  A  lui  Buonaparte  donava  il  titolo 
di  duca  di  Lodi  (1807),  che  rìmase  in  famiglia,  ed  è  tuttavia  por- 
tato dal  duca  Lodovico  Melzi  d'Eril. 

Un  figlio  di  quell'Ambrogio,  da  cui  viene  la  linea  dei  conti  di 
Magenta,  lasciava  la  patria  Milano  per  stabilirsi  a  Rimini,  dove  è 
ancora  la  fama  di  una  casata  Melzi,  estinta  nel  secolo  scorso, 
molto  illustre  e  doviziosa. 

Che  il  paese  di  Melzo,  poco  lungi  da  Milano,  fosse  la  culla  della 
famiglia,  sono  mere  congetture.  Da  un  vetusto  castello  dello  stesso 
nome,  nelle  vicinanze  di  Udine,  ora  distrutto,  si  potrebbe,  al  dire 
del  Palladio,^"  ugualmente  ripeterne  l'origine. 


*  Esistono  di  lui  varj  ritratti,  uno  dei  quali  all'Ambrosiana,  dalle  mani  stesse  del 
Vinci,  ove  lo  rappresenta  giovinetto  quindicenne. 

^  «  Il  signor  Gio.  Francesco,  padre  del  signor  capitulante  (Orazio),  per  sua  dilettazione 
et  virtù  particolare  si  è  deiettato  della  pittura,  ma  non  andava  a  pinger  ne  pingeva 
per  premio  alcuno,  ma  solamente  in  casa  per  dimostrare  la  sua  virtù,  et  esso  signoro 
testimonio  vidde  una  volta  un  quadro  dove  il  detto  signor  Francesco  haveva  pinto 
la  figura  della  Madonna,  qual  disse  che  voleva  donare  al  Re  di  Franza  ».  Archivio  di 
Stato  in  Milano. 

*"  Storia  del  Friuli,  di  Giov.  Frane.  Palladio  degli  Olivi,  1660,  pag.  150,  P.  L 


64  DOMANDE   E   RISPOSTE. 


Domanda.  Alla  Biblioteca  Ambrosiana,  ricca  quanto  ognun  sa  di 
manoscritti,  ne  furono,  in  questi  ultimi  anni,  ricopiati  colla  fotografia 
0  colla  litografia  alcuni  de' più  preziosi.  Vi  si  è  anzi  stabilita  una 
fotolitografia,  che  si  dedica  principalmente  a  questi  lavori.  Il  pre- 
fetto Antonio  Ceriani,  celebratissimo  orientalista,  riprodusse  cosi 
alcuni  codici  di  somma  importanza,  talvolta  anche  a  spese  di  signori 
forestieri.  Chiesto  da  noi  sui  lavori  suoi  presenti,  rispose: 

Bisposta.  Io  sto  ora  terminando  le  note  all'edizione  fotolitogra- 
fica del  codice  siro-esaplare  Ambrosiano.  Oggetto  delle  note  è  di 
supplire  a  quanto  non  può  indicare  neppure  la  fotografia,  come  le 
rasure  e  la  distinzione  delle  scritture  posteriori;  di  dare  la  lezione 
del  manoscritto,  ove  questa  nella  fotolitografia  per  le  macchie  non 
può  essere  chiara;  di  apporre  le  varianti,  che  per  varie  parti  ho  po- 
tuto raccogliere  da  manoscritti  esteri  o  da  citazioni  di  autori  siriaci  ; 
infine  di  additare  le  fonti  greche  stampate  o^manoscritte  di  mol- 
tissimi scolj.  Il  manoscritto  riprodotto  contiene  i  Salmi,  Giobbe, 
i  tre  libri  di  Salomone,  la  Sapienza,  l'Ecclesiastico  e  tutti  i  Profeti, 
tradotti  nel  primo  quarto  del  secolo  VII  dal  testo  dei  Settanta, 
come  fu  stabilito  da  Origene  nel  III  secolo,  e  copiato  dall'ori- 
ginale per  cura  di  Eusebio  e  Panfilo  nel  principio  del  secolo  IV, 
con  numerosi  estratti  delle  altre  antiche  versioni  greche  ;  ha  inoltre 
molti  estratti  di  Padri  greci,  e  molte  note  filologiche.  Il  manoscritto 
è  dell' Vili  secolo,  per  la  maggior  parte  unico  e  correttissimo,  ed 
è  per  la  prima  volta  riprodotto  integralmente. 

Finita  questa  edizione  per  la  metà  di  quest'anno,  terminerò  poi 
la  stampa  di  un'antichissima  traduzione  siriaca  del  VI  libro  della 
guerra  giudaica  di  Giuseppe  Ebreo,  presa  da  un  manoscritto  del 
VI  secolo,  e  di  molti  frammenti  di  antiche  versioni  bibliche  latine 
antegeronimiane,  e  comincierò  la  edizione  fotolitografica  di  un  ma- 
noscritto siriaco  Ambrosiano  del  VI  secolo,  l'unico  anteriore  all'XI 
conosciuto,  che  contenga  tutta  l'antichissima  versione  Pescito  del- 
l'Antico Testamento.  Per  quest'ultimo  lavoro  un  mio  conoscente 
inglese  mi  ha  già  mandato  un. buon  sussidio.  Se  non  fosse  per  le 
occupazioni  del  mio  ufiicio,  in  circa  quattro  anni  potrei  aver  finito 
anche  questo  lavoro. 


ARCHIVI. 


a)  ARCHIVIO  DI  STATO  MILANESE. 

L'Archivio  di  Milano  è  antichissimo,  e  prima  fu  posto  nel  Ca- 
stello, credendolo  il  luogo  più  sicuro;  mentre  invece  fu  gravemente 
danneggiato  appunto  per  ciò.  Singolarmente  alla  morte  di  Filippo 
Maria,  ultimo  dei  Visconti,  il  popolo  credette  aver  di  diritto  re- 
cuperata la  propria  libertà,  onde  gridò  Vaurea  repubblica  ambro- 
siana^, e  demolì  il  Castello  come  stromento  di  servitù  e  minaccia. 
Perirono  allora  moltissime  carte,  lo  perchè  i  documenti  governa- 
tivi  e  pubblici  anteriori  a  quel  tempo  sono  scarsi  in  questa  raccolta, 
essendo  rimasti  solo  alquanti  mazzi  e  varj  registri.  Lodovico  Sforza, 
volendo  rintegrare  l'Archivio,  mandò  a  ricopiar  dai  varj  uffizj  docu- 
menti in  pergamena.  Ma  sopraggiunti  i  Francesi,  questi,  nel  partire, 
ne  portarono  seco  molti. 

Ora  i  Begistri  ducali  sono  574,  e  ne  mancano  alcuni,  come  s'in- 
duce dalla  serie  alfabetica.  Le  Missive,  cioè  ordini  o  decreti  a  di- 
versi incaricati  e  agenti  ducali,  formano  857  fasci. 

Nella  dominazione  austro-ispana ,  le  varie  magistrature  ebbero 
cura  di  serbar  le  proprie  carte  :  le  principali  erano  ancora  deposte 
nel  Castello,  ma  in  disordine ,  quali  vi  venivano  portate  al  morire 
dei  diversi  segretarj,  senza  distinzione  di  tempo  né  di  materia. 

A  mezzo  il  secolo  passato  Ilario  Corte  fu  incaricato  di  sistemarli, 
ed  egli  vi  applicò  il  metodo  col  quale  aveva  già  ordinati  gli  ar- 
chivj  del  Senato,  dei  Panigarola  e  degli  statuti  del  Governo  antico 


*  Intorno  a  questa  lavora  il  socio  Giulio  Porro, 
Arch.  Stor.  Lomb.  —  An,  I. 


66  ARCHIVJ. 


e  di  quello  dopo  la  venuta  dell'arciduca  :  e  furono  collocati  in  quel 
che  già  era  collegio  de'  Gesuiti  presso  San  Fedele.  In  questo  si 
raccolsero  gli  archi  vj  dei  magistrati  or  dinar j  e  straor  dinar j,  creati 
nel  1550,  poi  unificati  da  Maria  Teresa  nel  1749:  gli  atti  del  supre- 
mo Consigho  d'economia,  del  magistrato  Camerale  dell'Imperiale 
Kegio  Consiglio  di  Governo,  cui  si  aggiunsero  poi  quelli  della  Con- 
ferenza governativa  e  del  magistrato  politico  Camerale,  succedutisi 
dal  1766  al  96.  Vi  stavano  pure,  oltre  le  relazioni  diplomatiche, 
il  rinomato  archivio  Panigarola,  gli  atti  relativi  all'araldica,  ai 
feudi,  ai  confini,  alle  potenze  sovrane. 

Nuovi  rischi  corsero  le  carte  alla  venuta  de'  Francesi  Giacobini  ; 
ma  presto  fu  destinato  prefetto  generale  degli  archivj  il  noto  poli- 
store  Luigi  Bossi,  che  procurò  fossero  ben  conservati,  come  si  con- 
tinuò nel  regno  d'Italia.  Del  quale  e  delle  repubbliche  cisalpina  e 
italiana  vi  sono  accentrati  i  carteggi  de'  varj  ministeri ,  e  quello 
solo  delle  relazioni  estere  empie  ben  mille  cartelle  ;  quel  della  guerra 
fu  preso  a  organizzare  solo  nel  1812,  e  restò  incompiuto. 

Tornati  gli  Austriaci,  dapprima  si  pensò  collocare  l'Archivio,  che 
dicevano  Diplomatico,  nel  palazzo  di  Brera,  poi  fu  posto  nella  ca- 
nonica di  San  Bartolomeo,  e  pregato  l'abate,  dappoi  cardinale  Maj 
a  cooperare  alla  sistemazione  di  esso,  al  che  egli  annui  con  lettera 
del  16  maggio  1816;  nel  1840  fu  trasferito  presso  l'Archivio  nota- 
rile in  piazza  de'  Mercanti,  e  allora  constava  di  90,000  pergamene, 
comprese  4000  provenienti  da  Pavia,  e  16,000  da  Mantova;  900  spet- 
tanti al  Novarese  furono  date  al  Piemonte. 

Alfine  si  conobbe  improvida  la  distinzione  della  parte  storica 
dalla  amministrativa,  e  nel  1852  si  concentrarono  in  un  solo  gli 
Archivj  diplomatico,  della  guerra,  del  debito  pubblico  ;  dappoi  anche 
il  giudiziario,  infine  il  copiosissimo  delle  finanze  e  della  contabilità. 

Allora  vi  fu  assegnato  il  palazzo  del  già  Collegio  Elvetico,  che 
nel  regno  franco-italico  era  stato  sede  del  senato  italiano,  indi  della 
contabilità:  stabile  nobilissimo,  con  due  vasti  cortili  a  duplice  colon- 
nato, e  dove  una  quantità  incommensurabile  di  carte  è  assestata  in 
quattro  piani.  In  quel  palazzo  sta  provisoriamente  la  Corte  delle 
Assise:  laonde  si  dovette  ancora  lasciare  a  San  Fedele  oltre  un 
50,000  cartelle  di  varj  riparti  governativi,  tutto  l'archivio  pro- 
vinciale, e  il  fondo  di  religione. 

Quest'  ultimo ,  cioè  le  carte  di  atti  ecclesiastici ,  atti  civili  di 


ARCHIVJ.  67 


» 


ordine  pubblico,  atti  privati,  che  ci  vennero  dalla  soppressione  delle 
corporazioni  religiose,  dei  capitoli,  ecc.,  non  solo  di  Lombardia, 
ma  del  Veneto  e  di  parti  del  Modenese  e  delle  Romagne,  forma  la 
dote  più  preziosa,  come  storia,  delP Archivio  milanese,  compren- 
dendo le  carte  più  antiche,  conservate  colla  diligenza  che  solevano 
i  monaci.  Da  questo  vennero  estratte  circa  80,000  pergamene,  che 
sono  disposte  in  una  sala  entro  cartelle  portanti  il  nome  dell'ente 
a  cui  appartennero,  e  distribuite  per  epoca.  Quelle  che  sono  ante- 
riori al  mille  costituiscono  una  preziosa  raccolta,  entro  armadio  a 
parte,  e  offrirono  testé  il  maggior  tributo  di  documenti  al  voi.  XIII 
dei  Monumenta  Historice  Patrice. 

Nel  1796  erano  stati  portati'  a  Vienna  alcuni  decreti  ducali:  il 
Governo  austriaco  del  resto  rispettò  quella  raccolta:  solo  nel  1831 
si  domandarono  per  favore  autografi  di  personaggi,  e  ne  furono 
mandati  83  per  ornare  la  biblioteca  di  Corte.  Ma  in  quel  tempo 
una  deplorevolissima  dissennatezza  di  scarti  privò  l'Archivio  di  mol- 
tissimi e  preziosissimi  documenti,  di  cui  si  formò  la  ricchezza  di 
varie  raccolte  private,  lasciando  imperfette  anche  molte  serie  delle 
nostre. 

Pel  trattato  di  Zurigo  (art.  15)  doveano  cedersi  dal  Regno  Sardo 
le  carte  e  documenti  che  concernevano  i  paesi  lombardi  conservati 
all'Austria.  Non  se  ne  trovarono  qui  di  assoluta  proprietà  austriaca, 
bensì  molte  promiscue,  principalmente  pel  debito  pubblico  ;  ma  era 
difficihssimo,  anzi  impossibile  lo  smembrarle  :  pure  alquante  furono 
stralciate  che  concernevano  privati  interessi  e  fatti  d'amministra- 
zione. Nel  1854,  avendo  la  sezione  filosofico-storica  dell' Imp.  Acca- 
demia di  Vienna  pubblicato  il  voi.  I  dei  Monumenta  Hahshurgica, 
e  sapendo  che  i  varj  Archivj  della  monarchia  contengono  copiosi 
documenti,  richiese  le  fossero  trasmessi  di  tempo  in  tempo  elenchi 
degli  atti,  da  cui  potesse  dedurre  se  contenessero  alcuna  cosa  op- 
portuna a  tal  suo  lavoro.  In  obbedienza  a  quest'ordine  si  mandò 
copia  di  molti  documenti,  alcuni  anche  fotografati,  e  il  transunto 
di  altri,  principalmente  riguardanti  la  spedizione  di  Massimiliano  I 
e  cronache  di  quel  tempo,  esplorando  all'uopo  anche  gli  Archivj 
dipendenti.  Nel  57  il  dottore  Sickel,  incaricato  specialmente  da 
quell'Accademia,  stette  lungo  tempo  in  quest'Archivio,  liberamente 
cercando,  e  comandando  la  trascrizione  di  moltissimi  documenti, 
in  aggiunta  a  quelli  mandati  già  in  otto  spedizioni.  Nel  58  furono 
domandati  cinque  documenti  originali. 


68  ARCHIYJ. 


Saputosi  che,  per  la  pace  di  Vienna  del  1867,  si  dovevano  re- 
stituire le  carte  asportate  dagli  Archi vj  veneti,  si  domandò  che 
nella  convenzione  venissero  comprese  quelle  dell'Archivio  mila- 
nese. In  fatti  si  ottenne  la  restituzione  di  12  fasci:  poi  il  Governo 
Austriaco  avendone  trovati  12  altri,  questi  pure  spontaneamente 
offrì.  Sono  saltuarj  volumi  delle  predette  serie,  non  ispecificati  di- 
stintamente, e  dei  quali  21  spettano  al  secolo  XV;  1  dal  XIII  al 
XV;  uno  dal  principio  del  XV  va  al  1579;  uno  dal  1183  (anno 
della  pace  di  Costanza)  va  al  secolo  XV,  e  per  lo  più  sono  copie 
di  documenti  politico-diplomatici,  forse  tutti  conosciuti. 

Parimenti  il  comando  generale  militare  austriaco  restituì  al 
ministero  della  guerra  del  Regno  d'Italia  le  matricole  e  altri  do- 
cumenti riguardanti  l'antico  esercito  italiano,  che  formerebbero 
parte  dell'Archivio  del  ministero  della  guerra  Italo-Franco,  al  quale 
dovrebbero  quindi  unirsi  nel  nostro  Archivio. 

Furono  pure  restituiti  a  questo  i  cinque  documenti  che  il  18  set- 
tembre 1858  erano  stati  richiesti  dalla  luogotenenza,  da  spedire  a 
Vienna  pei  Monumenta  Hahshurgica  :  inoltre  furono  rese  n.  1 2  casse, 
contenenti,  in  250  buste,  atti  del  Governo  provvisorio  di  Lombardia. 

Ora  l'Archivio  di  Stato  ha  un  direttore,  un  capo  sezione,  un  se- 
gretario di  prima  classe  e  tre  di  seconda;  quattro  sottosegretarj 
di  prima  classe,  cinque  di  seconda,  sei  di  terza;  sei  applicati  di 
prima  classe,  tre  di  seconda;  in  tutto  30  impiegati,  senza  contare 
i  custodi,  uscieri  e  inservienti. 

ì^elV Archivio  veneto  e  nella  Perseveranza  furono  stampati  i  ren- 
diconti delle  operazioni  fattesi  in  esso  nell'anno  caduto.  Le  prin- 
cipali consistettero  nel  ricollocare  molti  documenti,  che  erano  stati 
spostati  per  formare  classi  particolari,  secondo  l'idea  infelice  di 
costituire  un  Archivio  storico,  che  finisse  coli'  indipendenza  del  du- 
cato, cioè  al  1535.  Si  cercò,  per  quanto  fu  possibile,  rintegrare  i 
varj  archivj  e  le  classi:  inoltre  si  lavorò  da  tutti  a  formare  gli 
elenchi  delle  varie  partite,  in  modo  da  potere  poi  compilare  un  in- 
ventario generale.  Si  continuò  la  distribuzione  delle  carte  vecchie 
e  di  quelle  che  man  mano  arrivano.  E  copiosissimi  furono  i  ver- 
samenti, fatti  da  diversi  ufficj  e  magistrature,  fra  cui  il  tribunale 
civile  e  correzionale  di  Milano,  l'ufiicio  del  contenzioso  finanziario, 
la  locale  Intendenza  delle  finanze  e  l'Archivio  di  Torino  ;  sicché 
vennero,  in  questi  ultimi  mesi,  circa  6000  cartelle,  oltre  una  gran- 
dissima quantità  di  protocolli  e  registri. 


ARCHIVJ.  69 


Si  preparò  la  continuazione  dei  Documenti  diplomatici  tratti  dagli 
Archivj  milanesi^  e  cominciossi  la  stampa  della  parte  II  del  terzo 
volume,  dal  1441  alla  morte  di  Filippo  Maria. 

Ogni  giovedì  si  tiene  scuola  pratica  di  paleografia,  dandosi  a  leg- 
gere documenti  di  varie  età  e  carattere,  e  accompagnandoli  coi 
necessarj  commenti.  A  meglio  giovarla,  alcuni  impiegati  adopera- 
ronsi  a  riprodurre  documenti  colla  fotografia. 


h)  ARCHIVIO  CIVICO  MILANESE. 

Milano,  23  febbrajo  1874. 

Onorevoliss.  Sig.  Cesare  Cantù, 

Per 'soddisfare  il  desiderio  da  lei  manifestato  di  avere  alcune 
notizie  intorno  all'Archivio  municipale,  le  trasmetto  la  presente, 
ringraziandola  del  servigio  che  renderà  al  nostro  Comune  col  far 
conoscere  i  tesori  posseduti  dagli  Archivj  civici. 

Dipendono  da  questo  Municipio  un  Archivio  generale  e  non  pochi 
Archivj  speciali. 

Gli  Archivj  speciali,  qualcuno  dei  quali  è  di  non  lieve  entità, 
sono  tenuti  per  cura  di  Ufficj  o  di  Stabilimenti  separati,  che  vi 
conservano  gli  atti  d'immediato  loro  uso.  Tali,  gli  archivietti 
della  Kagioneria,  dell'Ufficio  Imposte  e  Tasse,  della  Commissione 
di  beneficenza  pel  circondario  esterno  della  città,  del  Corpo  dei 
Pompieri,  dell'Ufficio  funerario,  dei  pedici,  dei  Dispensarj  celtici, 
degl'Ingegneri  (per  le  mappe  ed  altri  disegni),  dello  Stato  civile, 
dell'Anagrafe,  degli  Ufficj  delle  Elezioni,  della  Leva  e  dei  Giudici 
Conciliatori,  del  Macello  pubblico,  dei  Delegati  di  mandamento, 
del  Corpo  dei  sorveglianti  urbani,  della  Ricevitoria  centrale  del 
Dazio  Consumo  e  delle  Ricevitorie  alle  porte,  dell'Ispettorato  delle 
Guardie  daziarie,  del  Collegio  Calchi-Taeggi,  del  Museo  di  Storia 
naturale,  del  Convitto  allieve  maestre,  della  Scuola  superiore  fem- 
minile, delle  Scuole  elementari  maschili  e  femminili,  serali  e  festive, 
maggiori  e  minori,  della  Scuola  popolare  di  musica,  della  Guardia 
nazionale  e  del  suo  Corpo  di  musica,  dei  teatri  della  Scala  e  della 


70  ARCHIYJ. 


Canobbiana,  ecc.;  i  quali  tutti  sogliono  versare  di  quando  in 
quando  le  carte  meno  recenti,  o  quelle  diventate  superflue  alla 
loro  gestione,  nell'Archivio  generale. 

Finora  non  esiste  alcuna  ordinanza  che  determini  una  divisione 
dell'Archivio  generale  ;  tuttavia  io  lo  ritengo,  quale  risulta  infatti, 
composto  di  tre  sezioni,  cioè: 

1.''  V amministrativa  centrale,  nel  civico  palazzo  Marini,  che 
contiene,  in  5700  cartelle  circa,  gli  atti  occorrenti  alla  trattazione 
odierna  degli  affari  di  spettanza  della  Giunta  e  del  Consiglio  mu- 
nicipale ; 

2°  V  amministrativa  di  deposito,  nell'ex  chiesa  di  S.  Carpoforo, 
per  gli  atti  amministrativi  dal  1802  in  avanti  raramente  ricercati: 
consta  di  più  che  8600  cartelle; 

3."  la  storica,  in  un  bel  locale  attiguo  alla  predetta  ex  chiesa, 
costituita  da  oltre  5700  tra  mazzi  o  cartelle,  registri  e  libri  già  di 
compendio  dell'antico  Archivio  civico  o  di  altre  vecchie  raccolte, 
tutte  di  data  anteriore  al  luglio  dell'anno  1802. 

Sebbene  quasi  ogni  carta  conservata  negli  archivj  sia  destinata 
ad  assumere  col  tempo  un  carattere  storico,  oggidì  soltanto  l'ultima 
sezione  dell'Archivio  generale,  con  piccola  parte  delle  due  prece- 
denti e  degli  archivj  speciali,  è  quella  che  più  propriamente  interessa 
la  storia:  i  più  antichi  documenti  raccoltivi  rimontano  al  secolo XIV, 
e  riguardano  non  già  la  sola  città  di  Milano,  ma  l'intero  territorio 
dipendente  da  essa  nei  tempi  trascorsi. 

Pochi  scrittori  di  storia  patria  compulsarono  finora  l'Archiviò 
civico  per  is  velar  ne  al  pubblico  le  ricchezze  ;  e  tutti  o  quasi  tutti 
io  gli  avrò  nominati  se  citerò  il  nome  di  Lei  e  quelli  del  Giulini, 
del  Verri,  del  Salomoni,  del  Custodi,  del  Fabi,  dell'Oslo,  del  Cusani 
e  del  Berlan.  Il  Litta-Biumi,  com'Ella  sa,  ne  stese  un  cènno  nel- 
l'opera Milano  e  il  suo  territorio  (a  carte  186  e  seg.  del  II  tomo), 
che  necessariamente  non  potè  riuscire  perfetto,  perchè  nel  1844  le 
antiche  carte  civiche  non  potevansi  tutte  conoscere,  frammiste  come 
erano  a  più  altre  di  proprietà  dello  Stato. 

Il  Governo  restituì  le  carte  civiche  al  Comune  nel  maggio  dello 
scorso  anno  1873,  annuendo  all'istanza  presentatagli  da  questa 
Giunta  municipale  nel  gennajo  del  1870:  alla  delicata  operazione  di 
sceverarle  dagli  atti  governativi  e  provinciali,  operazione  che  costò 
quasi  quattro  anni  d'intelligente  lavoro,  sovrintese  una  Commis- 


ARCHIVI.  71 


sione  civica,  della  quale  furono  presidenti  dapprima  il  prof.  Pietro 
Molinelli,  poi  il  conte  Francesco  Sebregondi  assessori,  e  membri 
i  signori  conte  Emilio  Belgiojoso,  professore  Bernardino  Biondelli, 
avv.  Michele  Caffi,  nob.  Felice  Calvi,  avv.  Pompeo  Castelli  consi- 
gliere comunale,  sac.  dott.  Antonio  Ceruti,  cav.  Giuseppe  Mongeri, 
conte  Giulio  Porro-Lambertenghi ,  e  gli  ora  defunti  dott.  Giulio 
Borghi  assessore,  prof.  Francesco  Conti,  Luigi  Osio  già  direttore 
degli  Archivj  di  Stato  in  Milano,  e  il  conte  Carlo  Taverna. 

Le  fortunose  vicende  cui  andò  soggetto  l'antico  Archivio  comu- 
nale, lo  stremarono  e  lo  disordinarono  non  poco,  importandovi  una 
sistemazione  che,  a  vero  dire,  non  sarebbe  la  più  adatta  alla  natura 
dei  documenti  ond'esso  è  costituito.  Ciò  nullameno  la  sua  ricchezza 
è  tuttora  rilevante,  e  al  difetto  del  metodo  d'archiviazione  suppli- 
scono copiosi  regesta  vecchi  e  recenti;  tra  cui  vanno  specialmente 
ricordati  gli  indici  redatti  dal  Barcellino  nel  1653  e  1654,  gli  elen- 
chi analitici  stesi  fra  il  1770  e  il  1796  per  cura  dello  storico  Giulini 
(che  fu  direttore  dell'Archivio  del  Comune  nell'ultimo  decennio  di 
sua  vita),  dell'archivista  Lualdi  e  dell'aggiunto  Pansecchi,  e  l'in- 
ventario attuale  della  sezione  storica,  redatto  dal  nob.  signor  Luigi 
Carcano,  che  dirigeva  a  S.  Carpoforo  il  già  R.  Archivio  di  deposito 
civico-provinciale. 

Per  più  minute  informazioni  intorno  a  ciò  che  contiensi  nella 
sezione  storica  dell'Archivio  generale  del  Comune  si  può  ricorrere 
alla  testé  citata  monografia  del  Litta-Biumi  ;  io  qui  mi  tengo  pago 
d'indicare  quelle  categorie  di  atti  e  quegli  altri  oggetti  meritevoli 
d' essere  conosciuti,  dei  quali  non  venne  per  avventura  fatto  suffi- 
ciente cenno  prima  d'ora. 

La  serie  meglio  completa  è  quella  dei  Registri  delle  ordinazioni 
del  Tribunal  di  Provvisione,  che  va  dal  1385  al  1796,  salva  appena 
qualche  lacuna  casuale  qua  e  là,  la  quale  però  si  può  riempire  mercè 
gli  appuntamenti  staccati;  segue  quella  dal  1543  al  1796,  delle  or- 
dinazioni della  Cameretta,  col  qual  nome  indicessi  il  Consiglio 
generale,  ridotto  a  sessanta  decurioni.  Tacio  delle  lettere  ducali, 
regie  e  governative,  e  dei  relativi  registri,  perchè  ne  fu  già  parlato 
da  altri.  Dirò  invece  dei  sette  preziosissimi  volumi  in  pergamena, 
contenenti  le  sentenze  emanate  dai  nostri  podestà  nel  periodo  1385- 
1428;  e  degli  atti  interessanti  e  poco  noti  (costituenti  già  altret- 
tanti archivietti  separati)  delle  tre  Congregazioni  dello  Stato,  del 


72  ARCHIYJ. 


Ducato  e  del  Patrimonio;  del  Banco  civico  di  S.  Ambrogio;  delle  tre 
Giudicature  comunali  per  le  acque  e  strade,  per  la  legna  e  per  le 
vettovaglie,  e  della  Milizia  urbana  e  forese,  istituita  verso  il  1636, 
e  rimodernata  poi  in  Guardia  nazionale  nel  1796.  Copiosa  è  la 
raccolta  delle  carte  relative  al  turbinoso  periodo  1796-1802,  e 
quella  delle  gride  (in  fogli  sciolti)  di  questi  ultimi  quattro  secoli  ^  ; 
piccole  ma  non  dispregevoli  quelle  dei  diplomi  in  pergamena  degli 
autografi  di  personaggi  illustri  da  Lodovico  il  Moro  a  Napoleone  I, 
delle  carte  araldiche,  delle  incisioni,  stampe  e  disegni  vecchi,  dei 
campioni  di  stoffe  antiquate,  e  la  libreria,  contenente  registri  ma- 
noscritti e  stampati,  prospetti  statistici,  storie  e  statuti  antichi,  e 
qualche  incunabolo. 

Questa  sezione  storica  va  continuamente  arricchendosi,  per  la  ri- 
vendicazione di  carte  e  libri  di  spettanza  civica;  per  doni  e  lasciti 
di  privati,  fra  cui  nomineremo  quelli  del  canonico  Marasca,  del 
dott.  Sormani,  del  senatore  Taverna,  di  un  Dell'Acqua  e  del  se- 
gretario Manzoli;  e  per  recenti  acquisti  fatti  dal  Municipio,  il  più 
cospicuo  dei  quali  è  la  bella  raccolta  in  dieci  volumi,  già  di  pro- 
prietà della  ducale  casa  Litta  (dalla  quale  li  aveva  rilevati  l'editore 
Vallardi),  contenente  disegni  autografici  dei  principali  edifizj  citta- 
dini; raccolta  dovuta  alle  zelanti  ricerche  del  sacerdote  Bianconi. 

A  mezzo  l'anno  1872,  essendo  l'ex-chiesa  di  S.  Carpoforo  rimasta 
libera  pel  trasporto  in  via  Sala^  del  E,.  Archivio  provinciale,  fu  mia 
cura  farvi  raccogliere  ordinatamente  le  molte  carte  che  trovavansi 
ammucchiate  e  quasi  perdute  nei  solaj  del  palazzo  Marini  e  in  altri 
locali  civici:  in  tal  modo  si  formò  la  sezione  di  deposito  dell'Ar- 
chivio generale  del  Municipio,  la  quale  deve  riuscir  utile  per  la 
storia  della  nostra  città,  riferibilmente  alla  prima  metà  del  secolo 
corrente. 

L'ill."°  sig.""  senatore  Belinzaghi  sindaco  della  città,  da  cui  diret- 
tamente dipende  l'Archivio  civico,  dal  cominciare  del  corrente  anno 
ha  voluto  affidarne  a  me  la  soprintendenza.  Il  personale  addetto 
all'Archivio  generale  si  compone  ora  di  nove  impiegati,  oltre  ad 
un  portiere,  un  custode  pel  locale  di  S.  Carpoforo  ed  un  inser- 


*  Una  delle  operazioni  più  opportune  che  si  stanno  facendo  all'Archivio  di  Stato  è 
la  formazione  d'un  gridario  completo,  riducendo  in  uno  i  varj,  sparsi  fra  i  diversi  Ar- 
chivj  in  questo  concentrati.  Coi  doppj  si  potranno  completare  le  raccolte  che  siano  di- 
fettive presso  altri  uffizj  o  musei.  C. 


ARCHIV.T.  73 


viente  provvisorio  :  capo  d' ufficio  ne  è  il  nobile  Francesco  Aman 
de'  Germani;  sette  altri  tra  applicati  e  diurnisti  attendono  al  ser- 
vizio delle  due  sezioni  amministrative.  La  sezione  storica  è  special- 
mente affidata  al  prof.  Gentile  Pagani,  il  quale,  essendo  succeduto 
fino  dal  maggio  del  1871  al  defunto  dott.  Giuseppe  Ganz  nell' in- 
carico di  coadjuvare  gl'impiegati  governativi  a  sceverar  le  carte 
civiche  antiche  dalle  regie,  ne  potè  prendere  sufficiente  cognizione. 

Agli  amatori  delle  patrie  memorie  sarà  presto  facilitato  e  reso 
comodo  l'esame  dei  preziosi  cimelj  storici  ivi  conservati;  e  appena 
approvate  le  nuove  norme  d'archivio  che  sto  studiando,  sarà  mia 
premura,  signor  Presidente,  fargliene  tener  copia,  affinchè  Ella  si 
compiaccia  informarne  quei  nostri  socj  che  volessero  approfittare 
pei  loro  studj  dei  documenti  posseduti  dal  Comune. 

Coi  sensi  della  più  distinta  considerazione  per  la  S.  V.,  ho  l'o- 
nore di  professarmi 

Stefano  Labus,  Assessore  municip. 

e)  ARCHIVIO  DI  VIGEVANO. 

Elenco  dei  Documenti  nelV Archivio  di  Vigevano, 

Statuti  di  Vigevano:  tre  volumi  in  pergamena. 

1.  Atti  consolari  o  Consigli  generali.  . dal  1227  al  1874 

2.  Trattati  e  alleanze  colla  Lega  L.,  Milano,  ecc.  dal  1227  al  rasente 

3.  Dazj  governativi  e  del  Comune dal  1430  al  1474 

4.  Atti  del  Tribunale  di  provisione  in  volumi.  .  .  dal  1434  al  1774 

5.  Ospedale  di  S.  Matteo  di  Pavia dal  1449  al  1840 

6.  Podesteria  di  Vigevano.  Compet.  giurisd.,  ecc.  dal  1460  al  1771 

7.  Diplomi  imperiali  e  ducali  di  diritti  e  franchigie  dal  1479  al  1 555 

8.  Del  Vasto  marchese  feudatario  di  Vigevano  .  .  dal  1526  al  1530 

9.  Atti  della  Banca  civile  di  Vigevano dal  1528  al  1712 

10.  Atti  della  milizia  del  Comune dal  1557  al  1802 

11.  Atti  dei  Tribuni  del  popolo dal  1559  al  1738 

12.  Lanificj dal  1556  al  1575 

13.  Ambasciate  (titoli) dal  1558  al  1702 

14.  Sete dal  1579  al  1761 

15.  Ospedale  di  Milano 1582 

16.  Podesteria  di  Cassolo dal  1624  al  1625 

17.  Guerre  Gallo-Sarde  contro  l'Austria dal  1733  al  1859 

18.  Guerre  Gallo-Ispane  contro  Austria-Sardegna  dal  1743  al  1749 


74  ARCHIVJ. 


Scrittori  patrj. 

Estimo,  Titoli,  e  Memorie  di  Simon  Del  Pozzo. 

Nubilonio. 

Vigevano  illustrata,  Sacchetti. 

Chiesa  di  Vigevano,  Brambilla. 

Memorie  storiche  di  Vigevano,  Biffignandi. 

De  Viglevano,  Gianolio. 

Vigevano  e  suo  territorio,  Biffignandi. 

Opuscoli  diversi. 

Sopra  Vigevano  moltissimi  documenti  possiede  l'Archivio  mila- 
nese, sia  come  Comune  dell'antico  ducato,  sia  come  feudo.  Sono 
curiose  le  opposizioni  che  quello  faceva  allorché  lo  Stato  "  per  gra- 
vissimi bisogni  „  vedeasi  costretto  a  darlo  in  feudo.  Nel  1648  il 
conte  di  Vimercado  fu  spedito  dal  governator  di  Milano  "  per  la 
terza  volta  alla  cita  di  Vigevano  ad  esplorare  li  voti  di  ciascun  cit- 
tadino ad  uno  per  uno  ostiatim  per  assicurarsi  se  ognuno  concor- 
resse spontaneamente  et  di  buona  voglia  all'offerta  del  datio  della 
carne  in  soccorso  della  maestà  del  re  nostro  signore,  senza  che 
fosse  suggerito  e  persuaso  da  persona  di  maggior  autorità  nella 
cita  per  il  desiderio  di  continuare  a  maneggiare  le  cose  a  loro  vo- 
glia 0  per  altri  fini...  „ 

Il  suffragio  universale  applicato  a  tasse  e  dazj  darebbe  difficil- 
mente il  solito  sì. 

V'è  pure  il  giuramento  di  fedeltà  che  i  rappresentanti*  del  Co- 
mune di  Vigevano  prestarono  nel  1447  all'aurea  repubblica  am- 
brosiana, poi  quello  a  Francesco  Sforza,  colla  distinta  delle  persone. 

BOLDRINI. 
d)  ARCHIVIO  DELLA  CITTÀ  DI  GENOVA. 

Una  descrizione  di  esso  fu  fatta  dal  signor  Giuseppe  Gambaro, 
archivista  civico,  e  inserita  negli  Atti  del  R.  Istituto  Veneto:  poi 
riprodotta  in  edizione  di  Genova.  Vi  precede  la  storia  del  magi- 
strato cittadino,  le  sue  attinenze  col  Governo  repubblicano,  e  le 

vicende  di  esso  fino  al  1815. 

(Si  continuerà.) 


NOTIZIE. 


¥ 


LA  SOCIETÀ  STORICA  LOMBARDA. 


Quando  la  Lombardia  fu  aggregata  al  regno  sardo,  la  Deputazione 
sopra  gli  studj  di  storia  patria,  eletta  da  Carlalberto  nell'aprile  1833, 
estese  la  sua  azione  anche  alle  nuove  provinole,  aggregando  socj 
lombardi  a  quelli  che  già  appartenevano  alla  dotta  compagnia.  Non 
restarono  quelli  inoperosi,  e  alquanti  lavori  pubblicarono  nella  Mi- 
sceìlanea  storica^  edita  da  quella,  e  principalmente  tutto  il  voi.  XIII 
dei  Monumenta  HistoricB  Tatrice^  formato  con  documenti  nostri  an- 
teriori al  Mille.  Ivi  ultimamente,  per  cura  di  Dozio,  Finazzi,  Odorici, 
Robolotti,  e  principalmente  di  Ceruti  e  Giulio  Porro,  si  pubblica- 
rono alquante  carte  nuove  e  si  ripubblicarono  anche  le  conosciute, 
cominciando  da  una  del  712,  sia  per  avere  insieme  tutti  i  documenti 
dell'età  più  oscura,  sia  per  dare  più  corrette  e  più  complete  quelle 
che  già  eransi  pubblicate  dal  Muratori,  dal  Tiraboschi,  dal  Lupo, 
dal  Fumagalli,  dal  Rovelli  e  da  altri. 

L'amore  per  gli  studj  storici  e  l'importanza  riconosciuta  degli 
archi vj  avea  fatto  istituire  altre  deputazioni  storiche,  ed  oltre 
quelle  governative  di  Bologna,  di  Parma,  Piacenza  e  Modena,  di 
Firenze,  anche  di  particolari  se  n'erano  fondate,  come  una  a  Mi- 
randola, una  in  Terra  di  Bari;  e  quella  Ligure  che  diede  già  così 
preziosi  frutti.  Doleva  che  altrettanto  non  facesse  la  Lombardia,  e 
già  più  volte  erasi  tentato  costituirne  qui  pure  una,  che  rinnovasse 
gli  esempi  gloriosi  della  Società  Palatina.  L'essere  stato  messo  alla 
direzione  dell'Archivio  di  Stato  Cesare  Cantù  diede  impulso  all'  im- 


76 


NOTIZIE. 


presa,  e  alcuni  studiosi  da  lui  raccolti  nel  suo  ufficio  posero  le 
basi  d'una  Società  Storica  Lombarda. 

Arrise  al  paese  quella  istituzione,  e  ai  43  socj  fondatori  ben 
tosto  se  n'aggiunsero  altri,  che  ora  arrivano  a  158:  costituirono 
un  uffizio  di  presidenza,  uno  statuto,  e  si  proposero  due  pubblica- 
zioni. Una  trimestrale  di  articoli,  monografie,  illustrazioni  di  docu- 
menti 0  d'antichità,  bibliografie,  ed  è  la  presente  :  l'altra  più  grave 
comporrà  volumi  d'una  Biblioteca  Storica,  con  cronache,  biografie, 
documenti,  statuti. 

Il  municipio  di  Milano  volle  attestare  il  suo  aggradimento  col 
concedere  stanza  alla  Società  presso  l'Archivio  municipale,  dove 
esso  tiene  le  adunanze. 


PRESIDENZA 


CANTU  CESARE,  Presidente. 


PoBBO  Giulio,  Vicepresidente. 
Cebuti  Antonio,  Segretario. 


D'Adda  Girolamo,  Vicepresidente. 
Casati  Carlo,  Vicesegretario. 


Consiglieri  : 

Massarani  Tullo  —  Belqiojoso  Emilio  —  Borromeo  Giberto 
Calvi  Felice. 


ELENCO   DEI  SOCJ. 


(I  segnati  con  asterisco  sono  snrj  fondatori.) 


Annoni  conte  Aldo. 

Annoni  prevosto  Carlo. 

Allocchio  dott.  Stefano. 

Arrivabene  conte  Giovanni. 

Ascoli  prof.  Graziadio  Isaia. 

Belgiojoso  conte  Carlo. 
*Belgiojoso  conte  Emilio. 

Belgiojoso  conte  Giorgio. 
■-Belinzaghi  comm.  Giulio. 
•-••Benvenuti  comm.  conte  Matteo. 
*Beretta  conte  Antonio. 

Bernardoni  cav.  Giuseppe. 

Bertini  comm.  Giuseppe. 


Besana  Enrico. 

Besozzi  dott.  Paolo. 

Bottoni  conte  Francesco. 

Bianchi  nob.  Giulio. 
*Biondelli  cav.  Bernardino. 

Biraghi  mons.  Luigi. 

Bonfadini  comm.  Bomualdo. 

Borromeo  contessa  Elisa. 
*  Borromeo  conte  Giberto. 

Brambilla  cav.  Camillo. 

Brasca  avv.  Alessandro. 

Brioschi  avv.  Giuseppe. 

CaflS  dott.  Michele. 


NOTIZIE. 


77 


Gagnola  nob.  Carlo. 

Gagnola  nob.  Giovanni  Battista. 

Gaimì  cav.  Antonio. 

Galvi  Gioogna  nob.  Fanny. 

*  Gal  vi  nob.  Felice. 
Gamperio  cav.  Manfredo. 
Gampori  marchese  Giuseppe. 

*Cantù  oomm.  Gesare. 
Gantù  cav.  Ignazio. 
Garcano  comm.  Giulio. 

*  Gasati  dott.  Garlo. 
'■••Gasati  conte  Luigi  Agostino. 

Gasati  conto  Rinaldo. 
Gastelbarco  Albani  P.  Gesare. 
Gastelbarco  conte  Alessandro. 
Gastelli  avv.  Pompeo. 
Casella  bar.  Federico. 
Cernuschi  Enrico. 

*  Ceruti  dott.  Antonio. 
Cicogna  conte  Giampietro. 
Correnti  comm.  Gesare. 
Crivelli  march.  Luigi. 

*  D'Adda  march.  Garlo. 

*  D'Adda  march.  Girolamo. 
Da  Ponte  nob.  Pietro. 
Delfinoni  avv.  Gotardo. 
Del  Giudice  prof.  Pasquale. 
Fano  dott.  cav.  Enrico. 
Ferraris  prof.  Giovanni. 
Finazzi  can.  Giovanni. 
Formentini  rag.  cav.  Marco. 

*Fortis  comm.  Guglielmo. 
=!  Foucard  cav.  Cesare. 

*  Frasconi  Giuseppe. 
Frizzi  dott.  Lazzaro. 
Galantine  conte  Francesco. 
Gallia  prof.  Giuseppe. 
Ghinzoni  Pietro. 

Ghiron  cav.  Isaia. 
*Giovio  conte  Giovanni. 

Giulini  conte  Giorgio. 

Govi  prof.  Gilberto. 
•'•Greppi  conte  Alessandro. 
■•'■Greppi  conte  Giuseppe. 

Greppi  nob.  Lorenzo. 

Grossi  prevosto  Giuseppe. 

*  Imperatori  avv.  Giov.  Battista. 
-Jacini  comm.  Stefano. 

Kramer  nob.  Teresa. 
*Labus  cav,  Stefano, 


*Landriani  Carlo. 

Lattea  prof.  Elia. 

Lissoni  cav.  Andrea. 
*Litta  Modignani  nob.  Gerolamo. 

Litta  Modignani  nob.  Giulio. 

Litta  Modignani  march.  Lorenzo. 

Lochis  conte  Ottavio. 

Lossetti  Mandelli  nob.  Gabrio. 

Mariani  cav.  Garlo. 
•*Massarani  cav.  Tulio. 

Melzi  conte  Alessandro. 

Melzi  D'Eril  conte  Francesco. 

Melzi  D'Eril  duca  Lodovico. 

Melzi  nob.  comm.  Francesco. 
*■  Melzi  nob.  Giovanni. 

Melzi  conte  Lodovico. 

Minonzio  dott.  Carlo. 

Molina  cav.  Angelo. 

Mongeri  cav.  Giuseppe. 
*Morbio  cav.  Garlo. 

Morelli  Giovanni  senatore. 
•*Muoni  cav.  Damiano 

Mussi  dott.  Giuseppe. 

Negri  dott.  Gaetano. 

Negri  Luigi. 

Negroni  Prato  nob.  Giuseppina. 
-••Oldofredi  conte  Ercole. 

Olginati  nob.  Luigi. 

Ottino  Giuseppe. 

Padulli  nob.  Gerolamo. 

Pallavicino  march.  Giorgio. 

Parravicini  conte  Carlo. 

Peluso  cav.  Francesco. 

Perozzi  Cini  contessa  Rita. 

Pini  dott.  cav.  Innocenzo. 

Poldi-Pezzoli  nob.  Giacomo. 

*  Ponti  Ettore. 

*  Porro-Lambertenghi  march.  G.  Angelo. 
*■  Porro-Lambertenghi  conte  Giulio. 

Portioli  prof.  Attilio. 

*  Pezzuole  prof.  Lorenzo. 
Prina  prof.  Benedetto. 

-Prinetti  comm.  Carlo. 
■•••Pullé  conte  Leopoldo. 

Restelli  avv.  comm.  Francesco. 

Robolotti  cav.  Francesco, 
-Romussi  avv.  Carlo. 

Rossi  sac.  Vitaliano. 

Sacchi  cav.  Giuseppe, 
•:'-Sada  ing.  Luigi, 


78 


NOTIZIE. 


Sala  nob.  Girolamo. 
«Sanseverino  conte  Faustino. 
*•  Saporiti  Della  Rocca  mare.  Apollinare. 

Scaccabarozzi  D'Adda  nob.  Laura. 
*Sebregondi  conte  Francesco. 

Seletti  cav.  Emilio. 

Servolini  comm.  Carlo. 
♦  Sola  conte  Andrea. 

Sommi-Picenardi  conte  Guido. 

Sormanì-Verri  contessa  Carolina. 

Sormani-Andreani  conte  Lorenzo. 

Speluzzi  comm.  Gaetano. 

Stampa  di  Soncino  march.  Massimiliano. 

Tatti  ing.  cav.  Luigi. 

Taverna  contessa  Francesca. 
*■  Taverna  conte  Paolo. 


■•■Taverna  conte  Rinaldo. 

Testa  ab.  Carlo. 

Torelli  comm.  Luigi. 
*Trivulzio  march.  Giangiacomo. 

Trivulzio  conte  Giuseppe. 

*  Trotti  march.  Lodovico. 
Vignati  ab.  Cesare. 
Vigoni  nob.  Giulio. 
Villa-Pernice  comm.  Angelo. 

*■  Visconti-Aimi  nob.  Giacomo. 
Visconti  Ermes  Carlo. 
Visconti  di  Modrone  duca  Raimondo. 
Visconti- Venosta  nob.  Emilio. 

*  Visconti- Venosta  nob.  Giovanni. 
Viviani  cav.  Carlo.  • 
Zanardelli  Giuseppe. 


Nei  Preussische  JahrhUclier,  Berlino  1874,  fascicoli  di  gennajo  e 
febbrajo,  stanno  due  lunghi  articoli,  Alessandro  Manzoni  iind  die 
italienische  EomantiJc.  L'autore  si  mostra  ben  informato  delle  no- 
stre condizioni  letterarie;  e  a  quella  scuola  e  al  suo  capo  rende 
la  giustizia  che  vediamo  negata  da  ipercritici  petulanti,  i  quali 
credono  il  giudizio,  l'intelligenza,  il  patriotismo  cominciassero  sol- 
tanto nel  1859.  Il  Tedesco  riconosce  che  il  romanticismo  italiano 
aveva  tre  intenti:  la  riforma  letteraria,  il  sentimento  religioso,  la 
redenzione  patria. 

Lo  storico  Guizot  ha  89  anni.  Dalla  sua  campagna  di  Val  Richer 
tornato  a  Parigi  a  passare  l'inverno,  rue  Billot  n.  10,  diceva  a  un 
nostro  e  suo  amico  :  "  Sto  bene  :  né  gli  occhi  né  le  orecchie  perdet- 
tero vigore.  Se  non  che,  quand'  ho  lavorato  molto,  sento  qualche 
stanchezza.  Quest'anno  finirò  la  Storia  di  Francia  ;  l'anno  venturo 
comincierò  il  Compendio  della  storia  universale  „ . 

Imparate,  o  giovani. 


È  morto  in  fresca  età  Carlo  Hopf  (1833-73),  che  in  Italia  ebbe 
molti  amici  e  fece  molti  studj,  massime  per  illustrare  la  domi- 
nazione veneziana  e  genovese  in  Grecia:  descrisse  il  ducato  di 
Atene,  le  signorie  di  Karistos  e  Andros,  e  Santa  Maura,  oltre  la 


NOTIZIE.  79 


vita  di  Carlo  d'Anjou;  e  nella  storia  della  Grecia  dal  principio 
del  medioevo  sino  a  noi,  inserita  nella  grande  Enciclopedia  di 
Ersch  e  Grauber,  riuscì  faticosamente  a  dare  la  serie  dei  dinasti 
francesi  e  italiani,  de'  duchi  di  Candia,  dei  governatori  e  balii 
veneziani,  de' Grimaldi,  de' Giustiniani  di  Scio.  Or  preparava  gli 
atti  degli  Zaccaria  di  Focea,  dei  Gattilusio  di  Lesbos,  dei  Crispi 
di  Nasso,  e  d'altri  dinasti  italo-greci:  al  che  miravano  Les  Chro- 
niques  grecs-romaines  inédites  oupeu  conmies,  che  pubblicò  a  Ber- 
lino l'anno  passato. 


La  Cronaca  del  padre  Antonio  Cambruzzi  divenne  celebre  perchè 
vi  si  trova  menzionato  che,  verso  il  1456,  fioriva  in  Feltre  Panfilo 
Castaldi,  dottore  e  poeta,  "  quale  ritrovò  l'inventione  della  stampa 
de'  libri:  dal  quale  havendola  appresa  Fausto  Comesburgo,  che 
abitava  in  Feltre  nella  di  lui  casa  per  imparare  l'idioma  italiano, 
la  trasportò  in  Germania,  ecc.  „  Sebbene  le  cronache  contempora- 
nee non  facciano  verun  cenno  di  ciò,  anzi  tutte  concordemente 
dicano  quest'arte  portataci  dalla  Germania,  si  volle  ingloriarne  il 
Feltrino,  di  modo  che  si  taccierebbe  di  leso  onor  nazionale  chi  ne 
dubitasse. 

Che  che  ne  sia,  la  storia  del  padre  Cambruzzi,  stimata  e  adope- 
rata dal  Muratori  e  dal  Verri,  rimase  inedita,  finché  ora  il  Munici- 
pio e  i  cittadini  di  Feltre  risolsero  stamparla,  e  la  vollero  dedicare 
a  Ce'sare  Cantù. 

Il  E.  Istituto  Lombardo  di  scienze  e  lettere  aveva  posto  a  con- 
corso Studj  critici  e  documentati  sugli  statuti  dei  Comuni  e  delle 
Corporazioni  nélV Italia  superiore  e  nelle  regioni  finitime.  Il  tempo 
^prefisso  scadeva  col  febbrajo  ora  passato.  Due  elaborati  furono  pre- 
senta ti,  che  ora  sono  all'esame  d'una  Commissione. 

La  R.  Accademia  delle  Scienze  di  Torino  ha  messo  a  concorso 
[questa  tema: 

Dato  uno  sguardo  complessivo  allo  stato  della  Filosofìa  in  Italia 
lei  tre  primi  decennj  del  corrente  secolo,  esporre  ed  esaminare  la 
^losofia  di  Antonio  Bosmini,  considerandola  nelle  sue  relazioni  coi 
ìistemi  deir  antichità  classica  e  del  medioevo,  e  tenendo  conto  delle 
liscussioni  a  cui  diede  occasione  fra  i  contemporanei. 


80  NOTIZIE. 


I  lavori  dovranno  essere  presentati  non  più  tardi  del  31  dicem- 
bre del  1875,  in  lingua  italiana,  latina  o  francese,  manoscritti, 
senza  nome  d'autore.  Al  migliore  L.  2000. 

La  Commissione  milanese  pel  premio  Ravizza  non  trovò  degne 
di  premio  le  due  memorie  presentate  :  e  ripropose  il  tema  stesso, 
formolandolo  più  semplicemente  così: 

Come  si  vengano  svolgendo  nello  spirito  umano  il  sentimento  del 
hello  e  quello  del  buono. 

I  lavori  si  presenteranno  a  tutto  luglio  1875,  e  al  migliore  toc- 
cheranno L.  1500. 


m^ 


BIBLIOGRAFIA 


Frima  Relazione  Triennale  della  Direzione  deW Archivio  di  Stato 
in  Torino  negli  anni  1871-72-73. 

L'indirizzo  dato  allo  studio  della  storia,  poco  più  d'un  secolo  fa,  dal 
luminoso  esempio  di  Muratori,  Giulini,  Sassi,  Oltrocchi,  illuminò  i 
dotti  sulla  vera  natura  e  missione  degli  Archivj,  i  quali,  anziché  un  af- 
fastellamento di  carte  neglette  e  talvolta  deperenti,  sono  la  fonte  più 
ricca  e  la  guida  più  sicura  dell'investigazione  del  passato,  nei  quali 
ha  propria  sede  la  storia  inedita  del  proprio  paese.  Sagge  cure  furono 
quindi  volte  a  rendere  quei  depositi  più  conformi  al  loro  vero  scopo  e 
più  accessibili  allo  studio;  a  guarentirli  contro  l'abuso,  e  così  eliminare 
il  sospetto  e  la  diffidenza  d'un  tempo  fra  archivisti  e  studiosi;  ad  ordi- 
narli in  quel  metodo  scientifico  e  razionale,  che  agevoli  le  investigazioni 
già  per  se  laboriose  e  difficili,  senza  che  perciò  essi  desistano  dall'essere 
in  pari  tempo  un  sussidio  delle  diverse  amministrazioni  dello  Stato.  A 
Torino,  Napoli,  Palermo,  Firenze,  Milano,  Venezia^  ove  conservansi 
inestimabili  tesori,  talvolta  riputati  incresciosi  ingombri  e  sinanco  ma- 
teria di  traffico,  non  meno  che  nei  minori  centri  provinciali,  ferve  questo 
studio  ordinatore,  e  ne  son  prova  le  relazioni  e  i  regesti  di  quando  in 
quando  pubblicati,  che  pongono  in  mano  allo  studioso  le  fila  della  sua 
tela. 

Notizie  preziose  sull'Archivio  di  Stato  in  Torino  ci  fornisce  ora  quel 
direttore  capo,  commendatore  Nicomede  Bianchi,  a  cui  i  gravi  lavori 
d'ufficio  non  sono  guari  d'inciampo  nell' arricchire  l'Italia  di  pregiate 
pubblicazioni  storiche,  mercè  la  sua  Prima  Relazione  Triennale,  Quel- 
l'Archivio, nella  massima  parte  dei  documenti  custoditi,  distinti  in  cinque 
sezioni,  rappresenta  complessivamente  l'Archivio  generale  del  Regno 

Ardi.  Star.  Lonib.  —  An.  I.  ♦> 


82  BIBLIOGRAFIA. 


di  Sardegna  e  della  R.  Casa  di  Savoja  fin  dal  principio  del  VII  se- 
colo, a  cui  negli  ultimi  tempi  s'aggiunsero  gli  atti  governativi  del  nuovo 
regno  italiano,  ed  è  costituito  da  nove  archivj  parziali,  ^  dipendenti 
da  un'unica  direzione  superiore.  Nel  suo  ordinamento  si  conservò  l'an- 
tico concetto  e  le  tradizioni  in  corso,  perchè  le  innovazioni  inconsulte 
non  fossero  d'ostacolo  al  progresso  dell'immenso  lavoro,  tanto  più  che 
per  gli  Archivj  di  Corte  e  di  Stato  della  Casa  di  Savoja  l'attenersi 
all'antico  ordinamento  era  imperiosamente  richiesto  dalle  condizioni 
particolari  in  cui  essi  furono  costituiti,  ed  in  cui  continuarono  la  loro 
esistenza  secolare ,  essendo  esso  determinato  dal  carattere  delle  sin- 
gole carte,  classificate  a  norma  del  loro  contenuto.  Ogni  sezione  ha  un 
capo  speciale,  che  veglia  e  dirige  le  operazioni  del  campo  a  lui  af- 
fidato ,  e  rende  conto  bimestrale  dell'  avanzamento  ivi  avveratosi  al 
direttore  capo.  Gran  parte  di  quel  vasto  lavorio  di  ordinamento,  clas- 
sificazione e  redazione  d'inventarj  e  registri,  è  inoltrata,  e  se  non 
prossimo  ne  sarà  il  compimento,  esso  però  grado  a  grado  s'avvicina; 
ne  farà  ai  dotti  meraviglia,  se  un  tale  compito,  intralciato  dalle  quo- 
tidiane richieste  dei  privati  e  delle  pubbliche  amministrazioni,  e  a  cui 
non  basta  un'intera  generazione,  procede  con  una  apparente  lentezza, 
voluta  dalla  sua  stessa  natura,  e  dalle  difficoltà  che  sovente  incontransi 
nel  classificare  e  porre  in  assetto:  compito  difficile  e  diuturno,  con- 
dotto in  mezzo  ad  un'immensa  farragine  di  carte  di  carattere  dispa- 
ratissimo  e  di  classificazione  sovente  incerta  e  dubbiosa ,  che  richiede 
non  tanto  la  scienza  storica  e  paleografica,  quanto  una  cognizione  non 
comune  del  ramo  scientifico  ed  amministrativo,  ^  di  cui  si  maneggiano 
i  documenti,  sia  nell'ordine  finanziario  ed  economico,  sia  nel  legislativo 
e  nello  storico. 

La  Relazione  c'informa  altresì  dell'istituzione  della  scuola  di  paleo- 
grafia ritentata  nel  1871,  e  del  Museo  storico  aperto  nel  novembre  1873, 
rappresentante  per  sommi  gruppi  dei  documenti  più  celebri  e  rari  per 
pregio,  un  intero  archivio,  che  co'  suoi  atti  pubblici,  i  manoscritti  e  gli 
autografi  abbraccia  il  corso  di  otto  secoli,  e  presenta  la  storia  di  Casa 
Savoja  sotto  varj  aspetti  e  molteplici  fasi,  sotto  cui  essa  si  venne  ma- 
nifestando: lo  scopo  di  questa  istituzione,  secondo  i  savj   intendimenti 


'  Un  desiderio  nasce  in  chi  percorre  quell'interessante  Relazione,  quello  cioè  d'una 
più  dettagliata  indicazione  dei  varj  elementi  che  costituiscono  quell'Archivio,  special- 
mente gli  anteriori  al  secolo  XIV.  L'autore  ci  promette  pel  venturo  1875  una  relazione 
sugli  archivj  subalpini,  che  darà,  sembra,  più  larghe  notizie  dei  loro  riposti  tesori. 

'  L'Archivio  ha  una  biblioteca  propria,  per  uso  e  sussidio  degli  impiegati.  Ogni  opera 
nuova  acquistata  o  donata,  è  fatta  loro  conoscere,  depositandola  per  turno  presso  i  di- 
rettori delle  sezioni  per  alcuni  giorni.  Ottimo  esempio  a  taluni  bibliotccarj. 


n 


BIBLIOGRAFIA.  83 


del  signor  Bianchi,  è  di  ricordare  ai  visitatori  colti  e  studiosi  molti 
fatti  degni  di  nota  e  di  meditazione,  e  mantenere  nella  dovuta  ono- 
ranza il  nome  da  antico  tempo  italianamente  grande  di  Casa  Savoja,  sola 
superstite  per  senno  e  fortuna  propria  nella  rovina  di  tante  dinastie  e 
tanti  Stati. 

I  cultori  delle  discipline  storiche  debbono  saper  sommo  grado  al  si- 
gnor Bianchi  per  averci  egli  nel  suo  libro  di  breve  mole  ma  fecondo 
di  ottimi  insegnamenti  e  di  retti  principj  amministrativi  schietta- 
mente professati,  ^  fornito  notizie,  sul  contenuto  nell'Archivio  di  Stato 
torinese,  e  della  via  di  savio  ordinamento  in  cui  questo  s'è  posto;  e 
d'aver  dato  un  prezioso  manuale  per  gli  archivisti,  che  tracci  loro  le 
regole  più  opportune  nel  disimpegno  esatto  del  servizio  a  cui  sono 
dedicati,  tanto  per  ciò  che  riguarda  la  scienza,  quanto  l'Amministra- 
zione dello  Stato.  Al  signor  direttore  N.  Bianchi  poi  sia  prezioso  com- 
penso della  sua  illuminata  attività  il  plauso  dei  dotti,  e  la  stessa  in- 
tima persuasione  di  rendere  alla  patria  mercè  di  essa  un  servigio,  che, 
compito  nel  segreto  delle  pareti  d'ufficio,  è  tanto  più  commendevole 
quanto  meno  palese  ed  appariscente;  a  lui  auguriamo,  più  che  l'uffi- 
ciale, tutta  la  gratitudine  (virtù  rara)  che  gli  deve  la  scienza;  questa 
non  manca  mai  al  merito,  quella  è  per  lo  più  riserbata  all'intrigo. 

A.  C. 

Gargantini  Giuseppe,  Cronologia  di  Milano  dalla  sua  fondazione 
fino  ai  nostri  giorni.  Milano,  1874;  in-16,  di  pag.  360. 

Milano  in  questi  ultimi  tempi  ebbe  una  quantità  di  storie  generali  o 
parziali,  di  cui  già  una  parte  annunziammo  (pag.  5  e  seg.). 

Or  ecco  una  cronologia,  dove,  colla  concisione  dicevole  a  siffatti  la- 
vori, sono  disposti  tutti  gli  avvenimenti,  dai  piti  antichi  tempi  fino  alla 
morte  di  Gabrio  Casati,  cioè,  alla  fine  del  73.  Non  è  dunque  un  libro 
da  leggere  ma  da  consultare,  e  libri  tali  traggono  ogni  loro  merito 
dall'esattezza.  Molte  diligenze  vi  pose  per  certo  l'autore:  i  severi  po- 
tranno desiderarne  di  maggiori.  Onde  ajutarlo  pel  caso  d'una  ristampa, 
noi  indicheremo  che,  nelle  primissime  pagine,  si  dà  Milano  fondata  o 
ristaurata  da  Belloveso.  Non  è  dunque  questo  il  suo  principio,  e  vor- 
rebbe sapersi  da   chi   costrutta   e  come  distrutta,  se   dopo  fu  restau- 


'  Scelgo,  a  oagion  d'esempio,  fra  cento  :  «  Non  è  accettata  la  massima  che  tutto  ciò 
che  sta  negli  Archivj  dì  Stato  debba  essere  pubblico,  e  per  conseguenza  di  libero  uso 
dei  cittadini,  sia  per  servire  ai  loro  interessi  personali,  sia  per  essere  adoperato  a  fini 
scientifici  o  letterarj...  Circa  l'uso  delle  carte  di  proprietà  dello  Stato  vi  sono  limiti 
altamente  reclamati  dai  superiori  interessi  del  paese  e  da  quella  severa  ed  imparziale 
tutela,  che  il  Governo  ha  il  dovere  di  esercitare  sulla  universale  comunanza  dei  <jit- 
tadini.  » 


84  BIBLIOGRAFIA. 


rata.  Dal  623  a.  C.  si  salta  al  222:  quattro  secoli  muti:  poi  al  48,  la- 
sciando via  anche  la  pretura  di  Bruto. 

Se  al  52  d.  C.  è  accettato  san  Barnaba  come  fondatore  della  Clhiesa 
milanese,  e  i  successori  suoi,  persino  col  nome  di  loro  famiglia  (come 
san  Protaso  Alciati,  san  Simpliciano  Soresini,  Dionigi  Marliani),  non  si 
poteva  poi  mostrar  dubbj  sulle  reliquie  di  sant'Ambrogio  u.  che  si  cre- 
dono deposte  nella  sua  basilica,  e  si  vogliono  scoperte  1467  anni  dopo  «• 

Kon  è  esatto  il  dire  che  Attila  a  devastò  Milano,  per  cui  cessa  per 
molti  secoli  d'esser  sede  d' imperatori  w .  Non  fu  mai  più  sede  d'impe- 
ratori. È  tanto  meno  esatto  che  a  tra  le  leggi  istituite  da  Carlomagno 
eranvi  i  giudizj  di  Dio  v . 

Portando  il  libro  la  data  del  1874,  non  si  può  dire  che  l'ospizio  di 
Dateo  fosse  «  nelle  vicinanze  dell'attuale  teatro  Re  r,  sebbene  si  sog- 
giunga tt  che  sta  per  essere  demolito  v. 

Al  605,  invece  di  S.  Maria  al  Cerchio  s'ha  forse  a  leggere  Maddalena. 

Sono  veramente  del  1216  i  primi  statuti  regolari  della  città  e  ter- 
ritorio ? 

Al  1179  tt  sì  dà  principio  allo  scavo  di  un  canale  detto  il  Tesinello  r. 
Bastano  queste  parole  a  indicare  una  delle  più  ardite  e  più  utili  im- 
prese de'  nostri  padri? 

Questa  ricerca  di  piccoli  sbagli,  che  potrebbe  farsi  massime  nelle  la- 
tine citazioni,  frivola  e  nojosa  per  una  critica,  sarebbe  utilissima  se 
qualche  amico  la  facesse  ad  uso  dell'autore. 

Lavori  simili  sarebbero  a  compirsi  specialmente  in  Archivj ,  dove 
abbonderebbero  fatti,  ignoti  d'altronde.  Prendo  a  caso  l'anno  1493,  e 
vi  leggo  solo  un  decreto  che  u  die  il  primo  esempio  d'espropriazione 
forzata  per-  utilità  w  (non  pubblica  ma  privata). 

E  a  proposito  mi  cade  sott'occhio  un  lavoro  di  eguale  pazienza,  il  Ca- 
lendario  Storico  Tipografico,  dove  Bernardo  Centenari  pose  sotto  cia- 
scun giorno  dell'anno  un  fatto  relativo  all'arte  tipografica.  Si  inorridisce 
leggendo,  che  nel  1628  le  regie  patenti  a  Torino  proibivano  di  stam- 
pare senza  licenza  del  gran  cancelliere,  e  senza  il.  nome,  cognome  e 
patria  dell'autore,  sotto  pena  della^vita.  Ma  noi  non  vogliamo  cercare 
le  curiosità  di  questo  libro,  bensì  additarlo  al  signor  Gargantini  come 
quello  ove  troverà  altri  fatti  relativi  alla  storia  milanese.  Tali  le  edi- 
zioni del  Zarotto,  del  Valdarfer,  che  aveva  per  correttore  Lodovico 
Garbo,  della  società  Vespolato,  Paravicino,  Marliano,  che  stampò  an- 
che un  Dante  coi  commenti;  dello  Scinzenzeler,  e  di  tanti  altri  che  fe- 
cero lavorare  i  torchi  in  questa  città.  Nel  1476  Dionigi  da  Paravisino 
stampò  il  primo  libro  in  greco,  che  fu  la  grammatica  di  Costantino 
Lascaris,  ristampata  poi  da  Aldo  nel  1494. 


BIBLIOGRAFIA.  85 


E  all'uno  e  all'altro  molti  altri  fatti  avrebbero  potuto  offrire  gli 
archi vj  nostri.  Stendo  a  caso  la  mano  al  volume  61  dei  registri  ducali 
col  titolo  di  Immunità'  Grazie^  e  trascrivo  : 

Dux  Med.  etc.  Non  possumus  non  vehementer  eorum  diligentiam 
et  studium  commendare,  qui,  cum  sibi  solum  frugi  esse  possent,  non  con- 
tenti privato  commodo  tum  maxime  boni  consuluisse  sibi  existimarunt 
si  multos  opera  sua  iuvaverint,  et  quod  in  paucorum  notionem  fuit,  id  ut 
omnibus  innotescere  possit  effecerint.  Nam  inter  omnes  homines  ij  ma- 
xime bonitate  prestare  nobis  videntur,  mererique  ut,  sicuti  in  iuvandis 
alijs  eorum  studium  versatur,  ita  a  nobis  ipsi  quoque  opem  ferant,  ne 
dum  prodesse  alijs  cupiunt,  sibi  ipsi  obsint.  Itaque,  cum  nobis  significa- 
verit  presbiter  Franciscus  Tantius  se  librum  quem  de  homine  Galeo- 
tus  Narniensis  olim  dictavit,  cum  quibusdam  alijs  Galeoti  ipsius,  et 
Georgij  Morule,  rarissime  doctrine  viri,  annotationibus,  imprimi  ea  ra- 
tione  curasse,  ut  in  publicum'  dari  cunctis  possint,  sed  vereri  ne  idem 
ab  alio,  aut  invidia,  aut  ledendi  prava  consuetudine,  imprimatur;  id 
quod  ei,  propter  expensam  factam  ,  dispendiosum  esset ,  petieritque 
propterea,  ut  per  litteras  id  a  nomine  in  dominio  nostro  imprimi  per 
octo  annos  posse,  nec  alibi  impressum  in  eo  venumdari  caveremus,  dignum 
duximus  cui  morem  gereremus.  Per  has  igitur  nostras  decernimus  non 
subditis  tantum  nostris,  sed  ne  alienigenis  quidem^  licere  intra  octavum 
annum  ea  volumina  in  dicione  nostra  imprimenda  curare,  aut  alibi 
impressa  in  eum  (sic)  ferro  ac  venundare,  sub  poena  duorum  nummum 
aureorum  prò  quolibet  volumirie  quod  reperiri  contingerit,  inter  cameram 
nostram  et  ipsum  presbiterum  Franciscum  et  accusatorem  dividendorum  : 
mandantes  quibuscumque  officialibus  et  subditis  nostris  presentibus  et 
futuris,  ut  presentes  literas  observent  et  faciant  firmiter  observari. 

Viglevani,  24  decembsis  1493. 

B.  e.  ^ 

Questo  Galeotto  Marzio  era  uno  dei  tanti  ringhiosi  letterati  di  allora  : 
avendo  pubblicato  un  libro  De  homine^  ove  descrive  il  corpo  umano, 
acerba  censura  ne  fece  Giorgio  Morula,  tacciandolo  di  non  sapere 
ne  il  latino,  ne  l'anatomia,  e  d'essere  un  arrogante  che  voleva  tentare 
ogni  materia,  che  censurava  il  Filelfo  come  se  Tersite  provocasse 
Ettore.  Il  Galeotto  gli  rese  pan  per  focaccia  nella  Befutatio  objectorum. 

Poiché  sono  preziose  tutte  le  memorie  relative  ai  primordj  della 
stampa  nostra,  dal  volume  stesso  caviamo  quest'altra  carta: 

Dux  Mediolani  etc.  Cum  nonnunquam  ea  quo,  dijs  auctoribus,  tem- 
porum  benignitate  et  hominum  industria  buie  seculo  ad  summam  eius 


•  Bartolomeo  Cale 


86  BIBLIOGRAFIA. 


laudem  et  utilitatem  comparata  et  concessa  munera  sunt,  animadver- 
timus  ac  expendimus,  nimium  profecto  nos,  cum  dijs  primum,  tum  etiam 
ijs  quorum  studium  in  ea  re  versatum  est,  ut,  alicuius  rei  repertores^ 
de  se  benemeritam  etatem  suam  redderent,  debere  omnes  putamus  : 
quod,  si  equi  verique  fautores  esse  volumus,  minime  negare  possumus^ 
et  omnium  fere  rerum  artes  egregias,  et  liberalium  disciplinarum  studia^ 
librorumque  greco  latineque  copiam,  qua  sino  commode  vacare  bonis 
artibus  non  licet,  ab  ijs  eo  deductas  ut,  quemadmodum  preterita  tem- 
pora haud  cum  bis  conferri  queunt,  ita  futura  cessura  videantur,  nos- 
que  in  primis  ijs  minime  deesse  prò  virili  nostra  debere  ducimus,  ut 
que  ad  commune  commodum  excogitata  sunt,  feliciter  cedant.  Itaque 
cum  in  clarissima  urbe  nostra  Mediolano,  preter  alia,  grecarum  lite- 
rarum  studia  maxime  vigeant,  quod,  ut  ab  Grecis  omnium  fere  scien- 
tiarum  initia  fuerunt,  ita  ad  verara  latine  eruditionis  consumationem 
absque  earum  cognitione  accessum  non  patere  videatur,  ac  huius  rei 
gratia  D.  Demetrius  Chalcondides,  vir  in  ea  scientia  rarissimus,  Bar- 
tholomeus  Eozonus,  Vincentius  Aliprandus  et  Bartholomeus  Squassus, 
scribe  nostri,  libros  greco  ac  latine  scriptos  imprimendos  curaverint,  nc- 
qui fructus,  e  greca  disciplina,  penuria  librorum  desideraretur,  sed  ve- 
reantur  ne  aliquando  id  eis  obesset,  si  ab  alio  id  imprimi  curaretur, 
non  tam  bene  agendi  quam  eos  offendendi,  ut  est  hominum  corrupta 
impudentia,  cupidine,  ac  petierint  a  nobis,  ut  caverò  per  literas  vellemus^ 
ne  intra  decennium  in  dominio  nostro  ea  volumina,  que  ab  eis  impressa 
sunt,  imprimi  liceat  :  perhonestam  eorum  petitionem  duximus,  dignos- 
que  existimavimus  quibus  facillime  a  nobis  id  concederetur.  Itaque 
per  has  nostras  edicimus,  nomini  licere  in  dominio  nostro  herotemata  a 
D.  Demetrio  predicto  et  Moscopulo  composita  cum  diversitate  lingua- 
rum  grecarum  Tertuliani  apologeticum  imprimi  facere,  aut  alibi  im- 
presso (sic)  in  eum  (sic)  inferro,  sub  pena  ducatorum  decem  prò  singulo 
volumine,  inter  cameram  nostram,  et  huius  rei  repertorem  ac  delatorem 
dividendorum,  et  voluminum  que  reperientur  amissione.  Mandantes  pre- 
terea  quibuscumque  officialibus  et  subditis  nostris,  ut  has  nostras  ob- 
servent  et  faciant  inviolabiliter  observari. 

Dat.  Viglevani  die  11  februarij,  1494. 

B.  C. 

Chi  dicesse  che  abbiamo  voluto  fare  gratuito  sfoggio  di  erudizione 
a  proposito  d'opera  che  non  la  comportava,  gli  daremo  ragione,  e  non 
ci  convertiremo.  E  diremo  che  al  1490  poteva  annotarsi  Girolamo  Vi- 
sconti, di  cui  quell'anno  si  stampò  postumo  un  libro  de  Lamiis:  dove 
nella  prima  parte  tratta  se  le  streghe  veramente  e  non  fantasticamente 
0  in  apparenza  vadano  alla  tregenda:  e  sostiene  esser   meri   prestigi 


BIBLIOGRAFIA.  87 


del  demonio,  che  illudono  la  mente  di  esse;  nella  seconda,  Se  le  stre- 
ghe ahhiansi  a  giudicare  eretiche^  e  ancor  qui  sta  per  il  no:  buon 
senso  da  valutarsi  in  queir  universalità  del  pregiudizio  ;  e  quando  appunto 
Francesco  Sforza  faceva  esaminare  se  le  streghe,  condannate  dal  Foro 
ecclesiastico,  dovessero  punirsi  dai  giudici  secolari.  A  questo  Visconti 
nel  1448  avevano  assegnato  la  cattedra  di  logica  i  difensori  dell'aurea 
libertà  ambrosiana. 

Con  diligenza  e  molte  particolarità,  sono  divisati  dal  Gargantini,  tempi 
dopo  il  1796,  e  fino  la  pubblicazione  dei  Lombardi  Crociati,  dei  Pro- 
messi Sposi,  la  morte  di  tanti  illustri,  le  varie  costruzioni,  demolizioni, 
restaurazioni.  Nel  1804,  fra  le  glorie  napoleoniche  potea  trovar  luogo 
la  fondazione  del  Pio  Istituto  Tipografico,  che  prospera  ancora,  scevro 
dalle  ebbrezze  che  guastano  le  società  operaje. 

Se  nel  1833  è  indicato  l'arresto  di  C.  Cantù,  perchè  non  anche  degli 
altri  implicati  in  quel  processo?  Ben  così  ha  fatto  l'autore  nell'arresto 
del  48. 

Meritava  d'esser  ricordata  la  stupenda  eclissi  del  42. 

Il  Gargantini  si  rallegra  che  ora  è  a  libero  l'accesso  agli  Archivj,  i 
tesori  dei  quali  erano  tenuti  gelosamente  nascosti  dai  Governi  dispotici 
e  nemici  d'ogni  sapere  vi . 

Ma  il  Giulini,  il  Corio^  il  Lattuada,  il  Torri,  il  Morigia,  il  Muratori,  il 
Fumagalli,  il  Cantù,  il  Rosmini,  che  sono  gli  autori  ai  quali  egli  pro- 
fessa appoggiarsi ,  scrissero  appunto  sotto  que'  despoti  nemici  d'ogni 
sapere. 

Il  liberalismo  d'uno  storico  consiste  nel  voler  dire  la  verità,  e  la  sola 
verità. 

Corradi  Alfonso,  Beilo  studio  e  déW insegnamento  delV anatomia  in 

Italia.  Milano,  1873. 

Con  buoni  documenti  il  Corradi  dimostra  che  l'anatomia  in  Italia 
praticavasi  fin  dal  secolo  XIII,  giacche  Federico  II  nel  1241  proi- 
biva d'ammettere  alla  pratica  verun  chirurgo  se  non  dimostri  d'avere 
studiato  un  anno  anatomia  sui  corpi  umani ,  et  sit  in  ea  parte  medi- 
cince  perfectus,  sine  qua  nec  incisiones  saluhriter  fieri potuerunt,  nec  factce 
curari.  I  nostri  precorsero  dunque  di  alcuni  secoli  nell'esercizio  dell'a- 
natomia le  straniere  nazioni,  e  già  questo  basterebbe  a  smentire  quel 
tanto  ripetuto  detto  che  la  Chiesa  lo  proibisse.  Tutti,  fino"^  ai  più  mo- 
derni, lo  van  asserendo,  eppure  nessuno  potè  addurre  alcun  decreto  ge- 
nerale: quello  di  Bonifazio  Vili,  quo  scelestos  excoquere  et  preparare 
vetavit,  concerne  l'uso  che  allora  si  aveva  di  cuocere  i  cadaveri,  non 
sapendo  altrimenti  conservarli,  e  cosi  averne  le  ossa  spolpate.  Fra  gli 


88  .  BIBLIOGRAFIA. 


arredi  che  portavano  seco  grimperatori  di  Germania  quando  venivano 
in  Italia  era  una  pentola  appunto  per  tal  uso,  e  quanti  vi  dovettero 
finire  ! 

Ferrario  Emilio,  Memorie  storiche  di  Fosdinovo.  Sarzana,  1873. 

È  una  terra  dai  vescovi  di  Luni  infeudata  ai  nobili  di  Erberia,  da 
quali  passò  ai  Malaspina,  che  la  tennero  fino  al  1815. 

Giornale  Ligustico  di  Archeologia^  Storia,  Belle  arti. 

La  Società  Ligure  di  storia  patria^  benemerita  per  preziose  pubbli- 
cazioni, ora  vuole  aver  per  organo  questo  giornale^  aggiungendovi  no- 
tizia di  quanto  si  fa  nell'Archivio  di  Stato  e  dalla  Consulta  di  belle 
arti.  Nel  primo  fascicolo  è  importante  la  dissertazione  sul  Cristo,  di- 
pinto da  Guglielmo  nel  1138,  ed  esistente  nel  duomo  di  Sarzana. 

Bernardi  Jacopo,  Sul  quinto  centenario  della  morte  di  F.  Petrarca. 

Venezia,  1874. 

L'instancabile  monsignor  Jacopo  Bernardi  diresse  questa  lettera  al 
Cantù,  per  incitarlo  a  scrivere  una  completa  monografia  del  Petrarca, 
in  occasione  del  suo   centenario  che  si  celebrerà  ad  Arezzo: 

tt  È  da  lunghi  anni  che  io  vo'  ripetendo  che  niun  nome  si  presta 
cosi  a  raccogliere  intorno  a  se  la  storia  dei  suoi  tempi  come  quello  di 
Francesco  Petrarca,  e  la  messe  abbondantissima  a  farlo  è  data  dal 
tesoro  delle  sue  epistole,  opera  veramente  monumentale,  cui  ha  illustrato 
con  lunga  ed  amorevole  fatica,  ben  degna  della  riconoscenza  dei  po- 
steri, il  chiarissimo  Fracassetti.  E  voi  che  scriveste  con  tanta  am- 
piezza di  concetti  e  luce  d'uomini  e  cose  del  Parini  e  dei  tempi  suoi, 
non  potreste  per  tale  solenne  circostanza  accingervi  ad  un  lavoro  d'in- 
dole somigliante  per  il  Petrarca  ?  Mentre  io  vi  parlo  di  tal  guisa,  la  vostra 
mente  fecondissima  e  le  cognizioni  infinite,  di  che  l'arricchiste,  vi  spie- 
gano innanzi  la  gran  tela  e  stupenda  che  a  tessere  vi  si  porgerebbe, 
pigliando,  se  mi  concedete  siffatta  maniera  di  esprimermi,  fra  mani 
la  vita  di  questo  tenacissimo  amico  della  sua  patria,  infaticabile  scrit- 
tore, indefesso  consigliere  e  operatore  di  concordia  e  di  pace.  Notate 
di  più  che  le  nostre  condizioni  presenti,  paragonate  a  quelle  in  che 
fioriva  il  cantore  di  Laura,  de'  Colonna,  e  di  Rierizi,  vi  porgerebbero 
pagine  eloquentissime  a  dettare,  tenendovi  lontano  da  ogni  irritazione 
di  parte  con  quel  senno  che  voi  sapete  v. 

Ma  nel  seguito  della  lettera  viene  a  mostrare  superflua  la  fatica  del 
Cantù,  ove  pur  l'assumesse,  giacche  si  sta  preparando  un  lavoro  di  molti 


^   X 


BIBLIOGRAFIA.  *  89 


Italiani,  ciascuno  dei  quali  illustrerà  alcuna  parte  della  vita  e  delle  opere 
dell'illustre  Aretino.  Per  esempio,  il  Cantù  vi  tratterà  dell'  indipendenza 
italiana,  com'essa  fu  veduta  chiaramente  dal  poeta;  della  sua  stirpe  il 
Passerini,  della  Laura  la  Fusinato,  dei  Colonna  suoi  protettori  Oreste 
Raggi,  ecc.  A  quanto  poi  espone  il  chiarissimo  Bernardi,  aggiungiamo 
che  il  triestino  signor  Attilio  Ortis  lavora  indefessamente  ad  un'edi- 
zione delle  opere  latine  del  Petrarca,  paragonandole  coi  ipanoscritti , 
e  con  ciò  prendendo  occasione  di  emendare  i  moltissimi  errori  e  supplire 
le  molte  lacune  che  si  trovano  nelle  stampe,  e  che  non  furono  cono- 
sciute neppure  dal  Fracassetti. 

Le  acque  del  territorio  di  Milano  e  Bergamo.  Memorie  storiche  del- 
l'avv.  Giuseppe  Maria  Bonomi. 

Non  è  che  un  breve  discorso,  desunto,  per  la  parte  milanese,  dal- 
l'importante opera  del  Bruschetti,  mentre  per  la  bergamasca  dà  buone 
notizie. 

Egli  dice  che  della  Lega  lombarda  u  il  primo  giuramento  seguì  in 
Pontida  il  7  aprile  1167  v.  Noi  non  ci  accostiamo  all'opinione  del  Vi- 
gnati, che  terrebbe  ogni  appoggio  a  quella  tradizionale  gloria  di  Pon- 
tida, ma  è  certo  che  accordi  e  giuramenti  eransi  fatti  dapprima:  e  forse 
a  Pontida  avvenne  il  convegno  finale  de'  collegati,  e  di  là  mossero  a  ri- 
fabbricare Milano,  guidati  da  fra  Jacobo,  che  forse  era  di  quel  con- 
vento. 

A  Bergamo  la  principale  roggia,  come  dicesi  a  Milano,  o  seriola, 
come  dicesi  nel  Bergamasco,  è  del  principio  del  secolo  XIII,  e  forse 
della  fine  del  XII;  di  prati  irrigui  nel  Comune  di  Stozzano  si  parla 
in  documenti  del  1233:  poi  la  Morlana  contribuì  tanto  all'incremento 
dell'industria  in  città  e  ne' contorni.  Oltre  il  Serio,  si  estrassero  acque 
dal  Brembo,  altre  dall' Oglio;  altre  si  dedussero  da  alvei  sotterranei, 
massime  nel  territorio  di  Morengo. 

Tuzzi  GiovANNNi,  Della  battaglia  diMelegnano  13  e  14  settembre  1515^ 
e  del  monumento  di  un  prode  bergamasco  a  S.  Zeno  in  Venezia. 

È  un  articolo  sulla  Provincia,  gazzetta  di  Bergamo,  27  settembre  1873, 
ove  si  prova  che  coi  Francesi  furono  partecipi  della  vittoria  i  Veneziani. 
Cinquanta  prodi  veneti  coU'Alviano  fecero  impeto  contro  gli  Svizzeri; 
e  fra  essi  Pellegrino  Baselli  Grilli,  che  è  il  prode  bergamasco  accennato 
nel  titolo. 


90  '  BlBTJOGRAi^IÀi 


Tebaldo  Brusato.  Brano  di  storia  del  secolo  XF,  di  Francesco 
Bettoni.  Brescia,  1874;  in-8,  di  pag.  400. 

Cesare  Cantìi  aveva  tentato,  n^W Ezelino  da  Romano^  di  dare  alla 
storia  più  esatta  l'interesse  di  romanzo,  mediante  le  particolarità  che 
si  trovano  nei  cronisti,  e  che  gli  storici,  massime  della  scuola  antica, 
negligono  ;  e  quelle  che  si  connettono  agli  attori  del  racconto,  ai  luoghi, 
ai  costumi,  alle  persone  del  tempo.  Pare  a  questo  fine  stesso  dirigersi  il 
signor  Bettoni,  che  in  Tebaldo  Brusato  ci  presentò  la  situazione  mo- 
rale e  politica  di  Brescia  alla  morte  del  più  famoso  fra'  suoi  vescovi, 
Berardo  Maggi.  Vi  pose  per  epigrafe  un  motto  di  esso  Cantù:  u  Del 
medioevo  nulla  si  ha  a  ribramare,  nulla  forse  a  imitare,  ma  molto 
ad  imparare  w. 

I  fatti  storici  sono  collegati  da  un  romanzo  di  amori  fra  due  di  fa- 
zione opposta,  come  succedette  in  Romeo  e  Giulietta,  in  Imelda  dei 
Lambertazzi,  nel  Buondelmonte,  in  tanti  altri  fatti  o  veri  o  finti. 

CoNESTABiLE  GIANCARLO,  Sovra  due  dischi  di  bronco  antico  italici,  e 
sovra  Varte  ornamentale  primitiva  in  Italia  e  in  altre  parti  di 
Europa.  Torino,  1874;  in-4'',  con  tavole. 

Chiamo  l'attenzione  degli  eruditi  su  questo  lavoro,  sebbene  non  affatto 
negli  intenti  di  questo  giornale,  perchè  (lasciando  a  parte  la  ricchissima 
e  sicura  erudizione  dell'autore)  vi  trovo  e  fatti  e  autorità  relative  ai 
tempi  che  dicono  antistorici,  e  precisamente  all'età  del  rame,  alla  quale 
il  Conestabile  crede  contemporaneo  l'uso  del  ferro,  che  trova  spessis- 
simo presente  e  mescolato  all'altro  metallo  ne'  lavori  industriali  e  arti- 
stici :  dal  che  deduce  che  il  periodo  del  ferro  cominciò  nella  penisola  no- 
stra ben  prima  che  nel  Settentrione.  Al  qual  proposito  discute  un  cu- 
rioso passo  di  Aristotele,  ove  si  asserisce  che  nell'isola  d' Elba  scavavasi 
dapprima  il  rame,  e  quello  serviva  a  tutti  gli  usi  ;  sol  dopo  molto  tempo 
vi  cominciò  la  produzione  del  ferro. 

Inoltre  l'autore  coghe  l'occasione  di  tornare  sulla  quistione,  se  Fenici 
0  Etruschi  fossero  quelli  che  le  arti  introdussero  nella  Scandinavia, 
e  vi  lasciarono  tanti  ornamenti  e  monete  antichissime  fin  d'Egina, 
studio  ora  di  «quei  dotti:  come  di  là  trasportarono  l'ambra;  e  quali 
vie  fossero  aperte  nel  continente  europeo  per  tali  comunicazioni.  Ed 
erano  probabilmente,  riguardo  all'Italia,  l'una  per  le  Alpi  Pennino, 
l'Elvezia,  il  Reno^  l'Hannover,  fin  verso  il  Weser  e  l' imboccatura  del- 
l'Elba; l'altra  per  la  Stiria,  Vienna,  la  Slesia,  verso  le  bocche  della  Vi- 
stola 0  il  Brandeburgo  riuscendo  nella  Pomerania  a  sinistra  dell'Odor 
e  a  Rugen,  ove  dovea  sboccare  un'altra  strada,  che  da  Val   di  Po  e 


BIBtlOGRA^lA.  91 


dall'Adige  pel  Brennero  e  la  Baviera  veniva  da  Halle.  Qui  nasce  la  di- 
sputa suir Eridano,  che  Erodoto  pone  verso  il  Baltico,  e  forse  confonde 
col  Po,  dove  non  si  raccoglieva  già  l'elettro,  ma  vi  si  deponeva  quello 
recato  dalla  Vistola,  dall' Eider  o  dal  Jutland. 

Però  l'ambra,  su  cui  si  fa  principale  appoggio  alle  congetture  sulle 
comunicazioni,  trovasi  non  solo  in  Sicilia,  ma  nella  pineta  di  Ravenna, 
negli  strati  subapennini  del  Bolognese  e  nelle  sabbie  del  Po,  donde 
poteano  esser  tratti  i  pezzi  che  ora  si  scavano  dalle  tombe  etrusche  e 
dalle  terramare,  per  quanto  lo  neghi  il  Virchow  nel  ragguaglio  sul- 
l'italica craniologia  ed  etnologia.  (Berlin-Gesellschaft  filr  Anthropologie ^ 
Etimologie  und  TJrgeschichte.) 

Il  Conestabile  tende,  come  in  altri  lavori,  a  diminuire  l'importanza 
commerciale  de'  Fenici  e  crescer  quella  degli  Etruschi,  che,  forse  con- 
tinuando l'opera  di  Italioti  più  antichi,  somministravano  l'ambra  alla 
Grecia,  che  in  tanto  pregio  l'aveva. 

G.  B.  Cadorin,  Bella  guerra  di  Chioggia,  tra  Genovesi  e  Veneziani^ 
lettera  d'un  Genovese  scritta  in  Budna  adi  16  fevrer  1380.  Vene- 
zia, 1874. 

Questi  scudi  ce  ne  fanno  ricordare  uno  moderno  e  famoso.  Nella 
celebre  battaglia  di  Chioggia,  l'agosto  1370,  i  Veneziani  considerarono 
come  bellissimo  trofeo  di  loro  vittoria  lo  scudo  di  Pietro  Boria  ^  e  il 
doge  Andrea  Contarini  ottenne  fosse  riposto  nella  sua  casa.  Era  di 
cuojo  effigiato,  di  centimetri  80  sopra  68,*  e  fu  sempre  tenuto  in  gran 
pregio.  Nell'assassinio  della  repubblica  di  Venezia,  fatto  da  quelli  che 
allora  si  chiamavano  democratici  e  liberali,  fu  gettato,  con  altri  ricordi 
della  conculcata  patria,  sulla  soffitta  della  casa  Contarini,  e  il  ferra- 
vecchio che  ne  fece  la  stima  lo  valutò  lire  4  venete.  Uno  dei  Contarini, 
quando  volle  ricuperarlo,  dovette  sostenere  una  lite,  per  la  quale  pagò 
ai  suoi  avvocati  una  volta  lire  1500,  l'altra  800;  alfine  venne  ad  una 
transazione,  per  cui  al  pretendente  sborsò  lire  1200. 

Passò  poi  per  eredità  a  una  donna,  che  lo  portò  in  casa  del  Piccoli, 
il  quale  esibì  di  venderlo  al  Municipio. 

a  Dopo  lunghe  e  ripetute  pratiche,  il  signor  Piccoli  ritrovò  finalmente 
nel  conte  Alessandro  Marcello,  in  allora  podestà  di  Venezia,  l'uomo 
che,  forte  del  patrio  decoro,  gli  offri  una  somma  in  relazione  al  valore 
storico  ed  in  uno  artistico  dello  scudo.  Senonchè  il  Marcello,  lasciato 
di  repente  l'ufficio,  l'affare  venne  posto  di  nuovo  in  dimenticatojo.  Ne 
più  lodevole  risultato  ottennero  le  pratiche  riprese  sotto  il  sindacato 
del  principe  Giovanelli  e  dell'attuale  sindaco  Fornoni,  presso  il  quale 
lo  scudo    ebbesi   anzi  formale  verdetto  di  recezione  da  parte  del  Co- 


92  BIBLIOGRAFIA. 


mune.  Erano  le  cose  in  questo  modo  quando,  giunto  a  Venezia  M.  De- 
lange  di  Parigi  e  udito  a  discorrere  su  tale  soggetto,  egli  l'acquistava 
al  primo  vederlo ,  pagandone  l' importo  chiestogli  dal  proprietario  di 
lire  3000.  Lo  scudo  del  Doria  trasportato  a  Parigi  venne  non  ha  guari 
venduto  per  l'ingente  somma  di  lire  25,000.  Così  Venezia  perdeva  un  ri- 
cordo di  una  delle  più  grandi  epoche  della  sua  storia,  gelosamente  costu- 
dito  in  essa  per  quasi  cinquecento  anni.  Cosi  Venezia  va  tuttogiorno  de- 
pauperandosi di  quanto  ha  di  migliore  nelle  testimonianze  della  sua 
passata  grandezza,  per  spilorceria  di  chi  dirige  il  nostro  museo,  per 
quella  trascuratezza  in  cui  sono  tenute  fra  noi  le  memorie  del  pas- 
sato. Se  ne  fanno  belli  all' invece  gli  stranieri;  perocché  dicono  certi 
attaccati  alla  greppia  del  denaro  pubblico,  che  oggi,  rotte  le  barriere, 
siamo  tutti  fratelli  in  Italia,  e  che  certe  memorie  non  monta  il  conser- 
varle. Fra  tanti  sacrificj  imposti  all'ora  della  guerra  di  Chioggia  da 
Veneziani,  agli  ori,  agli  argenti  donati  alla  patria ,  all'incessante  vigi- 
lare armati  alla  sua  custodia^  l'offrire  se  stessi  e  i  proprj  figliuoli,  le 
proprie  case,  le  proprie  navi  (sic)  ;  in  pochi  giorni  furono  versati  nella 
pubblica  cassa  oltre  sei  milioni  di  lire,  ingentissima  somma  relativa  a 
quei  tempi.  E  lo  storico  Bonifacio  aggiunge,  che  alle  donne  non  ri- 
mase dei  loro  ornamenti  d'oro  che  la  vet^a,  simbolo  del  loro  matrimonio. 
Tanti  furono  gli  atti  d'eroismo,  tanta  la  annegazione  dimostrata,  che 
a  premio  condegno  trenta  famiglie  furono  aggregate  a  quella  nobiltà, 
alla  quale  agognavano  perfino  di  appartenere  i  monarchi  più  potenti  r. 
Un  altro  storico  ricorda  che  «  addì  3  settembre  vennero  lettere  a 
Venetia  dalle  quali  s'intese  che  i  pregioni  venetiani  licenziati  da  Ge- 
nova, s^approssimavano,  onde  la  Signoria  fece  subito  rilasciare  il  resto 
dei  pregioni  genovesi.  Et  quello  stesso  giorno  i  Genovesi  fecero  rila- 
sciare l' altra  metà  dei  pregioni  venetiani  che  erano  nelle  loro  prigioni, 
e  tutte  le  due  parti  tornarono  a  salvamento.  Et  fu  in  questa  liberation 
usata  una  gran  magnificentia  e  fatto  un  ufficio  di  molta  pietà  in  Ve- 
nezia, che  molte  donne  venetiane  insieme  unite  fecero  una  grossa  ri- 
colta di  dinaro,  e  comperarono  una  grossa  quantità  di  gonnelle,  mantelli, 
capucce,  scarpe,  calze  ed  altri  vestimenti,  scompartendoli  tra  prigioni 
genovesi  secondo  il  bisogno  di  ciascuno,  dando  anche  dinari  per  spese 
a  ciascuno  che  vi  avevano  una  grande  necessitade  ^. 

Ciò  leggiamo  nelle  copiose  note  all'  opuscolo  di  cui  riferimmo  il  ti- 
tolo, ed  è  uno  dei  tanti  documenti,  che,  principalmente  nel  Veneto, 
si  stampano  per  occasione,  e  che  distribuiti  solo  agli  amici,  non  gio- 
vano agli  studiosi,  e  rimangono  dimenticati.  Almeno  gli  editori  aves- 
sero cura  di  farli  conoscere  ai  giornali  che,  come  il  nostro,  n©  ten- 
gono ricordo. 


BIBLIOGRAFIA.  93 


Alianelli  Nicola,  Delle  consuetudini  e  degli  statuti  municipali 

nelle  Provincie  napoletane.  Napoli,  1873. 

Sul  punto  cosi  controverso  dell'ordinamento  marittimo  di  Trani> 
r  Alianelli  sostiene  la  data  del  1063.  A  lui  diriga  una  lettera  G.  B.  Bel- 
trami  (Barletta,  1873),  accettando  la  data  stessa,  e  che  fossero  vera- 
mente involgare,  per  quanto  la  forma  venisse  alterata  nelle  trascrizioni 
posteriori. 

Vedovi,  Biografia  dei  martiri  di  San  Giorgio  e  di  Belfiore. 

E  noto  che,  nel  1872,  fu  celebrata  a  Mantova  la  commemorazione 
e  la  traslazione  degli  appiccati  dall'Austria.  In  quell'occasione  fu  ri- 
pubblicata la  biografia  di  Enrico  Tazzoli,  fatta  da  Cesare  Cantù,  sulle 
lettere  e  sulle  memorie  autografe  di  questo,  che  egli  possiede. 

Clemente  Domenico,  Napoli  e  San  Tomaso  d'Aquino.  Napoli,  1873; 
in-16,  di  pag.  88. 

Lilla  Vincenzo,  La  mente  déW Aqiiinate  e  la  filosofia  moderna.  Vo- 
lume 1.  Torino,  1873;  in-8,  di  pag.  358. 

Mentre  sembra  la  scienza  filosofica  decadere  più  sempre  nello  scettici- 
smo, che  spesso  equivale  a  idiotismo,  è  bello  veder  ridestarsi  il  culto  del 
maggior  filosofo  del  medioevo.  I  due  libri  che  annunziamo  si  comple- 
tano ,  perchè  l' uno  lascia  da  banda  le  dottrine ,  ed  espone  i  fatti 
che  concernono  Tomaso  d'Aquino,  la  sua  vita,  il  suo  culto,  accu- 
mulando autorità,  e  lasciando  desiderare  correzione  di  lingua  e  di  stampa. 
Egli  ricorda  che  Ferdinando  II  aveva  messo  sotto  il  patronato  del  gran 
santo  l'Università  di  Napoli ,  e  postone  l'effigie  sulla  medaglia  dei  pre- 
sidenti alla  pubblica  istruzione  e  dei  professori;  e  si  duole  che,  nel- 
l'odierno farnetico  di  monumenti,  il  busto  di  esso  siasi  confuso  nell'U- 
niversità stessa  con  quelli  di  Giordano  Bruno  e  Pier  delle  Vigne. 
L'altro  più  seriamente  studia  la  mente  dell' Aquinate,  paragonandola 
coll'ontologia  e  1'  ideologia  moderna,  e  cercando  renderla  intelligi- 
bile al  secolo  nostro  collo  spogliarla  del  gergo  scolastico,  che  in  parte 
era  proprio  dei  tempi,  in  parte  de'  suoi  settatori.  Così  compiesi  l'opera 
già  cominciata  da  Klengton,  da  Schelzer,  dal  Cornei  di,  dal  Capecelatro 
e  da  altri,  ^  per  restaurare  la  scienza  di  qual  grande  Italiano,  di  cui 
si  celebrò  il  centenario  ai  7  marzo. 

C.  C. 


'  E  ultimamente  da  Filippo  DtJRSo,  La  ragione  umana.  Bologna,  1874. 


BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO. 

a)   OPERE  STORICHE  PUBBLICATE  IN  ITALIA. 

Gennajo-marzo  1874. 


Aguglia    (S.).    Pippino   da   Montemag giove.    Storia    siciliana    del    se- 
colo XVIII,  sotto  il  regno  di  Vittorio  Amedeo  II;  in-8.  Palermo. 
Altavilla  (prof.  R.).  Il  Regno   d^ Italia.   Dizionario  geografico-stori- 
.    co-statistico  ad  uso  di  tutti,  ecc.;  fase.  I-II;  in-8.  Torino. 

L'opera  si  comporrà  di  circa  15  fascicoli. 

Antonini  (P.).  Del  Friuli^  ed  in  particolare  dei  trattati  da  cui  ebbe 
origine  la  dualità  politica  in  questa  regione.  Note  storiche  ;  in-8.  Ve- 
nezia. 

Balan  (prof.  P.).  Storia  di  Gregorio  IX  e  dei  suoi  tempi;  fase.  XX- 
XXI;  in-8.  Modena. 

Balbiani  (A.).  Il  convento  dei  Cappuccini  a  Pescarenico  presso  Lecco 
ed  i  Padri  riformati.  Documenti  inediti  per  commento  ai  a  Promessi 
Sposi  »  di  Alessandro  Manzoni;  in-16.  Milano. 

Battaglini  (N.).  Il  Consiglio  e  lo  Statuto  di  Torcello^  con  appen- 
dice. Studj;  in-8.  Venezia. 

Bazzoni  (A.).  Un  confidente  degli  inquisitori  di  Stato  di  Venezia.  Me- 
morie e  documenti;  in-8.  Firenze. 

Berizzi  (Sac.  P.  G.).  Storia  di  Giovanna  d^  Arco  detta  la  pulzella 
d'Orléans.  Seconda  edizione,  riordinata  ed  annotata  da  Costantino 
Coda;  in-16.  Torino. 

Bertolini  (prof.  ¥.).  Storia  del  medio  evo  fino  alla  seconda  metà  del 
secolo  XV.  Scritta  ad  uso  delle  scuole  secondarie;  in-16.  Milano. 

Bettoni  (F.).  Tebaldo  Brusato.  Brano  di  storia  del  secolo  XV;  in-8. 
Brescia. 

Beverini  (P.  B.).  Elogi  di  uomini  illustri  di  casa  Guinigi;  in-8.  Lucca. 

Bianchi  (N.).  Carlo  Matteucci  e  V Italia  del  suo  tempo.  Narrazione  cor- 
redata di  documenti  inediti;  in-8.  Torino. 

Brignardelli  (G.  B.).  J  Merletti  di  Chiavari;  in-16.  Firenze. 


BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO.  95 

Calendario  storico-tipografico.  Notizie  raccolte  da  Bernardo  L.  Cen- 
tenari; in-16.  Roma. 

Cantù  (Cesare).  Della  indipendenza  italiana.  Cronistoria  divisa  in  tre 
periodi:  Francese,  Tedesco,  Nazionale.  Disp.  26,  voi.  II,  fase.  12;  in-8. 
Torino. 

—  Italiani  illustri  ritratti.  Fase.  30,  voi.  III.  in-8:  Milano. 

L'opera  si  comporrà  di  33  fascicoli. 

Cavallini  (avv.  A.)  Le  vite  di  alcuni  uomini  illustri  che  negli  anni 

1848  e  1849  sollevarono  alla  maggior  altezza  di  gloria  il  nome  di 

Roma.  Voi.  I,  in-8.  Roma. 
Cecconi  (G-.).  I  due  fratelli  Lippaccio  ed  Andrea  Guzzolini  da  Osimo. 

Notizie  storiche,  raccolte  ed  illustrate  con  documenti  e  note;  in-4. 

Osimo. 
Cerei  (D.).  Innocenzo  Papa  VI^  dapprima  detto  Stefano  Aliherti  della 

famiglia  degli  Aliherti  di  SaluzzOj  Piemonte;  in-8.  Torino. 
Chabas  (F.).  Memorie  sopra  il  nome  di  Sardegna  e  degli  antichi  Sardi ^ 

in  relazione  coi  monumenti  dell'Egitto;  con  note  di  Gio.  Spano  ;  in-8 . 

Cagliari. 
Claretta  (Gf.).  Sulle  avventure  di  Luca  Assarino  e  Gerolamo  Brusoni, 

istoriografi  ducali;  in-8.  Torino. 
Claretta  (G-).  Una  pagina  di  storia  subalpina  negli  anni  1799  e  1800; 

in-8.  Firenze. 
CoNESTABiLE  (G.  C).   Sovva  due  dischi  in  bronzo  antico-italici  del  mu- 
seo di  Perugia^  e  sovra  Varte  ornamentale  primitiva  in  Italia  e  in 

altre  parti  di  Europa.   Ricerche  archeologiche   comparative  ;  in-4. 

Torino. 
CoRAzziNi    (prof.  F.).  I  tempi  preistorici  o   le  antichissime   tradizioni 

confrontate  coi  risultati  della  scienza  moderna;  in-16.  Verona. 
Da  Mula   (P.  A.).  Relazione  presentata  il  10  settembre  1533  ;  in-4. 

Padova. 
De  Leva  (prof.  G.).  Storia  documentata  di  Carlo  V,  in  correlazione 

alV Italia.  Disp.  16,  voi.  Ili;  in-8.  Padova. 
Del  Vecchio  (N.).  Introduzione  allo  studio  della  Storia  Universale; 

in-8.  Napoli. 
Deschamps  du  Makoir  (J.).  Nouveaux  souvenir s  d'Italie^  1872,  1873  ; 

in-16.  Florence. 
Dizionario  universale  di  geografia  e  storia,  compilato  da  una  società  di 

scienziati  italiani  sotto  la  direzione  di  Gustavo  Strafforello  e  L.  Gri- 
maldi-Casta. Serie  VII;  in-8.  Milano. 

L'opera  si  comporrà  di  30  a  35  serie. 

FoRMiCHiNi  (C).  Francesca  da  Rimini.  Monografia  storica;  in-16.  Li- 
vorno. 


96  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO. 


Gargautini  (G.).  Cronologia  di  Milano  dalla  sua  fondazione  fino  ai 
nostri  giorni  ;  in-16.  Milano. 

Garrdcci  (P.  R.).  Storia  delVarte  cristiana  nei  primi  otto  secoli  della 
Chiesa^  corredata  della  collezione  di  tutti  i  monumenti  di  pittura  e 
scultura  incisi  in  rame  su  cinquecento  tavole  ed  illustrati.  Fasci- 
colo XXVII,  in-fol.  Prato. 

L'opera  si  comporrà  di  100  fascicoli. 

Gennari  (Ab.  G.).  La  repubblica  francese  a  Padova^  28  aprile  1797- 
20  gennajo  1798.  Frammenti  di  una  cronaca  inedita  ;  in-4.  Padova. 
GiODA  (C).  Machiavelli  e  le  sue  opere  ^  in-16.  Firenze. 

(Pag.  485-570,  Machiavelli  e  i  suoi  tempi.) 

Giornale  Ligustico  di  Archeologia y  Storia  e  Belle  Arti.  Fondato  e 
diretto  da  L.  T.  Belgrano  ed  A.  Neri.  Anno  I,  fase.  I.  Gennajo  1874. 
in-8.  Genova. 

Se  ne  pubblica  un  fascicolo  al  mese. 

Grassi  (L.  J.).  Serie  di  vescovi  ed  arcivescovi  di  Genova  ;  in-8.  Genova. 

Guerra  {della)  di  C Moggia  tra  Genovesi  e  Veneziani.  Lettera  d'un 
Zenoese,  scritta  in  Budua  a  dì  16  fevrer  1380;  pubblicata  per  cura 
di  G.  B.  Cadorin  e  corredata  di  copiose  annotazioni  storiche;  in-8. 
Venezia. 

GuroiciNi  (G.)".  Cose  notabili  della  città  di  Bologna,  ossia  Storia  cro- 
nologica de'  suoi  statuti  sacri,  pubblici  e  privati.  5  voi.  in-4.  Bologna, 
1870-74. 

Herculanensium  voluminum  giiw  supersunt,  collectio  altera.  Tom.  Vili, 
fase.  II.  Complectens  libros  ignoti  auctoris  quorum  titulus  hunc  su- 
perfuit;  in-fol.  Napoli. 

LiTTA.  Famiglie  celebri  italiane.  Disp.  172;  in-fol.  Milano. 

Contiene  : 
Passeeini  L.  Marchesi  di  Salluzzo.  Parte  III. 
Manuale  topografìco-archeologico  delV  Italia.  Compilato  a  cura  di  di- 
versi cultori  della  scienza  archeologica,  e  preceduto  da  un  discorso 
intorno  allo  scopo  del  medesimo,  di  Luigi  Torelli.  Disp.  IV  (risguar- 
dante  Mantova,   Brescia  e  relativi  territorj,  e  la  Liguria);  in-8.  Ve- 
nezia. 
Miscellanea  di  Storia  Italiana.  Edita  per  cura   della  Regia  Deputa- 
zione di  Storia  Patria.  Tomo  XIII;  in-8.  Torino. 

Contiene  : 
pROMis  C.  L'oratorio  del  Sacramento  in  Torino. 
Promis  D.  Illustrazione  di  una  medaglia  di  Claudio,  di  Set/sseL. 
Da  Paullo  a.  Cronaca  milanese  dall'anno  1476  al  1515,  edita   da  Antonio 

Ceruti. 
Antichi  Calendarj  della  Chiesa  di  Bergamo,  editi  da  Giovanni  Finazzi. 


BULLETTINO    BIBLIOGRAFICO.  97 

Perbin  a.  De  l'association  des  monnayeurs  du  Saint  Empire  Romain. 
Blondel.  Memorie  aneddotiche  sulla  Corte  di  Sardegna.  Edite  da  V.  Promis. 
Promis.  D.  Monete  e  medaglie  italiane. 

Monumenti  di  Storia  patria  delle  Provincie  Modenesi,  Cronaca  Mode- 
nese di  Tomasino  de'  Bianchi  detto  De'  Lancellotti.  Serie  delle  cro- 
nache. Tomo  X,  fase.  Ili;  in-4.  Parma. 

Muzzi  (prof.  S.).  Vocabolario  geografico-storicostatistico  delV  Italia  nei 
suoi  limiti  naturali.  Dispense  1-6   (A.  Novalesa);  in-8.  Bologna. 

Nardi  Dei  (aw.  M.).  Monografia  storica  e  statistica  del  Comune  eli 
MontespertoU ;  in-8.  Firenze. 

NiccoLiNi  (Gr.  B.).  Opere  edite  e  inedite^  raccolte  e  pubblicate  da  Cor- 
rado GargioUi.  Disp.  115;  Storia  della  Casa  di  Svezia  in  Italia, 
Disp.  15;  in-8.  Milano. 

Palmero  (prof.  G.).  Cenni  storici  intorno  a  Corio  e  Rocca  di  Corio 
Canavese;  in-16.  Torino. 

Passerini  (L.).  Genealogia  e  storia  della  famiglia  Guadagni;  in-8. 
Firenze. 

Raynisco  (prof.  P.).  Tommaso  Rossi  e  Benedetto  Spinoza.  Saggio  sto- 
rico-critico; in-8.  Salerno. 

Renieri  (M.).  Tiberio  Gracco  ed  i  suoi  amici  Blossio  e  Diofane.  Ri- 
cerche e  congetture.  Traduzioni  (dal  greco)  di  Costantino  Triantg,- 
fillis;  in-8.  Venezia. 

Ricciardi  (G.).  Una  pagina  del  1848,  ovvero  Storia  documentata  della 
sollevazione  delle  Calabrie-.,  in-16.  Napoli. 

Ricotti  (II.),  Breve  storia  della  costituzione  inglese.  Seconda  edizione; 
in-8.  Torino. 

—  Della  rivoluzione  protestante.  Discorsi  storici;  in-8.  Torino. 

RoHRBACHER  (ab.).  Storia  universale  della  Chiesa  cattolica  dal  prin- 
cipio del  mondo  fino  ai  dì  nostri,  aggiuntavi  la  continuazione  fatta 
dal  Chantrel.  Quinta  edizione.  Voi.  I;  in-8.  Torino. 

Rosa  (C).  Claudio  Claudiano.  Saggio  critico-storico;  in-8.  Ancona. 

Spano  (comm.  G.).  Scoperte  archeologiche  fattesi  in  Sardegna  in  tutto 
ranno  1873 -,  in-8.  Cagliari. 

Storia  della  Chiesa  per  un  vecchio  cattolico  italiano.  Disp.  Ili;  in-8. 
Milano. 

L'opera   si  comporrà  di  circa   15   dispense. 

Vannucci  (A.).  Storia  dell'Italia  antica.  Illustrata  coi  monumenti.  Di- 
spensa 37,  voi.  II;  in-8.  Milano. 

L'opera  completa  consterà  di  quattro  volumi,  illustrati  da  600  incisioni. 

Zini  (L.).  Storia  d'Italia  dal  1850  al  1866.,  continuata  da  quella  di 
Giuseppe  La  Farina.  Disp.  130  (voi.  I.  Parte  II.  Disp.  43);  in-8. 
Milano. 


98  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO. 


6)  OPERE  RTSGUARDANTI  L'ITALIA  PUBBLICATE  ALL'ESTERO. 
Gennai  o-Giugno  1873. 

Arthur  (W.).  The  Modem  Jove:  A  Review  of  the  Collected  Speeches 
of  Pio  Nono'^  S.  Hamilton. 

AuRÈs  (A.).  Du  calendrier  romain  et  ses  variations  siiccessives^  depuis 
les  temps  les  plus  reculés  jusqti^à  Vépoque  actuelle.ìKémoÌYQ.  1/®  par- 
tie.  Depuis  les  temps  les  plus  reculés  jusqu'à  la  réforme  de  Jules  Ce- 
sar. Nimes. 

Bastide-Stuart.  Pio  IX  roi\  8.  Paris. 

Beaumont  (Elie  de).  Éloge  historique  de  Jean  Plana^  Vim  des  huit  as- 
sociés  étrangers  de  VAcadémie.  Lu  dans  la  séance  publique  annuelle 
de  l'Académie  des  sciences,  le  25  novembre  1872.  Institut  de  France 
4.  Paris. 

Belot  (E.).  Histoire  des  chevaliers  romains  considérée  dans  ses  rapports 
avec  celle  des  différentes  costitutions  de  Rome,  depuis  le  temps  des 
Graques  jusqu'à  la  division  de  V empire  romain  (133  avant  J.  C.  — 
395  aprls  J.  C.)\  8.  Paris. 

—  T>e  tribunis  pleMs,  de  origine  et  vi,  forma  et  modo  tribunicce  potestatis. 
*  Hanc  thesim  facultati  litterarum  Parisiensi  proponebat  ibid. 

—  Le  dernier  siede  de  la  république  romaine.  Legon  d'ouverture  faite 
à  la  faculté  des  lettres  de  Lyon,  le  18  avril  1872;  8.  Lyon. 

Castan  (E.).  Histoire  de  la  papauté.  T.  l.''®;  8.  Moulins. 

Cayla  (J.  M.).  La  Fin  du  papisme.  1.^®  ed.;  8.  Lib.  de  la  Bibliothè- 

que  démocratique.  Paris. 
Chantrel  (J.).  Le  Pape  Benoit  XIII,  1724-1730-,  8.  Tours. 
Choisy.  Essai  sur  Vorganisation  des  classes  ouvrilres  chez  les  Romains; 

8.  Paris. 
DoBBERT  (E.).   Ueher  den  Styl  Niccolò  Pisano's  und  dessen  Ursprung; 

gr.  8.  Mùnchen. 
Bowling  (J.).  The  History  of  Romanism  from  the  Earliest  Corruptions 

of  Christianity y  with  Chronological  Tahle,  Indexes,    Glossary,  and 

numerous  Illustrative  Engravings.  A  new  edition  with  supplements, 

continuing  the  History  from  the  Accession  of  Pope  Plus  IX,  to  hi  s 

Proclamation  of  Papal  Infallibility,  and  his  Deposition  as  a  Temporal 

Sovereign.  A.  D.  1870;  8.  New  York. 
Du-Prey  (A.  L-).  Rome  capitale-,  8.  Saint-Omer. 
Falloux  (Graf  v.).  Lehen  des  papstes  Pius  F.  Aus  dem  Franzosischen 

ins  Deutsche  libersetzt;  gr.  8.  Regensburg. 
Ficker  (J.).   Forschungen  zur  Reichs-  und  Rechi sgeschichte    Italiens, 

4  Bd.  1.  Abth.;  gr.  8.  Innsbruck. 


BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO.  99 

FoucHER  (P.).  Les  Siéges  heroì'ques,  Orléans  (1428),  Beauvais  (1472), 
Metz  (1552),  Leyde  (1573),  La  Rochelle  (1627),  Vienne  (1683),  Pra- 
gue  (1742),  Lille  (1792),  Mayence  (1793),  Lyon  (1793),  Génes  (1800), 
Saragosse  (1808),  Missolunghi  (1824),  Venise  (1848),  Strasbourg 
(1870);  18.  Paris. 
Gasparin  (le  comte  Ag.  de).  Innocent  III.  Le  Siége  apostoUque,   Co- 

stantin;  8.  Paris. 
Gazeau  (le  R.  P.  F.).  Histoire  romaine  A.  M.  D.  G.y  revue,  corrigée 

et  complétée.  2®  édition;  18.  Paris. 
Gregor  VII.  Ein  GeschichtsUld  zur  800  jahr.  Gedachtnissfeier  von  ei- 

nem  Laien;  gr.  8.  Aachen. 
Gregorovius  (F.)  GescUchte  der  Stadi  Rom  in  Mittelalter.  Vom  5.  bis 

zum  16.  Jahrhundert.  2  durchgearb.  Aufl.  7.  Bd.;   gr.  8.  Stuttgart. 
HoEFLER  (C).  WaJil  und  Thronhesteigung  des  letzten  deutschen  Fapstes 

Adrian' s  VI,  1552;  lex.-8.  Wien. 
HoLM  (Ad.).  Das  alte  Catania.  1  chromolit.  Pian.;  4.  Lubeck. 
HuEBNER  (Bar.).  The  Life  and  Times  of  Sixtus  the  Fifth.  Translated 

from  the  originai  French  by  James  F.  Meline  ;  12.  New  York. 
HuELSKAMP  (F.  P.).  Papst  Pius  IX j  in  seinem  Lehen  und    Wirken  ; 

lex.-8.  Miinster. 
Jaunez-Sponville  (0.).  Histoire  de  la  revolution  italienne;  8.  Paris. 
LuBOJATZKY  (F.).  Der  Papstspiegel^  oder   das  Lehen  und  Treihen  der 

Pdpste  bis  auf  unsere  Zeit;  gr.  8.  Dresden. 
Maassen  (F.).  Fine  Rede  des  Papstes  Hadrian  II,  vom  Jahre  869.  Die 

erste  umfassende  Benutzung  der  falschen  Decretalen  zur  Begriin- 

dung  der  Machtfiille  des  romischen  Stuhles;  lex.-8.  Wien. 
Mahrenholtz.  (R).  Ueher  die  Relation  des  Nicolaus  von  Butrinto..  (Re- 

latio  de  itinere  Italico  Henrici  VII.);  8.  Halle. 
Malapert.   Cicéron  et  Catilina,  Fragment   d' histoire;  16.  Paris. 
Is'iebuhr  (B.  G.).  Lectures  on  the  Ristori/  of  Rome.  Edited  by  J).^  Leon- 
hard  Schmitz  4.t^  ed.  1  voi.;  8.  Lockwood. 
Pejacsevich  (G.  J.  N.).  Das  Papstthum  und  der  Rechtsstaat.  Aus  civili- 

sator.  Gesichtspunkten  beurtheilt.  Pest. 
PoTTHAST  (A.).  Regesta  pontificum  romanorum  inde  ab  a.  post  Christum 

natum  1198  ad  a.  1304.  Fase.  I.  Plagula  1  ad  20.  ;  4.  Berlin. 
Prétraille  (La)  romaine.  Tableau  historique  du  fanatisme  et  de  la  cor- 

ruption  dans  Véglise  catholique  romaine.  Traduit  de  l'originai  alle- 

mand  de  Corvin.  14  livraisons;  8.  Berne. 
Punitions  des  persécuteurs  du  pape,  depuis  Hérode  III  jusqu'h  Napo- 

leon  III.  V^  et  2®  parties;  32.  Toulouse. 
Reinlein  (F.  F.)  Papst  Innocenz  III,  nach  seiner  Stellung  zur  UnfeM- 

harkeitsfrage.  Ein  Beitrag  zur  Charakteristik  des  Papstes.  Aus  den 


100  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO. 


Quellen  beschrieben.  2.  Heft.  Hundert  Bemerkungen  und  Belegstel- 

len  ;  gr.  8.  Eriangen. 
RoLLAND.  Rome^  ses  égliseSj  ses  monumentSy  ses  institutions.  Lettres  à 

un  ami.  4.®  édition,  revue  et  augmentée  ;  8.  Toiirs. 
ScHiLLEK  (H.).  Geschichte  des  romischen  Kaiser reicìis  unter  der  Regie- 

rung  des  Nero;  gr.  8.  Berlin. 
ScHOEBER.  Vorwùrfe  und  AnMagen  gegen  Gregor  VII.  Aus  den  Schrif- 

ten  seiner  Zeitgenossen.  Nordhausen. 
ScHWARZKOPF  (A.  V.).  Beitràge  zur  Geschichte  der  nationalokonomischen 

Studien  in  Italien  im  17  und  18  JahrhunderU  Nach  Pietro  Custodi's 

gr.  8.  Strassburg. 
Scott  (B.).  The  Contente  and  Teaching  of  Catacomhs  at  Rome  ^^^  ed.; 

8.  Longmans. 
Ségur  (de).  Le  Souverain  Pontife.  9®  édition;  18.  Paris. 
Sewel  (E.  M.).  A  Catechism  of  Roman  History;  18.  Longman. 
ScHMiTZ  (Ju.).  A  History  of  Rome,  fromthe  Earliest  Period  to  the  Dcaih 

of  Commodus,  A.  D.  192,  New  ed.;  8.  Lockwood. 
SiMONiN  (L.).  Ultalie  en  1872 y  ses  progrh  et  sa  trans formation,  2.®  ed.; 

8.  Paris. 
Teste  (L.).  Notes  sur  Rome  et  V Italie  ;  18  Paris. 
Thaner  (F.).    TJeher  Entstehung  und  Bedeutumj  der   Formel:    Salva 

sedis  apostolicae  auctoritate  in  den  pdpstl.  Privilegien  ;  lex.-8.  Wien. 
Thierry  (A.)  Histoire  d'Attila  et  de  ses  successeurs  jusqu'h  Vétahlis- 

sement  des  Hongrois  en  Europe.  Suivie  des  légendes  et  traditions  4^ 

ed.  2  voi.  8.  Paris. 
Thomas  (G.  M.).  Die  àltesten  Verordnungen  der  Venezianer  fur  aus- 

uàrtige  Angelegenheiten.  Ein  Beitrag   zur   Geschichte    des    volker- 

rechtlichen  Verkehrs.  Aus  archival.  Quellen;  gr.  16.  Miinchen. 
ViLLEMAiN.  Histoire  de  Grégoire  VII,  précède  d'un  discours  sur   Vhi- 

stoire  de  la papauté  jusqu'au  IX  siede.  2  voi.;  8.  Paris. 
YoLKMAR  (G.).  Die  romische  Papstmythe,  Akademischer  Rathhausvor- 

trag;  8.  Zlirig. 
^^'oLLSCHLAEGER  (C.  S.).  Die  Zeitreihe  der  Pàpste  bis  auf  die   Gegen- 

wart.  Eine  kurzgefasste  chronologische  Uebersicht  der  Geschichte 

der  Pàpste  als  histor.  Hulfsbuch  zum  Nachschlagen;  gr.  8.  Eisenach. 


.   IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

-  I. 

DIRITTO  DIVINO  0  DI  CONQUISTA  —  FEUDI  —  ARISTOCRAZIE  ITALIANE 
VICENDE  E  TENDENZE  DEI  NOBILI  MILANESI. 


Ora  che  le  dottrine  umanitarie  e  i  rinnovati  costumi  eguagliarono 
le  posizioni  sociali,  togliendone  inveterate  distinzioni,  le  quali,  in 
altri  tempi,  favorivano  una  classe  a  detrimento  delle  altre;  ora  che 
in  Italia  non  vi  sono  più,  né  vi  ponno  essere,  se  non  cittadini  dello 
Stato;  svaniti  nel  tempo  stesso  rancori  e  pregiudizj,  ci  sia  permesso 
prendere  ad  un  esame  imparziale  e  tranquillo  le  origini,  il  signi- 
ficato intrinseco,  lo  svolgersi  e  il  decadimento  finale  del  patriziato 
milanese,  indagandone,  per  quanto  è  possibile,  il  pensiero  diret- 
tivo, durante  il  tormentoso  avvicendarsi  di  infiniti  avvenimenti. 
Questo  patriziato  attirò,  come  tutti  gli  altri,  le  ire  implacabili, 
inconsulte  della  folla,  sempre  pronta  a  denigrare  ogni  cosa;  pure, 
non  bisogna  dimenticare  che  esso  tenne  per  secoli  il  monopolio 
di  tutte  le  iniziative,  la  missione  di  proteggere  tutti  gli  interessi  del 
nostro  paese,  compreso  il  benessere  del  nostro  popolo.  La  sua 
azione  è  insomma  un  fatto,  un  elemento  sì  predominante  nell'indi- 
rizzo della  nostra  storia  municipale,  che  sarebbe  follìa  il  discono- 
scere, imperdonabile  trascuranza  il  non  studiarla  nelle  sue  fasi. 

Le  idee  moderne  volgono  con  certa  foga  verso  una  perfetta 
democrazia,  benché  ai  dì  nostri  fioriscano  rigogliosamente  tanto 
nazioni  seguaci  di  questo  principio,  quanto  altre  attenentisi  a  si- 
stema misto,  od  opposto.  Nello  stesso  modo  che  nel  mondo  morale 
i  filosofi  vanno  in  cerca  di  una  scienza  che  loro  sfugge,  e  battono, 
per  lunghi  anni,  una  via  creduta  la  retta,  finché  i  sorvegnenti, 

Arch.  Star.  Lonib.  —  An.  I.  7 


102  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

persuasi  che  la  non  sia  capace  di  condurre  alla  scoperta  finale 
del  vero  —  benché  seminata  di  qualche  briciola  di  verità  —  ten- 
tano differenti  sistemi;  così  i  popoli,  che,  sebbene  inconsci,  pure 
sono  irreparabilmente  dominati  dalle  massime  filosofiche  in  voga 
—  i  cui  riflessi  infiltransi  nei  cervelli  anche  più  ottusi  —  studiano 
di  dar  corpo,  nel  mondo  dei  fatti,  a  quelle  teorie,  imponen'dosi 
per  fine  un  assoluto  di  felicità  impossibile  a  conseguirsi.  Inna- 
moransi  di  alcuni  principj,  quasi  trascinati  da  forza  arcana,  ir- 
resistibile, e  li  spingono  fino  alle  ultime  conseguenze;  ma  poi,  a 
misura  che  si  inoltrano,  scoprono,  a  loro  malcosto,  che  anche  là 
pullulano  le  disillusioni,  e  che  quei  principj  non  sono  acconci  ad 
attuare  il  sospirato  ideale:  allora  non  appajono  più  alle  fantasie 
se  non  i  difetti  di  quegli  ordini  stessi  con  tanto  ardore  abbrac- 
ciati, e  se  ne  disconoscono  perfino  i  vantaggi  evidenti.  Riuscendo 
col  tempo,  con  fatiche  improbe  e  con  sanguinose  rivoluzioni,  ad 
impiantare  costituzioni  foggiate  a  norma  delle  nuove  idee,  dap- 
principio tutto  sembra  corrisponda  alle  rosee  aspettative,  poiché 
non  scorgesi  se  non  il  lato  eccellente;  ma  fatalmente  un  inesora- 
bile rovescio  di  medaglia  turberà  ben  presto  lo  sperato  trionfo. 
Questa  altalena,  presa  in  grande,  traspare  dalla  storia  di  molti 
popoli.  Qualche  nazione,  come  la  repubblica  di  Venezia,  amò  me- 
glio perire  sfinita,  anziché  rinnegare  il  principio  aristocratico  a 
cui  dovette  la  sua  straordinaria  fortuna.  La  Francia,  all'incontro, 
si  é  assunta  il  compito,  non  invidiabile,  di  condensare  in  pochi  anni 
quelle  spasinodiche  rivoluzioni,  per  compiere  le  quali  altri  popoli 
impiegarono  secoli,  godendo  lunghissimi  intervalli  di  una  prospe- 
rità relativa,  la  sola  possibile. 

In  Europa,  come  ognuno  sa,  non  si  conobbero,  in  tempi  storici, 
le  caste  sovrapposte  le  une  sulle  altre,  che  dividono  ancora,  con 
barriera  insormontabile,  le  popolazioni  di  alcune  fra  le  grandi  mo- 
narchie dell'Oriente.  La  classe  nobile,  nella  società  europea  ante- 
riore alle  rivoluzioni  della  fine  dello  scorso  secolo,  supponevasi 
rappresentasse  i  conquistatori  di  un  paese,  viventi  accanto  ai  con- 
quistati: si  ammetteva  che  un  popolo  straniero,  soggiogando  colla 
forza  delle  armi  un  altro  popolo  ed  occupandone  il  territorio,  vi 
avesse  organizzati  ordini  e  privilegi  intesi  a  conservare  la  propria 
supremazia  per  molte  generazioni,  quasi  frutto  legittimo  della  vit- 
toria. Questa  teoria  non  potevasi  veramente  applicare  nella  nostra 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  10.^ 

Europa  se  non  a  pochissime  nazioni;  poiché  nella  più  parte  non 
avrebbe  avuto  da  secoli  nessun  significato:  in  alcuni  pochi  appena 
si  adombra,  che  il  tempo  gli  avvenimenti  e  la  superiorità  morale 
dei  popoli  vinti  mescolarono  le  schiatte ,  spesso  col  sopravvento 
di  questi,  principalmente  nelle  provincie  popolate  dalle  stirpi  la- 
tine, in  modo  siffatto  che  i  soggiogati  finirono  per  assimilarsi  gli 
invasori,  convertendoli  alla  romana  civiltà  e  alla  religione  cristiana. 

In  Turchia,  per  altro,  tale  separazione  appare  ancora  in  tutta 
la  sua  crudezza,  tanto  più  difficile  a  vincersi,  inquantochè  i  con- 
quistatori (i  Turchi)  appartengono  alle  razze  turaniane  o  tartaro- 
finniche  (nelle  quali  alcuni  scienziati  vedrebbero  i  discendenti  di 
Caino),  mentre  i  vinti,  per  la  maggior  parte  greci,  slavi,  albanesi, 
armeni,  discendono  da  popoli  arii,  ossia  indo-europei.^  Lo  stesso 
dicasi  dell'Ungheria,  dove  i  Magiari  (l'aristocrazia),  gente  parimenti 
di  origine  turaniana,  si  sovrapposero  violentemente  agli  Slavi  (il 
popolo)  ^ 

In  Inghilterra,  benché  non  esista  antitesi  di  razza,  è  vivo  ed 
evidente  lo  screzio  fra  i  varj  strati  di  popolazione;  e  le  famiglie 
normanne,  seguaci  delle  avventure  di  Guglielmo  il  Conquistatore, 
primeggiano  tuttavia  sui  vinti  Sassoni,  i  conquistatori  più  antichi 
degli  autoctoni  Brettoni.  Quasi  scomparsa  è  la  tradizione  che  diffe- 
renziava i  Franchi  invasori  della  Gallia  dai  Celto-latini,  il  popolo 
uscito  dalla  conquista  romana;  quantunque  alcuni  storici  sognino 
di  scorgere  nella  grande  rivoluzione  francese  la  riscossa  finale  e  le 
vendette  degli  antichi  abitatori  conquistati  contro  i  vincitori  di 
stirpe  germanica,  rappresentati  dalla  nobiltà  e  dal  suo  re  di  diritto 
divino  ;  e  nelle  gigantesche  imprese  del  primo  Napoleone,  la  rivin- 
cita dei  Gallo-romani,  col  ripristino  di  un  impero  d' Occidente  che 
rifacesse  strepitosamente  l'opera  di  Carlo  Magno  in  senso  inverso. 
Strano  perciò  è  il  vedere  le  riminiscenze  di  tali  divisioni  di  razza, 
che  in  Francia  sembravano  oramai  relegate  fra  le  anticaglie  ar- 
cheologiche, fare  tuttora  capolino  nei  cervelli  esaltati  di  alòuni 


'  In  Constantinopoli  vivono  ancora  le  reliquie  dell'antica  aristocrazia  bizantina,  sotto 
il  nome  di  Fanarioti. 

^  In  Ungheria  tutti  i  Magiari  sono  nobili  :  —  la  piccola  nobiltà  comprende  anche  gente 
poverissima  che  vive  del  lavoro  delle  proprie  braccia.  In  certi  distretti  (i  Kermans,  i 
Jaziguez,  gli  Aiduchi),  tutti  quanti  avevano  diritto  di  rendersi  all'assemblea  come  ap- 
partenenti alla  razza  conquistatrice. 


104  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 


legittimisti;  ed  anzi,  bollono  nella  infervorata  immaginativa  del 
pretendente  Enrico  V  di  Borbone;  il  quale,  rivolgendosi,  qualche 
mese  fa,  a'suoi  fedeli,  con  un  solenne  documento,  come  avrebbe 
potuto  fare  un  re  della  prima  dinastia,  assevera  che  la  Francia 
non  può  perire,  poiché:  "  Le  Christ  aime  ancore  ses  Franosa  „  In 
Italia  poi  la  assimilazione  dei  popoli  di  diversa  origine  *  fu  in  modo 
completa,  da  non  lasciare  traccia  se  non  nella  memoria  degli  eru- 
diti. In  massima  dunque  fu  più  agevole  la  mischianza,  quando 
vinti  e  vincitori  erano  diramazioni  di  una  identica  famiglia,  gli 
Arii  —  i  pronipoti  di  Jafet  che,  coi  popoli  procedenti  da  Sem  e 
da  Cam,  formerebbero  la  razza  caucasea,  la  più  eletta  della  uma- 
nità, se  pure  la  nostra  superbia  non  fa  velo  al  vero  —  dal  cen- 
tro dell'Asia  calati  in  Europa  in  tempi  differenti,  come  è  appunto  il 
caso  nelle  regioni  occidentali  di  questa,  nelle  quali  non  rimane 
evidentemente  più  vestigia  delle  popolazioni  che  l'abitavano  nei 
periodi  preistorici,  fuorché  nelle  provincie  basche  della  penisola 
iberica. 

Ammesso  dunque  che  la  conquista  —  e  quindi  i  feudi,  che  ne 
furono  uno  dei  modi  —  sia  stata  la  base  del  diritto  dell'aristo- 
crazia nobiliare,  ne  viene  per  immediata  conseguenza  la  disparizione 
di  essa,  dacché  la  conquista  nel  senso  del  diritto  divino,  e  i  diritti 
feudali,  vennero  disconfessati  da  quasi  tutte  le  nazioni  moderne. 
Scalzata  la  base,  l'edificio  crollò,  e  delle  idee  di  patriziato,  di  nobiltà, 
non  rimasero  che  certe  forme  esteriori,  di  pura  convenzione  sociale, 
che  non  esercitano  influenza  alcuna  sugli  ordinamenti  politici;  pal- 
lido riflesso  di  istituzioni  esaurite:  ed  alla  aristocrazia  baronale  ne 
subentrava  un'altra  più  civile,  quella  che  si  acquistava  col  servire 
la  patria  colla  spada,  colla  penna,  colle  arti  tutte,  colla  industria  ; 
infine,  col  contribuire  in  qualsiasi  modo  alla  prosperità  delle  popo- 
lazioni fra  le  quali  uno  vive.  Al  diritto  di  conquista  succedeva  il 
diritto  popolare. 


'^Lettera  del  conte  di  Chamhord  al  signor  Chesnelong,  deputato  dei  Bassi  Pirenei —^ 
colla  data  da  Salisburgo  27  ottobre  1873;  che,  per  la  sua  esorbitanza,  rimandava,  almeno 
per  ora,  alle  calende  greche  la  preparata  ristaurazione. 

^  Sulla  questione  della  fusione  dei  Longobardi  coi  Latini  in  un  solo  popolo  vi  è  di- 
sparere fra  gli  storici.  Alessandro  Manzoni  constaterebbe,  con  prove  alla  mano,  che  la 
loro  separazione  si  prolungasse  per  lungo  tempo  (vedi  il  Discorso  sopra  alcuni  punti 
della  storia  longobardica  in  Italia). 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  105 

La  rivoluzione  iniziata  dagli  Enciclopedisti,  ed  attuata  con  feroce 
intemperanza  dal  popolo  francese,  le  idee  che  si  impadronirono 
della  società  moderna  in  conseguenza  di  quell'enorme  avvenimento, 
distrussero  dalle  fondamenta  il  sistema  feudale,  organizzato  nel 
mondo  latino  qualche  secolo  dopo  la  caduta  dell'  impero  romano 
di  Occidente.  Non  è  qui  il  caso  di  discutere  quale  sia  stata  l'origine 
dei  feudi:  se,  come  vorrebbe  il  Vico^  datino  veramente  dai  tempi 
omerici  ;  se  dagli  imperatori  romani,  i  quali,  secondo  il  Giannone,**' 
per  assicurare  le  frontiere  dello  Stato,  minacciate  continuamente 
dai  Barbari,  concedevano  ai  capitani  ed  ai  soldati  segnalatisi  nelle 
guerre  di  conquista,  alcune  terre  poste  ai  confini;  se  sieno  stati 
importati  nella  Gallia  dai  Franchi  quando  soggiogarono  i  Celto-ro- 
mani  (Gaulois),  e  in  Italia  dai  Longobardi,  o  se  prima  dai  Goti; 
0  infine  se,  come  crede  fermamente  il  Muratori,''  la  parola  feudo 
non  sia  comparsa  prima  del  Mille,  ritenendo  apocrifi  i  documenti 
con  data  anteriore  che  la  riportano.  In  ogni  modo,  quel  singolare 
ordinamento,  prevalso  per  tanti  secoli,  fu  una  delle  basi,  forse  la 
principale,  su  cui  erigevasi  l'edificio  europeo.^  Coli' inaudito  sviluppo 
del  meccanismo  feudale  andava  viepiù  allargandosi  anche  la  ca- 
valleria, riscaldando  le  classi  elevate  con  foga  battagliera,  inva- 
sandole di  una  smania  di  correre  perigliose  e  strane  avventure, 
allo  scopo  di  raddrizzare  torti,  difendere  il  debole  contro  l'oppres- 


"  Scienza  nuova. 

^  Storia  del  reame  di  Napoli. 

'  Dissertazioni  sopra  le  antichità  italiane. 

*  È  indubitato  che  la  legge  feudale  venne  introdotta  in  tutta  Italia,  per  consuetudine 
dai  Longobardi.  Corrado  il  Salico  imperatore  fu  il  primo  a  fissare  leggi  feudali  in  iscritto: 
consuetudini  e  leggi  che  si  estesero  all'Italia  tutta.  In  questa  materia  non  correva  dif- 
ferenza tra  le  famiglie  viventi  secondo  legge  longobardica  o  secondo  altre  leggi;  tanto 
più  che  le  romane  tacevano  su  questo  particolare.  Ruggero  di  Sicilia,  sottrattosi  all'im- 
pero d'Occidente,  introdusse  ne'suoi  Stati  nuove  leggi  feudali,  da'suoi  successori  ampliate; 
introdusse  del  pari  i  feudi  secondo  il  diritto  dei  Franchi,  pei  quali  non  succedevano  al 
padre,  nel  feudo,  che  i  soli  primogeniti,  mentre  i  Longobardi  ammettevano  tutti  ì  fi- 
gliuoli maschi  alla  successione. 

Passava  differenza  fra  benefizj  e  feudi.  I  primi,  non  obbligand»  a  servigi  militari, 
potevano  essere  dati  anche  a  femmine. 

Dei  primi  se  ne  fece  un  vero  abuso.  Tutti  gli  inservienti  dell'  arcivescovo  di  Milano, 
fornaj,  fabbri,  portinaj,  cuochi,  cantinieri,  sartori,  usufruttavano  in  proporzione  del  loro 
grado  qualche  feudo.  Eguale  costume  prevaleva  alla  Corte  della  contessa  Matilde  (vedi 
GiANNONE,  Storia  del  reame  di  Napoli,  e  Mubatobi,  Dissertazioni,  ecc.). 


106  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

sore,  strappare  celestiali  zitelle  dagli  artigli  di  castellani  prepo- 
tenti —  quindi  i  cavalieri  erranti,  i  paladini  che  combattono  i 
Saraceni  in  guerre  immaginarie  —  poi  le, Crociate  in  Terrasanta, 
e  tutta  l'epopea  cavalleresca,  che  comincia  colla  Tavola  Rotonda  di 
re  Arturo;  è  cantata  dai  poeti  in  cento  romanzi,  idealizzata  dal- 
l'Ariosto con  arte  divina;  finché  Cervantes,  nell'insuperabile  Bon 
Chisciotte^  risuscita  per  un  momento,  colla  magìa  del  suo  pen- 
nello, tutto  questo  mondo  fittizio,  riboccante  di  immaginose  illusioni, 
e  lo  polverizza  con  irresistibile  ironia. 

Il  mestiero  delle  armi,  e,  possibilmente,  il  comandare  eserciti, 
fu  sempre  la  principale^  occupazione,  non  solo  dell'aristocrazia  feu- 
dale, ma  di  vescovi  ed  abati.  Fino  dai  tempi  anteriori  alle  Cro- 
ciate, negli  Stati  Europei,  il  servizio  dell'infanteria  fu  lasciato  alla 
plebe;  la  cavalleria  all'incontro,  divenuta  il  nerbo  degli  eserciti, 
si  reclutò  esclusivamente  fra  i  gentiluomini,  che,  col  nome  di  militi, 
furono  investiti  degli  onori  cavallereschi.  Duchi  e  conti,  usurpato 
il  diritto  di  sovranità,  suddividevano  le  provincie  tra  i  fedeli  baroni, 
i  quali,  alla  loro  volta,  distribuivano  ai  vassalli  minori  qualcuno 
dei  vantaggi  della  signorile  giurisdizione.  Tutti  insieme  compone- 
vano l'ordine  equestre  o  dei  nobili.  Questi,  dall'alto  delle  torri  dei 
loro  castelli,  circuiti  da  fosse,  coi  ponti  levatoj  alzati  e  le  saraci- 
nesche ben  chiuse,  guatavano  con  occhio  altero  la  folla  dei  villici 
e  dei  borghigiani  formicolanti  nella  sottoposta  pianura,  come  gente 
di  una  razza  inferiore,  fatta  apposta  per  ubbidire.  Per  conservare 
intatta  la  dignità  della  nascita,  eransi  imposta  le  legge  di  non  im- 
palmare se  non  donzelle  loro  pari,  sotto  pena  di  degradazione, 
caso  mai  derogassero.  Contuttociò  accadeva  spesso  che  un  plebeo 
valoroso  e  avventurato  si  arricchisse  e  nobilitasse  colla  spada  e, 
da  agnello  fattosi  lupo,  divenisse  capostipite  di  nuova,  orgogliosa 
famiglia,  ben  tosto  dimentica  della  modesta  sua  origine:  siccome 
fu  segnatamente  in  Italia,  in  cui  i  capitani  di  ventura  (Sforza,  Car- 
magnola, Piccinino,  Gattamelata,  ecc.)  portarono  la  democrazia  al 
potere  prima  che  in  ogni  altro  paese  di  Europa.^ 

Ora,  lasciando  la  tesi  generale  per  scendere  al  nostro  tema,  è 


'Molti  fra  i  capitani  di  ventura  appartennero  a  grandi  famiglie;  quali  sarebbero 
Bartolomeo  Colleoni;  Cavalcabò;  Braccio  da  Montone;  i  Malatesta,  signori- di  Rimini; 
Guido  da  Montefeltro,  signore  di  Pisa  e  di  Urbino  ;  ed  altri. 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  107 

mia  convinzione,  corroborata  da  prove  innegabili,  come  verrò  espo- 
nente, che  il  patriziato  milanese  non  abbiasi,  per  la  sua  massima 
parte,  a  ritenere  di  origine  feudale  o  castellana,  ma  essenzialmente 
cittadina,  quindi  di  gente  latina;  eccettuati  pochi  casi  di  provenienze 
di  capi  longobardi  o  franchi;  dimodoché  la  sua  importanza  sto- 
rica stette  sempre  nel  cognome,  non  preceduto  da  particella,  non 
già  nel  nome  dei  feudi  che  potè  per  avventura  aver  acquistati  od 
avuti  per  fatti  relativamente  recenti  ;  quindi,  coerente  all'  indole 
sua,  più  che  a  sfoggiare  nomi  di  terre,  pensò  ad  aggiungere  al  co- 
gnome originario  altri  di  casati  apportanti  in  famiglia  laute  eredità, 
anche  quando  a  nomi  splendidi  per  gloriose  gesta  doveva  accop- 
piarsene di  insignificanti,  imposti  da  vanagloriosi  testatori.  Osservo 
poi  che  i  più  illustri  cognomi  (come  avviene  in  tutte  le  altre  Pro- 
vincie d'Italia,  dove  non  si  usi  il  nome  dei  feudi)  sono  comuni 
anche  nel  popolo.  Balzac,  il  celebre  romanziere,  soggiornando  in 
Milano,  non  dissimula  la  sua  sorpresa,  in  una  delle  sue  novelle, 
nel  leggere  la  mattina,  al  disopra  delle  botteghe,  i  nomi  di  famiglia 
dei  blasonati  anfitrioni  dai  quali,  cred'io,  veniva  sontuosamente 
ospitato  nei  serali  convegni. 

L'assenza  assoluta  del  carattere  feudale  e  territoriale  si  rimarca 
segnatamente  nella  superba  aristocrazia  di  Venezia,  nelle  cui  la- 
gune, alle  prime  scorrerie  barbariche,  ripararono  gli  avanzi  del 
patriziato  romano  ;  cosicché  nobiltà  e  popolo  discendono  dalla  me- 
desima stirpe. ^*^  —  A  Firenze,  dove  circa  cencinquanta  famiglie  di 
ricchi  mercanti  di  origine  etrusca  e  di  fazione  guelfi  (anni  1282 
e  93),  schiacciata  la  parte  ghibellina,  nella  quale  era  arruolata 
la  vetusta  aristocrazia  latina  che  aveva  dato  Dante  all'Italia,  ^^  si 
resero  arbitri  della  repubblica,  escludendone  la  nobiltà  per  usur- 
parne i  privilegi  —  vera  oligarchia  popolare  (Medici,  Strozzi,  Al- 
dobrandini,  Corsini,  Capponi,  Vettori,  Acciajuoli,  Guicciardini, 
Villani,  Martelli,  Borromeo  di  S.  Miniato,  Machiavelli,  ecc.),  susci- 
tando, solo  molti  anni  più  tardi,  per  reazione,  la  congiura  che  i 
Pazzi,  famiglia  delle  più  potenti  fra  le  spodestate,  d'accordo  con 
Sisto  IV,  con  Ferdinando  re  di  Napoli  e  coli' arcivescovo  Salviati, 


"  Dante  Alighieri  era  persuaso  di  discendere  da  famiglia  romana  ricoveratasi,  come 
molte  altre,  in  Fiesole  al  cadere  dell'impero  occidentale. 

*  *  I  Griustinianì  discenderebbero  invece  da  Angelo  Flavio  imperatore  d'Oriente. 


108  ■  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

ordirono  contro  Giuliano  e  Lorenzo  de'  Medici.  Anche  nelle  altre 
parti  della  penisola,  accanto  ai  rampolli  delle  prische  famiglie  che 
avevano  conservato  —  legge  romana  (  Massimo,  Santacroce ,  Cae- 
tani.  Frangipane,  Buondelmonte,  Pazzi,  Alighieri,  Tornabuoni,  Ali- 
dosio)  ;  alle  meno  antiche,  derivate  dai  grandi  feudatarj,  le  quali 
seguivano  legge  longobardica  (d'Este,^^  Malaspina,  Pallavicino,  mar- 
chese di  Massa,  Pusterla,  Pio  di  Carpi,  Gherardesca,  Carraresi, 
Manfredi,  la  famiglia  di  Matilde  di  Toscana,  ecc.),  —  ripuaria 
(marchese  di  Toscana,  Bourbon  del  Monte,  ecc.  ),  —  salica  (  Gof- 
fredo di  Toscana,  marchese  di  Monferrato,  Eccelini,  Crivelli,  Pico 
della  Mirandola,  benché  di  origine  longobardica),  a  seconda  del  po- 
polo a  cui  erano  originariamente  appartenenti,^^  vediamo  casati 
recenti,  altamente  benemeriti  della  nazione,  straricchi  di  onorificen- 
ze cavalleresche,  fattisi  perfino  principi  di  città  e  Stati- importanti, 
portare  nomi  già  famosi  nei  fasti  della  democrazia  (Fregoso,  Adorno, 
Bentivoglio,  Appiani,  Concini,  Sederini,  Scaligeri,  Gonzaga,  Atten- 
dolo  di  Cotignola  detti  Sforza).  In  alcune  regioni  italiane,  come 
sarebbero  Napoli,  Sicilia,  Piemonte,  il  feudalismo  medievale  ebbe 
il  sopravvento,  ed  inculcò  l'abitudine  nei  baroni  di  fregiarsi  di  pre- 
ferenza del  nome  delle  baronie,  e  dei  titoli  che  le  distinguevano; 
abitudine  seguita,  nelle  provincie  della  bassa  Italia,  dalle  famiglie 
che  non  sono  veramente  di  origine  castellana,  e  perfino  dalle  nuo- 
vissime. 

Molti  Italiani  di  umile  condizione,   principalmente  fiorentini. 


'2  Adalberto,  che,  da  un  documento  del  1011^  sì  rileva  intitolarsi  marchese,  e  che  il 
Muratori  suppone  progenie  degli  antichi  duchi  e  marchesi  di  Toscana,  professava  legge 
longobardica  —  però  il  Litta  vorrebbe  che  quella  famiglia,  invece,  professasse  legge 
ripuaria.  Dal  figlio  di  Adalberto,  Oberto  Obizzo,  si  dipartono  quattro  fratelli,  cioè  Adal- 
berto Pallavicino  capostipite  della  famiglia,  che  menò  tanto  rumore  nelle  storie  italiane, 
—  Alberto,  capostipite  dei  marchesi  di  Massa,  —  Oberto  Obizzo  Malaspina  (famiglia 
suddivisa  in  due  diramazioni;  cioè  Malaspina  dallo  spino  -fiorito  e  Malaspina  dallo 
spino  secco),  —  Oberto,  padre  di  Alberto  Azzo,  che,  sposando  Adelaide,  probabilmente 
di  origine  francese,  giacché  professava  legge  salica,  diede  principio  alla  casa  d'Este, 
spenta  in  Italia,  ma  fiorente  in  Germania  (case  di  Brunswick  e  di  Annover):  ed  at- 
tualmente seduta  sul  trono  dell'Impero  Britannico. 

*^  Tutti  i  conquistatori  barbari  invasori  del  romano  impero,  nel  mentre  osservavano 
la  propria  legislazione,  concedevano  ai  vinti  di  valersi  di  quella  legge  che  loro  meglio 
piacesse  ;  né  tale  libertà  fu  loro  mai  tolta  per  editto  imperiale.  Col  tempo  le  leggi  ro- 
mane prevalsero,  mentre  le  longobardiche,  e  molto  più  le  altre,  vennero  interamente 
dimenticate  (Vedi  Tisaboschi,  Storia  leti,  ital,). 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  109 

lombardi  e  piemontesi,  spingevansi  in  Francia  e  in  Inghilterra,  e, 
sotto  il  nome  di  banchieri,  vi  esercitavano  l'usura.  Arricchiti,  torna- 
vano in  patria  col  gruzzolo  ;  comperavano  terre,  e  fondavano  parec- 
chie famiglie,  che  si  resero  poi  celebri  negli  annali  della  storia 
italiana.  Altri,  all'incontro,  di  famiglie  già  illustri,  partiti  dall'Ita- 
lia, riuscirono  non  solo  ai  più  alti  onori,  ma  a  sedere  su  troni 
stranieri.  Bonifacio,  marchese  di  Monferrato,  ebbe  parte  nella  presa 
di  Costantinopoli  col  doge  Dandolo,  ed  è  assunto  a  re  di  Macedo- 
nia. —  Le  case  di  Annover  e  di  Brunswick  sono  diramazioni  (vedi 
nota  12,  pag.  108)  della  casa  d'Este.  —  La  famiglia  di  Stanislao 
Poniatowski  re  di  Polonia  ritiensi  progenie  dei  Torelli,  signori  di 
Guastalla.  —  Concino  Concini,  di  origine  aretina,  segue  in  Francia 
Maria  de'  Medici  sposa  ad  Enrico  IV,  e  diventa  il  celebre  mare- 
sciallo d'Ancre.  —  Una  diramazione  dei  Gonzaga  passa  in  Francia, 
col  titolo  di  duchi  di  Nevers,  dove  rappresenta  una  figura  che  si 
stacca  dal  comune.  Né  tacerò  i  grandi  condottieri  che  comandarono 
quasi  esclusivamente  al  di  là  delle  Alpi,  al  servizio  di  monarchi 
forastieri,  quali  Emanuele  Filiberto  ed  Eugenio  di  Savoja;  Kai- 
mondo  Montecucoli;  Alessandro  Farnese  duca  di  Parma.  Si  nove- 
rano poi  alcuni  uomini  di  genio,  venuti  dai  ranghi  popolari,  che 
si  fecero  arbitri  di  estere  nazioni,  come  i  cardinali  Mazzarino  ed 
Alberoni. 

Tornando  alla  nostra  Lombardia,  noteremo  intanto  di  volo  che 
nella  costituzione  del  governo  dei  Longobardi  —  i  conquistatori  in 
maggiore  numero  e  più  solidamente  accasati  nel  nostro  paese  — 
non  vi  era  propriamente  posto  per  una  nobiltà  da  paragonarsi  a 
quella  sorta  più  tardi  in  pieno  medio  evo.  Non  esistevano  privilegi 
ereditarj,  e  tutti  gli  uomini  liberi  er^no  eguali  in  diritto;  il  merito 
personale,  il  coraggio,  il  numero  dei  clienti,  il  favore  del  principe 
mettevano  solo  differenza  fra  di  loro.  Come  sempre,  la  gloria  del 
padre  rifletteva  sul  figlio,  e  la  grandezza  degli  avi  si  prolungava 
sui  discendenti;  ma  erano  piuttosto  riguardi  consigliati  dalla  opi- 
nione, che  non  una  istituzione  politica.^* 

In  quasi  tutte  le  città  italiane  vi  fu ,  tra  la  fine  del  duodecimo 
secolo  ed  il  principio  del  decimoterzo,  quasi  una  contemporanea 
sollevazione  della  plebe  contro  i  nobili;  vale  a  dire,  del  grosso  della 


**BouiiiER,  De  la  civilisation  en  Italie^ 


Ilo  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

popolazione  romano-antica  contro  le  schiatte  nordiche,  discendenti 
dagli  stranieri  conquistatori.  Tale  sollevazione  fu  iniziata  dai  cit- 
tadini milanesi,  fino  dal  secolo  decimoprimo  colla  guerra  della  plebe 
guidata  da  Lanzone  da  Corte  e  da  Alberico  Settala,  contro  i  ca- 
pitanei,  i  valvassori  ^^  e  i  nobili  che  non  possedevano  beneficj,  veri 
padroni  della  città,  i  quali,  in  seguito  ad  una  fiera  zuffa  combat- 
tuta nelle  vie  e  nelle  piazze,  furono  da  quella  espulsi  colle  loro 
famiglie  ;  seguiti  poco  dopo  dallo  stesso  arcivescovo  Ariberto.  Cele- 
bratasi la  pace  (1044),  e  rientrati  i  nobili  in  Milano,  narra  il  Corio 
(Storia  di  Milano,  capo  IV),  convocarono  un  generale  concilio,  nel 
quale  sancirono  due  statuti  ;  il  primo,  che  i  da  Corte  non  potessero 
più,  in  perpetuo,  abitare  nella  città  e  nel  contado  di  Milano  ;  il- 
secondo,  che  ciascun  nobile  potesse  uccidere  un  plebeo,  pagando 
per  ammenda  lire  sette  ed  un  soldo  di  terzuolo.  La  plebe,  così 
crudelmente  bistrattata,  per  difendersi  dai  primati  elesse  a  suo 
capitano  Erlembardo  Cotta,  un  patrizio  !  uno  de'  più  fastosi,  giac- 
ché è  scritto  di  lui  che  coram  populo  in  vestihus  pretiosis  ambu- 
lahat.^^  IlGiulini^^  trova,  a  ragione,  inverosimile  questo  racconto, 
regalatoci  anche  dal  Fiamma  e  dal  Morigia  con  tutta  serietà,  per 
la  ragione  assai  convincente  che  la  moneta  dei  terzuoli  fu  inven- 
tata molto  tempo  dopo.  Secondo  il  Fiamma  però,  Erlembardo  sa- 
rebbe stato  nominato  capo  della  nobiltà,  non  della  plebe.  Il  Mo- 
rigia ^^  sta  col  Corio,  ed  aggiunge  che  Erlembaldo  "  perchè  era 
buono  oltre  alla  nobiltà,  anche  di  gran  giudizio,  „  fece  cassare  quella 
scellerata  legge  che  rammentava  troppo  una  fra  le  barbariche  con- 
suetudini della  gente  longobarda. 

Da  questa  pace  i  nobili  ne  uscirono  malconci,  esautorati;   e, 


•  5  II  titolo  di  capitaneo  (o  valvassore  o  milite  maggiore) ,  titolo  meramente  feudale, 
a  cui  aggiungevasi  quello  del  luogo  infeudato,  comincia  a  comparire  nell'agro  milanese 
sul  principio  della  seconda  metà  del  decimo  secolo.  I  valvassori  o  militi  minori,  detti 
anche  valvassini ,  dipendevano  per  vassallaggio  dai  capitanei,  e  in  Lombardia  appella- 
vansi  valvassori  in  modo  assoluto.  Il  Muratori  vorrebbe  questi  ultimi  di  origine  esclu- 
sivamente italiana.  Il  Fiamma  narra  che  l'arcivescovo  di  Milano  Landolfo  II  aumentava 
il  numero  de'suoi  militi  o  vassalli  detti  di  S.  Ambrogio,  chiamando  molti  nobili  milanesi 
a  capo  delle  pievi,  i  quali  perciò  avrebbero  preso  il  nome  di  capitanei,  probabilmente 
colla  approvazione  dell'imperatore  Ottone  IL 

'^  Vita  di  S.  Arialdo,  cap.  17. 

'  ^  Memorie  della  città  e  della  campagna  di  Milano  nei  secoli  bassi. 

*^  Jlistoria  dell'antichità  di  Milano. 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  Ili 

mentre  l'autorità  dei  feudatarj,  capitanei  e  valvassori,  tutti,  meno 
questi  ultimi,  di  straniera  origine,  era  confinata  ne'  loro  castelli  e 
circostante  campagna;  nel  campo  avverso  sviluppavasi  rigoglioso 
il  Comune,  opera  capitale  della  borghesia  latina,  la  quale,  rinforzata 
dai  lauti  profitti  del  commercio,  era  cresciuta  formidabile,  esube- 
rante di  vita  espansiva. 

Molti  fra  i  più  potenti  signori,  succeduti  ai  conti  ed  ai  marchesi, 
fino  dalla  seconda  metà  del  secolo  decimo,  e,  con  maggior  frequenza, 
al  rassodarsi  del  Comune  dopo  il  Mille,  ora  spontaneamente,  allet- 
tati da  promesse  lusinghiere ,  ora  costretti  dalla  forza,  si  sottomi- 
sero ai  ricostituiti  municipj.  Abbandonarono  le  romite  rocche,  in 
cui  tenevano  la  loro  bellicosa  Corte,  per  farsi  pacifici  cittadini 
delle  rinascenti  città  lombarde,  le  più  vicine  alle  loro  signorie  ^^, 
fino  allora  abitate  solamente  dalle  infime  classi,  e  promisero,  in 
contraccambio  dei  privilegi  ottenuti,  di  risiedere  gran  parte  del- 
l'anno in  quelle,  piantarvi  il  principale  domicilio, ^°  fissando  cosi 
una  usanza  viva  tuttora  in  tutta  Italia,  la  quale  dà  al  nostro  paese 
una  fisonomia  singolare,  che  lo  distingue  da  altre  contrade  d'Eu- 
ropa; dalle  germaniche,  a  cagion  d'esempio,  nelle  quali  le  grandi 
famiglie  sono  accasate  nelle  residenze  campestri,  in  mezzo  a  vasti 
tenimenti.^^  Infatti,  vediamo  che  i  palazzi  nelle  città  italiche  tengono 
il  posto  solenne  che  altrove  i  castelli  della  campagna  —  dipoi  con- 
vertiti in  ville  ;  ma  che,  in  memoria  della  origine  feudale,  i  Francesi 
si  ostinarono  a  chiamare  chateaux  —  e  mentre  i  ricchi  italiani 
non  hanno  nelle  campagne,  generalmente,  se  non  d'elle  ville,  i 
francesi  non  possiedono  che  degli  hòtéls  nelle  città.  Che  i  palazzi 
cittadineschi  sieno  da  noi  quasi  la  sintesi  della  potenza  storica  di 
una  famiglia,  lo  provano  Siena,  Firenze,  Venezia,  Genova,  Roma, 
Palermo,  ecc.,  le  quali  racchiudono  in  questo  genere  monumenti 


"  Quando  sul  finire  del  decimo  secolo  ì  nobili,  che  per  lo  più  risiedevano  nelle  loro 
terre,  portaronsi  ad  abitare  le  città,  ritennero  il  nome  dei  posti  d'onde  erano  partiti. 
Essendo  venuti  in  uso  sul  cadere  dello  stesso  secolo  i  cognoni,  non  pochi  adottarono 
quei  nomi.  (Vedi  Giulini.) 

2"  Muratori,  AntiquH.  ital. 

^'  Il  ritorno  in  Milano  dopo  la  villeggiatura  cadendo,  per  lunga  tradizione,  nel  novem- 
bre ,  fino  al  quarantotto  si  faceva,  dalle  grandi  famiglie,  con  qualche  apparato  ;  quasi 
gì  trattasse  di  raantenere  pubblicamente  una  antica  e  solenne  costumanza, 


112  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

celebri,  anche  in  linea  d'arte,  segnanti  non  solo  le  gesta  degli  eroi, 
ma  tutte  le  fasi  per  cui  passò  la  nostra  architettura  ;  estrinsecando 
con  linee,  con  sagome  profondamente  espressive,  i  costumi,  le  ten- 
denze, le  idee,  che  improntarono  carattere,  moralità  speciale  ai 
varj  periodi  della  patria  storia  —  libro  a  lettere  di  marmo,  sem- 
pre aperto  alla  curiosità  dei  dotti  —  dalla  rozza  e  massiccia  strut- 
tura dei  primi  secoli  dopo  il  Mille,  alla  bizantina,  alla  longobardica, 
poi,  coll'arco  acuto,  alla  gotica,  alla  svariata  venustà  della  rina- 
scenza che  tutto  concilia,  tutto  raffina;  alla  più  castigata  eleganza 
del  Cinquecento  ;  alle  fantasiose,  eccessive  contorsioni  del  barocco  : 
—  e  i  famigerati  palazzi  Doria  in  Genova,  Strozzi  in  Firenze, 
Farnese  in  Roma,  Estense  in  Ferrara,  Gonzaga  in  Mantova,  resero 
popolare ,  sotto  molteplici  aspetti ,  il  nome  di  quelle  famiglie  in 
tutto  il  mondo  civile.  A.  Firenze  una  legge  municipale  obbliga 
chi  compera  una  casa  a  mantenere  esposti  gli  stemmi  degli  an- 
tichi signori,  permettendosi  solo  di  trasportarli  in  altro  posto 
della  facciata  —  legge  che  appalesa  un  vero  culto  per  le  patrie 
memorie,  foss'anche  per  un  semplice  simbolo. 

A  Milano  dunque,  nella  seconda  metà  del  secolo  decimoprimo, 
gli  ordini  della  cittadinanza  erano  così  divisi  :  i  capitanei  —  poi  i 
valvassori  —  indi  gli  altri  nobili  —  i  negozianti  —  per  ultimo 
altri  ranghi  minori.  Come  in  molte  altre  città,  le  famiglie  potenti 
diedero  il  loro  nome  alle  vie  nelle  quali  sorgevano  le  loro  abita- 
zioni, munite  di  torri  e  di  ferrei  cancelli  a  guisa  di  fortezze,  atte  a 
sostenere  l'urto  delle  fazioni,  e  dinanzi  a  cui,  in  tempi  meno  remoti, 
formavano  delle  piazzette  ed  erigevano  porticati  dove  stavano  ad 
asolare  coi  famigliari,  coi  clienti.  ^^  Avevano  anche  chiese  di  loro 
pertinenza  (juspatronato),  vicine  alle  loro  magioni,  le  quali  pren- 
devano il  sopranome  del  casato.  In  altri  casi,  erano  le  famiglie  che 
assumevano  il  nome  del  quartiere  in  cui  abitavano,  e  su  cui  anti- 
camente ebbero  qualche  giurisdizione  (Medici  di  porta  Ticinese 


?*  Le  vie  dei  Visconti  —  degli  Stampi  —  dei  Bigli  —  dei  Medici  —  degli  Holocati  — 
dei  Grassi  —  dei  Gambari  —  dei  Resti^ —  dei  Clerici  —  dei  Piatti  —  dei  Bossi  —  dei 
Moroni  —  dei  Meravigli  —  degli  Amedei  —  dei  Pusterla  —  dei  Borromei  —  dei  Cit- 
tadini —  dei  Basini  —  dei  Settala  —  dei  Morigi  —  dei  Cusani  —  dei  Cavenaghi 
r—  della  Sala  —  Belgiojoso  —  Burini,  ecc.  Ben  pochi  per  altro  di  questi  nomi  rimon- 
tarne fino  ai  tempi  di  cui  discorriamo. 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  113 

—  Crivelli  di  porta  Comasina);  costume  rimasto  nel  famigliare 
discorso  fino  a  giorni  nostri. ^^ 

Così  dalle  guerre  civili  —  nelle  quali  non  di  rado  la  plebe  si 
trovava  patrocinata  da  potenti  famiglie  magnatizie  —  succedeva 
un  tal  quale  cambiamento  nella  relativa  posizione  politica  delle 
classi  sociali.  Per  farla  finita  bisognò  che  i  nobili  scendessero  ad 
accordare  una  lauta  parte  nel  governo  dello  Stato  alla  plebe.  L'a- 
ristocrazia andò  così  scadendo  di  modo  che,  alla  metà  del  secolo 
duodecimo,  salvo  i  capitanei  e  i  valvassori,  tutti  gli  altri  cittadini, 
quantunque  nobili  e  doviziosi,  venivano  confusi  col  popolo  e  colla 
plebe  (vedi  Giidini).  Epperò,  in  tali  tempi,  il  ceto  nobile  suddivi- 
devasi  in  tre  ordini  :  —  i  capitanei  —  i  valvassori  —  i  nobili  che 
non  avevano  alcun  titolo  se  non  di  cittadini.  I  consoli  (1130)  si 
prendevano  da  tutti  e  tre  questi  ordini.  Fra  i  nobili  cittadini  in- 
sinuavansi  talvolta  alcuni  plebei,  ragguardevoli  per  censo,  per  sa- 
pere, 0  per  valor  militare,  e  riuscivano  ad  innalzarsi  perfino  alla 
dignità  consolare.  Ma  i  plebei  cosi  avventurati  da  toccare  quell'e- 
minente grado  erano  pochi;  ne  conseguì  che  la  nobiltà,  dopo  la 
istituzione  del  magistrato  consolare,  andasse  riguadagnando  gran 
parte  di  quel  predominio  nella  repubblica  che  aveva  •  totalmente 
perduto  nel  secolo  antecedente. 

Senonchè,  in  seguito  alla  creazione  della  Credenza  di  S.  Ambrogio, 
la  fazione  dei  nobili  si  trovò  un'altra  volta  stremata  di  forza ,  non 
essendo  più  seguita,  come  prima,  dalla  plebe,  la  quale  finiva  poi 
per  unirsi  alla  Motta  contro  di  essa.  Cosa  fosse  la  Motta^  ce  lo  spie- 
gano gli  storici  milanesi.  Fino  dal  1036  era  scoppiata  una  fiera 
contesa  fra  capitanei  e  valvassori.  Questi  ultimi,  annojati  di  star- 
sene soggetti  ai  primi,  si  ribellarono  alla  loro  autorità.  Molti  poi 
fra  i  valvassori  rinunziarono  agli  ottenuti  feudi  per  rendersi  inte- 
ramente padroni  di  sé,  e  collegaronsi  con  altre  famiglie  illustri  per 
cariche  e  dignità,  le  quali,  noncuranti  di  aver  feudi,  per  la  maggior 
parte  attendevano  alla  mercatura,  e  costituirono  così  quella  società 


2^  Le  cappelle  gentilizie  erano  un'altra  manifestazione  della  grandezza  delle  famiglie. 
In  Milano  se  ne  veggono  ancora  alcune  poche,  resìstenti  alla  mano  livellatrice  che  vor- 
rebbe tutto  distruggere,  gli  archi  di  porta  nuova  come  le  costumanze  dei  nostri  avi. 
Citerò  quella  degli  Aresi  in  San  Vittore  —  dei  Cicogna  alla  Passione  —  dei  Visconti 
e  dei  Brivii  in  S.  Eustorgio  —  dei  Trotti  in  San  Marco  —  dei  Trivulzi  in  San  Nazzaro 
e  a  Santo  Stefano  —  dei  Griffi  in  San  Pietro  in  Gessate. 


114  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 


che  si  cliiamò  della  Motta.  Per  sedersi  fra  gli  ottimati  esse  non 
aspettarono  il  beneplacito  di  regnanti,  ma  seppero  per  proprio 
impulso  afferrare  a  tempo  opportuno  la  civile  supremazia,  farsi 
numerosa  e  devota  clientela,  e  talvolta  acquistare  importanza  de- 
cisiva col  gettarsi  ora  da  una  parte,  ora  dall'altra,  a  guisa  di  terzo 
partito.  Così,  verso  la  fine  del  secolo  decimosecondo  (1198),  la  città 
si  trovava  divisa  in  quattro  fazioni  —  i  nobili,  capitanei  e  valvas- 
sori minori  —  la  Motta  —  i  mercanti,  detti  più  propriamente 
Paratici  —  la  nuova  Credenza  di  S.  Ambrogio,  la  quale  raccoglieva 
la  infima  plebe,  ed  era,  essa  sola,  più  numerosa  di  tutte  le  altre 
insieme  sommate.  (Vedi  Giulini.) 

Queste  fazioni,  ufficialmente  riconosciute,  vivevano  tutt'altro  che 
in  pace.  Fra  i  capitanei  e  i  valvassori  da  unslato,  la  Motta,  la 
Credenza  di  S.  Ambrogio  ed  il  popolo  dall'altro,  ferveva  un  indo- 
mabile antagonismo,  il  quale  scoppiava  in  frequenti  conflitti,  che 
l'eccellente  podestà  Uberto  da  Vialta  tentò  con  ogni  mezzo  di  at- 
tutire, predicando  concordia  ai  due  partiti,  convalidando  i  detti  con 
un  atto  pubblico  e  solenne  (1224)  in  cui,  fra  le  altre  cose,  si  stipulò 
un  patto  pel  quale  il  Consiglio  del  Comune  formerebbesi  perpetua- 
mente con  individui  appartenenti  alle  due  parti  in  numero  eguale. 
Si  viene  ad  accordi,  si  stringono  le  destre,  ma  le  fazioni  restano 
più  che  mai  risolute  a  sostenere  il  proprio  punto  ;  tanto  è  vero  che, 
alcuni  anni  dopo,  i  nobili  con  alla  testa  un  Ottone  da  Mandello, 
appoggiati  dall'arcivescovo,  sfidano  di  nuovo  il  popolo  capitanato 
da  un  Ardigotto  Marcellino,  e  non  smettono  se  prima  non  hanno 
devastati  campi,  incendiati  castelli.  Per  calmarli  si  dovette  scendere 
a  nuove  transazioni,  ed  ammettere  i  popolari  alle  dignità  ecclesia- 
stiche spettanti  ai  soli  nobili,  e  viceversa  —  patti  che  si  giurarono 
oggi  per  romperli  domani. 

Verso  l'anno  1258,  secondo  lo  storico  Giulini,  veggonsi  ancora 
in  Milano  molte  famiglie  potenti  per  ricchezze,  da  lungo  tempo  ce- 
lebri per  avere  sostenuto  altissime  cariche  militari  e  politiche , 
annoverarsi  tuttavia  nella  plebe  ;  poiché,  o  non  avevano  mai  avuto 
feudo  né  beneficio  alcuno,  o  avevanli  spontaneamente  abbandonati 
per  tenersi  più  indipendenti,  come  avevano  fatto  i  valvassori  che 
entrarono  nella  Motta.  La  maggior  parte  attendevano  ai  traffici  ed 
alle  arti,  senza  punto  curarsi  di  introdursi  nei  ranghi  della  nobiltà  ; 
la  quale  aveva  perduto  assai  dell'antico  prestigio.   Fatto  che  si 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  115 

ripete  anche  ai  dì  nostri  da  parecchie  famiglie  giA,  cospicue  per 
molti  rispetti. 

Che  lo  spirito  delle  popolazioni  italiane  fosse  fino  d'allora  tut- 
t'altro  che  aristocratico,  e,  come  al  dì  d'oggi,  contrastasse  forte 
cogli  andazzi  dei  paesi  germanici,  ce  lo  prova  il  racconto  di  Ottone 
da  Frisinga,  riportato  da  tutti  gli  storici,  il  quale;  viaggiando  per 
la  nostra  penisola,  appunto  nel  secolo  decimoterzo,  fa  le  meraviglie 
nel  vedere  gli  Italiani  cingere  del  cingolo  della  milizia  giovani  di 
bassa  condizione  (inferioris  conditionis)  e  perfino  artigiani  (etiam 
mecanicarum  artium  opifices).  Ciò  accadeva  in  quasi  tutte  le  città 
d'Italia.  Dopo  seicento  anni,  ridivenuta  la  nostra  patria  libera  da 
estranee  pressioni,  il  fondo  dei  costumi  non  appare  tanto  mutato, 
quanto  si  potrebbe  supporre  ;  però,  anche  in  momenti  in  cui  le  idee 
aristocratiche  nel  senso  baronale  predominavano  fra  di  noi,  non  si 
trovava  nell'italiano  idioma  parola  acconcia  a  tradurre  l' apostrofe 
di  disprezzo  (roture)  con  cui  la  nobiltà  francese  stigmatizzava  la 
borghesia. 

Colle  lotte  della  società  de'  Gagliardi,  composta  di  nobili,  con- 
tro i  popolari  ;  coi  prolungati  sanguinosi  dissidj  tra  questi  ultimi 
(Motta,  Credenza,  plebe),  protetti  da  Pagano  poi  da  Martino  della 
Torre,^*  ed  i  primi  (capitanei,  valvassori),  assecondati  dall'arci- 
vescovo Leone  da  Perego  —  guidati  gli  uni  e  gli  altri  da  due  po- 
destà, che  entrambi  i  partiti  eransi  esclusivamente  dati  —  a  cui 
dopo  un  monotono  avvicendarsi  di  avvisaglie,  di  scorrerie,  di  esi- 
gli, di  tregue,  ed  una  effimera  pace  di  S.  Ambrogio,  tenne  dietro 
una  iliade  di  guerre  fortunose,  combattute  fra  Torriani  e  Visconti, 
si  attizzarono  più  che  mai  ardenti  quelle  eterne  rivalità  di  classi 
che  funestarono,  durante  tanti  secoli,  la  nostra  città. 

Sconfitti  i  Torriani,  i  vincitori  cacciarono  da  Milano  la  famiglia 
avversa,  e  si  fecero  acclamare  alla  loro  volta.  Allora  le  famiglie 
magnatizie  che  avevano  seguite  le  sorti  del  loro  energico  capo, 
r  arcivescovo  Ottone  Visconti,  riguadagnata  la  nativa  città,  trion- 
fanti si  assisero  al  seggio  d'  onore ,  di  fronte  al  vinto  partito  po- 


2*  Anche  ì  democratici  della  Torre  non  isdegnavano  di  accordare  distinzioni  caval- 
leresche alla  plebe.   Francesco  della  Torre   crea,  in  Sant'Ambrogio,   militi  due  signori 
^  milanesi  di  ricche  ed  antiche  famiglie  popolari.  L'uso  di  creare  militi  in  Sant'Ambrogio 

I  fu  poi  seguito  dai  principi  di  Milano.  (Giulini.) 


116  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

polare,  che  ebbe  ancora  un  lampo  di  fortuna  col  momentaneo  ri- 
torno dei  Della  Torre;  i  quali  però,  venuti  ben  presto  in  uggia 
alla  stessa  plebe,  dovettero  definitivamente  cedere  il  posto  a  Mat- 
teo Visconti.  Dopo  tante  stragi,  dopo  tante  ansie  angosciose,  ecco 
i  nobili  in  Campidoglio.  Saranno  essi  soddisfatti  pienamente?  Il 
premio  sarà  stimato  adeguato  alle  lunghe  fatiche  sostenute,  con- 
degno di  sì  meravigliosa  vittoria? 

I  nobili,  benché  realmente  col  nuovo  ordine  di  cose  avessero 
buon  giuoco,  ed  a  loro  spettasse  in  massima  1'  amministrazione 
della  città,  si  trovarono  alquanto  delusi  nella  loro  aspettativa. 
Tenuti  in  freno  dai  signori  e  vicari  imperiali,  poi  dai  duchi,  che 
per  meglio  dominarli  li  ruppero  alle  dissolutezze,  spegnendo  in  essi 
ogni  bellicoso  ardore,  furono  a  volte  sì  malmenati  che,  accostan- 
dosi alquanto  alla  plebe,  a  cui  li  legava  comunanza  di  sventura, 
tramarono  congiure,  primamente  ad  istigazione  di  Francesco  Pu- 
sterla,  progenie  di  valvassori,  ai  danni  di  Luchino  Visconti,  il 
quale  seppe  sventarle,  e  se  ne  vendicò  atrocemente  col  far  deca- 
pitare il  ribelle  e  la  sposa  di  lui  Margherita.  Più  tardi  si  consu- 
marono assassinj  da  cospiratori  patrizj  sulle  persone  dei  duchi 
Giovanni  Maria  Visconti  e  Gian  Galeazzo  "  Sforza.  Per  intermezzo 
ebbero  perfino  delle  velleità  repubblicane,  allo  estinguersi  della 
linea  ducale  Visconti,  tentando  di  fondare  una  Repubblica  Am- 
brosiana, una  specie  d'oligarchia  a  loro  profitto,  la  quale  li  libe- 
rasse dalla  tirannide  ducale,  a  loro  insopportabile  per  quanto,  di 
tratto  in  tratto,  fosse  rischiarata  da  qualche  scintilla  di  politica  su- 
blime. Si  può  dire  i  gentiluomini  non  trionfassero,  in  certo  senso, 
completamente  se  non  nel  secolo  decimosesto,  allorquando  Carlo  V 
spiegava  in  Italia  la  sua  politica  di  despotismo  sulle  rovine  della 
libertà,  appoggiandosi  interamente  sul  ceto  aristocratico,  che  lo 
accolse  con  gioja  come  nuovo .  signore,  sperando  ricuperare  quella 
importanza  e  quei  privilegi  che  i  duchi  avevano  loro,  con  arte 
finissima,  che  tacciavano  di  tradimento,  negata  o  tolti.  Per  altro, 
quelle  grandi  famiglie  che  cotanto  avevano  figurato  nella  storia 
del  medio  evo,  se  crebbero  nelle  apparenze,  divenute  schive  dei 
commerci,  né  potendo  più  parteggiare  liberamente,  perdettero 
il  loro  carattere  peculiare,  indipendente,  battagliero,  fieramente 
operoso,  che  aveale  rendute  celebrate  e  potenti,  per  uniformarsi 
servilmente  al   minuzioso,  rigido,  indigesto  cerimoniale  degli  au- 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  117 

tocrati  di  Madrid,  e  riuscire  ubbidienti  esecutori  della  loro  olim- 
pica volontà.  E  appunto  in  questo  periodo  fatale  che  i  nobili,  pur 
usando  largamente  dei  vantaggi  materiali  prodigati  da  un  governo 
parziale,  contrassero  quelle  abitudini  di  altero  fasto,  di  noncu- 
ranza per  le  sorti  poco  prospere  della  patria;  cause  determinanti 
della  loro  morale  decadenza.  Obbligati  a  militare  sotto  bandiere 
di  potentati  stranieri  tiranneggianti  la  Lombardia,  si  divezzarono 
poco  a  poco  dalle  armi,  poi  dall'alta  politica  che  si  apprende  col 
reggere  lo  Stato  e  col  comandare  gli  eserciti;  dalle  intraprese  ar- 
rischiate, atte  a  ritemprare  le  forze  ;  dai  grandi  affari  che  ne  im- 
pinguavano i  forzieri  ;  infine  dal  salutare  incubo  di  star  sempre 
sulla  breccia  contro  le  fazioni  nemiche,  per  addormentarsi  in  una 
beata  e  snervante  sicurezza,  esercitandosi,  tutt'  al  più,  in  studj 
tranquilli  e  nelle  modeste  cariche  che  offriva  il  governo  del  mu- 
nicipio. Perduta,  col  mutare  dei  tempi,  anche  quell'  energia  che 
impiegavano  nello  spadroneggiare,  con  bravi  e  cagnotti,  i  villani 
dei  loro  feudi,  alcune  famiglie  divennero,  a  lungo  andare,  fin  anco 
inette  ad  amministrare  le  proprie  sostanze;  quindi,  ròse  dal  lusso 
e  dall'  ozio,  sminuito  il  prestigio,  caddero  disastrosamente  in  ro- 
vina. Il  periodo  eroico,  il  periodo  di  formazione  era  dunque  finito, 
e  le  famiglie  che  bramavano  conquistare  l'ambito  serto,  bisognava 
oramai,  dal  più  al  meno,  ricorressero  a  finzioni,  che,  del  resto,  i 
governanti  d'allora,  pei  loro  fini,  incoraggiavano  con  ogni  studio. 
Così  i  gentiluomini  milanesi,  dalla  castigliana  albagìa  piucche- 
mai  ricolmi  di  privilegi,  accarezzati  con  concessioni  d'ogni  fatta, 
investiti  di  feudi,  decorati  di  sonanti  titoli,  educati  in  collegi  ri- 
servati ai  soli  nobili,  circondaronsi  di  infinite  etichette,  ed  acqui- 
starono quella  prevalenza,  quella  baldanza  incontestata  che,  seb- 
bene scemasse  alquanto  sotto  lo  scettro  degli  imperatori  di  Ger- 
mania, non  perdettero  se  non  colla  conquista  francese  del  1796. 
La  preoccupazione  più  seria  di  quelli  (cui  studiavansi  imitare  quei 
popolani  che  acquistassero  ricchezza  e  fama)  era  la  conservazione 
della  propria  famiglia,  del  proprio  nome;  sarebbe  stata  quella  di 
eternarlo,  se  possibile,  di  assicurare  indefinitamente  il  continuato 
possesso  ereditario  dei  monumenti  di  loro  possanza  ;  mantenere  in- 
tatte, insieme  colla  santa  religione,  le  tradizioni,  la  memoria,  direi  le 
abitudini  degli  avi  ;  quindi  le  primogeniture,  sotto  tutte  le  forme,  af- 
finchè i  patrimonj  non  si  disperdessero.  L'ordine  di  Malta,  la  prela- 

Arch.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  •  .8 


118  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

tura,  gli  eserciti  del  re  di  Spagna  e  dell'Impero,  erano  destinati  a 
ricevere  i  secondogeniti  che  facessero  ombra  alla  futura  prosperità 
del  primo  nato;  monasteri  in  numero  stragrande  —  in  alcuni  dei 
quali,  per  avere  il  diritto  di  seppellirvi  una  intera  esistenza,  biso- 
gnava provare  la  nobiltà  del  sangue  ^^  —  tenevano  sempre  spalan- 
cati i  battenti  ad  accogliere  le  fanciulle  a  cui  non  si  trovasse  un 
marito  pari  alla  grandezza  del  casato  da  cui  uscivano.  Questa  dis- 
parità di  trattamento,  a  tu!to  vantaggio  di  quegli  che  il  caso  fa- 
ceva nascere  primo,  contro  cui  tanto  si  declamò,  portava  pure 
qualche  buon  risultato.  Non  pochi  che,  se  fossero  stati  primoge- 
niti, od  anche  se  avessero  sperato  una  grossa  parte  della  sostanza 
paterna,  sarebbero,  come  il  loro  maggior  fratello,  poltriti  in  un  ozio 
ignominioso,  spronati  dal  bisogno,  d'altronde  ajutati  da  una  gran 
posizione,  allora  indispensabile  per  riuscire,  e,  checché  se  ne  dica, 
anche  oggidì  assai  efficace,  si  fecero  grandi,  e  procacciarono  onori, 
celebrità  e  tesori  ai  nipoti,  all'intera  casa.  In  tesi  generale,  se  si 
scorre  l'istoria  delle  nostre  famiglie,  si  rimarca  che  il  più  delle 
volte  le  loro  capitali  illustrazioni  si  trovano  fra  i  cadetti,  e,  quasi 
sempre,  fra  quelli  rimasti  senza  discendenza  propria. 

Singolare  era  la  cura  di  raccogliere  i  ritratti  di  famiglia,  a  ram- 
mentare ad  ogni  istante,  non  solo  le  alte  cariche  sostenute  dagli 
antenati,  ma  le  fattezze,  il  cipiglio,  lo  sguardo  minaccioso  ;  ritratti 
che  appendevansi  alle  pareti  delle  spaziose  anticamere  e  delle  sale 
dei  palazzi,  come  già  i  Komani,  che  del  pari  avevano  un  culto  spe- 
ciale per  gli  avi,  conservavano  negli  atrj  i  loro  penati.  Mentre 
dunque,  da  un  lato,  non  vi  era  privilegio,  non  eranvi  onoranze  a 
cui  i  patrizj  non  pretendessero  con  pertinace  insistenza,  dall'altro 
non  eranvi  abnegazioni  di  cui  non  fossero  capaci,  a  cui  non  si 
sobbarcassero  serenamente.  La  compagnia  dei  nobili  della  Conso- 
lazione di  S.  Giovanni  decollato,  la  quale  si  prendeva  la  triste 
cura  di  preparare  alla  morte  i  condannati  all'ultimo  supplizio,  al- 
lora spesseggianti;  accompagnarli  al  patibolo;  seppellirne  pietosa- 
mente i  cadaveri,  ne  era  una  prova  :  alterigia  da  grandi  ed  umiltà 
cristiana,  a  tutto  si  chinava  il  capo;  tutto  si  accettava  con  santa 


25  II  monastero  delle  Agostiniane  in  Santa  Barbara  era  riservato  alle  sole  nobili.  Il 
popolo  pretendeva  che  col  suono  delle  campane  le  buone  suore  esprimessero  assai  chia- 
ramente le  parole:  «  Semm  tutt  damtn,  semm  tutt  damm.  » 


IL  PATRIZIATO    MILANESE.  119 

rassegnazione;  la  spada  intraprendente  dell' idalgo  e  lo  stiletto  in- 
sidiatore del  bravo  —  l'ascetismo  democratico  dei  degeneri  ma 
insinuanti  discepoli  dello  stigmatizzato  santo  di  Assisi,  e  l' inqui- 
sizione spietata  dei  Domenicani  —  tutto,  fuorché  l'indifferenza 
dissolvente,  livellatrice,  che  intepidisce  la  società  dei  nostri  tempi. 
Quei  fieri  baroni  che  vedemmo,  dopo  il  Mille,  sferrarsi  dai  mer- 
lati castelli,  scendere  nelle  città,  e  affratellarsi  coi  figli  del  popolo 
innalzantisi  a  potenza;  quegli  ottimati  di  razza  popolana  che  tro- 
vammo irrequieti,  avidi  di  libertà,  di  moto,  reggere  la  repubblica, 
lottare  ora  contro  la  plebe,  ora  contro  gli  imperatori;  infine  par- 
teggiare per  una  fazione,  e,  quando  la  biscia  viscontea  sventolò 
sulle  torri  di  Milano,  da  prodi  cavalieri  correre  giostre  e  tornei 
in  onore  della  propria  dama,  chiusi  in  quelle  mirabili  armature 
delle  cui  fucine  la  loro  città  andava  orgogliosa  ;  scorrazzare  in  stre- 
pitose cacce  con  falchi  e  sparvieri;  da  innamorati  trovatori  can- 
tare la  provenzale  sirventa  in  lode  dell'alma  donna:  poi,  quando 
si  dirozzano  i  costumi  e  lo  spiritualismo  cristiano  si  concilia  final- 
mente col  classicismo  greco,  abbandonate  le  ardue  fatiche  della 
quintana  per  la  loquace  galanteria  del  Quattrocento  ^^  allorché 
agli  austeri  militi  a  squame  di  acciajo,  subentrano  paggi  libertini 
stretti  nello  snello  farsetto  di  seta  e  di  velluto  —  li  vediamo  farsi 
gentiluomini,  dilettarsi  di  tutte  le  arti,  i  piaceri,  le  leggiadrie,  che 
fanno  bella  la  rinascenza,  e  mandarono  famosa  nelle  storie  la 
Corte  degli  Sforza  —  nello  stesso  tempo  non  isdegnare  i  traffici, 
fonte  di  ricchezza  e  di  forza.  Indi,  all'  ombra  del  governo  di  Ma- 
drid, ridivenuti  burbanzosi  feudatarj,  non  di  rado  innocui  o  bene- 
fici mazzasette  in  un  paese  immiserito  dal  più  sconfortante  avvili- 
mento, stabilirsi  nei  palazzotti  della  campagna  per  esercitarvi  diritti 
e  soprusi  —  disertando  alquanto  la  metropoli,  devastata  da  guerre, 
carestie,  pestilenze;  quindi  spopolata,  inselvatichita,  uggiosa,  ve- 
dovata dei  grandi  luminari  della  artistica  scuola  lombarda;  degli 
scolari  di  Leonardo,  che  l'avevano  cotanto  illustrata.  —  Ai  maschi 
certami  colle  lancio  in  resta,  alle  corti  bandite,  succedevano  le 
processioni  coi  cerei  accesi;  al  tintinnìo  delle  armi,  alle  disqui- 
sizioni di  artisti  e  di  eruditi,  le  monotone  salmodie  dei  frati  nei 
moltiplicantisi  conventi,  il  rauco  sermoneggiare  dei  predicatori; 
insomma,  all'atticismo  esilarante  della  Corte  sforzesca  subentra  il 
torvo  bigottismo  di  Filippo  IL  Assidui  nel  reggere  esclusivamente, 


120  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

con  saggia  moderazione,  l'azienda  comunale  di  Milano,  conservando 
intatto  il  privilegio  di  amministrare  il  patrimonio  dei  poveri,  nei 
quali,  per  la  loro  stessa  origine,  non  vedevano  gregge  da  concul- 
care, ma  amici  meno  fortunati  da  proteggere.  Tutta  questa  ari- 
stocrazia, che  era  padrona  assoluta  del  campo,  come  i  Titani  della 
favola;  mentre  alla  borghesia  non  era  lasciata  aria  per  respirare, 
né  spazio  per  muoversi  ;  —  che  aveva  dignitosamente  subite  tante 
vicende;  mutati  tanti  padro*ni;  coli' ingentilirsi  dei  costumi,  dopo 
la  guerra  di  successione,  deposta  la  cappa  castìgliana  per  vestire 
l'abito  francese,  si  trasforma  in  attillati  cavalieri  patri^j,  si  fog- 
gia ad  abitudini  socievoli,  eleganti,  inappuntabili.  Erettosi  uno 
sfarzoso  teatro  di  Corte,  sopra  disegno  di  un  allievo  del  Bibiena, 
appassionasi  della  musica  melodrammatica,  la  quale,  perfezionan- 
dosi nel  suo  secolo  d'oro,  coi  gorgheggi  di  evirati  cantori,  fa  deli- 
rare scienziati  e  cicisbei;  e,  per  contrastò,  nei  casalinghi  concerti, 
il  classico  quartetto  trasportavali  nelle  regioni  infinite  di  un  puro 
idealismo.  Mentre  che  dagli  uni  si  gustano  tutte  le  raffinatezze, 
direi  quasi,  le  leziosaggini  della  vita  civile,  in  smaglianti  quartieri 
decorati  in  uno  stile  lussuoso,  zeppi  di  quella  fantastica  suppel- 
lettile che  eccita  più  che  mai  l'ammirazione  de'  miei  contemporanei  ; 
in  un'atmosfera  tutta  pregna  di  polvere  di  cipria,  satura  di  mitolo- 
giche sdolcinature,  si  intreccia  il  caratteristico  minuetto  da  aggra- 
ziati cavalieri  e  da  damine  in  guardinfante,  picchiettate  di  nei  ;  fra 
una  cornice  di  matrone  un  po'  smorfiose  e  di  cascanti  abatini  —  si 
folleggia  in  balli  in  maschera  —  si  tripudia  con  giuochi  d'azzardo  ^^ 
—  si  recitano  arcadiche  frasche  da  enfatici  pastorelli;  e  da  pit- 
tori in  decadenza  si  coloriscono,  con  affettato  manierismo,  le  la- 
scive nudità  dell'olimpo  greco.  Intanto  alcuni  pochi  cavalieri  senza 
paura  correvano  il  mondo  militando,  con  qualche  gloria,  negli  eser- 
citi imperiali,  sotto  le  bandiere  del  loro  supremo  signore  feudale.  I 
primogeniti,  aprendo  i  loro  palazzi  alla  vita  cittadinesca,  non  solo 
incoraggiano  geniali  ritrovi,  ma  danno  ospitale  ricetto  a  poeti  e 
letterati;  perfino  ad  accademie  letterarie  e  scientifiche;  ma  ren- 
dono possibili  pubblicazioni  come  quelle  del  Muratori.  Entrano  in 


"^  Alcuni  nobili  si  facevano  anche  intraprenditori  di  singole  banche  di  faraone  nel 
ridotto  del  teatro  ducale.  La  banca  tenuta  per  conto  del  marchese  Natta  rimase  pro- 
verbiale nel  vernacolo  milanese  per  la  sua  abbondanza  di  denaro. 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  121 

tal  modo  con  entusiasmo  nelle  vie  della  coltura  e  di  un  giudizioso 
progresso;  sicché,  ridire  l'opera  loro  nella  seconda  metà  del  se- 
colo decimottavo,  ci  porterebbe  a  rifarne  la  storia.  Così  la  loro 
provvidenziale  missione  è  compiuta  —  il  ciclo  si  chiude;  la  vasta 
epopea  è  finita:  al  dualismo  succederà  la  finale  conciliazione.  Le 
orde  francesi,  scatenatesi  dalle  Alpi,  invadono  la  Lombardia  e  pro- 
clamano l'èra  della  eguaglianza  civile.  Colla  Kepubblica  Cisalpina 
i  patrizj,  scompaginati,  dovettero  abdicare  in  favore  di  una  bor- 
ghesia ricca  ed  istrutta,  la  quale,  fattasi  adulta  dopo  la  caduta 
del  governo  spagnolesco,  ed  agglomeratasi  accanto  a  loro,  dap- 
prima tollerata,  poi  incoraggiata  formalmente  dalla  equanimità  di 
casa  d'Austria  —  chiamata  da  lei  a  formar  parte  di  Commissioni 
governative  ed  innalzata  persino  ai  sommi  gradi  dell'esercito  im- 
periale (generale  Venini)  —  domandava  di  avere  la  sua  parte 
nel  nuovo  impulso  che  si  voleva  imprimere  alla  società.  Questa  bor- 
ghesia, che  già  andava  imparando  le  maniere  signorili  e  la  disinvol- 
tura della  nobiltà,  che  da  tempo,  non  a  torto,  si  impennava,  insof- 
ferente di  sottostare  ad  irragionevoli  monopolj,  doveva  natural- 
mente, mentre  la  bufera  giacobina  disperdeva  i  suoi  più  cocciuti 
avversarjV^  farsi  innanzi  e  prendere  quel  posto  che  la  Provvidenza 
le  riservava  nel  nuovo  ordinamento  della  moderna  società,  di  cui 
essa  doveva  essere  non  solo  F  anima  ed  il  nerbo,  ma  eziandio  l' e- 
lemento  moderatore  fra  le  discrepanti  forze  dei  partiti  estremi. 

Al  sopraggiungere  degli  Austro-Russi  i  patrizj  eransi  un  mo- 
mento rannodati,  lasciando  esilj  e  residenze  campestri — quindi, 
ritornati  i  Francesi  con  idee  più  miti  a  loro  riguardo,  e  più  tardi 
incensati  dal  nuovo  padrone  imperiale,  ripresero  una  posizione  ab- 
bastanza influente  presso  una  Corte  recente,  la  quale  nulla  tra- 
lasciava per  attirare  a  sé  ed  affezionarsi  i  rappresentanti  tutti 
delle  antiche  prosapie,  ^^  per  le  quali  aveva  singolare  predilezione. 


2^  Ricorderemo  che  l'ex-duca  Serbelloni,  con  qualche  altro,  si  erano  ingolfati  di  santa 
ragione  nella  baraonda  demagogica. 

2^  I  Rappresentanti  degli  estimati  nobili  presso  le  Deputazioni  Centrali  della  Lom- 
bardia e  del  Veneto;  il  Collegio  per  le  Guardie  nobili  lombardo- venete  in  Vienna;  il 
Casino  in  Milano,  esclusivo  ai  nobili,  furono  le  ultime  espressioni  legali  della  distin- 
zione delle  classi  durante  la  dominazione  austriaca  dal  1814  al  1848.  Per  essere  poi 
ammessi  alla  Corte  raddappiavano  i  requisiti,  giacché  richiedevansi  i  quattro  quarti  di 
nobiltà;  rigori  per -altro  che  si  andarono  sensibilmente  raddolcendo  nell'ultimo  periodo.. 


I 


122  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

In  questa  bisogna  era  assai  destro  il  principe  Eugenio,  viceré  del 
nuovo  regno  d'Italia;  ne  è  prova  il  modo  cortese  ed  accorto  con 
cui  ammansò  il  principe  di  Belgiojoso.  Il  vecchio  gentiluomo, 
odiando  il  nuovo  ordine  di  cose,  vegetava  rinchiuso  nel  fondo  del 
suo  castello.  Un  bel  mattino  il  giovane  Beauharnais  mosse  con 
gran  treno  a  visitarlo,  come  da  pari  a  pari,  e,  nello  stringergli 
amicamente  la  mano,  lo  chiamava  ripetutamente  ^  mon  cousin.  „ 
Lo  stratagemma  sortì  pieno  effetto.  —  Che  l'aritocrazia  si  rimet- 
tesse alquanto  dai  danni  della  tremenda  crisi  è  evidente;  sicché 
Carlo  Porta  potè,  guardandosi  attorno,  colpire  ancora  dei  tipi,  come 
donna  Paola  Travasa,  la  infatuata  divota  della  Madonna  di  S.  Celso  p 
il  Marcliesass^  ed  altri.  Frattanto  però  la  borghesia  tenne  parola, 
guadagnandosi  bravamente  i  proprj  speroni  :  basterà  citare  in  pro- 
posito il  generale  Pino;  il  ministro  Prina,  il  quale,  come  tutti  gli 
uomini  che  precorrono  i  loro  contemporanei,  cadde  vittima  delle 
proprie  generose  aspirazioni;  Giuseppe  Bossi,  pittore,  poeta  ver- 
nacolo, scienziato,  individualità  d'  alto  sentire,  di  volontà  irremo- 
vibile, a  cui  dobbiamo  la  pinacoteca  di  Brera  ;  Vincenzo  Dandolo, 
reputato  agronomo,  provveditore  generale  in  Dalmazia,  indi  se- 
natore. I  Venino  intanto,  gareggiando  con  nuovo  esempio  colle 
grandi  famiglie,  innalzavano  la  principesca  Villa  Giulia  sul  lago 
di  Lecco,  e  un  Diotti  murava  uno  dei  più  ampj  palazzi  di  Milano 
(ora  E.  Prefettura). 

L'Austria,  riconquistata  che  ebbe  la  Lombardia,  rimetteva  in 
piedi  l'cinfica  nobiltà;  ma,  ottemperando  alla  profonda  trasforma- 
zione della  società  europea,  organizzò  il  paese  secondo  i  dettami 
di  una  quasi  democrazia,  per  quanto  smorzata  da  un  resto  di  feu- 
dalismo. La  riconciliazione  delle  classi  si  compiva  mercé  la  ferrea 
volontà  che  sottometteva  irremissibilmente  tutta  quanta  la  na- 
zione, senza  riguardo  a  partiti;  poiché  tutti  destavano  egualmente 
i  sospetti  del  dominatore. 

Un  ritorno  completo  a  forme  di  altri  tempi  parve  si  effettuasse 
quando  Ferdinando  I,  imperatore  d'Austria,  facevasi  incoronare 
nella  cattedrale  di  Milano  re  del  regno  Lombardo-Veneto,  ai 
piedi  di  quello  stesso  altare,  dinanzi  a  cui  Napoleone  erasi  fiera- 
mente posta  in  capo  la  corona  ferrea  dei  re  d' Italia.  Quell'avve- 
nimento, che  i  versi  sdegnosamente  mordaci  del  Giusti  resero  fa- 
moso, segnò  il  punto  culminante  della  dominazione  austriaca  in 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  123 

Italia  nel  secolo  XIX.  L'aristocrazia  lombarda  parve  come  affasci- 
nata da  queir  inusitato  sfoggio  di  grandezze  ;  ed  a  Vienna  si  cre- 
dette un  momento  di  avere  trionfato  della  tenacità  italiana.  L'alta 
nobiltà  fu,  in  questa  occasione,  insignita  delle  grandi  cariche  di 
Corte;  numerosi  furono  i  ciambellani;  gli  adolescenti  si  fecero 
paggi;  mentre  la  nobiltà  secondaria  si  dovette  accontentare  della 
carica  alquanto  più  umile  di  scudiere.  Una  guardia  del  corpo  isti- 
tuivasi  per  far  scorta  d' onore  al  monarca,  nella  quale  generosa- 
mente si  ammisero  anche  i  nobili  di  fresca  data.  Vennero  in  tal 
modo  rimesse  in  vita  cerimonie  dimenticate,  in  mezzo  a  grande  sfog- 
gio di  titoli,  di  quarti,  di  blasoni,  di  uniformi,  di  livree,  di  equi- 
paggi; fantasmagoria  che  doveva  sparire  quandochesia,  come  un 
palazzo  fatato  al  colpo  di  bacchetta  dell'  incantatore. 

Il  tentativo  fatto  in  quel  trentennio  per  galvanizzare,  sia  pure 
nel  solo  cerimoniale,  istituzioni  morte,  andò  fallito.  Indarno  il 
nuovo  Giuliano  comandava  agli  àuguri  sagrificassero  vittime  agli 
antichi  dèi;  la  fede  era  svanita;  gli  oracoli  tacevano.  La  esclama- 
zione della  vecchia  e  veneranda  dama  genuflessa  innanzi  al  con- 
fessore: "  Sono  un  verme,  ma  un  verme  Trivulzio  „,  è  magnifica 
di  semplicità,  di  concisione.  Usci  dalle  viscere  di  una  donnicciuola 
penitente,  come  poteva  uscire  dalla  bocca  di  qualunque  altro  ac- 
cigliato suo  pari  in  altezza  di  lignaggio;  poiché  quel  concetto  sì 
incisivo  non  nasceva  allora  nel  suo  capo,  ma  era  stato  pensato, 
ruminato,  durante  parecchi  secoli,  da  una  intera  casta,  riassumeva 
tutto  un  passato,  e  sfuggiva  per  caso,  come  un  grido  d'  allarme, 
come  una  disperata  protesta,  dalle  labbra  di  una  delle  più  in- 
conscie sacerdotesse  di  un  idolo  che  di  giorno  in  giorno  andava 
perdendo  credenti  e  adoratori.  I  gravi  eventi  del  quarantotto,  il 
dies  ircB  di  molte  inveterate  abitudini,  che  le  rivoluzioni  ante- 
riori non  erano  riuscite  se  non  a  sfiorare,  iniziando  il  movimento 
verso  la  nazionale  indipendenza,  tolsero  le  ultime  illusioni;  e  i  ri- 
volgimenti che  rimescolarono  la  intera  penisola,  cancellarono  on- 
ninamente le  traccio  di  idee  e  di  costumi  di  tinta  medievale,  di 
importazione  castigliana. 

Alcuni  parvero  temere  che,  cessata  la  forza  esteriore,  direi  coer- 
citiva, che  teneva  compresse  le  popolazioni,  e  lasciate  libere  di 
sbizzarrire  a  posta  loro,  l' antico  genio  della  razza  non  si  risvegli, 
scattando  come  una  molla,  e  ci  ammanisca  qualcuna  di  quelle  de- 


124  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

solanti  scene  che  rattristarono  per  secoli  il  nostro  bel  paese,  e  re- 
sero infelici  i  nostri  padri.  Ma  il  mondo  ha  progredito,  ed  ha  fatto 
troppo  senno  per  cadere  in  simili  aberrazioni,  e  rendere  possibile 
una  nuova  edizit)ne  di  Guelfi  e  Ghibellini.  ^^ 


IL 


PATRIZIATO  ROxAIANO.  —  COSA  SIA  OTTIMATE. 

Anche  le  grandi  nazioni  dell'antichità  conobbero  le  aristocrazie, 
anzi  in  pressoché  tutte  furono  queste  la  base  più  salda  della  com- 
pagine sociale.  I  Kusciti,  quel  popolo  procace,  miscredente,  che  un 
destino  imperscrutabile  dannò,  cogli  altri  suoi  confratelli  prove- 
nienti da  Cam,  a  scomparire  tragicamente  d'in  fra  le  nazioni  au- 
tonome —  che,  nella  immensa  epopea  delle  umane  razze,  rappre- 
senta la  glorificazione  del  materialismo,  mentre  i  Semiti  rappre- 
sentano la  fede  inconcussa  nel  monoteismo,  e  gli  Arii  ondeggiano 
in  un  nebuloso  idealismo  panteistico  —  furono  i  primi  a  raccogliere 
quelle  imponenti  agglomerazioni  di  uomini  civilizzati,  le  quali,  nella 
arcana  lontananza  dei  secoli,  rifulgono  di  uno  splendore  che  an- 
cora ci  abbaglia  colla  sua  luce.  Ritiensi  che  il  fondo  della  loro  po- 
litica fosse  il  sistema  delle  caste,  di  cui  parrebbero  gli  inventori; 
anzi  da  loro  avrebberlo  appreso  gli  Indiani,  i  quali,  da  tempo 
immemorabile,  ne  contano  quattro.  Le  tre  maggiori,  formate  dai 
conquistatori  arii,  tengono  serva  la  quarta.  Il  dispotismo  assiro, 
all'incontro,  non  permise  né  caste,  né  aristocrazia  ereditaria,  né 
distinzioni  di  classi.  I  Caldei  in  Babilonia,  al  dire  di  Diodoro  Siculo, 
erano  una  classe  di  cittadini  non  dissimile  dai  sacerdoti  egiziani. 


25  Oltre  i  Promessi  Sposi,  altre  opere  di  invenzione  dipingono  con  vivi  colori  i  co- 
stumi dei  nobili  lombardi  durante  gli  ultimi  secoli.  Fra  queste  citerò  la  novella:  La 
Madonna  d' Inibevera,  di  Cesare  Cantù;  il  romanzo:  Il  Marchese  Annibale  Porrone,  di 
Ignazio  Cantù.  Fra  gli  storici  sono  da  leggersi  il  Cusani  nella  sua  Storia  di  Milano,  e 
Cesare  Cantù  nelle  opere:  La  Lombardia  nel  secolo  XVII,  e  Par  ini  e  la  Lombardia. 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  125 

I  Persiani  avevano  pure  tre  classi:  i  guerrieri,  i  coltivatori  ed  i 
pastori  erranti.  L'  Egitto  aveva  pluralità  di  classi,  e  la  sacerdotale 
primeggiava  su  tutte  —  aristocrazia  strapotente,  padrona  della 
più  gran  parte  del  suolo,  riuscì  a  tenere  al  secondo  posto  la  classe 
dei  guerrieri,  compito  difficilissimo.  Nel  regno  di  Saba  esistevano 
cinque  caste,  e  al  disopra  un  feudalismo  in  piena  regola,  con  veri 
baroni,  che  si  chiamavano  dal  nome  dei  loro  castelli.  Tutte  le  po- 
polazioni arabe  seguirono  a  un  dipresso  un  tale  organismo.  —  Non 
parlo  della  democrazia  sui  generis  dei  Chinesi  ;  non  della  feudalità 
giapponese  e  de'  suoi  Daimios,  che  troppo  se  n'  è  parlato  in  questi 
anni. 

I  Fenicj,  altro  popolo  di  provenienza  camitica,  ebbero  una  classe 
patrizia,  e  vuoisi  fossero  appunto  i  nobili  di  Tiro  quelli  che,  emi- 
grando dalla  madre  patria,  fondarono  la  celebre  colonia  cartagi- 
nese, retta  da  una  oligarchia  di  poche  famiglie  aristocrate.^°  La  re- 
pubblica di  Solone  non  era  dapprincipio  una  democrazia  pura,  e 
non  lo  divenne  se  non  assai  più  tardi.  —  Gli  Spartani,  quando 
ebbero  conquistata  la  Laconia,  si  pretesero  tutti  quanti  pro- 
nipoti di  Eraclide  figlio  di  Zeus,  e  formarono  il  patriziato  spar- 
tano, potentissimo  in  mezzo  alla  depressa  plebe  lacedemone. ^^  I  Pe- 
riechi,  per  la  maggior  parte,  discendevano  dagli  Achei,  occupatori 
del  paese  prima  della  invasione  dorica;  erano  mercatanti  o  pic- 
coli possidenti,  insomma  la  borghesia.  Dapprincipio  non  fu  loro 
concesso  alcun  diritto  politico  e  venivano  interamente  ammini- 
strati dai  conquistatori  ;  ma,  coll'andar  del  tempo,  si  guadagnarono 
tutte  le  libertà,  rovesciando  F  autorità  sconfinata  di  quelli  ;  to- 
gliendo perfino  il  nome  di  Sparta  alla  città  capitale,  per  appellarla 
Lacedemone,  dal  nome  collettivo  della  nazione. 

Pitagora,  portatosi  a  Crotone,  nel  golfo  di  Taranto,  vi  stabilisce 
r  aristocrazia,  che  per  lui  voleva  dire  il  migliore  dei  governi,  o, 
piuttosto,  il  governo  dei  migliori  —  aristocrazia  che,  come  si  espri- 
me Diogene,  non  era  una  tirannia  pura,  ma  bensì  un  governo  mo- 
derato, tendente  alla  forma  aristocratica.  In  Occidente,  i  Galli, 
prima  della  conquista  romana,  si  distinguevano  in  due  classi.  I  no- 
bili, a  differenza  dei  plebei,  si  radevano  la  barba,  non  conservando 


3°Hennebert,  Hisfoire  d'Annihal. 
3*FiLLEUL,  Histoire  da  siede  de  Peridh. 


126  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 

se  non  lunghi  mustacchi.  Druidi  e  cavalieri,  gli  uni  coi  sagrificj 
e  coi  misteri  religiosi,  gli  altri  colle  armi,  tenevansi  il  popolo  sog- 
getto in  una  quasi  schiavitù.  Cesare  ci  insegna  che  i  cavalieri  galli, 
muovendo  alla  guerra,  raccoglievano  intorno  a  sé  un  certo  numero 
di  amòacti  (schiavi)  e  di  dienti,  secondo  la  loro  più  o  meno  ec- 
celsa posizione.  Gli  storici  moderni  non  sono  d'accordo  nel  definire 
questi  amhadi.  Secondo  gli  uni,  sarebbero  giovani  nobili;  secondo 
altri,  e  sembra  più  ammissibile,  sarebbero  stati  uomini  liberi  di 
origine,  ma  plebei,  e  ridotti  a  doversi  sottomettere  ad  una  specie 
di  clientela  somigliante  a  servitù. 

I  Germani,  tuttoché  retti  da  ordini  abbastanza  democratici,  se 
ignoravano  le  caste  foggiate  sullo  stampo  delle  orientali,  divide- 
vansi  in  classi,  non  impossibili  da  scavalcare  dai  più  arditi.  Ave- 
vano schiavi,  0,  per  meglio  dire,  servi  della  gleba  —  uomini  li- 
beri —  e  nobili,  ben  distinti  da  coloro  che  eransi  guadagnata  una 
qualche  illustrazione  personale.  Tacito  in  varie  riprese  rimarca 
tale  differenza,  affermando  così  l'esistenza  di  una  vera  aristocrazia 
ereditaria:  "  Beges  ex  nobilitate,  duces  ex  virtute  sumimt.  „ 

La  Repubblica  romana,  dominata,  come  era,  dal  patriziato,  il 
più  ostinatamente  esclusivo  che  si  conosca  nelle  storie,  tenne  per 
lungo  tempo  i  matrimonj  fra  patrizj  e  plebei  giuridicamente  nulli- 
Si  narra  di  una  giovane  patrizia,  la  quale,  avendo  data  la  mano 
di  sposa  ad  un  illustre  plebeo,  che  nonpertanto  aveva  coperto  le 
più  alte  cariche,  venne,  a  cagione  di  tale  matrimonio,  dalle  donne 
nobili  espulsa  non  solo  dal  loro  consorzio,  ma  anche  dalla  festa 
che  celebravasi  in  onore  della  Castità  ;  dopo  d'allora  fuvvi  in  Roma 
una'  dea  della  castità  per  le  patrizie  e  un'altra  per  le  plebee.^^ 

I  patrizj  stimavansi  di  stirpe  divina,  e  sostenevano  sarebbe  stato 
dispregio  ed  ingiuria  alla  religione  ed  agli  dèi  il  dare  a  tutti  gli 
uomini  eguaglianza  di  diritti.  Niebuhr  aveva  visto  pel  primo  che  la 
nazione  romana  erasi  formata  di  cittadini  appartenenti  a  due  classi 
differenti:  il  popolo  della  città  (popidus),  composto  di  razze  pa- 
trizie e  loro  clienti,  e  il  popolo  della  campagna  (plebs)^  composto 
dei  piccoli  possidenti  delle  tribù  rustiche.  Guizot  osserva  che  la 
lotta  fra  la  plebe  ed  i  patrizj,  durante  la  Repubblica  romana,  non 
fu,  come  in  Francia  nel  medio  evo,  il  lavoro  lento  e  difiicile  di  una 


33  MoMMSEN,  Storia  Romana. 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  127 

classe  lungamente  depressa,  che  si  rannoda  poco  a  poco  a  sfidare 
la  classe  superiore  ;  ma  la  riguarda  piuttosto  siccome  la  continua- 
zione della  guerra  di  conquista,  siccome  lo  sforzo  dell'aristocrazia 
delle  città  conquistate  (Cavalieri)  per  partecipare  ai  diritti  del- 
l'aristocrazia conquistatrice  di  Roma.  Però,  al  dire  di  Tacito,  da 
Giunio  Bruto  venendo  giù  fino  alla  dittatura  di  Cesare,  sarebbe 
stato  chiuso  il  libro  d'oro  dei  patrizj.  Lo  stesso  Bruto,  prima  di 
questo  atto,  ne  avrebbe  creato  dei  nuovi  (Patres  minorum  gentium, 
o  Patres  cons cripti^  cioè  aggiunti  alla  lista),  racimolandoli  fra  i 
maggiorenti  della  plebe  (Cavalieri),  affine  di  completare  il  numero 
di  trecento  senatori.^' 

La  creazione  del  tribunato,  aprendo  nuovi  orizzonti  all'attività 
ed  all'ambizione  della  plebe,  la  distolse  dal  brigare  gli  onori  del 
patriziato;^*  così  che  nell'anno  493  avanti  Cristo  si  poteva  chiu- 
dere tranquillamente,  senza  scosse,  l' elenco  delle  famiglie  patrizie, 
come  a  Venezia,  nel  1319  dell'era  nostra,  chiude  vasi  sotto  il  doge 
Sóranzo,  il  libro  d'oro  del  patriziato  veneziano.  J.  J.  Ampère,  bril- 
lante scrittore  meglio  che  profondo  storico,  ^^  vorrebbe  invece  che 
il  patriziato  romano  fosse  tutto  di  origine  sabina:  donde  il  nome 
di  Quirìtes  che  significa  Sabini,  e  la  formula  Populus  Bomanus  Qui- 
ritiiim.  I  Sabini,  egli  dice,  abitavano  principalmente  sul  Quirinale; 
è  quindi  curiosa,  osserva,  1'  analogia  della  esistenza  feudale  delle 
famiglie  sabine,  con  quella  delle  grandi  famiglie  romane  del  medio 
evo  ;  le  abitazioni  della  gente  Cornelia  in  Roma,  nei  tempi  antichi, 
corrisponderebbero  a  quelle  che  tennero  i  Colonnesi  molti  secoli 
dopo.  Il  vicus  Corneliorum  non  era  lontano  dal  vico  dei  Colonnesi. 

Cicerone  per  altro  spiegava  nel  seguente  modo  la  formazione 
del  Senato:  cento  senatori  sarebbero  stati  nominati  da  Romolo; 
cinquanta  senatori  sabini  sarebbero  stati  inscritti  dopo  l'arrivo  di 
Tazio;  cencinquanta  sarebbero  stati  nominati  da  Tarquinio  l'Anti- 
co. Tito  Livio,  invece,  non  ammette  che  la  pace  tra  Romolo  e  Tazio 
abbia  portato  al  Senato,  né  cento,  né  tampoco  cinquanta  senatori. 
Fa  però  entrare  cento  cittadini  di  Alba,  al  tempo  di  Tulio,  ed 
altri  cento  al  tempo  di  Tarquinio.  Cosi  compone  il  Senato  di  cento 


3  3  Tito  Livio  aflFerma  che  i  patrizj  furono  i  discendenti  dei  prischi  senatori  {Patres). 
^*  Belot,  Histoire  des  ChevaUers  Romains. 
'^  Histoire  Romaine  à  Rome. 


128  .  I'^  PATRIZIATO   MILANESE. 

senatori  nominati  da  Komolo,  cento  di  Alba,  cento  di  nuove  fami- 
glie introdotte  da  Tarquinio.  In  appresso,  non  solo  Giunio  Bruto, 
come  vedemmo,  ma  anche  Valerio  Publicola  riempie  i  vuoti  del 
Senato;  fatto  che  contribuiva  non  poco  a  riconciliare  la  plebe  coi 
patrizj,  ma  non  impediva  ulteriori  e  più  feroci  antagonismi. 

Al  tempo  dei  Gracchi  l'antico  patriziato  del  sangue  andava  scom- 
parendo, per  lasciare  il  posto  ai  nobili,  vale  a  dire  ai  plebei  che 
si  erano  ingentiliti  coli'  entrare  nella  magistratura  curule,  ^®  e  col- 
l' assidersi  in  Senato;  questi,  una  volta  arrivati  all'apice  della  for- 
tuna, opprimevano  senza  misericordia  quella  plebe  che  non  aveva 
saputo,  come  loro,  guadagnarsi  gli  onori,  e  per  la  quale  non  ave- 
vano che  sijperbo  disprezzo.  Nello  stesso  tempo  rendevansi  potenti 
i  Cavalieri,  occupanti  il  posto  della  moderna  borghesia:  suddivi- 
devansi  in  due  pa^rtiti,  l'uno,  formato  da  coloro  che  possedevano 
terre,  camminava  d'accordo  col  Senato;  l'altro,  tutto  dedito  ai 
traffici,  eragli  avverso. 

1  plebei  arrivarono  al  consolato  l'anno  366  avanti  Cristo,  al- 
l'augurato nel  300,  al  gran  pontificato  nel  250:"'  ma  la  con- 
quista di  tutti  i  diritti,  compresi  i  religiosi,  non  procurò  loro  la 
posizione  di  patrizio.  I  consoli,  i  pretori,  gli  edili,  gli  àuguri,  i  cu- 
rioni,  nati  plebei,  restavano  plebei,  formando  piuttosto  una  nobiltà 
plebea,  ben  distinta  dal  patriziato,  le  cui  gens^^  erano  anticamente 
sedute  nel  Senato.  In  tal  maniera  il  vetusto  patriziato  repubblicano 
ebbe  sempre  il  disopra,  finché,  duce  supremo  Gneo  Pompeo,  fu  da 
Giulio  Cesare  sbaragliato  sul  campo  di  Farsaglia,  dove  appunto  si 
era  data  la  posta  il  fiore  dei  legittimisti  romani,  in  aspettazione 
di  un  colpo  di  fortuna  che  li  rimettesse  trionfanti  in  Roma.  La  vinta 


^♦'Beegek,  Uistoire  de  Véloquence  latine. 

2^  Colle  vittorie  della  plebe,  il  Collegio  Pontificale,  il  corpo  che  oppose  più  salda  re- 
sistenza alla  invasione  plebea,  e  che  prima  era  devoluto  ai  soli  patrizj,  si  compose  dì 
un  numero  eguale  di  patrizj  e  di  plebei  (vedi  Buché-Lecleec,  Les  Pontifes  de  Van- 
cienne  Some). 

^^  La,  gens  era  una  riunione  di  famiglie  uscite  dal  medesimo  ceppo,  e  quindi  congiunte 
per  legami  di  sangue.  Talvolta  una  medesima  gens  poteva  raccogliere  famiglie  patrizie 
e  famiglie  plebee  insieme,  come  era  il  caso  della  gente  Claudia.  L'oligarchia  romana 
odiava  principalmente  gli  uomini  di  nascita  indipendente  ed  onorevole,  che  si  sentivano 
pari  dei  nobili.  Per  difendersi  da  questo  minaccioso  mezzo  ceto,  ella  cercavasi  alleati 
nel  basso  popolo,  che  poteva  trattare  come  protetti. 


IL   PATRIZIATO  MILANESE.  129 


Repubblica  cedeva  allora  il  posto  al  despotismo  democratico  degli 
imperatori  che  il  patrizio  Bruto  tentò  spezzare  al  suo  nascere,  a 
profitto  dell'oligarchia  repubblicana;  dispotismo  che  doveva,  ora 
imperversando  nelle  mani  di  scellerati  autocrati,  ora  felicitando  i 
popoli  soggetti,  assunto  come  era  da  filosofi  ed  eroi,  reggersi  per 
secoli,  finché  crollava  con  immenso  scroscio  sulle  rovine  del  mondo 
pagano,  abbattuto  dai  Barbari  e  dalla  Chiesa. 

Fra  le  prerogative  di  semplice  apparato  a  cui  non  vollero  mai 
rinunziare  i  padroni  del  Campidoglio  repubblicano,  fu  quella  della 
sedia  curule;  prerogativa  che,  dopo  tanti  secoli  e  tante  avventure, 
conservano  ancora  oggidì,  come  un  diritto,  alcune  fra  le  più  grandi 
famiglie  romane,  trasformata  nella  distinzione  di  tenere  un  seg- 
gio sormontato  da  un  maestoso  baldacchino  a  foggia  di  trono, 
nelle  anticamere  dei  loro  palagi  (diritto  al  baldacchino). 

Nel  settimo  secolo  dell'era  volgare,  la  cittadinanza  di  Roma  era 
costituita  da  tre  grandi  classi:  clero,  esercito,  popolo.  Questi  tre 
ordini  prendevano  tutti  parte  all'  elezione  del  papa.  L' esercito  rap- 
presentava la  classe  dei  ricchi:  i  nobili  militavano  a  cavallo,  for- 
mando una  specie  di  aristocrazia  cavalleresca;  i  cittadini  agiati 
servivano  nella  fanteria.  Questi  ottimati  dell'esercito,  insieme  coi 
Judices,  ossia  giudici  civili,  costituivano  la  nobiltà  romana.  In  quel 
torno  spegnevansi  molte  antiche  famiglie,  ed  '  al  loro  posto  suben- 
travano le  bisantine,  accanto  alle  quali  vivevano  i  pronipoti  de'  no- 
bili goti,  oramai  addestrati  .a  tutte  le  finezze  delle  costumanze  la- 
tine.^^  Da  un  placito  romano  del4febbrajo  901,  in  cui  sono  registrati 
i  nomi  de'  più  illustri  primati  di  Roma,  detti  Judices  ed  onorati  dei 
titoli  sia  di  Consoìes,  sia  di  Duces,  si  può  dedurre  nessuno  di  loro 
si  appelli  con  nome  germanico.  Scorrevano  pochi  anni  che  un  Al- 
berico, figlio  della  Marozia,  ^*^  fortificatosi  con  alcune  masnade  nel 
mausoleo  d'Augusto,  impadronivasi  insidiosamente  del  supremo  po- 
tere, intitolandosi  Princeps  atque  Senator  omnium  romanorum;  ed 
impiantava  una  repubblica  di  nobili,  primo  sintomo  di  quella  te- 
nace prevalenza  che  questi  dovevano  avere  mai  sempre  sui  destini 
dell'eterna  città. 

I  monarchi  dispotici  furono  costantemente  i  più  accerrimi  ne- 


3^  Gregorovius,  Storia  della  città  di  Rmna. 

*°  Da  questo  Alberico  vuoisi  discenda  la  famiglia  de'  Colonna. 


130  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

mici  di  una  aristocrazia  indipendente  e  fiera.  Senza  dire  degli  im- 
peratori romani,  che  fiaccarono  con  crudele  insistenza  il  patriziato 
repubblicano  in  Roma,  citeremo  Luigi  XI  di  Francia  e  i  suoi  suc- 
cessori, i  quali,  come  tutti  sanno,  seguendo  la  politica  iniziata  da 
Filippo  Augusto  e  da  san  Luigi,  fecero  sforzi  inauditi  per  depri- 
merla, a  tutto  benefizio  della  loro  autorità  illimitata.  Richelieu, 
incoraggiando  la  nobiltà  di  toga,  uscita  dalla  borghesia,  riusciva 
a  trasformare  completamente  indomiti  baroni  in  compiacenti  e 
briosi  cortigiani  da  popolare  lussureggianti  roggie  —  tutto  quel 
nugolo  di  gentiluomini  che  si  aggiravano  attorno  all'  idolo  di  Ver- 
sailles e  costituivano  la  Corte  —  ripagandoli  della  loro  condiscen- 
denza con  donativi,  e  con  titoli  che,  prodigati  per  graziosa  con- 
cessione sovrana,  perdono  ogni  significato.  Il  Vico  ^^  sembra  rim- 
piangere non  vi  fossero,  a' suoi  giorni,  se  non  cinque  Stati  retti  da 
aristocrazie  pure:  Venezia,  Genova,  Lucca,  in  Italia;  Ragusa,  in 
Dalmazia;  Norimberga,  in  Germania;  giacché,  egli  pensa,  quella 
essere  la  forma  ultima  degli  Stati  civili.  Jamblico  afferma  che  il 
principio  della  politica  del  sublime  Pitagora  era  il  seguente:  non 
essere  per  uno  Stato  peggiore  malanno  dell'anarchia,  né  per  scon- 
giurarla trovarsi  mezzo  più  acconcio  del  pendere  verso  una  mo- 
derata aristocrazia.  Anche  lo  Spinoza  ^^  ebbe  analoghe  predile- 
zioni, ancor  più  accentuate.  Vorrebbe  una  aristocrazia  ereditaria^ 
conservante  il  potere  nelle  sue  mani,  patto  però  i  patrizj  non  ot- 
tengano questo  privilegio  per  legge  espressa,  ma  quasi  per  tacita 
consuetudine^  e  non  siano  esclusi  gli  altri  cittadini,  quando  non 
esercitino  professioni  servili,  né  sieno  venditori  di  vino  e  di  birra. 
Ma  il  mondo  camminò  di  molto  sopra  una  via  che  non  è  quella 
intravveduta  da  quei  sommi.  Un  filosofo  vivente,  il  Vera,*^  le  cui 
aspirazioni  sono  più  all'  unisono  con  quelle  della  maggioranza  de- 
gli uomini  del  nostro  tempo,  pensa  con  Hegel,  che  la  monarchia 
rappresentativa  sia  la  forma  di  governo  la  più  perfetta  e  la  più 
razionale,  giacché  essa  riunisce  e  concilia  "  nel  suo  seno  i  tre 
elementi:  il  monarchico,  l'aristocratico  e  il  democratico.  „  Certo 
che  in  una  società  in  cui,  finita  com'è  la  reazione,  sono  possibili, 


^  '  Scienza  nuova,  voi.  IL 

^2  Trattato  ^politico. 

^'  Introduzione  aVa  Filosofia  della  Storia. 


# 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  131 


in  tutte  cose,  le  forme  più  disparate,  lo  opinioni  le  più  opposte 
—  in  cui  tutti  sfringuellano  di  eguaglianza,  ma  tutti  "  come  un 
sol  uomo  „  vanno  a  caccia  di  decorazioni  —  in  cui  domina  un 
eclettismo  non  mai  prima  visto,  in  politica  come  in  arte,  si  può 
ammettere  che  il  patriziato,  anche  ridotto,  com'è,  ad  una  remi- 
niscenza, ad  un'ombra,  abbia  un  compito  da  adempiere.  Il  po- 
polo, sia  pure  il  più  francamente  democratico,  in  date  circostanze 
dimentica  i  vecchi  lagni,  e  sente  il  bisogno  di  rivolgersi  agli  in- 
dividui di  certe  famiglie,  identificate  cogli  interessi  e  col  lustro 
della  patria,  ben  note  per  proverbiale  onestà;  ai  quali  certe  sfu- 
mature che  non  si  imparano  alla  scuola,  danno  particolari  attitu- 
dini; ed  una  educazione  superiore  farebbe  supporre  accarezzino 
un  ideale  più  perfetto  della  umana  società,  a  cui  si  sforzerebbero 
di  conformare  le  proprie  azioni,  animandosi  di  aspirazioni  costanti, 
feconde,  al  buono,  al  bello,  all'utile.  Lo  splendore  della  posizione, 
le  tradizioni  gloriose,  la  innata  cortesia  del  tratto  e  il  dignitoso 
contegno,  possono  essere  arra  della  fermezza,  zelo,  affabilità  con 
cui  serviranno  ancora  quel  paese,  dai  loro  maggiori  già  tante  volte 
illustrato  colla  spada  e  colla  toga.  L'idea  di  affidare  le  proprie 
sorti  a  cittadini,  i  quali,  oltre  ai  meriti  dell'ingegno,  porgano  altre 
serie  garanzie  di  affezione  per  la  loro  terra  natale,  è  antichissima. 
Ad  Atene  non  si  diveniva  generale  od  oratore  senza  essere  pro- 
prietario 0  capo  di  famiglia,  ed  il  discendere  da  illustre  prosapia 
esercitava  tal  fascino  sulle  moltitudini,  che  alcuni  cittadini  si  fab- 
bricavano false  genealogica^  Non  parlo  della  moderna  Inghilterra, 
in  cui  senza  ricchezza  uno  non  ha  neppure  la  speranza  di  farsi 
ascoltare  dal  proprio  simile. 

La  maturità  dei  tempi  eguagliò  molte  disparità,  e  l'ideale  in- 
travveduto  da  alcuni  fra  i  moderni  pensatori  sarà  forse  in  parte 
attuato,  almeno  per  quanto  lo  permetterà  la  umana  natura,  mae- 
stra incorreggibile  nell' inventare  distinzioni  e  gerarchie;  però,  ac- 
canto al  democratico  Alcibiade,  si  troverà  sempre  un  aristocratico 
Socrate.  Non  giova  dissimularlo,  i  popoli  che  amano  vivere  della 
vita  avventurosa  della  libertà,  ^potranno  difficilmente  schivare  i 
Mario  ed  i  Siila;  solo  la  tirannide,  a  costo  di  bruciar  Koma  o  Pa- 
rigi, vuole  tutti  inesorabilmente  depressi  al  medesimo  livello,  si 
appelli  essa  Nerone  o  si  intitoli  la  Comune. 


Scoliaste  d' Aristofane. 


132  IL  PATRIZIATO   MILANESE. 


La  parola  ottimate,  spogliata  da  ogni  gingillo  e  ridotta  al  suo 
più  intimo  significato,  indicherebbe  quella  persona  che  possegga 
una  qualche  importante  estensione  del  suolo  su  cui  un  popolo  vive, 
e,  nei  paesi  molto  inciviliti,  chi  raccoglie  grandi  capitali;  in  ul- 
tima analisi,  chiunque  stringa  degnamente  nelle  mani  una  fra- 
zione di  potere.  Le  famiglie  che  hanno  vasti  possessi  territoriali 
e  comandarono  pel  corso  di  lunghe  generazioni,  completando  l'o- 
pera loro  coir  accettare  coraggiosamente  tutte  le  conseguenze  di 
abnegazione  e  di  sagrificio  inerenti  al  loro  eccelso  destino,  acqui- 
staronsi  celebrità  sì  che,  anche  tramontando,  conservano  per  un 
lasso  di  tempo  come  un  riflesso  della  passata  grandezza.  D'  altra 
parte,  quegli  che  possiede  o  comanda  per  fatto  recente,  non  ha 
ancora  il  prestigio  che  eleva  un  casato.  Cogli  anni  gli  ottimati,  i 
quali  non  seppero  rinnovare  la  propria  fama  con  nuove  gesta  e 
rifare  le  esauste  finanze,  rientrarono  poco  a  poco  modestamente 
neir  umile  folla  senza  nome,  o,  al  più,  rimase  loro  una  vana  glo- 
riola, riassunta  in  un  titolo,  basata,  se  si  vuole,  sopra  una  pura 
immaginazione,  ma  che,  se  non  altro,  può  ricordare  ai  presenti 
che  salgono  trionfanti  la  ruota  della  fortuna,  1'  antico  splendore 
dei  caduti.  Qualcuno  potrebbe  anche  vedere  nella  nobiltà,  o,  per 
meglio  dire,  in  quella  specie  di  miraggio  di  cosa  che  fu,  sempre 
fatta  astrazione  dagli  arzigogoli  araldici,  una  preclara  posizione  so- 
ciale ereditaria,  libero  a  ciascheduno  di  guadagnarsela  con  virtù 
propria,  nello  stesso  modo  che  si  accumulano  ricchezze.  Colui  che 
riceve  dal  padre  un  nome  altamente  stimato,  e  sa  mantenerlo  in- 
temerato 0  riesce  a  viepiù  illustrarlo,  fa  il  lavoro  di  chi  accresca 
l'avito  patrimonio  con  saggia  amministrazione.  Nello  stesso  modo 
che  il  capitale  è  forza,  sarebbe  stoltezza  il  non  riconoscere  in  un 
nome  egregio  un  piedestallo  che  ti -innalza  al  disopra  del  basso  fondo 
in  cui  si  dibatte  incompreso  chi  nulla  ebbe  dalla  nascita.  Il  Pa- 
nni, in  un  acre  dialogo  sulla  nobiltà^  non  scevro  di  triviali  luoghi 
comuni^  da  cui  traboccano  le  impazienze  astiose  tormentanti  la  cre- 
sciuta borghesia  del  secolo  decimottavo,  alla  vigilia  della  rivolu- 
zione; impazienze  suscitate  dalla  superiorità  umiliante  de'patrizj, 
la  quale  non  aveva  realmente  più  ragione  di  essere,  esce  nonper- 
tanto con  queste  parole:  ^'  Se  la  nobiltà  è  congiunta  colla  virtù, 
avviene  di  questa  come  dell'  antiche  medaglie,  che,  quantunque 
la  loro  patina  non  renda  intrinsecamente  più  prezioso  il  metallo 


4 


IL  PATRIZIATO   MILANESE.  133 

onde  sono  composte,  né  migliore  il  disegno  onde  sono  improntate; 
nondimeno,  per  una  opinione  di  chi  se  ne  diletta,  riescono  pur 
care  e  pregiate  „. 

Quasi  tutti  i  popoli  primeggianti  nelle  storie  immaginarono  espe- 
dienti artificiali  per  conservare  sempre  nelle  stesse  mani  l'autorità 
moderatrice.  Eicorderemo  a  questo  proposito  una  legge  dell'antica 
Repubblica  di  Locri  in  Italia,  la  quale,  per  rendere  le  ricchezze 
permanenti  nelle  famiglie  privilegiate,  vietava  ai  cittadini  di  ven- 
dere i  loro  beni  se  non  costretti  da  disastri  domestici.  Il  popolo 
britanno  continua  felicemente  la  prova  colla  ^ua  grande  aristo- 
crazia politica  e  territoriale,  invitando  continuamente  a  rinvigorirla 
tutte  le  forze  vive  della  nazione,  senza  affibbiare  a  nessuno  la 
terribile  parola  di  parvenu ,  che  non  registra  nemmeno  nel  suo  vo- 
cabolario; altri  popoli,  all'incontro,  non  riuscirono  che  a  mezzo, 
od  a  scapito  della  loro  prosperità. 

Senonchè,  in  una  società  definitivamente  costituita,  come  è  la 
nostra,  la  creazione  di  nuove  gigantesche  famiglie,  pari  a  quelle 
che  empirono  di  loro  fama  il  mondo  nei  tempi  andati,  diviene  fatto 
straordinariamente  raro.  La  moderna  civiltà  sconsiglia  con  ogni 
sua  possa  quei  rivolgimenti  politici  necessarj  alla  loro  formazione, 
indispensabili  ad  un  colossale  sviluppo.  L'ultima  gran  dinastia  che 
sorgesse,  quella  dei  Buonaparte  (alla  quale  si  possono  aggiungere 
i  satelliti  che  si  aggiravano  attorno  all'astro  maggiore  :  i  Beauhar- 
nais  di  Leuchtenberg,  i  Murat,  i  Bernadette,  i  Berthier,  ecc.),  fu 
figlia  della  rivoluzione  francese.  Alla  famiglia  si  sostituì  l'indi- 
viduo co'  suoi  meriti  e  la  sua  forza  personale  ;  alla  flessuosa  agilità 
patrizia  fa  concorrenza  la  tronfia  presunzione  borghese;  né  più  si 
tiene  conto  di  distinzioni  sociali  portate  dalla  nascita,  non  sem- 
pre equivalenti  a  intrinseca  perfezione;  ma  piucché  mai  si  stima 
anima  nobilissima . quella  di  chi,  scevro  di  mondana  volgarità  e 
dotato  di  genio  sovrano,  sappia,  sollevandosi  da  questo  nostro  am- 
biente, tutto  ingombro  di  fenomeni,  far  balenare  agli  occhi  della 
attonita  umanità  un  raggio  del  sempiterno  vero,  e  rendersi  degno 
dei  semidei  dell'  idealismo  :  Platone,  Dante,  Raffaello,  Michelangelo, 
Mozart ... 


Arch.  Sfor.  Lomb.  —  An.  I. 


134  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 


IH. 


ORIGINE  DELLE  FAMIGLIE  MAGNATIZIE  DI  MILANO  —  CITTADINI  PATRIZI 
CAVALIERI   PATRIZI  —  MORE  NOBILIUM. 

Non  è  facile  lo  stabilire  le  origini  delle  famiglie  die  pretende- 
vano al  patriziato  milanese,  tanto  la  questione  è  complessa,  in- 
tralciata; solo  seguendo  attentamente  la  storia  del  nostro  paese 
si  potrebbe  scoprire  un  filo  che  ci  guidi  di  mezzo  alla  incalzante 
molteplicità  degli  eventi,  per  fissare  qualcosa  che  somigli  ad  una 
teoria.  È  però  da  ritenersi  che  esse,  nella  gran  maggioranza,  non 
rappresentavano  il  popolo  conquistatore  a  fronte  del  conquistato. 
Il  lavorio  lento,  incessante,  pertinace  delle  famiglie  uscite  dalla 
plebe  per  guadagnare  terreno,  ed  infiltrarsi  mano  mano  ai  fianchi 
dei  vetusti  casati  del  diritto  divino,  dividerne  le  sorti,  apprenderne, 
per  così  dire,  il  genio  ;  infine ,  per  collocarsi  all'  identico  posto  di 
quelle  che  eventualmente  scomparivano  dalla  scena,  confuse  siffat- 
tamente gli  svariati  punti  di  partenza,  che  questi  finirono  per  ca- 
dere in  completo  oblio,  non  rimanendo,  in  molti  casi,  se  non  tra- 
dizioni incerte,  portentose  leggende  ed  ampollose  fiabe,  spacciate 
dai  genealogisti  di  professione  dei  secoli  decimosettimo  e  decimo t- 
tavo,  piaggiatori  di  ambizioni  smodate;  i  quali  non  indietreggia- 
vano nemmeno  dinanzi  alle  eventualità  di  far  discendere  i  con- 
cittadini del  Pecenna  dagli  eroi  d'Omero. 

Alcune  rare  famiglie  stimavansi,  con  qualche  apparenza  di  ve- 
rità, avanzi  del  patriziato  latino,  usciti  miracolosamente  incolumi 
dagli  eccidj  longobardici,  di  cui  la  loro  casta  fu  vittima  predesti- 
nata, come  lo  dinoterebbe  il  cognome  conservato  traverso  tante 
peripezie;  altre  provarono  di  procedere  dai  capi  longobardi  e 
franchi  ^^^  dai  grandi  feudatarj,  dipendenti  direttamente  da  re 
0  imperatori  (duchi,  marchesi,  conti,  arcivescovi,  vescovi,  abati) 


*  Carlomagno,  sostituendo  i  conti  ai  duchi  dei  Longobardi,  concesse  loro  delle  terre 
(béneficj  e  feudi).  Altre  concessioni  fece  ai  guerrieri  che  l'avevano  accompagnato  al  di 
qua  delle  Alpi,  ed  ai  Romani  che  avevano  saputo  guadagnarsi  il  suo  favore.  (Boulliee.) 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  135 

—  dai  capitanei,  loro  vassalli^  (i  baroni)  —  dai  valvassori,  vas- 
salli dei  secondi.  Questi  poi,  non  esclusi  i  più  potenti,  quando 
lasciarono  i  castelli  signoreschi  per  farsi  cittadini  di  Milano ,  ac- 
colsero nel  loro  consorzio  la  nobiltà  popolana,  formatasi  in  seno 
alla  città  colle  magistrature,  col  commercio,  colle  industrie.^  Con 
mezzi  analoghi,  nei  tempi  successivi,  gran  numero  di  famiglie,  de- 
rivanti dagli  ordini  popolareschi,  crebbero  a  formidabile  potenza, 
illustraronsi  colle  armi,  ma  specialmente  colla  scienza,  colle  arti, 
col  coprire  cariche  comunali,  con  civili  virtù;  acquistarono  feudi 
e  titoli,  fino  a  superare  in  splendore  quelle  di  origine  castellana. 
Schieransi  per  ultimo  numerose  famiglie,  tanto  cittadine  che  ve- 
nute dalla  campagna,  le  quali  ottennero  lettere  di  nobiltà,  per 
favore  o  con  grossi  sagrificj  pecuniarj,  dai  tanti  prìncipi  che  do- 
minarono la  Lombardia,  il  più  delle  volte  senza  altro  merito  che 
i  sùbiti  guadagni  ed  una  devozione  cieca  pel  loro  signore.  Soventi 
avveniva  che  una  famiglia  ricca,  comperando  feudi  e  latifondi,  a 
cui  andavano  annessi  titoli  nobiliari,  ottenesse  facilmente  l'inve- 
stitura dal  sovrano.  Notiamo  però  che  la  massima  parte  di  tai 
feudi  furono  concessi  di  seconda  mano ,  dai  duchi ,  vassalli  del- 
l' imperatore  ,  o  da  potentati  esteri ,  nella  loro  qualità  di  duchi 
di  Milano;  pochissimi  potevano  vantarsi  feudatarj  imperiali.  Fu 
principalmente  nel  corso  del  secolo  decimosettimo  che  crebbe  a 
dismisura  la  smania  di  possedere  feudi ,  con  tutte  le  antiquate 
prerogative  di  prepotenza;  quasi  si  volesse  rifare  il  medio-evo 
con  insulsa  parodia.  Il  governo  animava  tali  tendenze  per  far 
quattrini,  di  cui  provava  estrema  penuria,  nonostante  i  crescenti 
balzelli.  A  ogni  tratto  mettevansi  in  vendita  al  Broletto  nuovi  te- 
nimenti  feudali ,  con  estesi  diritti  di  giurisdizione ,  propria  sol- 
datesca, proventi  di  dazj,  e,  per  soprammercato,  il  vantaggio, 


2  Vivono  ancora  (o  sono  appena  spente)  le  famiglie  dei  Capitanei  d'Arzago,  dei  Capi- 
tanei di  Settala,  dei  Capitanei  di  Landriano,  dei  Capitanei  di  Scalve,  dei  Capitanei  di 
Vimercate,  dei  Capitanei  di  Arconate,  ecc. 

'  Il  Giulini  cita  un  Romedeo,  vissuto  nel  988,  che,  essendo  giudice,  dignità  allora  assai 
illustre,  non  isdegnava  chiamarsi  figliuolo  di  negozianti,  ciò  che  prova,  aggiunge  lo  sto- 
rico milanese,  «quale  stima  allora  si  facesse  de'  negozianti  di  Milano.  »  Più  tardi  (1029^ 
lo  stesso  Giulini  osserva,  che  personaggi  preclari,  e  fra  altri  il  padre  dell'arcivescovo 
Ariberto,  possessori  di  terre,  esercitavano  l'oreficeria,  e  rimarca  eolla  sua  solita  fran- 
chezza: «  così  pensavano  quei  nostri  buoni  vecchi,  i  quali  non  facevano  consistere  la 
nobiltà  nell'avere  bianche  e  morbide  le  mani.  »  (Voi.  Ili,  pag.  228.) 


136  IL    PATRIZIATO  MILANESE. 

allora  assai  ambito,  di  buscarsi  di  balzo  un  bravo  titolo  di  mar- 
chese 0  di  conte.  Qualcuno  ricuperava  feudi  antichissimamente  ap- 
partenuti alla  propria  famiglia  ;  i  più,  invece,  gente  senza  passato, 
vedevano  in  tali  contratti  una  scorciatoia  spiccia  per  impancarsi 
addirittura,  e  con  poca  fatica,  coli' alta  nobiltà,  vale  a  dire,  con 
"  quelli  che  hanno  sempre  ragione.  „ 

A  Milano  non  esisteva  un  libro  d'oro,  paragonabile  a  quelli  delle 
oligarchie  aristocratiche  di  Venezia,  Genova,*  Lucca;  ma  si  aveva 
una  matricola  delle  famiglie  nobili  milanesi  (circa  duecento),  fatta 
compilare  dall'arcivescovo  Ottone  Visconti,  quando,  in  nome  di 
quelle,  strinse  nelle  sue  mani  i  due  poteri,  il  religioso  ed  il  tem- 
porale ;  matricola  dalla  quale,  per  1'  avvenire,  ristorando  antichi 
usi,  dimenticati  durante  il  governo  popolare,  non  si  doveva  pre- 
scindere nella  scelta  dei  canonici  ordinarj  della  metropolitana 
(detti  anche  cardinali  della  Chiesa  milanese).  Il  Giulini  (par- 
te Vili,  pag.  313)  riporta  quel  documento;  al  qual  proposito  mi 
permetto  di  osservare,  che  avvi  contraddizione  quando  affermasi 
che  detta  matricola  sia  stata  rogata  per  ordine  di  Ottone  Visconti 
il  giorno  20  aprile  1377  dal  notajo  Marco  de  Ciochis  (Matricula 
Nobilium  Familiarum  Mediolani  rogata  de  anno  1377,  sub  die 
20  Aprilis  per  Dominum  Marchum  De  Ciochis  Mediolani  Nota- 
rium,  et  Curise  Archiepiscopalis  Mediolani  Cancellarium),  mentre 
questo  atto,  come  lo  attesta  la  data,  non  poteva  evidentemente 
essere  steso  se  non  cento  anni  dopo  l'epoca  di  Ottone,  ricopian- 
dosi probabilmente,  con  pochissime  variazioni,  l'elenco  del  famoso 


^  li' Albergo  genovese  aveva  qualche  analogia  colla  Gens  romana.  —  La  più  antica 
lista  dei  nobili  alberghi  di  Genova  (riportata  dallo  storico  Serra)  è  del  secolo  XV,  e 
comprende  trentacinque  nomi  :  de  Cattaneis  —  Venti  —  de  Mari  —  de  Serra  —  Cicala 
—  Vivaldi  —  Ususmaris  —  Gentiles  —  de  Eliseo  (Fieschi)  —  de  Stragum  —  de  Sal- 
vagis  —  Lecaveli  —  di  Carmandino  —  de  Ritulario  —  de  Auria  (Boria  che,  colla 
eredità  Panphily,  si  trasformarono  in  prìncipi  romani)  —  Imperiales  —  Lomellini  — 
de  Nigro  —  Nigroni  —  Centurioni  —  de  Campionibus  —  de  Columnis  —  de  Marinis 
(Tomaso  si  tramutò  a  Milano  nel  1525,  dove  fece  erigere  il  famoso  palazzo  detto  Ma- 
rini) —  Lercari  —  Italiani  —  Grimaldi  —  Pinelli  —  Marchiones  —  Pausani  —  de  Cam- 
mina —  Squarciafichi  —  Grilli  —  G  alteri  —  de  Spinulis  —  Calvi  (l'unico  ramo  super- 
stite di  questa  famiglia  trasportavasi  in  Milano  nei  primi  anni  del  secolo  XVIII,  e  porta 
l'antico  stemma  a  scacchi  argento-sabbia). 

I  patrizj  di  Genova  non  perdono  la  qualità  e  le  prerogative ,  ne  per  assenze ,  per 
quanto  prolungate,  ne  per  qualunque  altro  motivo  che  scemi  la  posizione  sociale  della 
famiglia. 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  137 


arcivescovo.  Tale  conclusione  risulterebbe  anche  da  altri  docu- 
menti deposti  nell'Archivio  civico;  né  saprei  come  spiegare  le  as- 
serzioni cronologicamente  impossibili  del  celebre  storico  milanese. 
Non  è  a  credersi  però  che  feudi  e  pomposi  titoli  araldici,  pro- 
digati precipuamente  dalla  Corte  di  Spagna,  conferissero  il  diritto 
di  venire  ascritti  fra  i  patrizj  municipali  di  Milano,  dai  quali  pren- 
de vansi  i  titolari  alle  cariche  onorifiche  della  città.  Il  patriziato 
cittadino  e  gli  onori  nobiliari  di  carattere  araldico,  erano  due  con- 
dizioni di  cose  di  natura  tutta  differente,  per  non  dire  opposta; 
poiché  il  primo  fu  sempre  di  competenza  esclusivamente  comunale, 
mentre  i  secondi  rappresentavano  diritti  rilevanti  o  dall'Impero, 
0,  più  spesso,  dai  prìncipi  suoi  vassalli,  che  ci  signoreggiarono  con 
vario  titolo;  insomma  era  il  Comune  in  faccia  al  Feudalismo. 

Per  gli  statuti  di  Milano  del  1396  non  ottenevasi  cittadinanza 
milanése  se  non  dopo  trent'anni  continui  di  dimora  in  città,  e  ne 
facevano  duopo  altri  sessanta  per  poter  essere  assunti  a  civiche  in- 
combenze (cittadini  patrizj)  —  esagerata  prudenza,  da  cui  si  passò 
all'eccesso  contrario,  sanzionandosi  il  controsenso  di  dare  in  mano  i 
nostri  più  cari  interessi,  e  i  più  esclusivi,  a  chi  arrivava  ieri  e  so  ne 
partirà  per  avventura  domani.  La  nobiltà  dei  natali  non  aveva  qui 
per  anco  nulla  a  che  fare.  —  Ora  esaminiamo  il  processo ,  pel 
quale,  gradi  a  gradi,  i  Cittadini  patrizj  si  trasformarono  in  Cava- 
lieri patrisj^  e  furono  tenuti,  prima  a  dare  prove  precise,  attestanti 
qualche  requisito  in  senso  aristocratico  ;  da  ultimo  ad  acconten- 
tare la  pedanteria  sempre  più  schizzinosa  di  un  tribunale,  di  sua 
natura  propenso  alle  esclusioni  ed  alle  araldiche  sofisticherie. 

Anteriormente  all'anno  1583,  le  domande  d'ammissione  al  pa- 
triziato milanese  non  si  portavano  al  Consiglio  Generale,  ma  veni- 
vano spedite  dal  Tribunale  di  Provvisione.  Le  famiglie  limitavansi 
a  presentare  petizioni  per  essere  ammesse,  o  per  ottenere  attesta- 
zioni di  essere  state  ammesse,  alle  cariche  ed  onori  della  città  di 
Milano;  così  fecero: 

Nel  1519  la  famiglia  Dugnani  (di  antica  nobiltà). 

Nel  1567    le  famiglie  Rho  o   de   Raude,  Pozzobonelli  e  Se- 
regni  (tutte  di  antica  nobiltà). 

Nel  1569  la  famiglia  Mozzoni  (di  antica  nobiltà). 

Nel  1572  le  famiglie  Ferrano,   Perugia,   Casati  e   Gallarati 
(di  antica  nobiltà). 


138  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

Nel  1574  la  famiglia  Landriani  (di  antica  nobiltà). 

Nel  1576  la  famiglia  Fagnani  (di  antica  nobiltà). 

Nel  1577  le  famiglie  Scotti,  Bossi,  Kainoldi,  Pietrasanta 
(tutte  di  antica  nobiltà). 

Nel  1578  le  famiglie  Pagani  e  Calchi  (di  antica  nobiltà). 

Nel  1581  la  famiglia  Schiaffinati  (di  antica  nobiltà). 

Nello  stesso  anno  1581  fu,  addì  17  luglio,  dal  vicario  e  dai 
XII  di  provvisione,  rilasciata  patente  di  patriziato  alla  famiglia  Lodi 
0  de  Laude,  famiglia  che  già,  fino  dal  1340,  contava  parecchi  decu- 
rioni. (Esiste  in  atti  una  pergamena,  con  stemma  gentilizio  e  si- 
gillo.) 

Il  giorno  19  dicembre  dell'anno  1583  fondavasi  la  Congrega- 
zione degli  Ordini  della  Città,  espressamente  incaricata  di  mante- 
nere puro  da  ogni  intruso  il  patriziato.  Essa,  d'accordo  col  vica- 
rio e  coi  XII  di  provvisione,  doveva,  fra  le  altre  cose,  esaminare  i 
titoli  di  coloro  che  chiedevano  di  entrare  nelle  civiche  cariche,  e 
pronunciare  sul  loro  rispettivo  valore  ;  nel  caso  favorevole  al  can- 
didato ,  era  implicito  il  battesimo  di  patrizio  ;  ma  i  tempi  neregr 
gravano,  e  queste  precauzioni  non  bastavano  più.  Un'ordinanza 
del  Consiglio  Generale,  emanata  il  di  5  marzo  1652,  prescriveva 
che  si  escludessero  dalle  cariche  decurionali  gì'  investiti  che  man- 
cassero dei  necessarj  requisiti  di  nascita  (nobiltà  almeno  negativa) 
e  di  cittadinanza,  requisiti  dichiarati,  d'  allora  in  poi,  rigorosa- 
mente indispensabili,  comprèndendo  fra  questi*anche  la  centenaria 
abitazione  in.  Milano  o  suo  ducato.  Tale  ordinanza  veniva  con 
molta  energia  riconfermata,  e  raccomandata  con  calorose  parole 
nella  cameretta  del  giorno  30  dicembre  1672,  in  modo  che  diven- 
tava articolo  di  fede. 

Le  petizioni  più  antiche  per  ottenere,  in  piena  forma,  il  mila- 
nese patriziato,  sono  le  seguenti: 

Della  famiglia  Menriquez  o  Menrichi  —  del  17  febbrajo  1651 
—  accolta  favorevolmente  solo  il  19  dicembre  1659. 

Di  un  Salvadorino  —  del  30  dicembre  1652  —  respinta. 

Di  Uberto  dall'Orto  —  del  16  novembre  1654  —  ammessa. 

Un  decreto  del  Consiglio  Generale,  del  31  gennajo  1681,  contempla 

la  proposta  dei  signori  Conservatori  degli  Ordini,  di  prendere  per 

norma,  nella  scelta  degli  individui  ai  quali  dovevansi  affidare  le 

cariche  decurionali  (il  che  equivaleva  al  conferimento  del  patri- 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  139 

ziato)  la  matricola  di  Ottone  Visconti,  riveduta  nel  1377;  ma  pare 
trovasse  una  naturale  opposizione  da  parte  di  coloro  il  cui  nome 
non  figurava  in  quell'elenco,  e  non  venisse  riprodotta  che  tren- 
tasette anni  doJ)o,  con  alcune  modificazioni.  Da  questi  anni  —  ma 
con  insistenza  maggiore  nel  seguente  secolo  —  chi  si  riputava  for- 
nito di  tutti  gli  estremi  che  lo  spirito  dei  tempi  andava  sublimando 
—  e  innanzi  tratto  era  in  grado  di  certificare  la  centenaria  abita- 
zione^ non  mai  interrotta  da  dieci  anni  consecutivi  di  assenza,  nella 
città  di  Milano  o  suo  ducato,  —  presentava  istanza  al  Consiglio 
Generale,  il  quale  trasmettevala  ai  Conservatori  degli  Ordini.  Co- 
storo, assistiti  dal  regio  luogotenente,  sotto  la  presidenza  del  vi- 
cario di  provvisione,  riuniti  a  consiglio,  avevano  potere  di  am- 
mettere per  scrutinio  il  postulante,  quando  fosse  giudicato  degno, 
agli  onori,  prerogative^  cariche  competenti  ai  nobili  patrizj  di  questa 
città  di  Milano,^  e  ne  registravano  poi  la  famiglia  nell'albo,  che 
rincora  si  conserva  nel  civico  Archivio — libro  d'oro  sempre  aperto 
alle  cospicue  casate. 

Comprende  duecentonovantaquattro  famiglie,^  alle  quali  furono 


°  Ecco  la  formola  con  cui  fu  ammesso  al  patriziato  il  marchese  Giovanni  Saverio 
Beccaria,  padre  del  criminalista  Cesare,  formola  che  si  ripete  presso  a  poco  per  tutti 
gli  altri  casi  consimili: 

«  Milano  1759,  21  dicembre. 

«  Congregati  li  S.  S.  conte  don  Francesco  d'Adda,  Vicario  di  Provvisione,  marchese 
don  Giovanni  Giorgio  Pio  Pallavicino  Trivulzio,  marchese  don  Alberto  Visconti,  conte 
<ion  Luigi  Trotti,  Conservatori  degli  Ordini  della  Ecc.ma  Città  di  Milano.  Coli'  assistenza 
del  signor  Kegio  Luogotenente  don  Alessandro  Ottolino,  il  detto  signor  Regio  Luogo- 
tenente riferì  l' istanza  fatta  dal  signor  marchese  don  Gian  Saverio  Beccaria  Bonesana 
per  essere  ammesso  agli  onori  e  cariche  competenti  ai  Cavalieri  Patrizj,  rimessa  alli 
detti  signori  Conservatori  degli  Ordini,  dall' Eccellentisrimo  Generale  Consiglio,  con  de- 
creto 26  maggio  1756,  qual  è  il  seguente,  etc. 

«  Espose  in  seguito  le  risultanze  dei  ricapiti  e  scritture  dal  detto  signor  marchese 
don  Gian  Saverio  Beccaria  Bonesana  esibite,  ed  annunziate  nell'atto  della  sua  compa- 
rizione. Ed  esaminate  maturamente  dalli  signori  Congregati  le  preaccennate  scritture, 
presi  dal  signor  conte  Vicario  li  voti; 

«  Fu  conosciuto  essere  pienamente  giustificati  li  requisiti,  e  però  determinato  che  si 
admetta  il  detto  signor  marchese  don  Giovanni  Saverio  Beccaria  agli  onori,  posti,  di- 
gnità e  prerogative  che  sogliono  godere  le  altre  famiglie  patrizie  di  questa  metropoli.  > 
{Arch.  Civ.) 

•5  «  Elenco  delle  attuali  nobili  famiglie  patrizie  milanesi,  rassegnato  dall'  Ecc.™»  Città 
di  Milano  all'Eccelso  Tribunale  araldico,  in  esecuzione  dell'editto  di  Governo  del  dì 
20  novembre  1769,  successivamente  aumentato.  »  {Arch.  Civ.)  —  In  questo  elenco  man- 
cano i  nomi  di  quelle  famiglie  che  cessarono  di  appartenere  al  patriziato,  sia  per  estin- 
zione, sia  per  essersene  rese  indegne. 


140  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

aggiunte  altre  quattro  non  inscritte  nel  documento  ufficiale  (Vi- 
smara  da  Legnano,  Perabò,  barone  Giovanni  Maria  Visconti,  e^ 
per  ultimo,  i  conti  Gambarana,  accettati  il  4  gennajo  1793).  Della 
massima  parte  di  esse,  esistono  nelle  cartelle  del  detto  Archivio 
(araldica)  gli  incartamenti  colle  domande  documentate  di  ammis- 
sione, nonché  i  rispettivi  decreti  evasivi  emanati  dalla  summen- 
zionata Congregazione.  La  premura  con  cui  moltissime  famiglie, 
fregiate  di  egregi  titoli  araldici  e  rinfiancate  da  numerosi  quarti^ 
invocano  di  entrare  nel  patriziato,  si  spiega  quando  si  considerino 
i  molteplici  vantaggi  inerenti  a  quella  posizione  —  principale  quella 
di  poter  «ssere  investiti  dei  così  detti  onori  della  città,  —  e  ci 
prova  insieme  in  quanta  stima  fosse  tenuto  quel  corpo  illustre 
dai  proprj   concittadini. 

Per  comprendere  veramente  il  senso  intimo  del  milanese  patri- 
ziato, il  cui  punto  di  partenza  erano  le  dignità  municipali,  bisogna 
rimontare  indietro,  e  compendiare  in  pochi  tratti  la  storia  del  no- 
stro regime  comunale.  Anticamente,  col  popolare  dominio,  l'As- 
semblea sovrana  della  Repubblica,  che  in  appresso  si  chiamò  Con- 
siglio Generale,  e  in  tempi  a  noi  vicini,  quando  fu  ridotta  ad  un 
potere  puramente  amministrativo.  Consiglio  Comunale  —  non  co- 
nosceva restrizioni;  qualunque  individuo,  senza  eccezione,  poteva 
prendere  posto  nel  teatro  ove  radunavansi  i  cittadini  per  trattare 
degli  affari  del  Comune,  quando  il  suono  delle  campane  e  il  clanger 
delle  trombe  li  convocasse.  Più  tardi  i  membri  furono  portati  a 
novecento,  in  ragione  di  centocinquanta  per  ciascuna  delle  sei 
porte  o  rioni  della  città,  e  potevano  esser  tolti  da  ogni  ordine  di 
persone,  compresi  gli  esercenti  un  mestiere.  In  alcuni  degli  elenchi 
più  antichi  che  si  conservino  nel  civico  Archivio,  in  quelli,  cioè, 
dell'anno  1335  e  degl'anno  1340,  descrivonsi  tutti  i  componenti  il 
Consiglio,  senza  premetter  loro  il  titolo  di  Dominus,  segno  di  no- 
biltà. L'elenco  del  1388,  invece,  antepone  detto  titolo  ai  nomi  d{ 
tutte  quante  le  persone  inscritte.  Un  altro,  d'anno  incerto,  ac- 
corda il  Dominus  a  cinquantaquattro  individui,  dei  quali  quattro 
sono  inoltre  regalati  del  predicato  di  Miles;  ventitré  di  Jurispe- 
ritus;  ventisette  di  Magister,  Diciannove  hanno  la  qualifica  della 
loro  professione  od  arte  —  speziale  —  orefice  —  drappiere  — 
pellicciajo  —  vairaro  —  pattare  —  sarto  —  barbiere  —  falegna- 
me —  ferrajo  —  beccare,  e  simili.  Fra  i  ventisette  Magister,  uno 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  141 

porta  anche  la  qualifica  di  ferrarius;  un  secondo  è  detto  Magister 
legnanimus;  umili  antenati  di  futuri  boriosi  patrizi. 

Negli  statuti  municipali  di  Milano,  pubblicati  d'ordine  del  duca 
Gian  Galeazzo  Visconti  nell'anno  1396,  sonvi  due  paragrafi  riflet- 
tenti particolarmente  il  Consiglio  Generale.  L'  uno  dispone  che  i 
Consiglieri  vengano  eletti  dai  XII  di  Provvisione,  i  quali ,  a  tale 
scopo,  si  aggregheranno  quelle  persone  sapienti  che  ai  medesimi 
parrà  del  caso.  Il  Consiglio  si  comporrà  sempre  di  novecento  cit- 
tadini, fra  i  migliori,  i  più  ricchi  e  i  più  utili  della  città,  purché 
oltrepassino  l'età  di  venticinque  anni,  sieno  soggetti  alla  giurisdi- 
zione del  Comune  di  Milano,  e  vi  sostengano  il  peso  dei  carichi; 
esclusi  chierici  e  beneficiati.  Seggano  per  la  durata  di  un  anno,  ed 
anche  per  tempo  più  lungo,  in  altri  termini,  finché  non  si  rinnovi 
il  Consiglio.  Il  secondo  paragrafo  attribuisce  ai  giurisperiti  del 
Collegio  dei  Giudici  di  Milano  ed  ai  Militi  Adobati  il  diritto  di  es- 
sere membri  del  Consiglio  Generale,  in  aggiunta  ai  novecento  di 
prammatica. 

L'anno  1408  il  numero  dei  consiglieri  diminuivasi  fino  ai  set- 
tantadue, tutti  eletti  dal  duca,  in  ragione  di  dodici  per  porta. 
Dopo  l'assassinio  di  Giovanni  Maria  Visconti  (16  maggio  1412),  il 
suo  successore  Filippo  Maria,  con  decreto  17  giugno  di  quello  stesso 
anno,  ordinava  si  rintegrasse  il  numero  di  novecento,  i  quali  fos- 
sero nominati  direttamente  dal  vicario  e  dai  XII  di  provvisione,  con- 
sultate in  proposito  alcune  persone  saggio  di  loro  gradimento:  il 
duca,  quindi,  ne  sanzionava,  senza  altre  formalità,  l'elezione.  Nel- 
l'anno 1518  avvennero  altre  novità;  non  solo  i  consiglieri  furono 
ridotti  a  sessanta,  col  nome  di  decurioni,  ma  si  iniziò  la  consue- 
tudine di  osservare  alcune  norme  in  senso  restrittivo  nella  loro 
scelta.  Non  credo  però  fossero  ancora,  a  tutto  rigore,  richieste 
prove  autentiche  e  regolari  di  nobiltà.  Dalle  lettere  di  nomina 
non  risulta  troppo  chiaramente  per  quali  titoli  una  data  persona 
fosse  designata  per  entrare  in  quell'  eminente  consesso  ;  siffatte  let- 
tere —  che  non  vanno  più  in  là  dell'anno  1535  —  sono  dette  im- 
propriamente patenti,  e  consistono  in  semplici  comunicazioni,  senza 
preliminari  corrispondenze  di  sorta,  indirizzate  al  vicario  di  prov- 
visione, nelle  quali  esprimesi  qualmente  il  re  od  il  governatore 
abbiano  eletto  un  tale  personaggio  "  per  le  buone  di  lui  qualità, 
per  le  eccellenti  relazioni  avutene  sul  di  lui  conto,  per  essergli  stato 


142  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

raccomandato  come  capace  da  qualche  persona  autorevole  ;;,  e  per 
altre  consimili  ragioni,  senza  accennare  a  distinzioni  di  casta. 

Coir  andar  del  tempo,  prevalendo  sempre  più  il  sistema  spagnuo- 
lesco,  l'aristocrazia  stravinceva,  ed  arrogavasi  non  solo  di  fatto, 
ma  di  pieno  diritto,  l'indirizzo  della  società;  essendo  tutto  in  sua 
mano,  Sedia  arcivescoyile,  Senato,  Capitolo  Maggiore  della  Metro- 
politana, Collegio  dei  Giureconsulti,  non  poteva  permettere  rima- 
nessero sciolte  dalle  araldiche  pastoje  le  cariche  decurionali.  In 
conseguenza  di  che,  1'  anno  1652,  pur  transigendo  totalmente 
sulla  questione  delle  provenienze,  statuivasi,  come  vedemmo,  pel 
decurionato  fosse  obbligatoria  una  nobiltà  almeno  negativa,  nonché 
la  prova  della  centenaria  abitazione  in  Milano  o  suo  ducato,  in- 
somma la  qualità  di  cavaliere  patrizio.  Da  ciò  si  potrebbe  inferire 
che  decurione  e  patrizio  fossero  due  termini  che  camminassero  pa- 
ralleli e,  direi  quasi,  si  compenetrassero  in  un  identico  diritto.  In 
ogni  modo,  gli  estremi  e  i  procedimenti  per  arrivare  sia  all'uno  che 
all'altro  punto  erano  analoghi,  cioè  basati,  più  ch'altro,  sui  servigi 
politico-amministrativi  prestati  al  Comune  ;  quantunque,  subendosi 
le  tendenze  del  governo,  andassero  assumendo  gradatamente  un 
carattere  aristocratico;  carattere  non  solo  mantenuto  sempre  più 
scrupolosamente,  ma  perfezionato  con  molta  cura,  affine  di  raffaz- 
zonare dei  legittimi  Cavalieri  in  cappa  e  spada.  Infatti,  alcuni 
zelanti  Conservatori  degli  Ordini,  nell'assumere  la  loro  carica,  pro- 
ponevano che  certe  norme  capitali  si  dovessero  per  lo  innanzi  os- 
servare con  inalterabile  rigore  nello  accogliere  nel  grembo  del 
patriziato  quelle  famiglie,  le  quali  si  ritenessero  in  possesso  dei 
voluti  requisiti;  per  la  qual  cosa  il  Consiglio  Generale  pubblicava 
una  ordinanza,  divisa  in  due  parti:  la  prima,  portante  la  data 
26  settembre  1716,  dice  che  chiunque  pretenda  agli  onori  della 
città,  debba  avere  ^  il  suo  maggior  interesse  in  beni  stabili  censiti 
<;olla  medesima  città  o  suo  ducato.  „  La  seconda  parte  —  colla 
data  13  maggio  1718  —  ammonisce:  l.*'  che  si  debba  provare  con 
pubblici  documenti,  escluse  le  fedi  private,  la  centenaria  abitazioue 
della  famiglia  in  Milano,  o  suo  ducato,  di  dieci  in  dieci  anni; 
2.°  che  non  basti  il  constatare  la  nobiltà  generica  della  famiglia, 
se  non  si  deduca  che  da  quella  ne  derivi  la  specifica;  S.''  che  deb- 
basi  provare  non  solo  la  nobiltà  negativa,  ma  altresì  la  ptositiva. 
<^uesti  capitoli,  rafforzati  da  commenti  arieggianti  un  vero  rabbuffo, 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  143 


miravano  apertamente  a  togliere  qualche  abuso,  e  rivolgevansi 
all'indirizzo  di  coloro  i  quali  (così  dice  il  rapporto  degli  Illustris- 
simi Conservatori)  pretendevano  arrivare  al  patriziato  solo  col 
produrre  istrumenti  portanti  a  loro  favore  il  titolo  di  Signore^  senza 
giustificare,  in  modo  plausibile,  verun  lustro  della  famiglia;  poiché 
decisamente  non  poteva  oramai  più  bastare  che  gli  ascendenti  non 
avessero  esercitato  "  arte  vile  ;  „  ma  bisognava  provarne  positiva- 
mente la  nobiltà  (antichità,  titoli,  predicati  d'onore,  ecc.). 

Anche  il  governo  di  Vienna  se  ne  immischiò  nel  medesimo  senso 
restrittivo.  Con  decreto  12  dicembre  1768,  ordina  al  Consiglio  Ge- 
nerale e  ai  tre  Conservatori  degli  Ordini  "  di  usare  tutto  il  rigore 
nell'esame  delle  cause  promosse  dai  petenti  il  patriziato,  affinchè 
nessuno  lo  ottenga  il  quale  non  meriti  di  essere  descritto  nel  ruolo 
dei  patrizj,  mercè  le  prove  autentiche  di  una  vera  e  genuina  no- 
Mtà.  „  E  la  prima  volta  che  l'autorità  imperiale  alluda  al  mila- 
nese libro  d'oro.  In  forza  dell'editto  governativo  20  novembre  1769 
—  contenente  nuove  regole  per  l'ammissione  alla  nobiltà  —  (ad 
esecuzione  dei  sovrani  decreti  7  gennajo  1768  e  12  giugno  1769), 
nel  quale  veniva  prescritto  al  Municipio  di  Milano  la  compilazione 
di  un  "  catalogo  di  patrizj  „ ,  fu  questo  compiuto  prima  del  giu- 
gno 1770,  e  pubblicato  in  detto  mese  ;  indi  rifatto  nell'agosto  dello 
stesso  anno,  e  definitivamente  presentato  al  tribunale  araldico  nel 
successivo  settembre  (giorno  18). 

Perdevasi  la  qualità  di  patrizio  se  la  famiglia  per  anni  dieci  con- 
secutivi avesse  tenuto  domicilio  fuori  di  Milano  o  suo  ducato  ;  quando 
"  nel  corso  di  tre  età  „  nessuno  degli  ascendenti  avesse  coperto 
"  cariche  di  città,  „  di  quelle  che  richiedono  appunto  il  rango  di 
patrizio;  quando  qualche  ascendente  avesse  esercitato  impiego  o 
mestiere  non  conveniente  alla  sua  posizione;  savj  provvedimenti, 
che  miravano  ad  impedire  l' emigrazione  e  la  neghittosa  trascurag- 
gine  :  potevano  però  essere  reintegrati  mediante  verdetto  dei  Con- 
servatori, come  ve  n'è  esempio  fra  le  carte  del  citato  Archivio. 

Finalmente,  ai  17  giugno  del  1793,  quando  tutta  Europa  era 
scossa  0  minacciata  da  una  tremenda  rivoluzione  —  proprio  nel 
cuore  del  terrorismo  —  i  nostri  decurioni,  impassibili  sui  loro 
scanni,  fermi  nelle  loro  convinzioni,  maturavano  e  decretavano  un 
nuovo  regolamento,  pel  quale  l' ammissione  al  nobile  patriziato  mi- 
lanese veniva  riservato  all'Eccellentissimo   Consiglio  Generale,  e 


144  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 


circondato  da  più  stringenti  difficoltà  di  procedura.  '  Erano  gli 
ultimi  aneliti  di  un  mondo  che  spirava  ;  né  valevano  a  sorreggere  il 
decrepito  edificio  le  lambiccate  formalità  con  cui  si  crede  infondere 
forze  alle  istituzioni,  a  misura  che  si  va  perdendo  la  fede  nella  loro 
vitalità. 

In  quei  tempi  tanta  era  la  cura  che  i  governi  ponevano  onde 
i  cittadini  dello  Stato,  senza  gravi  ragioni,  non  uscissero  dal  ceto 
in  cui  avevano  sortito  i  natali  —  nella  convinzione  che,  troncando 
addirittura  speranze  ingannatrici,  ciascheduno  più  facilmente  si 
accontentasse  del  posto  toccatogli,  e  non  turbasse  l'ordine  stabi- 
lito con  ambizioni  fuori  di  luogo ,  solo  permesse  a  chi  sappia 
guadagnarsi,  innanzi  tratto,  i  mezzi  adeguati  per  sostenerne  il  peso 
—  che  perfino  gli  aspiranti  a  far  parte  del  Collegio  dei  Causidici 
e  Notaj  dovevano  provare  la  civile  condizione  della  famiglia,  una 
specie  di  semi-nobiltà.  ^  Così  pure,  fino  all'invasione  francese  del 
1796  non  si  accordavano  concessioni  per  esercitare  certe  arti  li- 
berali, senza  che  il  candidato  presentasse  l'albero  genealogico  della 
propria  famiglia,  da  cui  risultasse  una  antica  civiltà  :  sicché  le  qua- 
lifiche di  Avvocato^  Dottore^  Ingegnere  collegìàto,  iniziative  di  no- 
biltà, non  venivano  mai  pretermesse  da  chi  era  arrivato  a  posse- 
derle; al  punto  da  impegnare  a  procacciarsele  con  molto  studio 
anche  chi,  pel  largo  censo,  si  ritenesse  dispensato  dal  praticare. 
Ne  derivava  che  gli  esercenti  professioni  liberali  finivano  per  en- 
trare nella  nobiltà  secondaria.  Il  motto  more  nohilium^  esprimente 
una  posizione  sociale  oggidì  quasi  indefinibile,  ma  un  secolo  fa  in- 
dispensabile di  far  valere  in  mille  circostanze  della  vita  pratica; 
motto  che  farebbe  sorridere  i  meno  scettici  fra  i  miei  contempo- 
ranei,^ era  allora  l'espressione  di  un  apprezzamento  universal- 
mente acconsentito.  Le  ammirazioni  per  la  plebe,  oggi  in  gran 
rialzo,  non  erano  allora  sicuramente  le  più  vivaci,  e  il  già  citato 


^  Regolamento  per  l' ammissione  al  nobile  Patriziato  milanese,  approvato  ed  ordinato 
dall'Eccellentissimo  Consiglio  Generale  dei  Signori  Sessanta  Decurioni  di  Milano  —  fir- 
mato «  Giuseppe  Perabò,  Segretario  »  —  17  giugno  1793. 

8  CusANi,  Storia  di  Milano. 

'  Ho  visto  un  diploma  dell'  arcivescovo  Filippo  Visconti,  accordante  il  permesso  a  di- 
stìnta famiglia  borghese  (1794)  di  far  celebrare  la  messa  nella  cappella  della  propria 
casa  in  Milano  —  specie  di  privilegio  a  cui  si  annetteva  qualche  importanza  —  nel 
quale  uno  dei  considerando,  forse  il  principale,  su  cui  si  fonda  il  favorevole  responso, 
gli  è  appunto  l'essere  provato  che  i  richiedenti  vivevano  more  nohilium. 


IL  PATRIZIATO  MILANESE.  145 

Spinoza,  il  filosofo  della  ragione  e  del  panteismo,  professava  la 
massima  che  il  volgo  deve  tenersi  in  freno,  se  non  si  vuole  la  ro- 
vina dello  Stato  ;  dando  il  nome  di  volgo  a  tutti  coloro  che  non 
abbiano  qualche  levatura. 

L'imperatore  Giuseppe  II,  inspirato  da  idee  larghe,  direi  quasi 
liberalesche  all'uso  moderno,  sopprimendo  frettolosamente  (decreto 
6  maggio  1784)  le  Congregazioni  e  i  Capitoli  esclusivi  ai  patrizj, 
che  reggevano  le  Cause  pie  e  Luoghi  di  carità  della  Lombardia,  e 
surrogandovi  delle  amministrazioni  sciolte  da  ogni  restrizione  di- 
pendente dalla  nascita,  ^°  si  metteva  sulla  via  di  abbattere  le  bar- 
riere che  tenevano  divise  le  popolazioni.  Innovazione  troppo  re- 
pentinamente radicale,  che  provocò  una  forte  reazione  non  appena 
lui  morto. 

All'irrompere  dei  repubblicani  francesi,  si  abolirono  titoli,  si 
cancellarono  stemmi,  si  distrussero  diplomi,  con  una  rabbia  che 
toccava  il  delirio  ;  ma  in  quella  guisa  che  molte  istituzioni,  le  quali 
si  vogliono  soffocare  violentemente,  risorgono  più  robuste  di  prima, 
così,  salito  Napoleone  al  trono,  sulle  rovine  della  polverizzata  no- 
biltà antica,  ne  eresse  una  nuova,  distribuendo  titoli  a  destra  ed 
a  mancina  :  però,  dicevano  i  partitanti  della  legittimità,  se  gli  era 
facile  creare  dei  prìncipi  e  dei  duchi  a  piacimento,  non  avrebbe 
potuto  creare  neppure  un  patrizio.  I  titoli  napoleonici  erano  gene- 
ralmente dall'  imperatore  accordati  alla  sola  persona.  Fra  i  nostri 
concittadini  milanesi,  parecchi  vennero  innalzati  alla  dignità  di  conte^ 
maggior  numero  di  barone;  non  compre  onorificenze,  ma  meritate  ri- 
compense di  servigi  prestati,  di  eroismo  a  tutta  prova.  Titoli  vennero 
dati  anche  a  molti  membri  della  vecchia  aristocrazia  accostantisi 
coU'azione  al  nuovo  ordine  di  cose,  quasi  per  indennizzarli  di  quelli 
di  cui  erano  stati  spogliati  in  nome  di  principj  ormai  sconfessati. 
Napoleone,  inoltre,  concedeva  il  titolo  ereditario  di  duca  al  mar- 
chese Litta- Visconti- Arese,  ed  al  marchese  Visconti-Modrone,  due 
fra  i  supremi  rappresentanti  del  milanese  patriziato  ;  patto  eriges- 
sero sulle  proprie  terre  lauti  maggioraschi  a  perpetuo  decoro  della 
nuova  posizione.  Al  vicepresidente  della  Repubblica  Italiana,  conte 
Francesco  Melzi  d' Eril,  unitamente  al  titolo  ereditario  di  duca  di 


*°  Lodovico  il  Moro,  fondando  nel  1496  il  Sacro  Monte  di  Pietà,  volle  che  l'ammini- 
strazione ne  fosse  in  perpetuo  affidata  a  dodici  gentiluomini,  in  ragione  di  due  per  porta 
della  città.  In  appresso  fu  devoluta  ai  soli  Cavalieri  Patrizj. 


146  IL  PATRIZIATO  MILANESE. 

Lodi,  assegnava  *una  vistosa  dotazione,  trasmissibile  a'  suoi  eredi. 
Così  il  mondo  si  trasforma,  ma  non  perde  il  vizio. 

Finito  il  dramma  e  ristabilite,  colla  restaurazione  austriaca 
del  1814,  le  antiche  distinzioni,  restarono  le  une  e  le  altre,  seb- 
bene perdessero  quasi  ogni  valore.  Il  governo  di  Vienna,  che  na- 
turalmente aveva  preso  nelle  sue  mani  la  quistione  nobiliare,  ri- 
maneggiò i  titoli  di  molte  famiglie,  riducendoli  a  proporzioni  più 
modeste.  Non  riconobbe  quelli  di  chi  non  volle  assoggettarsi  a  porli 
in  discussione  innanzi  alla  sua  commissione  araldica;  riconfermò 
invece  la  nobiltà  secondaria  del  secolo  scorso,  tenendo  conto  anche 
dei  titoli  napoleonici  colle  modalità  con  cui  erano  stati  istituiti  ; 
riconobbe  del  pari  la  nobiltà  nei  canonici  e  preposto  della  basilica 
di  Sant'Ambrogio  e  nei  dottori  della  Biblioteca  Ambrosiana:  indi 
aperse  con  parsimonia  la  porta  della  nobiltà  deìV Imiterò  Austriaco 
a  quelle  distinte  famiglie  borghesi  che  dimostravano  qualche  sim- 
patia pel  nuovo  ordine  di  cose,  e,  con  larghezza  maggiore,  ai  fidati 
esecutori  della  sua  politica  in  Italia,  permettendo  loro  anche  di 
assumere  un  predicato,  o  il  nome  di  un  proprio  tenimento,  che 
rialzasse  il  modesto  cognome.  Compilava  poi,  e  pubblicava  per  le 
stampe,  negli  anni  1828  e  1840,  due  elenchi  ufficiali  dei  Nobili  loìn- 
bardi,  esclusa  ogni  ingerenza  municipale,  ritenuta  la  nobiltà,  tranne 
in  pochi  casi,  una  semplice  distinzione  di  Corte.  ^^  Insieme  con  altre 
forme  antiquate,  l'istituzione  del  patriziato  milanese  fu  abbando- 
nata al  suo  destino  dagli  Austriaci,  diffidenti  di  quanto  alludesse 
ad  antiche  franchigie.  In  massima  metteva  tutta  l' importanza  nella 
quistione  direi  di  ordine,  più  che  in  quella  di  merito,  anteponendo 
un  minuzioso  compito  di  quarti  di  nobiltà  al  valore  storico  del  nome. 

I  solenni  avvenimenti,  il  turbinio  che  sconvolsero  da  capo  a  fondo 
la  nostra  società,  spezzava  siffattamente  il  filo  delle  tradizioni,  che 
dell'albo  dèi  patrizj,  non  solo  non  se  ne  parlò  più,  ma  se  ne  per- 
dette la  memoria  perfino  dagli  stessi  interessati;  nessuno  storico 
né  cronista  contemporaneo,  ch'io  mi  sappia,  fa  menzione  di  questa 
peculiare  forma  del  patriziato  municipale,  o  lo  mette  a  fascio  colla 
nobiltà  araldica  e  feudale. 

La  casa  reale  di  Savoja,  intronizzata  nel  1859,  si  mostrò  al- 
quanto più  facile  nel  concedere  titoli  agli  arricchiti  di  questi  ul- 


*  *  Altro  elenco  era  già  pronto  per  essere  stampato  l' ultimo  anno  della  dominazione 
austriaca. 


ir.  PATRIZIATO  MILANESE.  147 

timi  anni  (abolendo  la  istituzione  della  nobiltà  semplice);  dacché 
essi  titoli  vengono  considerati  onorificenze  regie,  senza  alcuna  im- 
portanza di  sorta  presso  il  governo  civile.  Una  consulta  araldica 
fu  nominata  con  reale  decreto  10  ottobre  1869,  per  dar  parere  al 
governo  in  materia  di  titoli  gentilizj,  stemmi  ed  altre  pubbliche 
onorificenze.  Ma  in  quel  torno,  aboliti  gli  ultimi  maggioraschi  che 
ancora  rimanevano  a  sostegno  del  decoro  di  pochissime  famiglie  , 
abolite  le  reliquie  di  qualche  fedecommesso,  ogni  forma  che  rammen- 
tasse le  splendidezze  di  altri  tempi  fu  condannata  a  cadere  innanzi 
alla  invadente  moda,  alla  logica  stringente  e  gretta  dei  moderni 
legislatori.  Maggiore  fortuna  ebbero  gli  ordini  cavallereschi.  Ri- 
servati nel  passato  secolo  a  casi  straor dinar j,  al  punto  che  vediamo 
il  tenente  maresciallo  conte  Barbiano  di  Belgiojoso  d'  Este ,  pro- 
prietario d'un  reggimento  imperiale,  tornarsene  dall'avere  governate 
le  Fiandre  col  petto  spoglio  di  decorazioni;  un  po'  più  prodigati 
durante  il  primo  regno  d'Italia  e  dal  nuovo  governo  austriaco; 
dopo  le  vicende  del  quarantotto  cominciossi  ad  usarne  come  mezzo 
di  seduzione  per  far  proseliti  nel  campo  della  politica,  mezzo  che 
il  governo  nazionale  italiano  spinse  fino  alla  esagerazione,  versando 
una  pioggia  di  croci,  e  dando  cosi  il  pretesto,  se  non  lo  stretto 
diritto,  ai  decorati  di  assumere  il  titolo  di  cavaliere  —  una  specie 
di  nobiltà  SLàpersonam  che  fece  girare  il  capo  a  parecchie  migliaja 
di  Italiani,  e  creò  una  aristocrazia  di  nuovo  conio,  in  cui  è  sempre 
l'individuo  che  si  sostituisce  alla  famiglia. 

{Continua.)  Felice  Calvi. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE 

IN  MILANO. 


Il  Consiglio  municipale  di' Milano,  nella  sessione  ordinaria  autun- 
nale del  7  novembre  1873,  deliberava  di  chiedere  al  Governo  italiano 
la  cessione  della  chiesa  di  s.  Giovanni  alle  Case  Botte,  onde  con- 
vertirla a  sede  di  ufficj,  essendo  troppo  angusto  l'attiguo  palazzo 
civico;  ed  autorizzava  la  Giunta  alle  relative  pratiche  d'acquisto. 
A  questo  proposito  la  Consulta  del  Museo  Archeologico,  in  un  suo 
rapporto,  aveva  anteriormente  espresso  il. desiderio,  che  l'atrio  della 
chiesa  stessa,  avente  un  merito  artistico,  fosse  conservato,  ed  il 
Municipio,  accogliendo  quel  voto,  lasciava  impregiudicato  sino  a 
nuovo  esame  il  quesito  della  conservazione  o  della  demolizione  di 
quella  fronte.  Ad  ogni  modo,  l'acquisto  della  chiesa  verrà  accordato 
alla  città,  che  in  un  tempo  più  o  meno  prossimo  darà  mano  alla 
trasformazione  di  quest'  edificio  ;  ^  forse  ne  sparirà  ogni  traccia 
eziandio  esterna:  è  quindi  dovere  nostro  il  ricordarne  le  vicende, 
e  tesserne,  per  così  dire,  l' orazione  funebre. 

Il  nome  e  l'ubicazione  di  quella  chiesa  richiamano  alla  mente 
tempi  e  fatti,  che  risalgono  sin  quasi  al  principio  del  secolo  XIV. 


*  Quando  s'avesse  a  verificare  questo  fatto,  è  da  sperare,  che  il  Municipio,  nell'  inte- 
resse della  storia  dell'arte,  abbia  a  far  diligentemente  rilevare  i  tipi  di  questa  chie- 
sa, e  conservarli  per  gli  studiosi,  insieme  cogli  altri  disegni  di  pubblici  edificj  che 
più  non  esistono. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         149 

Narrano  i  cronisti,  che  propostosi  Enrico  VII  di  Lussemburgo  di 
porsi  in  capo  a  Milano  la  corona  ferrea  dei  re  longobardi,  ed  a 
Roma  quella  degl'imperatori  romani,  giunto  ad  Asti,  vi  fu  osse- 
quiato da  Matteo  Visconti,  che,  cacciato  dalla  signoria  di  Milano 
per  la  prevalenza  de'  guelfi  Torriani,  esulava  a  que'  giorni  a  Brescia. 
Alla  corte  di  Enrico  convennero  eziandio  Gastone  Torriano  arci- 
vescovo della  metropoli  lombarda,  e  tutti  i  fuorusciti  ghibellini 
milanesi,  onde  sollecitare  vivamente  il  monarca  alla  sua  venuta  a 
Milano,  sotto  colore  di  attestargli  la  loro  devozione,  ma  in  realtà 
per  ricuperare  la  loro  influenza,  e  riguadagnare  mercè  di  lui  il 
perduto  sopravvento  nella  cosa  pubblica,  spogliandone  gli  avver- 
sarj.  Desideroso  di  pacificare  l'Italia,  divisa  in  tante  fazioni  ne- 
miche, avea  tentato  quel  re  con  un  trattato  di  riconciliarle;  ma 
l'ire  di  parte  erano  trpppo  acerbe  e  profonde,  perchè  tale  tentativo 
potesse  avere  effetto.  Passato  il  Po,  ei  venne  a  Vercelli,  indi  sof- 
fermatosi a  Novara,  vi  rappattumò  la  fazione  de'  Tornielli  coi 
Brusati  ed  i  Cavallazzi,  e  giunse  infine  a  Milano  il  23  dicembre  1310, 
albergando  nel  palazzo  arcivescovile,  sinché  Guido  della  Torre, 
signore  della  città,  sgombrando  a  malincuore  il  palazzo  del  Comune, 
die  agio  all'ospite  straniero  di  andare  a  prendervi  stanza,  rima- 
nendo tuttavia  la  regina  nel  primitivo  albergo.  Ricevuta  solenne- 
mente la  corona  reale  nella  basilica  ambrosiana  il  dì  dell'Epifania, 
iilla  presenza  di.  molti  vescovi  e  d'altri  illustri  personaggi,  rivolse 
il  re  il  pensiero  all'incoronazione  imperiale  a  Roma;  ma  già  in 
pochi  giorni  il  popolo  milanese  eraglisi  avversato,  non  tanto  per 
incostanza  di  proposito  o  pei  maneggi  sovversivi  del  Torriani,  ma 
per  le  ingenti  somme  ch'erano  costate  alla  città  la  sua  venuta  e 
le  feste  a  lui  fatte,  mentre  essa  medesima  l'avea  chiamato. ed  ap- 
plaudito a  dispetto  de'  Torriani,  il  cui  capo  Guido,  sempre  intol- 
lerante ed  incapace  di  dissimulare  gì'  interni  sentimenti  dell'animo, 
vedeva  dai  nuovi  avvenimenti  rapirsi  di  mano  il  potere. 

Due  fatti  specialmente  gettarono  nella  popolazione  lo  sdegno 
contro  il  mal  capitato  forastiero.  Egli  richiese  alla  città  il  dona- 
tivo consueto,  che  accompagnava  l' incoronazione  dei  monarchi,  e  fé 
radunare  il  Consiglio  generale,  perchè  esso  lo  determinasse.  Quella 
proposta  destò  un  profondo  stupore,  ma  dovendosi  pure  ad  ogni  mo- 
do accondiscendere  alla  richiesta,  dopo  titubanze  ed  alterchi  destati 
specialmente  da  Guido  Torriano,  il  donativo  al  re  ed  alla  regina 

Arch.  Star.  Loml.  —  An.  I.  10 


150  LA  CHIESA  DI  S.   GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

fu  determinato  nella  somma  di  centomila  fiorini  d'oro,  somma  che 
parve  a  tutti  intollerabile  e  di  conseguenze  disastrose  alla  città; 
ma  ad  onta  di  tutte  le  rimostranze,  essa  dovette  venir  sborsata 
Dopo  ciò  Enrico  stabili  che  cinquanta  nobili  personaggi,  capi  delle 
due  fazioni,  dovessero  accompagnarlo  a  Koma,  a  spese  della  città. 
Se  la  partenza  di  lui  e  de'  nobili,  le  cui  rivalità  l'avevano  ridotto 
all'estrema  miseria,  empì  di  esultanza  il  popolo,  dovevano  di  nuovo 
amareggiarlo  le  raddoppiate  strettezze  economiche  cagionategli 
dalla  partenza  medesima,  inasprite  dall'estrema  violenza  che  si 
usava  per  raccogliere  le  nuove  imposte.  Da  quel  punto  hanno  prin- 
cipio alcuni  gravi  avvenimenti,  che  funestarono  la  città,  e  furono 
diversamente  apprezzati  dagli  storici.  Opinano  alcuni  che  Matteo 
Visconti  partendo  coli' imperatore,  vedovasi  sfuggita  l'occasione 
di  ripigliare  la  signoria  della  città  contrastatagli  dai  Torriani,  e 
forse  ricacciato  in  esigilo  ;  pensò  quindi  coll'inganno  di  togliere  ad 
essi  l'amicizia  di  Cesare  e  l'ambito  potere,  e  abboccatosi  con  Guido, 
e  fingendosi  ei  pure  malcontento  di  questo  troppo  grande  e  troppo 
costoso  signore,  lo  indusse  ad  accordarsi  seco  per  cacciar  lui  e  i 
suoi  colla  forza  dalla  città.  Fu  quindi  da  que'  ^ue  determinato,  che 
il  13  febbrajo  susseguente  il  popolo  verrebbe  sollevato  concorde- 
mente dalle  due  fazioni  a  tumulto,  e  coll'armi  si  riconquisterebbe 
l'antica  indipendenza.  Non  era  ancora  spuntato  il  giorno  prefisso, 
che  Simone  figlio  di  Guido  (che  fingevasi  ammalato  per  esimersi 
dal  corteggiare  il  re),  assistito  da'  suoi  aderenti,  si  trovò  armata 
innanzi  alle  sue  case,  e  mentre  aspettava  in  buona  fede  il  segnale 
de'  Visconti  per  investire  i  Cesarei,  fu  da  questi  assalito,  sicché  ne 
segui  una  sanguinosa  mischia,  che  fini  colla  disfatta  de'  Torriani 
e  colla  distruzione  delle  loro  case. 

Altri  storici,  al  contrario,  son  d'avviso,  che  veramente  e  lealmente 
i  Visconti  si  fossero  coalizzati  coi  rivali,  e  deposti  gli  odj  vicen- 
devoli, mirassero  colla  loro  macchinazione  a  rivendicare  Milano  a 
libertà.  Ma  Enrico,  diffidente  di  tutti  in  un  paese  a  lui  straniero, 
assai  circospetto  e  circondato  di  spie,  dubitava  della  fedeltà  de- 
gli stessi  Visconti,  essendogli  stato  riferito  che  Galeazzo  Visconti 
e  Francesco  della  Torre  erano  stati  visti  nei  prati  fuori  di  porta 
Ticinese,  presso  la  Vettabbia,  stringersi  la  mano  e  tenere  fra  loro 
stretto  colloquio,  onde  era  a  temersi  una  prossima  sollevazio- 
ne; pel  che  egli  fece  occupare  tosto  da'  suoi  Tedeschi  il  Broletto, 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  151 


sotto  vista  di  assistere  all' esecuzione  capitale  di  alcuni  rei,  forse 
d'eresia,  condannati  alle  fiamme,  ed  altri  luoghi  importanti  della 
città.  Allora  i  Visconti,  e  in  ispecie  l'astuto  Matteo  loro  capo, 
trovandosi  prevenuto  nel  suo  segreto  piano  di  sommossa,  e  veden- 
dolo sventato,  giudicò  necessario  salvare  se  stesso  e  la  famiglia,  e 
lasciar  nelle  peste  i  Torriani,  facendo  sì  che  i  suoi  famigliari  si 
ritraessero  dal  tumulto,  come  fecero.  Enrico  aveva  mandato  le  sue 
truppe  ad  esplorare  le  case  de'  capifazione,  e  quando  esse,  giunte  al 
palazzo  de'  Visconti,  li  trovarono  tranquilli  ed  alieni  in  apparenza 
da  ogni  torbido,  argomentandone  la  fedeltà,  sorpresero  all'incontro 
le  dimore  de'  Torriani  rigurgitanti  d'armati  in  attitudine  disor- 
dinata, che  in  luogo  di  prestar  loro  valido  ajuto  nel  frangente, 
appiccarono  una  sanguinosa  mischia,  in  cui  sulle  prime  i  Tedeschi 
ebbero  la  peggio,  ma  soccorsi  da  altri  commilitoni  sopravvenuti, 
tutto  misero  a  sacco  e  a  fuoco.  Nulla  valse  ad  impedire  o  frenare 
quello  sterminio  l'apparire  di  Pagano  Della  Torre,  vescovo  di  Pa- 
dova, sulla  porta  del  palazzo,  vestito  degli  abiti  pontificali,  che, 
sebbene  rispettato  nella  persona,  dovette  co'  suoi  fuggire,  de'  quali 
chi  riparossi  a  Montorfano,  chi  nelle  case  de'  loro  aderenti,  la- 
sciando quel  luogo  pieno  di  sangue  e  d'uccisi,  e  in  preda  alla  più 
completa  devastazione.  Quelle  infelici  dimore  ebbero  allora  il  nome 
di  Case  Rotte,  e  ne  rimane  ancora  memoria  legata  all'appellazione 
della  vicina  chiesa.  Un  decreto  del  Comune  bandì  per  sempre  dalla 
città  i  Torriani,  e  vietò  che  le  loro  case  fossero  in  alcun  tempo 
riedificate.  Tuttavia  il  re,  sedato  il  tumulto,  e  accertatosi  della  de- 
vozione dei  Visconti,  a'  quali  aderiva  la  maggior  parte  dei  nobili, 
onde  ristabilire  più  agevolmente  la  quiete  nella  città  contristata 
dal  saccheggio  di  sei  giorni,  col  parere  de'  suoi  famigliari,  rilegò 
per  pochi  giorni  Matteo  in  Asti,  e  Galeazzo  di  lui  figlio  a  Tre- 
viso. Nel  seguente  luglio,  Matteo,  sborsati  quaranta  mila  fiorini  di 
oro,  ottenne  da  Enrico  il  titolo  di  vicario  imperiale  della  città  e 
del  contado  di  Milano. 

Le  case  dei  Toj-riani,  la  cui  dominazione,  così  miseramente  ca- 
duta, avea  avuto  principio  con  Martino  nel  1247,  estendevansi  per 
lungo  tratto  lungo  la  porta  Nuova,  occupando  l'area  ov'è  ora  il 
teatro  della  Scala,  allato  e  lungo  la  via,  comprendendo  lo  spazio 
su  cui  sorse  poi  la  distrutta  chiesa  di  s.  Maria  del  Giardino  de'  Fran- 
cescani, ov'è  orala  via  Romagnosi;  i  loro  giardini  giungevano  sino 


152         LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

a  quella  di  s.  Pietro  di  Cornaredo,  del  pari  demolita,  lorospiciente 
l'altra  di  s.  Martino  in  Nosigia  (ora  casa  Traversi),  e  dando  l'an- 
tico nome  a  quella  via,  confinavano  col  celebre  ed  antichissimo 
monastero  di  s.  Maria  d'Aurona,  che  avea  la  sua  fronte  lungo  le 
mura  di  Massimiano  Erculeo,  ed  avea  servito  di  primo  rifugio  a 
Guido  Della  Torre.  Quella  ricca  e  vasta  dimora  era  solo  interse- 
cata dalla  via,  allora  angusta,  che,  dividendo  il  palazzo  dagli  orti, 
conduceva  a  s.  Silvestro  ed  alla  pusterla  di  Brera;  ilMorigia^  però 
asserisce  che  lo  spazio  che  portava  il  nome  di  Case  Botte^  era  oc- 
cupato dal  luogo  e.  dal  contorno  della  chiesa  di  s.  Giovanni,  da 
quella  di  s.  Maria  della  Scala,  dal  palazzo  dei  marchesi  Fiorenzi, 
poi  casino  de'  Nobili,  e  dalla  chiesa  del  Giardino,  edifizj  poste- 
riori. Il  palazzo  era  al  limite  settentrionale  del  carrobbio  o  qua- 
drivio di  porta  Nuova,  quadruUum  (ove,  dicono  i  cronisti,  tenevasi 
mercato  con  quantità  di  carri),  menzionato  in  una  carta  del  963, 
appartenente  già  all'  archivio  della  collegiata  di  s.  Giorgio,  e  con- 
termina vasi  ad  occidente  dalla  chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Turrigia  e  dal- 
l'ospitale  de'  ss.  Cosma  e  Damiano,  detto  anche  de'  Romani  (ora 
teatro  de'  Filodrammatici),  amministrato  dall'abate  di  s.  Protaso 
ad  monachos;  a  mezzodì  dal  monastero  e  dalla  chiesa  di  s.  Maria 
di  Gisone,  detta  poi  di  s.  Margherita.  Non  molto  dopo,  sull'area 
del  palazzo  torriano  sorse  una  piccola  chiesa  o  cappella,  dedicata, 
secondo  il  Sormani^,  a  s.  Veronica,  che  mutò  in  seguito  il  suo  ti- 
tolo con  quello  di  s.  Maria  alle  case  rotte,  de  caruptis,  poi  di 
s.  Maria  Nuova*,  finché  fu  rifabbricata  nel  1381  da  Beatrice  Re- 
gina della  Scala,  figlia  di  Martino  della  Scala  signore  di  Verona,  e 
moglie  di  Bernabò  Visconti,  e  colle  successive  donazioni  dei  du- 
chi andò  sempre  acquistando  lustro,  ricchezza  e  potenza,  restan- 
done il  juspadronato  ai  signori  e  duchi  di  Milano, 

Dalla  sua  fronte  partiva  una  via  retta,  che  conduceva  alla  chiesa' 
di  s.  Fedele,  detta  già  di  s.  Maria  in  Solanolo^,  lungo  la  quale  via 


2  Nobiltà  di  Milano,  Lib.  L,  cap.  45. 

^  Descriz.  sacra  di  Milano,  p.  117. 

*  Bassanini,  Juspadronati  dei  duchi  di  Milano,  p.  31. 

^  Si  ricorda  ancora  negli  statuti  milanesi  del  1396  il  portico  di  quella  chiesa  e  la  sua 
piazza.  Di  quel  cangiamento  di  nome  si  lia  indizio  per  la  prima  volta  in  una  bolla  di 
Eugenio  III,  in  data  di  Vercelli,  18  marzo'  1147,  con  cui  conferma  al  monastero  di 
s.  Dionigi  il  possesso  di  quella  cbiesa  :  «  Confirmat  ecclesiam  s.  Mariae  in  Solariolo,  quae 
nunc  s.  Fidelis  dicitur.  » 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  xVLLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO".  153 

correva  parallelo  un  fossato,  rammentato  negli  Statuti  del  1396, 
(Rub.  De  a'quis  et  jur.  molancì.  et  de  stratis)^  oltre  il  quale  la  via 
stessa  doveva  essere  in  larghezza  sei  gittate^;  ed  ivi,  a  breve  di- 
stanza dalla  mentovata  chiesa,  a  sinistra  della  via,  erasi  stabilita 
verso  la  metà  del  secolo  XIV,  o  fors'anche  prima,  una  confraternita 
di  Disciplini,  detti  anche  battuti  o  flagellanti  o  bianchi.  Tale  isti- 
tuzione era  sorta  in  Italia  poco  dopo  la  caduta  di  Ezzelino  da  Ro- 
mano, ed  in  molte  città  avea  concorso  efficacemente  a  rappacificare 
i  popoli  e  sedare  le  discordie  civili,  visitandole  e  dando  in  pubblico 
sulle  piazze  e  nelle  chiese  lo  spettacolo  della  flagellazione  di  se 
stessi,  hatimentum;  vestivano  di  sacco,  donde  furon  detti  'bianchi, 
e  camminavano  a  pie  nudi.  Su  questo  principio  si  fondarono  a  poco 
a  poco  in  Italia  le  confraternite  di  penitenza,  che  radunandosi  in 
giorni  determinati  in  apposite  chiese,  presso  cui  avevano  la  loro 
sede,  ed  armate  di  flagelli,  adempivano  i  doveri  religiosi.  A  Padova 
stabilironsi  nell'anno  1260,  ma  nel  1269  Opizzone  marchese  d'Este 
ed  il  popolo  di  Ferrara  con  uno  speciale  statuto  proibirono  que' 
Disciplini,  scacciandoli  dalla  città,  ed  anche  Manfredo  re  di  Sicilia 
e  di  Puglia,  ed  il  marchese  Uberto  Pallavicino  signore  di  Brescia  e 
di  Cremona,  con  leggi  severe  li  espulsei;o  dai  loro  Stati. 

E  incerto  quando  i  Disciplini  siensi  stabiliti  a  Milano,  tuttoché 
Galvano  Fiamma  nella  sua  cronaca  Manipuìus  Floriim,  cap.  296, 
sotto  l'anno  1260,  con  manifesta  iperbole  dica  che    durante   la 


^  «  Strata  quse  est  a  coperto  s.  Fidelis  eundo  per  domos  fractas  usque  ad  stratam 
mastram,  qua  itur  a  porta  nova  versus  brolletum,  amplìetur  et  occupationes  faetae  tol- 
lantur,  ita  quod  strata  sit  lata  per  sex  zìchatas  ad  mìnus  ultra  fossatum,  per  quod 
aqua  decurit  eundo  versus  stratam  portae  horientalis,  et  hoc  non  obstante  aliqua  loca- 
tìone  bine  retro  facta  per  offitium  doininorum  sex  camerae  vel  aliquem  alium,  et  quod 
de  cetero  nulla  locatio  fieri  possit  de  praedictis.  »  Da  questo  statuto  scorgesi  come  la 
via  di  s.  Giovanni  fosse  fiancheggiata  da  un  fossato,  il  quale  nei  secoli  successivi  fu 
coperto,  e  serviva  di  cloaca,  di  cui  una  bocca  esisteva  ancora  in  principio  di  questo 
secolo  rimpetto  al  teatro.  Un'  altra  disposizione  statutaria  concernente  questa  località, 
e  quella  che  ha  per  titolo  :  «  De  putredine  non  portanda  in  caruptis  nec  in  pasquario 
s.  Ambrosii,  »  ed  è  la  seguente  :  «  Domini  sex  et  offitiales  stratarum  et  quilibet  eorum 
teneantur  et  debeant  curare,  quod  nullum  lutum  vel  putredo  vel  animai  mortuum  con- 
ducatur,  portetur  vel  deferatur  in  caruptis,  pagquario  s.  Ambrosii,  in  brolio  nec  in 
alia  parte  infra  civitatem,  et  quod  nullum  moltitium  projitiatur  in  stratis  publicis  nec 
cimiteriis  ecclesiarum,  nec  super  ìpsis  extendantur  pelles  de  ipsis  moltitiis  extractae.  » 
Queste  prescrizioni  preesistevano  già  nel  1346.  La  chiesa  di  s.  Ambrogio  qui  citata  era 
posta  tra  la  piazza  Mercanti  (broletto)  e  la  soppressa  via  di  Pescheria  Vecchia,  presso 
la  porta  orientalo  della  piazza  medesima,  secondo  si  ha  nel  Fiamma.  > 


154         LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

signoria  di  Martino  Della  Torre  "  propter  mortem  Yzilini  de  Romano 
scuriati  infiniti  apparuerunt  per  totam  Lombardiam,  sed  volenti- 
bus  venire  Mediolanum  per  Turrianos  sexcenta)  furcse  parantur; 
quo  viso  recesserunt.  „  È  quindi  assai  credibile,  che  appena  tor- 
nati al  potere  i  Visconti  nel  1311,  i  Disciplini  abbiano  fatto  capo 
anche  a  Milano.  Risulta  però  da  molti  documenti,  ch'essi  avevano 
già  nel  1363  case  proprie,  e  assai  probabilmente  anche  la  propria 
chiesa  ad  esse  congiunta,  col  titolo  di  s.  Maria  della  Morte,  nel 
perimetro  della  parodila  di  s.  Fedele  e  nella  via  delle  Case  Rotte. 
Da  una  deposizione  o  protesta  fatta  innanzi  a  notajo  l'S  ottobre 
di  quell'anno,  rilevasi  che  Giovannolo  Broggi  procuratore  dei  Di- 
sciplini, "  sindicus  ac  etiam  de  consortio  vapulatorum  seu  batutorum'^ 
portae  novae  Mediolani  prò  nomine  ac  etiam  sindicario  nomine  dicto- 
rum  consortiorum  de  batatoribus,  intelligens  ut  dixit,  quod  prae- 
dictus  presbyter  (Franciscus  de  Ugona  beneficialis  ecclesia}  s.  Fi- 
delis)  fecerat  fieri  instrumentum,  ut  intellexit,  sicut  dicti  batatores 
seu  ad  eorum  petitionem  fecerunt  pulzari  ad  duas  campanelas,  et 
dixit  et  protestatus  fuit,  et  dicit  et  protestatur,  quod  ipse  nec  ipsi 
consortes  dictorum  scholariorum  nec  ad  eorum  petitionem  pulza- 
tum  fuit  ad  dictas  campanelas,  nec  pulzatse  sunt  ad  eorum  petitio- 
nem: et  negavit  et  negat  suo  et  dicto  nomine  dictse  campanelse 
fuisse  pulzatas  ad  petitionem  eorum  batutorum  nec  eorum  nec  ali- 
cuius  eorum  vel  per  eos.  „  Da  quest'atto  appare  come  fossero  già  sorti 
conflitti  fra  la  confraternita  ed  il  rettore  parochiale  di  s.  Fedele,  di- 
pendentemente dalle  ragioni  delle  due  chiese,  sopiti  poi  colla  tran- 
sazione 31  luglio  1364,  per  la  quale  la  Scuola  dei  Disciplini  obbliga- 
vasi  a  pagare  annualmente  nella  festa  del  Corpus  Domini  a  quel 
rettore  venti  soldi  e  libbre  tre  di  cera  a  titolo  di  oblazione,  come 


''  La  chiesa  primitiva  od  oratorio  nel  1368  si  designa  «  in  domo  batutorum  dominae 
s.  Mariae  de  la  morte  super  domibus  fractis;  »  in  alcune  deduzioni  testimoniali  fatte  nel 
1442  in  una  causa  della  Scuola  contro  un  Filippo  Pellizzoni  si  ricorda  «  rector  scoUse 
ecclesiae  decolationis  s.  Johannis  Baptistae  de  caruptis  scollae  s.  Maria)  nuncupatae  batu- 
torum de  la  morte;  »  in  una  carta  del  1444  son  nominati  gli  «  scolares  schollae  consortii 
et  universitatis  s.  Mariae  nuncupatae  verberatorum  de  la  morte  et  s.  Johannis  Baptistas 
porte  novaS;  parochise  s.  Fidelis.  »  In  un'altra  dell'anno  stesso  essi  son  detti  «  scholares 
schollae  seu  consortii  dom.  s.  Mariae  de  caruptis  nuncupatae  verberatorum  de  la  morte 
Mediolani.  »  Talvolta  portava  la  semplice  denominazione  di  «  s.  Johannis  de  la  morte  »; 
e  ia  un  documento  dell'anno  1400  è  nominata  «  schola  et  universitas  batutorum  de  la 
morte  super  caruptas.  » 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         155 

omaggio  reso  al  paroco  distrettuale,  che  come  tale  dovevasi  rico- 
noscere; e  di  questo  canone  rimangono  documenti  a  tutto  il  se- 
colo XV.  Nel  1365,  in  un  atto,  in  cui  il  consorzio  restituisce  50  fio- 
rini d'oro  prestatigli  da  Stefanolo  da  Sesto,  dicesi  che  "  universitas 
schollarium  scholse  verberatorum  de  la  morte  civitatis  Mediolani 
habet  habitaculum  in  contrata,  ubi  dicitur  in  domibus  fractis  portse 
novse  Mediolani.  „  Si  ha  una  bolla  del  6  dicembre  1363,  data  in 
Avignone  da  Guglielmo  Pusterla,  arcivescovo  di  Milano,  con  cui 
concede  la  facoltà  "  construendi  altare  in  domo  verberatorum  de 
la  morte,  et  super  eo  missas  celebrari  facere,  et  verbum  Dei  prae- 
dicari  facere  ac  campanas  pulsare,  „  al  quale  oratorio  l'arcivescovo 
Antonio  da  Saluzzo,  con  breve  30  maggio  1374,  concedeva  l' indul- 
genza di  40  giorni  nel  giorno  del  santo  titolare,  confermata  poi 
da  Urbano  VI,  Gregorio  XII,  Innocenzo  XI  e  XII,  Alessandro  Vili, 
Clemente  XI,  e  da  alcuni  arcivescovi  milanesi.  Da  questi  documenti 
rendesi  evidente,  che  quella  confraternita  alla  metà  del  secolo  XIV 
ora  già  sì  stabilita  in  Milano,  da  avere  le  sue  case,  la  chiesa 
propria,  le  campane,  che  avevano  fornito  materia  di  contesa  col 
rettore  della  vicina  chiesa  parochiale,  e  da  essersi,  anche  nell'eser- 
cizio del  culto  e  specialmente  nei  funerali  dei  confratelli  defunti, 
incontrati  già  serj  contrasti  con  esso  rettore;  errarono  quindi 
quegli  storici  milanesi,  che  unanimemente  stabilirono  all'anno  1390 
la  fondazione  della  chiesa  "  s.  Marise  verberatorum  de  la  morte  ^  „ 
A  poco  a  poco  quella  Scuola  ebbe  dai  cittadini  legati  e  dona- 
zioni, e  coi  proprj  fondi  e  con  prestiti  acquistò  nuove  case  ed  aree 
circostanti  alla  sua  sede  primitiva,  e  già  il  20  gennajo  1373  essa 
pattuiva  con  Sirino  Sara  e  sua  moglie  Caterina  Biffi  di  conce- 
dere loro  per  abitazione  vitalizia  una  camera  terrena  ed  un'altra 


^  In  Sicilia,  e  segnatamente  a  Palermo,  evvi  un  culto  speciale  per  l'armi  (anime)  di 
li  corpi  dicHÌlati,  che  vengono  considerate  come  martiri  ed  esseri  privilegiati  dal  cielo 
^  forniti  di  virtù  taumaturga,  cui  i  divoti  invocano  in  circostanze  specialmente  di  pe- 
ricolo, e  ne  chieggono  grazie  e  difesa.  A  Palermo  fu  istituita  nel  1541  la  Compagnia 
de'  Bianchi,  il  cui  istituto  era  di  confortare  a  ben  morire  i  condannati,  e  sufiFragarne 
dopo  giustiziati  le  anime,  alla  quale  ascrivevansi  nobili  e  cittadini  egregi,  e  vi  sorgeva 
la  sua  chiesa  speciale  o  santuario,  ove  concentra  vasi  la  venerazione  popolare  per  que' 
genj  tutelari;  nell'anno  seguente  ebbe  Messina  la  Congregazione  degli  Azoli,  Catania 
nel  1543  quella  di  s.  Giovanni  Battista,  Trapani  l'altra  pure  de'  Bianchi  nel  1556  colla 
sua  chiesa,  aventi  tutte  lo  stesso  scopo  caritatevole.  Di  questo  singolare  culto  ci  danno 
testimonianza  molti  canti  popolari  siciliani,  pubblicati  dal  eh.  G.  Pitrè. 


156         LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

superiore  in  una  casa  da  sé  posseduta  in  parochia  di  s.  Fedele,  con 
che  essi  alla  loro  morte  cedessero  alla  Scuola  quanto  allora  si  tro- 
vassero avere  di  loro  proprietà;  con  altro  atto  20  novembre  1374 
la  Scuola  dichiara  di  ricevere  da  Marchetto  Verri  moggia  12  e 
staja  4  di  mistura  di  segale  e  miglio  in  eguale  proporzione,  non 
che  tre  carri  di  vino,  come  annata  di  fitto  dei  beni  in  Caluzzano, 
di  propria  ragione,  affittati  ad  esso  Verri.  Si  hanno  molti  docu- 
menti del  1365  e  successivi,  comprovanti  come  molti  benefattori 
di  quella  Società  le  abbandonavano  alcuni  loro  crediti  verso  terze 
persone  e  verso  lei  medesima  per  intento  di  beneficenza;  con  testa- 
mento 5  aprile  1362,  rogato  Giacomino  Cainarca,  un  Antonio  da 
Carato  faceva  alla  stessa  un  legato  di  due  brente  di  vino.  Nel  1364 
la  Scuola  pagava  a  maestro  Pietro  di  Bologna  lire  cinque  e  soldi 
dieci  per  annuo  canone  livellano  "  super  quodam  sedimine  jacente 
in  porta  nova,  parochia  s.  Fidelis,  quod  dicti  batuti  et  consors 
dictorum  batutorum  facere  et  praestare  tenentur  annuatim,  „  sul 
quale  sedime  o  spazio  la  Scuola  aveva  alzato  alcuni  edificj  di  sua 
proprietà.  Allo  stesso  maestro  Pietro  e  a'  suoi  fratelli  pagavano  i 
Disciplini  altri  censi  per  altre  proprietà  da  loro  acquistate,  cioè 
soldi  55  imperiali  per  censo  "  super  aliquibus  bonis,  seu  super 
sedimine  „  di  quattro  tavole  tenute  a  pigione,  a  cui  confinava  a 
levante  Galeazzo  Visconte  signore  di  Milano  (1368  e  1384),  da 
altro  lato  "  fovea  quse  appellatur  fovea  domus  fractarum,  a  monte 
dictse  consortise  batutorum  s.  Marise  de  la  morte,  „  il  qual  luogo 
in  altra  carta  del  1391  dicesi  ^^  situm  in  domo  dictorum  scolarium 
scolae  disciplinatorum  dom.  s.  Marise  de  la  morte.  „  Altro  censo  di 
lire  11  di  terzole  pagavasi  con  atto  del  1381  "  occasione  certi 
fondi  seu  spatii  terree  iacentis  in  parochia  sancti  Fidelis  in  sedi- 
mine,  quod  appellatur  dictse  schollse,  in  et  super  quo  seu  qua  sunt 
certa  hediffitia  per  ipsos  scholares,  et  de  quo  seu  qua  ipsi  schola^ 
res  seu  alii  vel  alii  eorum  nomine  investiti  fuerunt  „  dai  fratelli 
Moradelli  di  Bologna.  Nel  1365,  in  gennajo,  il  Consorzio  si  obbli- 
gava a  restituire  per  la  seguente  Pasqua  fiorini  1 6  d' oro  ^  "  boni 


^  In  un  atto  del  28  ottobre  1437  di  obbligazione  dì  lire  28  e  soldi  18  fatto  alla  Scuola^ 
da  Antonio  Ceppi  detto  Pagino^  dicesi  che  questa  somma  «faciunt  et  sunt  ad  monetam 
longam  seu  veterem  Mediolani  libras  triginta  unam  et  soldos  octo  imperialium.  »  In 
quello  stesso  anno,  a'  20  maggio,  la  rappresentanza   del  comune  di  Rho  eleggeva  tro 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  157 

— — ■ — ■ 1  I 

et  justi  ponderis,  „  datigli  a  mutuo  da  Antonio  da  Vimercate,  frate 
professo  del  monastero  di  Cominago;  e  tre  anni  dopo,  il  26  no- 
vembre, "  in  porta  nova  in  parodila  s.  Fidelis  in  domo  batutorum 
s.  Marise  de  la  morte  super  domibus  fractis,  convocato  et  congrega- 
to capitulo  schoUariorum  consortii,  universitatis  et  capituli  schollse 
dom.  s.  Marise  batutorum  de  la  morte  de  mandato  Antonioli  de  Bi- 
rago  fil.  q.  doni.  Ambrosi!,  rectoris,  Fedrigolli  de  Rivola,  prioris 
ipsius  schollse,  „  ed  altri  ventisette  scolari,  promette  di  restituire 
a  Vassallino  Bossi  fra  sette  anni  trenta  fiorini  d'oro  avuti  a  mutuo. 

Nel  secolo  seguente  continuavano  ancora  ad  assumersi  per  parte 
della  Scuola  tali  mutui,  ma  altresì  essa  possedeva  case,  fondi  e 
livelli  assai  ragguardevoli  in  Milano  nelle  parochie  di  s.  Michele 
al  Gallo,  s.  Galdino  in  porta  Romana  "  in  centrata  zuponariorum,  „ 
s.  Nazaro  in  Brolio,  s.  Eusebio  e  s.  Benedetto  in  porta  Nova,  ove 
aveva  anche  un  brolo  (a  s.  Fedele,  oltre  molti  altri  stabili,  era  in 
possesso  "  unius  spatii  terree,  ubi  est  oratorium  dictse  schollse  consor- 
tii et  universitatis  schollarium  schollae  verberatorum  dom.  s.  Ma- 
rise  et  s.  Johannis  de  Caruptis,  „  ove  era  anche  il  suo  cimitero, 
secondo  una  carta  21  gennajo  1439),  e  persino  lungo  il  Redefosso,  in 
parochia  di  s.  Stefano  in  Broglio;  a  Birago,  Camnago,  Barlassina 
e  Baruccana  aveva  latifondi  dell'estensione  di  pertiche  171,  avuti 
in  legato  testamentario  da  Giovanna  da  Birago. 

È  singolare  che  le  case  della  Confraternita  servissero  talvolta  di 
residenza  temporaria  dei  consoli  di  giustizia  in  luogo  del  Broletto, 
loro  tribunale  ordinario,  poiché  essi  assai  di  rado  e  in  casi  straordi- 
narj  esercitavano  il  loro  ufficio  fuori  della  residenza  stabilita  dagli 
Statuti;  un  istromento  del  22  novembre  1405  reca  che  Raimon- 
dina  Alamagna  dichiara  di  ricevere  lire  17  imperiali  da  Beltra- 
molo  Bonomi  in  presenza   di  Francesco   Della   Croce    "  consule 


suoi  governatori,  onde  effettuare  l'annessione  e  l'incorporazione  del  luogo  pio  dì  s.  Maria 
de  Pasquario  presso  quel  borgo,  colla  scuola  di  s.  Giovanni  Decollato  di  Milano,  «  cu- 

pieiìtes  loeura  ipsum  s.  Marise  taliter  stabiliri,  quod  salùbriter  gubernetur cogno- 

scentes  eorum  scholarium  laudabilia  opera,  et  quod  locus  ipse  plus  s.  Mariae  salubrius 
et  utilius  gubernabitur  per  illos,  quam  per  unicum  rectorem.  »  Questa  annessione  diede 
in  seguito  pretesto  ad  una  controversia  tra  la  Scuola  e  l'Ospitale  Maggiore,  che  preten- 
deva spettare  à  se  la  proprietà  dei  beni  del  predetto  luogo  pio  ed  ospitale  di  Rho  ;  ma 
la  vertenza  venne  definita  il  10  settembre  1482  con  sentenza  dell'arbitro  dottor  Barto- 
lomeo Capra,  che  decise  non  spettare  alcun  diritto  all'  Ospitale  Maggiore  su  quei  beni,, 
passati  in  esclusiva  proprietà  della  Scuola. 


158  LA  CHIESA  PI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

justitise  Mediolani  camerse  civitatis  et  omnium  fagiarum  civitatis  et 
ducatus  Mediolani  prò  tribunali  sedente  in  domibus  schollariorum 
verberatorum  s.  Marise  de  la  morte  constructse  super  domus  fractas 
P.  N.  Mediolani,  ecc.,  quem  locum  et  quod  tribunal  idem  dom.  consul 
ellegit  ac  per  prsesens  instrumentum  elligit  prò  eius  idoneo  loco  et 
suo  tribunali.  „ 

D'un'altra  convocazione  della  Confraternita  nel  secolo  XIV,  oltre 
la  già  mentovata,  ci  dà  notizia  una  carta  del  21  marzo  1363,  nella 
propria  sua  sede,  cioè  "  in  domibus,  in  quibus  sunt  et  conversantur 
scholares  batutorum  dom.  s.  Marise  de  la  morte,  etc,  ubi  consue- 
verunt  talia  et  consimilia  fieri  et  explicari,  et  in  quibus  domibus 

soUent  congregari ibidem  congregata  ipsa  communitate  eorum 

scbolariorum  impositione,  voluntate  et  consensu  Yincentii  de  Ber- 
nadigio  rectoris  dicta3  communitatis,  Federicus  de  Eivola,  sub- 
prior  dictse  communitatis,  „  e  diciotto  altri  scolari,  che  erano 
"  major  et  sanior  pars  et  etiam  duse  partes  dictse  communitatis  et 
plus^^  „  in  quell'adunanza  eleggono  sei  di  loro  quali  sindaci  e 
procuratori,  per  rappresentarli  in  tutti  gli  affari  civili. 

Sembra  che  la  casa  ove  si  adunavano,  fosse  quella  venduta  il 
17  settembre  1353  da  Antoniolo  Mascaroni  detto  Paranzino  a 
Pietro  Menclozzi  per  200  fiorini  d'  oro,  passata  poi  in  proprietà 
della  Scuola,  a  sud-est  della  chiesa,  tramutata  poi  dopo  la  sop- 
pressione a  sede  di  pubblici  dicasteri,  consistente  nella  metà  in- 
divisa "  unius  sediminis,  qua3  medietas  est  a  manu  sinistra  ad  in- 
troytum  dicti  sediminis,  a  dimedio  porta)  eundo  recta  linea  usque 
in  fundo  dicti  sediminis  de  retro  ;  et  est  illa  medietas  cum  duobus 
stazionis  a  platea,  cum  duobus  balconibus  et  solariis  superioribus, 
et  una  camera  magna  de  vino  post  illas  stazionas,  et  cum  por- 
ticu  ante  illam  cameram,  et  cum  lobiis  et  solariis  superioribus,  et 
cum  medietate  accessii  anditus  porta3  dicti  sediminis;  cui  sedimini 
cohseret  a  mane  fovea  magna  quse  recipit  aquas  pluvialles,  a 
meridie  tenet  magister  Petrus  de  Bollognia  et  in  parte  strata, 
a  sero  strata  caruptarum,  et  cui  medietati  cohaeret  a  mane 
dieta  fovea,  a  meridie  altera  medietas  dicti  sediminis,   a    sero 


*°  Da  carte  posteriori  risulta,  che  le  adunanze  degli  scolari  convocati  per  trattarci 
loro  affari  erano  sovente  più  numerose,  stante  l'incremento  della  Confraternita,  accor- 
rendovene  talvolta  persino  trenta. 


LA.  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  159 

caruptarum.  „  Su  quella  fossa  insorsero  più  volte  controversie  nei 
1395  e  1401  tra  la  Scuola  ed  i  fratelli  Bologna  Giacomo,  Luigi  ed 
Ambrogio  per  usurpazioni  di  essa,  annessa  com'era  alla  casa  dei 
Battuti  medesimi,  e  più  tardi  coll'incantatore  ossia  appaltatore  della 
spazzatura  della  medesima,  come  appare  da  atti  del  1459  e  1536, 
non  che  con  altri  coerenti,  come  risulta  dall'atto  di  transazione 
12  marzo  1554,  avvenuta  innanzi  il  vicario  dell'  arcivescovo  Gio- 
vanni Angelo  Arcimboldi  coi  consorti  Biverta,  che  aveano  altresì 
arbitrariamente  praticato  un  foro  ed  un  arco  nel  muro  comune 
coi  beni  della  Scuola  stessa. 

Fra  le  proprietà  di  questa  comprendevasi  anche  un  edifizio,  di 
cui  non  è  fuori  dell'opera  fare  speciale  ricordo  per  le  gravi  con- 
testazioni, a  cui  esso  diede  appiglio.  Il  24  maggio  1441  la  Scuola 
aveva  dato  a  livello  perpetuo  a  maestro  Filippo  Pellizzoni  una  casa 
in  parodila  di  s.  Benedetto,  contigua  a  quelle  di  s.  Fedele,  s.  Martino 
e  s.  Stefano  in  Nosigia,  co'  suoi  annessi,  ed  un  orto  che  stende- 
vasi  "  a  dicto  sedimine  usque  ad  cantonatam  unius  muri  venien- 
tis  per  rectam  lineam  usque  ad  foveam  versus  persicum  veterem 
et  unam  brugniam  novellam  usque  ad  aliam  partem  infrascriptse 
fovese  juxta  murum  lohannini  dicti  Sugli;  „  non  che  una  parte 
"  unius  fovese  tantum  quantum  capiunt  dieta  bona  locata  ut  supra, 
cui  cohseret  seu  cohserere  consuevit  ab  una  parte  hospitale  s.  Mar- 
tini in  parte,  et  in  parte  dom.  Caterinse  de  la  Conca,  et  in  parte 
lohannis  de  Florentia,  et  in  parte  sapientis  viri  Bartholomaei  Mo- 
roni  legum  doctoris.  „  Coi  nominati  Filippo  Pellizzoni  "  artium  et 
medicinse  doctore,  „  e  Giovanni  da  Gorgonzola  detto  Sugio  ebbe 
querela  la  Confraternita  in  occasione  di  confini  tra  le  rispettive 
proprietà;  quanto  al  primo,  appare  danna  carta  5  dicembre  1442, 
che  la  Scuola  aveva  interposto  appello  da  una  sentenza  pronun- 
ciata da  Andreolo  Bellisomi  vicario  del  podestà,  in  una  causa  re- 
lativa a  livello,  richiamandosi  al  duca  di  Milano  per  un  nuovo 
giudizio;  e  da  altra  del  2  giugno  1445,  che  la  rappresentanza  del 
Consorzio,  in  presenza  di  frate  Simone  Gisolfi  preposto  di  s.  Gio- 
vanni B.  degli  Umiliati  in  P.  0.,  dichiara  di  non  accettare  come 
giudice  in  causa  vertente  tra  le  parti  Francesco  Della  Croce  vi- 
cario generale  arcivescovile,  asserito  delegato  apostolico,  perchè 
giudice  sospetto,  e  gli  sostituisce  il  nominato  Gisolfi,  mentre  il 
Pellizzoni  elegge  Marco  Benzoni  prevosto  della  Scala,  come  giudici, 


160  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

commissarj  ed  arbitri;  ma  pochi  giorni  dopo  (16  giugno)  la  Scuola 
elegge  collo  stesso  mandato  Antonio  Brembato  prevosto  di  s.  Ste- 
fano in  Brolio,  in  luogo  del  Gisolfi.  La  vertenza  tra  la  Scuola  ed 
il  Sugio,  procuratore  dei  deputati  del  Luogo  Pio  della  Pietà  dei 
poveri  di  Cristo,  fu  definita  l'il  gennajo  1430  con  sentenza  di  Gu- 
glielmo Clerici  di  Lomazzo  degli  Umiliati,  rettore  della  chiesa  di 
s.  Salvatore,  vicina  a  s.  Pietro  all'Orto,  e  da  Angelo  d'Inzago,  ani- 
hedtie  ingegneri  ed  arbitri  comuni,  per  la  quale  fu  stabilito  che 
un  muro  alto  4  braccia,  interposto  fra  V  orto  della  Scuola  e  la 
casa  del  Sugio  doveva  conservarsi  inalterato  dalle  due  parti,  di 
cui  nessuna  poteva  "  facere  nec  fieri  facere  foramen  aliquod  in 
dicto  muro,  nec  aliquid  aliud  in  j)r8eiudicium  ipsarum  partium^ 
per  quod  tollatur  nec  accipiatur  aer  in  prseiudicium  servitudinis 
luminis  ipsarum  partium,  nec  alicujus  earum,  „  nella  quale  sen- 
tenza è  applicata  una  disposizione  contenuta  nelle  Consuetudini 
milanesi  del  1216,  al  Cap.  XXII,  Kub.  De  Servii,  et  Aquoed.,  e 
concludesi  tale  sentenza  con  altre  prescrizioni  relative  alle  reci- 
proche servitù  attive  e  passive,  riguardante  lo  scolo  delle  acque 
pluviali. 

Una  contesa  consimile  era  avvenuta  alcuni  anni  avanti  tra  la 
Scuola  e  Ambrogio  Maroldelli  di  Bologna,  terminata  con  sentenza 
arbitramentale  del  26  luglio  1407  di  Onofrio  da  Parma,  dalla 
quale  rilevasi*  l' esistenza  d'  un  palazzo  appartenente  alla  Scuola 
(così  sembra  chiamata  la  casa  di  residenza  di  essa,  fiancheggiante 
la  chiesa,  die  venne  poi  all'  epoca  della  soppressione  richiamata 
all'Economato  governativo,  come  già  accennai,  e  divenne  sede  di 
ufiicj  civili  e  militari),  poiché  vi  si  dice  che  un  muro  comune  di 
frontispizio,  ch'era  l'oggetto  della  disputa,  avente  una  fronte  verso 
la  strada  maestra,  l'altra  verso  l'orto  di  esso  Ambrogio,  "  est  a 
capite  pallatii  magni  dictorum  scholariorum  deversus  sedimen  dicti 
Ambrosii  „ .  Fu  forse  in  seguito  alle  molte  contestazioni  insorte  fra 
il  pio  Consorzio  ed  i  proprietarj  ed  utilisti  delle  case  confinanti 
alle  sue  presso  la  chiesa,  ove  esso  aveva  esteso  dominio,  che  con 
atto,  8  febbrajo  1454  la  rappresentanza  degli  scolari  in  numera 
di  34  fratelli,  a  ciò  adunata,  dehberava  che  per  l'avvenire  non  si 
avesse  mai  ad  effettuare  alcuna  traslazione  di  dominio  diretto  né 
indiretto,  nessuna  locazione  semplice  né  livellarla,  donazione  o  ven- 
dita 0  permuta  de'  suoi  beni ,  posti  nelle  confinanti   parochie   di 


i 


LA.  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  IGl 

s.  Fedele  e  s.  Benedetto,  a  nessuna  persona  o  corpo  morale,  sotto 
pena  di  nullità  degli  atti  e  contratti,  che  si  facessero  in  opposizione 
a  quella  deliberazione. 

La  Confraternita  andò  poco  a  poco  prosperando,  ed  acquistò  la 
benemerenza  della  città  per  essersi  data  alla  pratica  d'un' opera 
eminentemente  pia,  quale  era  quella  di  assistere  e  confortare  i 
condannati  a  morte,  porgendo  loro  i  conforti  caritatevoli  della  reli- 
gione, provvedendo  altresì  al  loro  vitto  e  ad  altre  necessità  fino 
all'  estremo  momento  ^\  e  seppellendo  poi  a  propria  cura  quegli 
infelici,  che  la  società,  ancor  rozza  e  mal  retta  da  leggi  insufiicienti 
e  poco  civili,  considerava  come  il  proprio  rifiuto,  ed  abbandonava 
crudamente  senza  alcuna  difesa  o  tutela  alle  più  dure  conseguenze 
d'una  pena  frequentissima  ed  infamante,  talvolta  barbara  e  selvag- 
gia, che  assumeva  tutti  i  caratteri  d'una  vendetta  contro  il  de- 
linquente, senza  intimorire  i  malvagi,  avvezzatisi  allo  spettacolo 
pubblico  della  crudeltà  e  del  disonore.  Gli  Statuti  milanesi  delle 
Giurisdizioni  del  1396,  da  me  pubblicati  per  la  prima  volta,  ram- 
mentano l'assistenza  e  la  sepoltura  data  dalla  Scuola  dei  Disci- 
plini ai  condannati,  ed  a  titolo  di  benemerenza  e  di  compenso 
delle  spese  che  avrebber  dovuto  spettare  al  Comune  per  seppellire 
i  giustiziati,  ma  che  erano  sostenute  dai  Disciplini,  Gian  Galeazzo 
Visconti  ordinò  nel  1395,  che  ogni  anno  ai  29  d'agosto,  festa  della 
Decollazione  del  Battista,  la  città  con  tutte  le  sue  rappresentanze^^ 
e  tutti  i  paratici  o  collegi  delle  arti  coi  loro  gonfaloni,  si  recasse 
in  forma  solenne  e  pubblica  alla  chiesa  di  quel  pio  Consorzio,  che 


"Da  due  registri  di  giustiziati  dal  1471  al  1783  esistenti  nell'Ambrosiana,  appare 
<;lie  gli  imputati  milanesi  mettevansi  a  morte  sulla  piazza  del  Duomo  e  nel  Broletto,  com- 
presi quelli  condannati  per  eresia  e  stregoneria,  che  abbruciavansi.  Tra  gli  altri,  trovo 
che  ai  27  luglio  1472  un  Lorenzo  di  Barra  «  fu  messo  in  cappia  sopra  il  campanile  del 
brevetto  per  giorni  cinque,  ed  ivi  morse».  Molti  giustiziavansi  a  Vigentino,  Melegnano, 
Monza,  taluni  in  bordello,  altri  nella  corte  del  capitano  di  giustizia,  al  Carrobbio,  alla 
Rocchetta  di  porta  Vercellina,  sulla  piazza  del  Castello,  di  s.  Stefano  in  brolio,  alla  Vetra 
de'  cittadini,  ed  in  altri  luoghi  in  città  e  fuori,  forse  dove  erasi  commesso  il  delitto 
capitale.  Aggiungevasi  talora  la  barbara  esacerbazione  dello  squartamento  e  dell'ustione, 
della  mutilazione  della  membra,  del  tanagliamento.  Il  25  aprile  1501  Benedetto  da  Ca- 
gliate fu  trascinato  a  coda  di  cavallo  in  Broletto,  ivi  decapitato,  e  la  di  lui  testa  fu 
portata  sulla  strada  di  Monza.  I  soldati  giustiziavansi  nel  Lazzaretto,  e  il  luogo  solito 
di  esecuzione  pei  nobili  era  sul  corso  di  porta  Tosa,  come  avvenne  pel  conte  Galeazzo 
Boselli  bergamasco  il  24  dicembre  1705. 

*  ^  Il  podestà,  il  vicario  e  i  dodici  di  provvisione,  il  luogotenente  referendario,  ecc. 


162  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

cominciava  ad  appellarsi  semplicemente  di  s.  Giovanni  decollato, 
onde  farvi  un'oblazione  di  lire  75;  disposizione  riniiovata  poi  dal 
duca  Filippo  Maria  Visconti  nel  27  agosto  1417,  giacché,  a  quanto 
sembra,  essa  era  caduta  da  qualche  anno  in  dimenticanza,  ed  ebbe 
poi  esecuzione  per  qualche  tempo  durante  la  di  lui  vita.  A  quel- 
l'oblazione s'aggiunse  in  seguito  l'altra  di  lire  18,  che  facevasi  an- 
nualmente dalla  K.  Tesoreria  nella  festa  del  Corpus  Domini,  come 
rilevasi  da  istanza  26  febbrajo  1627,  essendo  la  prima  da  qualche 
tempo  intermessa,  e  una  seconda  di  lire  12  per  parte  del  Tribu- 
nale di  Provvisione.  Nel  12gennajo  1445  la  Scuola  acquistava  una 
casa  in  parochia  di  s.  Eusebio  per  lire  370  e  soldi  6  da  Donato 
detto  Morellino  della  Porta,  coli' obbligo  di  distribuire  nel  giorno 
di  s.  Elisabetta  alla  Scuola  delle  quattro  Marie  ed  ai  poveri  un 
moggio  di  pane  e  tre  staja  di  ceci;  e  infatti  da  una  nota  del  2 
luglio  1442  appare,  che  tre  suoi  deputati  alla  porta  della  chiesa 
"  dederunt  et  dant  elimosinam  unam  de  modio  uno  furmenti  in 
pane  cocto  et  stariis  duobus  cixerorum  coctorum,  computatis  mi- 
chis  centum  datis  ad  parochiam  s.  Easebii  P.  N.  Mediolani,  et 
michis  40  datis  carceratoribus  Malestallse  comunis  Mediolani, 
quampluribus  pauperibus  Christi  ibidem  existentibus  ex  pauperi- 
bus  Christi  in  Mediolano  degentibus  ad  dictam  portam  dictse 
domus.  „ 

Sembra  che  quei  Disciplini,  a  nome  e  per  l'interesse  della 
Confraternita,  si  dessero  al  traffico  speciale  dei  metalli  preziosi, 
come  gli  Umiliati  avevano  abbracciato  il  lanii&cio,  perchè  fra 
molti  altri  documenti  che  attestano  quel  fatto,  trovo  un  contratto 
del  28  marzo  1452,  pel  quale  la  Scuola  si  obbligava  a  pagare 
215  fiol'ini,  di  cui  era  debitrice,  a  Gabriele  da  Meda,  "  occasione 
et  prò  pretio  et  mercato  auri  et  argenti  in  petiis  per  ipsum  cre- 
ditorem  ipsis  debitoribus  suis  et  dictis  nominibus  venditi,  dati  et 
traditi.  „ 

Di  pari  passo  colla  Confraternita  doveva  prendere  sviluppo 
anche  la  chiesa,  divenuta  per  angustia  insufficiente  la  primitiva  ai 
bisogni,  pel  che  a' 9  di  ottobre  1420  la  Scuola  stipulava  alcune 
convenzioni  con  Ambrogio  Bellusco  ed  Andreolo  Terzago  ingegneri 
per  la  costruzione  della  cappella  dell'altare  maggiore,  demolendo 
l'antica  del  1363,  e  l'anno  seguente  a' 28  agosto  Antonio  Bernieri 
prevosto  di  Borgo  s.  Donnino,  vicario  generale  dell'  arcivescovo 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  163 

Guglielmo  Pusterla,  per  decreto  "  actum  in  liabitatione  eiusdem  in 
domibus  ecclesiìe  s.  Marise  Secretse  „ ,  concede  altresì  al  Luogo  Pio 
facoltà  di  costruire  e  consacrare  il  cimitero  presso  la  chiesa  per  la 
sepoltura  degli  scolari  e  dei  giustiziati,  "  iure  parochialis  ecclesise 
s.  Fidelis  et  rectorum  eiusdem  ecclesiae  ac  cujuslibet  eorum  semper 
salvo  „  ;  e  ciò  in  seguito  ad  istanza  della  Confraternita,  i  cui  scolari 
"  in  eadem  parochia  s,  Fidelis  quamdam  ecclesiam  sub  vocabulo 
s.  lohannis  Baptistse  inchoari  fecerunt,  cupiuntque  prope  ipsam  mec- 
clesiam  noviter  hedificandam  habere  cimiterium,  in  quo  possint  ca- 
davera  mortuorum  sepeliri,  prsesertim  decollatorum  et  decollando- 
rum  ac  suspensorum  ac  suspendendorum,  et  alias  morte  violenta  et 
juditialiter  mortuorum  ac  ipsorum  scholarium,  propter  quse  a  prse- 
fato  dom.  Vicario  cum  instantia  requisiverunt  et  requirunt,  quatenus 
auctoritate  dom.  archiepiscopi  sibi  comissa  dignetur  ipsis  schola- 
ribus  cimiterium  hujusmodi  brachiorum  46  in  longo  et  in  traverso 
brachia  16  prope  ipsam  ecclesiam  hedificandi  concedere,  ac  cuicum- 
que  antistiti  gratiam  et  communionem  apostolicge  sedis  habenti 
hujusmodi  ecclesiam  et  cimiterium  consecrandi  et  alia  faciendi, 
qu8D  in  praemissis  necessaria  fuerint,  licentiam  concedere  dignetur 
atque  velit.  „ 

Ma  di  nuovo  nel  1569  gli  scolari-  avendo  determinato  "  amplifi- 
cari  et  de  novo  reficere  ecclesiam  dictse  scholse  „ ,  addivennero  alla 
convenzione  3  novembre  di  quell'anno,  con  cui  i  conjugi  Kiverta 
ad  essi  concedettero  alcune  loro  proprietà  limitrofe,  onde  fosse 
ampliata  la  cappella  ed  il  coro.  Era  la  chiesa,  colle  avvenute  ag- 
giunte, di  laterizio  ad  arco  acuto,  col  tetto  coperto  di  tavole,  di 
forma  quadrata  irregolare,  misurando  la  sua  altezza  braccia  15 
milanesi,  la  lunghezza  braccia  45,  compreso  lo  spazio  dell'  altare 
maggiore,  la  sua  larghezza  anteriore  braccia  30  circa,  con  due 
porte  di  diversa  luce,  e  la  posteriore  la  metà.  Aveva  ai  fianchi  due 
cappelle,  l'una  dedicata  alla  Vergine  a  destra,  l'altra  al  santo  tito- 
lare a  manca,  oltre  l' aitar  maggiore,  secondo  la  pianta  qui  ap- 
presso delineata,  quale  rinvenni  in  un  volume  degli  Atti  di  Visita 
Pastorale  esistenti  nell'Archivio  Arcivescovile. 

Quantunque  questa  chiesa  fosse  soggetta  fin  dalla  prima  sua  ori- 
gine alla  parochiale  di  s.  Fedele,  come  già  dissi,  tuttavia  varie  con- 
tese nacquero  tosto  fra  la  Scuola  ed  il  paroco,  e  durarono  sino  al 
1543,  circa  i  diritti  funerarj  accampati  dal  rettore,  le  quali  furono 


164  LA  CHIL3A  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

accomodate  con  ordinanza  27  febbrajo  di  quell'anno  dall'autorità 
ecclesiastica,  rappresentata  dal  vicario  arcivescovile,  determinante 


a)  Sagristia 
b  e)  Ingressi. 

d)  Porta  di  comunicazione  colla  casa. 
)  Altari. 


'D 


die  la  cera  dei  funerali  dei  non  giustiziati  si  dividesse  per  giusta 
metà  fra  le  parti  contendenti.  Passata  la  dipendenza  parochiale  di 
s.  Giovanni  alla  parochia  di  s.  Stefano  in  Nosigia,  in  occasione  della 
ricostruzione  di  s.  Fedele  nel  1566  sul  disegno  di  Pellegrino  Pelle- 
grini, e  dell'  introduzione  in  essa  dei  Gesuiti,  si  rinnovarono  le  con- 
troversie col  nuovo  paroco  nel  1672,  di  nuovo  sopite  colla  conven- 
zione 8  febbrajo  1748,  mediante  la  quale  il  paroco  Andrea  Brenna 
rinunciava  a'  suoi  diritti  parochiali  per  funzioni  nella  chiesa  da  lui 
dipendente,  e  questa  si  obbligava  per  compenso  a  corrispondergli 
annue  lire  cento  per  conto  della  Scuola,  corresponsione  che  con- 
tinuò al  di  là  dell'esistenza  del  Pio  Consorzio  ^^  per  parte  del  Eegio 
Economato.  Questa  Società  però,  composta  di  persone  popolane, 
distinte  in  contribuenti  e  funerarie,  senza  impulsi  e  senza  efficace 
protezione,  in  un  secolo  di  estrema  prostrazione  morale  e  politica, 
male'reggevasi,  sì  che  verso  il  1550  i  contribuenti  erano  ridotti  a 


*^  Soppressa,  come  vedrassi  in  seguito,  la  Confraternita  nel  1784,  quella  prestazione 
ebbe  luogo  sino  al  1787,  nel  quale  essendosi  sospesa,  il  paroco  Bosnati  ne  riclamò  e 
ottenne  nell'anno  seguente  la  continuazione,  come  da  rapporto  della  R.  Amministrazione 
de'  Vacanti  alla  R.  Intendenza  Politica  Provinciale  di  Milano  2  aprile  1788.  Il  5  gen- 
naio 1673  era  già  avvenuta  tra  le  parti  altra  transazione,  in  forza  dì  cui  pagavansi  al 
paroco  ad  persoiiam  lire  32  annue  per  le  quattro  solenni  funzioni  religiose,  a  cui  egli 
interveniva  nella  chiesa  del  luogo  pio,  ed  altre  lire  18  nelle  sepolture  ossia  esequie  dei 
fratelli  funerarj. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         165 

soli  sedici;  degli  altri  non  conoscevasi  il  numero,  essendo  che,  dice 
un  documento  manoscritto  contemporaneo  conservato  nell'Archivio 
Arcivescovile,  non  ne  intervenivano  al  Capitolo  che  due  o  tre. 

Il  reddito  annuo  della  chiesa  era  allora  di  sole  lire  cinquecento, 
non  avendo  alcuno  dei  tre  altari  cappellanie  né  dotazioni  speciali, 
<^d  un  editto  arcivescovile  del  16  giugno  1576  relativo  alla  chiesa 
prescrive  di  levare  i  frontali  di  legno,  e  sostituirvi  nei  luoghi  e 
modi  opportuni  colonne  di  pietra,  di  collocare  la  porta  maggiore 
nel  mezzo  della  fronte  verso  la  via,  e  di  farne  altre  due  late- 
rali, di  levar  l'altare  di  M.  V.  dov'era,  e  di  porlo  in  luogo  ap- 
provato. 

L'  anno  1566  è  di  lugubre  memoria  nei  fasti  milanesi.  La  città 
fu  funestata**  dalla  esecuzione  capitale  d'un  gran  numero  di  mal- 
fattori, rei  d' omicidj  e  d'  altri  delitti ,  pe'  quali  in  que'  tempi  di 
ignoranza  e  di  pregiudizj  non  v'  era  alcuna  guarentigia  né  in  una 
procedura  razionale,  umana  ed  equa,  né  nella  intemerata  imparzia- 
lità de'  tribunali.  S.  Carlo  si  commosse  a  quella  brutale  carnificina, 
ed  ideò  di  ampliare  e  dare  maggior  sviluppo  alla  Confraternita, 
rendendone  più  proficuo  il  caritatevole  uffizio.  Un  documento  di 
quell'anno  é  l'atto  autentico  ed  originale,  direi  quasi  l'abbozzo, 
di  quella  riforma,  dal  quale  rilevasi  che  allora  rimaneva  quasi  solo 
il  nome  di  quel  Pio  Consorzio,  "  quando  piacque  alla  bontà  e  mi- 
rabile providenza  del  Signore  di  rimediare,  il  quale  vedendo  che 
r  anno  medesimo  dovea  farsi  la  più  rigorosa  giustizia  e  più  fre- 
quente che  si  facesse  mai  in  questa  città,  ispirò  alcuni  gentiluo- 
mini a  rinnovare  quest'  opra,  altrettanto  per  far  beneficio  a  sé 
stessi,  ed  acciò  che  coli' insegnare  a  morire  ad  altri  imparassero 
essi  a  vivere,  quanto  per  ajuto  dei  poveri  condannati.  E  però,  col 
consiglio  e  l' autorità  dell'  ili.  card.  Carlo  Borromeo ,  arcivescovo 


**  Il  Morigìa  {Santuar.  di  Mil.y  p.  173)  conferma  che  la  cagione  della  riforma  della 
Scuola  de'  Disciplini  introdotta  da  s.  Carlo  fu  «  che  nel  contado  di  Milano  si  scoprisse 
una  gran  quantità  di  assassini,  che  facevano  tutti  quei  sassinamenti,  ribalderie  ed  am- 
mazzamenti, che  sì  possono  imaginare,  di  modo  che  ninno  era  sicuro  dalle  loro  mani 
né  per  le  vie,  ne  in  villa,  né  dentro  della  città,  ne  anco  nelle  proprie  case,  rubando,  as- 
sassinando, ammazzando  e  levando  l'onor  vituperosamente  ;  laonde  fu  fatto  tal  diligenza 
con  asprissimi  bandi,  che  in  pochi  mesi  fu  liberata  la  città  e  tutto  lo  Stato  da  quei 
ribaldi.  Laonde  ogni  settimana  eran  presi  molti,  e  la  giustizia  ne  faceva  brutti  spetta- 
coli, perchè  alquanti  furono  impiccati,  molti  tanagliati ...» 

Ardi.  Stor.  Lomb.  —  An.  I.  11 


166  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

. % 

di  Milano,  anzi  alla  presenza  sua  essendovi  il  numero  di  venti  gen- 
tiluomini circa,  si  stabilì  la  Confraternita  della  Consolazione  di 
s.  Giovanni,  aggregandovi  i  14  o  16  che  già  vi  appartenevano, 
e  confermando  questa  chiesa  per  di  lei  sede^%,!  Seguono  indi  le 
regole  allora  stabilite  dal  priore  e  da  tre  altri  fratelli  come  rap- 
presentanti del  Consorzio,  ed  eletti  a  questo  scopo  alla  presenza 
dell'arcivescovo,  non  che  alcuni  "  avvisi  circa  quelli  che  hanno  a 
esser  justitiati,  a  fin  che  condannati  dal  mondo,  restino  per  divina 
misericordia  justificati  dal  Signore,  morendo  in  quella,,.  In  questa 
occasione  il  cardinale  modificò  anche  l'abito  di  tela  bianca  della 
Scuola  in  altro  azzurro  coll'imagine  della  pietà  di  N.  S.  A  propo- 
sito di  questa  riforma,  il  G lussano  dice  che  s.  Carlo  persuase  ai 
nobili  e  principali  della  città  di  abbracciare  quella  pia  e  santa 
opera,  e  però  in  poco  spazio  di  tempo  divenne  essa  numerosissima, 
e  fu  favorita  persino  da  ministri  regi  e  dallo  stesso  governatore 
di  Milano,  che  vi  si  aggregò,  e  così  quelli  che  prima  se  ne  stavano 
oziosi  nella  città,  ebbero  occasione  di  occuparsi  in  opera  di  tanta 
pietà  e  misericordia,  poiché,  promulgata  la  sentenza  di  morte,  il 
priore  o  due  scolari  designati  da  lui  doveansi  recare  alla  pri- 
gione del  condannato  per  annunziargli  ne' modi  più  convenienti  la 
pena  decretata,  ed  egli  era  collocato  tosto  nell'  oratorio  almeno 
due  giorni  prima  del  supplizio,  ove  era  piamente  esortato  a  pi- 
gliar con  pazienza  ed  in  pena  delle  proprie  colpe  quella  dolorosa 
ed  umiliante  sorte.  Dalla  qual  forma  di  regola,  continua  il  Gius- 
sano,  ne  risultarono  due  grandi  vantaggi  :  l'uno,  cui  i  ministri  regi 
hanno  poi  sempre  osservato,  che  non  fosse  messo  a  morte  alcuno 
nel  giorno  che  avesse  ricevuto  i  conforti  della  religione;  l'altro, 
che  s'introducesse  il  sacerdote  della  Compagnia  od  altro  per  di- 
sporre ed  assistere  il  condannato  agli  ultimi  momenti;  soccorso  ed 
assistenza  dapprima  inusati. 

Quanto  alla  sepoltura  e  alle  esequie  dei  giustiziati,  esistevano 
già  opportune  disposizioni,  poiché  un  decreto  del  7  settembre  1514 


*5  In  una  lettera  del  cardinale  a  Gio.  Francesco  Bonomi  suo  famigliare,  poi  vescovo 
di  Vercelli  (1572-1587),  del  12  giugno  di  quell'anno,  gli  dà  notizia  di  questa  riforma, 
cui  dice  d*  avere  introdotta  il  giorno  precedente.  Le  regole  ch'ei  diede  a  quel  Con- 
sorzio le  modellò  su  quelle  che  si  fé' trasmettere  da  Roma,  ove  già  esisteva  un'Opera 
Pia  avente  l' istessa  natura  e  scopo. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         167 


di  Ruffino  Bellingeri,  dottore  d'ambe  le  leggi,  arciprete  dei  ss.  Na- 
borre  e  Felice  de  pristino  diocesi  di  Pavia,  e  vicario  del  cardinale 
Ippolito  II  d'Este  arcivescovo  di  Milano,  concedeva  alla  Scuola  di 
s.  Giovanni  decollato  la  facoltà  "  eundi  cura  cereo,  candelis  ac- 
censis  et  aliis  necessariis,  prout  vobis  placuerit,  ad  locum  de  Vi- 
glentino^^  extra  portam  romanam,  ubi  conducuntur  malefactores 
ad  justitiam,  et  ibidem  officia  mortuorum  et  alia  divina  officia 
celebrandi  semel  et  pluries  in  anno  juxta  vestrum  solitum  prò  ani- 
mabus  defunctorum  ibidem  jacentium,  et  sit  in  facultate  vostra  et 
cujuslibet  vestrum  postulandi  illos  sacerdotes,  prout  vobis  malue- 
rit,  de  societate  ad  dieta  officia  celebrandum  „. 

Sino  all'anno  1589  perseverò  nelle. forme  e  regole  assegnate  dal 
Borromeo  quella  pia  Scuola,  ma  assunto  allora  al  governo  di  Mi- 
lano D.  Carlo  d'Aragona,  duca  di  Terranuova,  capitano  generale 
della  città,  che  si  annoverò  in  essa  col  castellano,  il  gran  cancel- 
liere, i  presidenti  ed  altri  ministri  reali,  ei  la  rinnovò  e  riformò  con 
nuovi  ordini,  ed  operò  che  abbandonato,  col  consenso  dei  cavalieri 
scolari,  il  colore  delle  vesti  assegnato  nel  1566,  si  riassumesse  la 
divisa  primitiva,  nella  quale  essi  comparivano  davanti  ai  delin- 
quenti, scrive  il  Torre ^^  in  processione,  vestiti  d'abito  candido  di 
sottilissima  tela  piegato  in  onda,  con  mantelletto  di  lana  fiam- 
minga esso  pur  bianco,  reggendo  sulla  spalla  sinistra  tra  nero  vel- 
luto a  ricami  d'oro  un  crocifisso  ^^,  portando  anco  in  testa  cappello 
bianco  con  fiocchi  di  seta  a  pendio.  Dal  cordone  bianco  che  ser- 
viva di  cintura,  pendeva  il  decenario  o  rosario.  Dal  .colore  di  tale 
divisa  il  Morigia  chiama  il  Consorzio  la  Compagnia  de'  nobili  della 
consolazione  di  s.  Giovanni  decollato  in  Case  Rotte,  detta  dei 
Bianchi,  e  nelle  sue  stesse  regole  stampate  nel  1590,  1654  e  1782 
ripetesi  tale  appellazione.  Tali  statuti  erano  distinti  in  25  capi- 
toli, ed  annoveravano  qual  protettore  il  monarca,  avente  per  suo 
rappresentante  il  governatore  di  Milano,  ed  assegnavano  gli  spe- 
ciali ufficj  del  prefetto  e  de'  suoi  consiglieri,  del  maestro  dei  novizj, 


'^  Il  Sitoni,  citando  il  Bossi  sotto  l'anno  1416,  ricorda  le  forche  di  Vigentino,  ove  fu 
giustiziato  da  Galeazzo  Visconti  un  Picciardone  Vassalli  suo  primo  ministro,  come  ram- 
menta anche  il  Cerio  sotto  l'anno  1362.  «Forche  stabili  di  marmo,  seguita  il  Sitoni, 
citando  il  Tor.  a  fol.  83,  erano  prima  ov'è  la  crocetta  del  mercato  di  porta  ticinese.  » 

•^  Ritratto  di  Milano,  pag.  285. 

*^  A' piedi  della  croce  era  effigiato  il  capo  reciso  del  Battista. 


168  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

del  visitatore  degli  infermi,  del  soprintendente  alla  sacristia,  del 
tesoriere,  del  sindaco,  o  procuratore,  dell'archivista^^,  del  rettore, 
del  sacrista  o  cappellano,  e  de' portieri.  Emerge  altresì  da  essi, 
che  dividevansi  gli  ascritti  in  fratelli  nobili  ed  in  funerarj,  e  di- 
stinguevansi  i  deputati  alla  fabbrica  da  quelli  dell'archivio.  Nel- 
l'edizione del  1664  leggesi  l'elenco  degli  scolari,  tra  cui  contavansi 
128  nobili,  oltre  il  governatore,  scelti  fra  le  famiglie  patrizie  della 
città,  insigniti  delle  più  alte  cariche  civili  e  militari  dello  Stato,  e 
trenta  funerarj.  Fra  i  deputati  all'archivio  annoveravasi  Fran- 
cesco Maria  Ricchino  come  scolare  ed  architetto,  del  quale  sarà 
parola  più  innanzi.  Il  Sormani^°  rammenta  fra  gli  scolari  il  gene- 
rale Jacopo  Boncompagni  duca  di  Sora,  il  castellano  D.  Ferdinando 
de  Sibla  conte  di  Cifuente,  il  gran  cancelliere  Danese  Filiodoni  ed 
il  presidente  del  Senato  Jacopo  Riccardi.  Coli'  andar  dei  tempi  vi 
si  aggregarono  quasi  tutti  i  governatori,  sfoggiando  pompe  e  sus- 
siego proprj  dell'  età  e  del  carattere  spagnuolo  ;  molti  patrizj 
cittadini  le  diedero  il  loro  nome  per  piaggiare  i  grandi,  o  per  con- 
suetudine, 0  per  affettazione  religiosa,  e  tra  essi  scorgevasi  il  conte 
di  Vaudemont  governatore  e  capitano  generale  di  S.  M.  Cattolica 
nello  Stato  di  Milano,  accoltovi  FU  agosto  1698,  e  negli  ultimi 
tempi  si  veggono  mentovati  ne'  suoi  registri  il  conte  Pietro  Verri 
nel  1747,  il  conte  Gian  Luca  Parrà  vicini,  ministro  plenipotenziario, 
il  conte  Colloredo  e  il  conte  di  Traun,  il  conte  Ponze  de  Leon  ge- 
nerale nel  1760,  il  conte  di  Firmian,  Giorgio  Giulini,  Venceslao 
Kaunitz  di  Rittberg,  Filippo  V  e  altri  molti.  Effettuavasi  ancora 
nello  scorso  secolo  l'oblazione  della  città  e  dei  paratici  a' 29  d'ago- 
sto, ordinata  da  G.  Galeazzo  Visconti  nel  1395,  e  confermata  poi 
con  altro  decreto  5  settembre  1619,  dopo  quello  di  Filippo  Maria 
Visconti. 


*^  L'Archivio  della  Scuola  fu  sistemato  e  raccolto  soltanto  nel  1671  per  ordine  del 
prefetto  marchese  Cesare  Visconti,  e  per  opera  di  Carlo  Antonio  Menni,  essendo  ri- 
maste fino  allora  sparse  e  sperperate  le  carte  ed  i  documenti  in  mano  d' amici  e  di 
nemici,  pel  che  molte  di  esse  andarono  guaste  o  perdute,  e  si  smarrì  la  memoria  di 
molti  crediti.  Questa  dispersione  e  confusione  durava  tuttavia  nel  1639.  Nel  1671  si 
cominciò  un  repertorio  sommario  dei  documenti  ed  atti  superstiti  dal  predetto  Menni, 
continuato  poi  dai  successori.  Questo  archivista  dovette  essere  fornito  di  non  comune 
coltura,  a  giudicare  dal  suo  lavoro  che  tuttavia  rimane,  e  dalle  prefazioni  latine  pre- 
poste al  catalogo  da  lui  avviato. 

2°  Pasaeggiate,  tom.  Ili,  pag.  189. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         169 

Rassodatasi  così  e  ridotta  a  più  regolare  forma  quella  Confra- 
ternita, fu  favorita  dai  monarchi  di  nuove  grazie  e  privilegi.  Il 
duca  Francesco  II  Sforza  aveva  già  ordinato,  il  20  novembre  1533, 
che  fossero  rilasciati  alla  Scuola  gli  abiti  e  quanto  apparteneva  ai 
giustiziati,  ordinanza  sovente  infranta  dai  bargelli  e  custodi  delle 
carceri,  a  quanto  consta  da  più  d'un  processo  a  loro  carico,  rinnovata 
poi  ril  dicembre  1536  dall'imperatore  Carlo  V,  e  il  4  marzo  1556 
da  re  Filippo  IV  di  Spagna.  Il  Senato  a'  3  gennajo  1579  autoriz- 
zava la  Scuola  a  far  convenire  avanti  il  di  lei  prefetto  qualsivoglia 
suo  debitore  per  qualunque  causa  o  titolo,  secondo  l'anteriore  con- 
cessione ducale  1486  emanata  pei  Luoghi  Pii  di  Milano,  ed  il  ca- 
pitolo 493,  voi.  II,  delle  nuove  Costituzioni;  e  Carlo  II,  tutelato 
dalla  madre  regina  d'Austria,  con  diploma  8  gennajo  1675  le  ac- 
cordava il  privilegio  di  liberare  ogni  anno  due  condannati  a  morte 
di  caso  graziabile,  privilegio  effettivamente  esercitato  ^^ 

D'altra  parte,  il  1.°  maggio  1567  Paolo  PP.  IV  emanava  sen- 
tenza di  scomunica  contro  i  debitori  della  Scuola,  e  Sisto  V  contro 
gli  occultatori  dei  di  lei  beni,  ed  il  16  luglio  1619  l'arcivescovo 
Federico  Borromeo  acconsentì  ad  'essa  di  portare  processional- 
mente  sulla  pubblica  via  il  SS.  nell'ore  pomeridiane  nell'ottava  del 
Corpus  Domini,  giorno  particolarmente  da  essa  festeggiato,  e  da- 
vale  pur  licenza  di  conservarlo  in  chiesa,  purché  vi  risedesse  sem- 
pre un  sacerdote,  e  in  osservanza  delle  sinodali  prescrizioni  vi 
fosse  tutto  quanto  richiedesi  alla  custodia  e  venerazione  di  esso. 


"  La  petizione  che  facevasì  dalla  Scuola,  della  grazia  della  vita  d'  un  condannato, 
piuttosto  che  da  un  criterio  legale  sulla  graziabilità,  era  determinata  dall'  offerta  di 
una  somma  di  denaro  esibita  dal  giustiziando.  Ciò  rilevasi  da  una  domanda  di  grazia» 
senza  data,  ma  posteriore  al  1675,  in  favore  di  Giovanni  Francesco  Crivelli,  detenuto 
nelle  carceri  pretorie  e  processato  per  detenzione  d'armi,  mentre  il  diploma  di  Carlo  II 
concerneva  pena  di  vita  che'  superasse  la  corporale.  Nelle  occasioni  di  grazia  concessa 
ai  condannati,  un  cerimoniale  apposito  era  messo  in  pratica.  La  Scuola  intera  od  una 
numerosa  sua  rappresentanza  veniva  invitata  dal  prefetto  a  recarsi  in  abito  processio- 
nalmente  e  colla  croce  alle  carceri  del  castello,  se  il  graziato  era  militare,  o  alle  altre, 
a  levare  il  detenuto,  e  accompagnarlo  a  s.  Giovanni  decollato,  onde  render  grazie  a  Dio. 
Due  confratelli  lo  vestivano  di  bianco  nella  prigione,  paravasi  la  chiesa  a  festa,  ed  alla 
processione  intervenivano  i  tubatori  cìvici  ed  i  pompieri  ed  i  musici,  cantando  deter- 
minate preci.  In  dato  luogo  lungo  la  via  trovavasi  il  castellano,  a  cui  il  graziato 
porgeva  grazie,  indi  il  governatore  altrove  levavasi  il  cappello  sorridendo.  In  chiesa, 
dopo  alcune  funzioni  religiose  stabilite  per  la  circostanza,  il  graziato  riceveva  l'elemo- 
sina, che  per  lui  durante  il  rito  sacro  veniva  raccolta. 


170  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 


Da  questa  concessione  ebbe  forse  principio  la  serie  dei  sacerdoti, 
che  sotto  nome  di  rettori  provveduti  ed  alloggiati  dalla  Scuola  at- 
tendevano all'esercizio  del  culto,  come  prescriveva  l'art.  XIII  delle 
Costituzioni  del  1654.  Finalmente  il  cardinale  arcivescovo  Pozzo- 
bonelli  concedeva  il  24  marzo  1751  opportuna  licenza  alla  chiesa 
per  la  celebrazione  di  messe  un'ora  avanti  l'aurora  ed  un'ora 
dopo  mezzodì,  essendovi  grandissima  affluenza  di  celebranti  e  di 
popolo. 

Verso  la  metà  del  secolo  XVII  era  la  chiesa  di  nuovo  insuffi- 
ciente e  ristretta  ai  bisogni  del  culto  ed  al  concorso  dei  devoti,  o 
forse  per  vetustà  non  ispirava  bastevole  sicurezza.  Ne  fu  quindi 
decretata  la  demolizione,  e  l'erezione  di  quella  più  vaga  e  mae- 
stosa, dice  il  Lattuada,  ch'oggidì  si  vede,  e  la  Scuola,  con  sua  ordi- 
nanza presa  nella  congregazione  12  agosto  1645,  deliberava  il  pronto 
incominciamento  della  fabbrica,  secondo  il  capitolato  a  stampa  da 
osservarsi  dall'impresario,  ed  il  disegno  da  essa  approvato,  del- 
l'architetto collegiato  Francesco  M.  Ricchino,  allora  celebre,  il 
quale  per  sopperire  alla  deficienza  di  mezzi  occorrenti  ad  un  edi- 
fizio  dispendioso,  con  istromento  6  marzo  1654  dava  a  prestito 
gratuito  per  sei  mesi  a  Giovanni  Benedetto  Bigarola,  ei  pure  in- 
gegnere collegiato,  come  sindaco  della  Scuola,  lire  tremila  da  im- 
piegarsi nel  compimento  dell'  edificio,  colla  condizione  che  pro- 
traendosi  la  restituzione  del  mutuo  al  di  là  del  tempo  pattuito,  la 
Scuola  gli  avesse  a  corrispondere  l'interesse  del  6  per  cento  al- 
l'anno.  Nel  seguente  1662  l'edificio  era  ancora  imperfetto,  giacché 
sopra  istanza  8  agosto  di  quell'  anno  del  prefetto  della  Scuola, 
questa  otteneva  dall'autorità  civile  la  facoltà  di  occupare  per  la 
fabbrica  "  un  poco  della  strada,  dovendosi  seguire  la  linea  retta 
della  facciata  della  chiesa  sino  al  cantone  presso  s.  Fedele.  „  Del 
Ricchini  è  pure  la  scala  a  chiocciola  che  st/i  a  sinistra  dell'  atrio 
d'ingresso,  che  mette  all'oratorio,  assai  vasto  un  tempo,  sopra- 
stante all'atrio  medesimo  e  di  forma  quadrata,  destinato  all'uso  pri- 
vato del  Consorzio,  che  vi  teneva  le  sue  adunanze,  ed  adempiva 
in  determinati  giorni  a  pratiche  religiose  pi*escritte  dalle  Costitu- 
zioni. Morto  il  Ricchini,  prestò  l'opera  sua  il  figlio  Giovanni  Do- 
menico, che  specialmente  adoperossi  all'oratorio  già  detto.  L'aitar 
maggiore  di  marmo,  condotto  lentamente  per  scarsezza  di  mezzi 
pecuniarj,  fu  compiuto  più  tardi,  cioè' nel  1713  a'  12  giugno,  da 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         171 

<jrio vanni  Rosnati,  secondo  la  convenzione  2  ottobre  1719,  pel 
prezzo  di  lire  15,000. 

La  chiesa  cosi  rifatta  ebbe  il  6  dicembre  1684  la  visita  pasto- 
rale dell'arcivescovo  card.  Federico  Visconti,  che  vi  fece  alcuni 
decreti  per  la  regolare  tenuta  del  luogo  sacro,  e  il  22  giugno  1702 
quella,  festeggiata  con  pompa  straordinaria  e  solenne  cerimoniale, 
di  re  Filippo  V  di  Spagna,  venutovi  per  onorare  la  Scuola,  seguito 
dai  grandi  dello  Stato  e  dal  suo  cappellano  maggiore. 

Nel  1704,  essendo  accesa  la  guerra  di  successione  al  trono  di 
Spagna,  e  quindi  allo  Stato  di  Milano,  tra  l'imperatore  ed  i  Gallo- 
Ispani,  questi  spogliarono  il  duca  di  Savoja,  alleato  dell'imperatore, 
di  quasi  tutto  il  suo  Stato,  e  la  sorte  dell'armi  venne  ad  agitarsi 
sui  campi  di  Lombardia.  A'  4  di  marzo  di  quell'anno  Galeazzo  Vi- 
sconti d'  Aragona,  vicario  di  Provvisione,  invitava  la  nobilissima 
Scuola  ad  intervenire  ufficialmente  coli' abito  proprio  e  coi  cerei 
ad  una  processione  delle  4"0  ore  alla  chiesa  de'  Cappuccini  in  porta 
Orientale  ^'  per  implorare  la  divina  clemenza  a  favore  di  questa 
patria  nelle  presenti  contingenze  ^^  „  ed  il  16  seguente  il  pre- 
fetto Giacomo  Fagnano  le  comunicava  l'invito;  v'intervenne  essa 
assai  numerosa,  essendovi  115  fratelli  fra  nobili  e  funerarj,  con 
quattro  cori  di  musica  e  trombe,  scegliendo  a  ciò  l'ultima  ora 
per  procurarsi  maggior  distinzione  e  solennità.  Narra  la  relazione 
di  quell'intervento,  conservata  nel  volume  delle  ordinazioni  della 
Scuola,  che  questa  fu  ricevuta  all'ingresso  dalle  guardie  svizzere, 
dagli  alabardieri  e  da  alcuni  l'eligiosi;  l'aitar  maggiore  era  mu- 
tato in  un  sacro  teatro,  in  cui  rappresentavasi  la  predicazione  di 
s.  Giovanni  Battista,  e  la  processione,  uscita  di  chiesa,  "  fu  obbli- 
gata a  girare  dal  ponte  vicino  a  s.  Rocco  fino  alla  crocetta  del 
dazio,  marciando  dalla  parte  di  là  del  fosso,  e  ritornando  dal- 
l'altra,  stendendosi  la  Scuola  dalla  croce  de' Cappuccini ,  posta 
rimpetto  alla  chiesa,  sino  alla  detta  crocetta.  „ 

Il  favore  di  che  la  Scuola,  sempre  appellata  col  titolo  di  nobi- 
lissima, godeva  presso  il  pubblico  e  l' autorità ,  i  suoi  privilegi  e 
gli  ampliati  suoi  mezzi  economici,  invogliò  altri  Pii  Consorzj  aventi 


2-  Anclie  il  cardinale  arcivescovo  Gr.  Archinto,  il  24  gennajo  1720,  invitava  la  Scuola 
ad  intervenire  ad  una  processione  per  implorare  «  la  felicità  dell'augustissima  casa  », 
portandovisi  la  statua  di  s.  Carlo. 


172  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

ristesso  indirizzo,  ad  aggregarlesi,  ond' essere  partecipi  di  tante 
predilezioni  ed  utilità,  ed  infatti  da'  suoi  atti  appare  che  tale  an^ 
nessione  ottenne  nel  1698  a'  6  agosto,  essendone  prefetto  il  conte 
Giulio  Visconti  Borromeo  Arese,  la  Confraternita  di  s.  Maria  di 
Varese;  nel  febbrajo  1702  quella  della  Morte  di  Novi,  diocesi  di 
Tortona;  nel  1744  l'altra  di  s.  Giovanni  B.  decollato  di  Caravaggio 
in  Gora  d'Adda,  e  nove  anni  dopo  quella  del  Confalone  di  s.  Ber- 
nardino nella  chiesa  di  s.  Maurizio  di  Monza,  accettandone  tutte  le 
regole  ed  ordinazioni  imposte;  più  tardi,  nel  1771,  al  1°  di  giugno, 
vi  si  unì  la  Confraternita  di  s.  Bernardino  e  del  Rosario  in  Ab- 
biategrasso,  avente  lo  stesso  scopo  di  assistere  anche  ne'  bisogni 
materiali  i  condannati  a  morte. 

L'  abbellimento  del  nuovo  santuario,  mediante  dipinti  alle  pa- 
reti e  nella  volta,  cominciò  non  molto  dopo  ad  essere  nei  voti  dei 
divoti  e  più  dei  confratelli,  e  perciò,  dopo  1'  esame  di  non  pochi 
progetti  presentati  da  varj  artisti,  la  congregazione  generale  te- 
nuta il  31  maggio  1723,  stabilì  doversi  toglier  dalla  volta  ed  ot- 
turare il  cupolino  che  vi  era  e  sembrava  pericoloso,  e  doversi  in. 
essa  esprimere  in  pittura  "  quel  pensiero  del  carro,  quale  è  stato 
considerato  per  il  più  plausibile  all'opera  che  devesi  fare,  „  ed  ap- 
provò il  progetto  che  rappresentava  un  misto  di  figure  ed  archi- 
tettura, quale  appunto  venne  eseguito. 

Il  medaglione  della  sommità  della  volta,  armonicamente  com- 
partita in  quadratura,  dice  il  cav.  Luigi  Bossi  ^^  rappresenta  il  Pre- 
cursore posto  di  mezzo  fra  l'antica  e  la  nuova  legge,  con  gerogli- 
fici e  figure  che  concorrono  a  manifestarne  l'idea,  avendo  l'artista 
distribuito  alcune  figaro  di  Padri  e  Profeti  del  Vecchio  Testamento 
ne'  vacui  più  alti,  al  di  sopra  della  cornice,  che  gira  intorno  alla 
chiesa. 

A  dipingere  le  figure  erasi  offerto  Sebastiano  Ricci,  dimorante 
in  Venezia,  ma  non  fu  accolta  la  sua  proposta  come  troppo  co- 
stosa, avendo  egli  chiesto  il  compenso  di  quattromila  filippi,  e  non 
fu  tenuto  nemmeno  conto  della  riduzione  da  lui  offerta  a  soli  2500. 
Vi  furono  invece  prescelti  a  prestar  l'opera  loro  Giuseppe  Antonia 
Castelli  di  Monza,  detto  Castellino,  per  l'architettura,  e  Pietro  Gi- 
lardi  per  le  figure,  il  quale  ultimo  avea  richiesto  il  prezzo  di  due 


^^  Guida  di  Milano,  pag.  242. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  173 

mila  filippi,  che  poi  ridusse  a  due  mila  scudi;  col  primo  non  erasi 
avviata  alcuna  trattativa  sul  prezzo  dell'  opera  sua,  ed  egli  non 
giunse  che  a  condurre  a  termine  le  figure  della  volta,  e  il  28  lu- 
glio 1725,  un  anno  dopo  la  sua  morte,  furono  pagate  a'  suoi  eredi 
Emmanuele  e  Giuseppe  Castelli,  zio  e  nipote  ^\  lire  5400  in  saldo 
di  lire  9000,  prezzo  concordato  da  arbitri  dei  lavori  del  defunto; 
ed  il  1.*'  settembre  di  quell'anno  Pietro  Gilardi  riceveva  per  la  sua 
prestazione  lire  11,400,  secondo  l' arbitramento  del  marchese  ma- 
resciallo Visconti,  prefetto  della  nobile  Scuola.  Giacomo  Secco,  de- 
putato a  condurre  a  termine  i  dipinti  delle  pareti,  terminati  dopo 
il  1728,  ebbe  lire  4080;  Francesco  Belletti  lavorò  per  lire  335  le 
stuccature,  dorate  poi  in  parte  da  Antonio  Castine  per  lire  2900, 
che  ne  rilasciò  ricevuta  finale  il  13  gennajo  1729. 

La  chiesa,  d'ordine  jonico,  conta  tre  cappelle.  Le  otto  tribuna  o 
coretti  a  balaustrate  di  pietra,  che  stanno  a'  lati,  servivano  a'  ca- 
valieri della  Confraternita  n eli' assistere  alle  funzioni  ecclesiasti- 
che. Quanto  al  merito  architettonico  del  Ricchini,  il  Borsieri  ^^  lo 
annovera  fra  gli  architetti  di  gran  nome  del  suo  tempo  (1619), 
con  Giuseppe  Meda,  Martino  Basso,  Pietro  Antonio  Barca,  Lelio 
Buzio,  Antonio  M.  Corbetta,  Aurelio  Trezzo,  e  sembra  che  tale 
estimazione  realmente  lo  onorasse,  poiché  egli  prima  di  questa 
architettò  le  chiese  di  s.  Giuseppe,  s.  Agostino  in  P.  N.,  s.  Ul- 
derico alle  Cinque  Vie ,  s.  Eusebio,  s.  Lazaro  e  s.  Nazaro  alla  Pie- 
trasanta.  Aggiugne  il  citato  scrittore,  che  "  ciascuno  de'  nominati 
architetti  segue  la  maniera  del  Pellegrino  quanto  maggiormente 
può,  anzi  pur  quella  eh'  egli  medesimo  ha  tratta  dalle  fabbriche 
fatte  in  Roma  da' gentili,  non  avendo  fra  essi  chi  più  cerchi  le  mi- 
nuzie degli  Alemanni,  né  le  spesse  cornici  dei  Bramantini,  ma  più 
tosto  la  sodezza  e  la  maestà  degli  antichi.  „  Ora  però,  mutato  il 
gusto  artistico,  ben  diverso  é  il  giudizio  che  fassi  delle  opere  d'arte 
costrutte  al  tempo  della  decadenza;  giacché,  a  tacere  d'altre  au- 
torità, sul  merito  artistico  dell'  architettura  e  dei  dipinti,  altre 


2^  Prestarono  mano  al  Castellino  nel  condurre  le  pitture  architettoniche  il  nominato 
Giuseppe  suo  nipote  e  il  cugino  Jacopo  da  Lecco.  I  quattro  medaglioni  a  chiaroscuro 
e  a  finti  cammei,  de'  quali  uno  è  interrotto  dal  pulpito  addossatovi,  rappresentanti  al- 
cuni episodj  della  vita  del  Precursore,  sono  di  Giovanni  B.  Sassi,  degno  di  somma  lode, 
dice  il  Lattuada,  per  la  singolare  sua  perizia  in  quest'  arte. 

*•'  SuppUm.  della  Nobiltà  di  Milano,  pag.  61,  62. 


I 


174  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

Tolte  celebrati,  di  questa  chiesa,  così  si  esprime  un  erudito  scrit- 
tore d'  arte,  nostro  concittadino,  in  una  recente  sua  rivista  arti- 
stica :  "  La  data  della  riedificazione  della  chiesa  e  i  nomi  degli  au- 
tori non  sono  fatti  per  raccomandare  1'  opera  all'  artista.  Nondi- 
meno vi  è  in  essa  qualche  cosa  di  caratteristico,  specialmente  nella 
pittura  decorativa  interna,  condottavi  al  principio  del  secolo  suc- 
cessivo. L'esterno  non  ha  aspetto  di  chiesa.  Un  triplice  arco  chiuso 
da  inferriate  a  rami  contorti  a  ricci  lo  chiude,  e  vi  forma  quasi 
un  pronao.  Lo  stile  del  vecchio  Eicchini  s' intravvede  nelle  mac- 
chinose mensole  delle  serraglio,  che  loro  stanno  sopra.  Più  in  alto 
la  facciata  tiene  forma  d'abitazione  privata;  le  finestre  corrispon- 
dono ad  una  sala  capitolare  od  oratorio  dell'antica  Confraternita, 
e  mancano  affatto  di  quell'energia  di  modanature  e  di  risalti, 
tanto  da  sembrare  facile  vedervi  l'intervento  del  figlio. 

„  L' interno  della  chiesa  tiene  forma  icnografica  d' un'  ellisse  ri- 
tagliata ad  ottagono,  cui  s' appicca,  al  lato  di  contro  all'  ingresso 
principale,  uno  spazio  quadrangolare  per  collocarvi  il  maggior  al- 
tare. I  soliti  pilastri  in  giro,  secondo  lo  stile  jonico  del  tempo,  ne 
formano  l' organismo  principale.  Fra  essi  si  aprono  i  due  altari, 
uno  per  ogni  lato  maggiore,  con  piccole  cantorie  a  foggia  di  bal- 
coni, sui  fianchi,  e  con  altre  maggiori  nei  lati  brevi.  È  un  miscu- 
glio di  sacro  e  di  profano.  Tutto  quanto,  per  altro,  ha  nesso  colla 
parte  edilizia,  non  lascia  di  portare  ancora  l' impronta  del  mi- 
gliore dei  Ricchini.  Gli  altari  e  la  generale  decorazione  pittorica 
della  chiesa,  invece,  quella  d'  un  mezzo  secolo  dopo,  s' improntano 
d'un  carattere  senza  nerbo  e  d'una  grazia  svenevole  e  sdilinquita. 
•  „  Alla  pittura  a  fresco,  onde  sono  coperte  le  volte  e  le  pareti, 
malgrado  la  mirabile  disinvoltura  e  maestria  di  condotta,  meglio 
s'addicono  queste  espressioni.  La  grande  medaglia  della  volta 
maggiore  di  Pietro  Gilardi,  anche  senza  i  guasti  sofferti,  è  una 
macchia  variopinta,  luminosa,  ma  incomprensibile  come  soggetto. 
Così  voleva  il  tempo,  purché  si  aggiungesse  1'  abbarbaglio  d'  un 
cielo  aperto.  La  medagha  sull'altar  maggiore,  di  Giovanni  Battista 
Sassi,  di  una  mano  meno  agile,  ma  di  un  organo  visivo  meno  vi- 
ziato agli  effetti  convenzionali,  rappresenta  almeno  cosa  che  si 
comprende,  una  gloria  d'  angeli.  Il  resto  della  volta  maggiore  di- 
pinse di  forme  che  vorrebbero  essere  architettoniche,  Giuseppe 
Antonio  Castelli  di  Monza.  Al  tempo  suo,  nei  primi  trent'anni  del 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         175 

secolo  XVIII,  era  contato  fra  i  celebri,  né  alcuno  s'attenterebbe 
oggi  neppure  di  negargli  un  certo  gusto  della  forma  e  del  colore, 
una  mano  felice;  ma  come  accettare  cotesto  finte  costruzioni  con- 
vulse, sospese,  senza  ragione  alcuna  di  essere,  e  portanti  figure  e 
fiori,  che  vorrebbero  averQ  aspetto  di  realtà?  Eppure  accolsero 
l'applauso  quasi  d'un  intero  secolo.  Le  pareti  verticali  della  chiesa 
sono  dipinte  secondo  i  medesimi  principj,ma  da  artisti  meno  abili'*'„. 

Si  contavano  nella  chiesa  alcune  buone  tele,  di  cui  si  conservò 
la  memoria.  La  tavola,  ancora  esistente,  della  cappella  a  sinistra, 
effigia  la  decollazione  del  Battista,  di  pennello  di  Francesco  del 
Cairo;  l'altra,  rappresentante  le  anime  del  Purgatorio,  fu  dipinta 
da  Salvatore  Rosa,  ma  questa,  nel  1796,  presa  dai  commissarj 
francesi  Tinet  e  Barthélemy  che  la  credettero  opera  di  Quercino 
da  Cento,  fu  restituita,  e  trovasi  oggi  nella  Pinacoteca  di  Brera. 
Ad  essa. fu  sostituita,  e  rimane  tuttora,  una  Vergine  col  figlio  in 
grembo,  ed  a'  piedi  in  ginocchio,  s.  Francesco,  tela  buona,  lumi- 
nosa, di  Federico  Bianchi.  Altre  quattro  tavole  ad  olio  fornite  dal- 
l'Amministrazione del  Fondo  di  Religione,  che  stavano  appese  alle 
pareti  sotto  le  tribune,  furono  levate  nel  1795;  quella  rafiigurante 
il  Purgatorio  era  di  Carlo  Antonio  Rossi,  e  tre  altre  che  esprime- 
vano, dice  il  Torre,  "  misere  azioni  di  sfortunati  condotti  all'  or- 
chestra, 0  già  sofferto  avendo  il  castigo  „ ,  furono  coloriti  da'  fratelli 
Santagostino.  Il  battesimo  di  Cristo,  dietro  l'aitar  maggiore,  era 
una  copia  di  Cesare  da  Sesto,  appartenente  già  al  cardinale  Cesare 
Monti,  e  donato  alla  chiesa  dal  conte  Giulio  Monti;  l'originale 
era  presso  il  marchese  Carlo  Gallarati,  regio  ministro. 

La  cappella  od  oratorio  superiore,  assai  vasto,  ed  avente  un 
unico  altare  di  fronte  all'ingresso,  avea  forma  quadrata,  e  com- 
prendeva esso  pure  buoni  dipinti,  raffiguranti  per  lo  più  episodj 
della  vita  del  Precursore,  appesi  sotto  le  sue  dieci  finestre  laterali, 
ed  esposti  nel  1673.  Fece  il  battesimo  amministrato  dal  Santo  alle 
turbe,  Filippo  Abbiati  ;  Antonio  Busca,  il  Santo  innanzi  ad  Erode  ; 
Federico  Bianchi  lo  dipinse  carcerato  ;'  Giovanni  Battista  del  Sole 
fé  Erodiade;  Ercole  Procaccini  il  martirio;  Giuseppe  Nuvolone  la 
natività  di  Giovanni  e  la  presentazione  della  sua  testa  ad  Erode; 


26  MoNGERi,  L'Arte  in  Milano,  pag.  305. 


I 


176  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

Giovanni  Battista  Costa  due  tele  raffiguranti  la  sepoltura  del  Bat- 
tista ed  un  sacrificio  ;  i  fratelli  Santagostino  la  visitazione  a  s.  Eli- 
sabetta e  la  predicazione  nel  deserto;  Stefano  Montalto  la  sacra 
famiglia  con  s.  Giovanni;  Luigi  Scaramuccia  detto  il  Perugino,  la 
predicazione  del  Santo;  e  Cesare  Fiori  il  battesimo  di  Cristo. 
D'un' altra  tavola  di  Carlo  Sassi  parla  il  Lattuada,  la  quale  dice  che 
coi  tre  altri  dipinti,  i  quali  stavano  negli  angoli,  che  pigliavano  di 
mezzo  le  due  cappelle,  fu  levata  allorché  fu  dipinta  tutta  la  chiesa. 

A  sopperire  a  sì  gravi  dispendj,  compreso  quello  per  l'opere  di 
muratura  e*  d' impalcatura,  fornite  dal  capo-mastro  Pietro  De  Ta- 
deis,  la  Scuola  aveva  nell'anno  antecedente  (1723)  predisposte  e 
raccolte  oblazioni,  che  secondo  un  elenco  del  24  marzo  1724,  am- 
montavano a  lire  13,164.  5,  di  cui  5616  rimanevano  a  riscuotersi; 
ma  esse  erano  ben  lungi  dal  bastare  all'uopo,  e  1'  8  marzo  1725 
la  Giunta  della  Scuola  avvisava  al  modo  di  raccogliere  nuovo  da- 
naro, e  con  atti  24  e  28  luglio  assumeva  a  mutuo  lire  9800  per 
dieci  anni  da  G.  B.  Sabbione  al  tre  e  mezzo  per  cento  all'  anno  ; 
ma  non  bastando  neppure  questa  somma ,  la  chiesa  dovette  nel 
1728  vendere  la  propria  tappezzeria,  consistente  in  braccia  2038 
di  damasco  cremisi,  all'apparatore  Zufiì. 

A  poco  a  poco  le  finanze  del  Consorzio  si  riebbero  mercè  le  col- 
lette e  le  oblazioni  volontarie,  che  raccoglievansi  in  apposite  cas- 
sette, sì  che  essa  acquistò  abbondevoli  mezzi  a  raggiugnere  lo 
scopo  principale  della  sua  istituzione.  P.  Morigia  ^'  dice  che  esso 
faceva  celebrare  per  l'anima  di  ogni  giustiziato  sei  messe,  istituite 
da  Antonio  Busca  con  testamento  15  gennajo  1735,  con  quattro 
cerei  intorno  al  feretro,  e  per  tre  dì  avanti  l'esecuzione  capitale 
facevagli  le  spese  di  vitto  nelle  prigioni,  e  dopo  il  supplizio  tumu- 
lavalo  nell'antico  cimitero  della  chiesa,  posto  in  una  cripta  sotto 
l'aitar  maggiore,  ove  racchiudevansi  anche  le  salme  dei  fratelli 
funerarj,  alla  cui  morte  celebravansi  100  messe  coli' ufficio  funebre, 
giusta  le  norme  stabilite  nel  1708 ^^  Accadendo  il  caso  d'una  ese- 


*^  Tesoro  prez.  dei  Miìan.y  pag.  60. 

^^  Avvenne  più  d'una  volta,  che  i  giustiziandi  legassero  alla  Scuola,  che  li  assisteva 
e  confortava  con  amore,  alcune  somme  da  erogarsi  a  proprio  sollievo  spirituale,  come 
fece  Tominetta  Maria,  detta  la  Zavattina,  che  il  6  settembre  1657  «  per  ordine  di  giu- 
stizia, così  a  Dio  piacendo,  dovea  passare  da  questa  a  miglior  vita;  »  rinchiusa  nel- 
l'ufficio del  podestà,  lasciò  alla  Scuola  lire  600,  costituenti  la  sua  dote,  cogli  interessi 
decorsi.  Aveva  essa  ucciso  suo  marito. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         177 

cuzione  capitale,  il  capitano  di  giustizia  ne  porgeva  avviso  al  pre- 
fetto della  Scuola,  invitandolo  a  prestare  al  condannato  la  consueta 
caritatevole  assistenza,  e  designando  anche  il  giorno  del  supplizio; 
questi  alla  sua  volta  deputava  alcuni  de'  confratelli  al  disimpegno 
del  mesto  ufficio  di  predisporre  l'infelice  a  subire  il  suo  destino,  e 
procurargli  opportuni  conforti  religiosi  e  materiali;  e  perchè  non 
fosse  egli  distratto  da  visitatori  estranei,  il  Senato  avea  decretato  il 
10  giugno  1587  e  il  15  giugno  1648  (ordinanze  ripetute  nel  1735  ^*), 
che  non  fosse  mai  lecito  ai  custodi  carcerarj  di  introdurre  al  giu- 
stiziando alcuna  persona  estranea  alla  Scuola,  che  l'avea  di  ciò 
espressamente  richiesto,  e  nel  1744  papa  Benedetto  XIV  concesse 
r  uso  dell'  altare  portatile  nei  confortatorj  dei  condannati  per  la 
celebrazione  dei  riti  religiosi. 

Il  maggior  lustro  e  l'età  dell'oro  della  Scuola,  se  si  bada  alle 
apparenze  ed  all'  esterna  sua  grandezza  e  magnificenza,  criterio 
assai  fallace  per  sentenziare  della  bontà  e  del  vero  vantaggio  di 
una  istituzione,  si  mostrò  verso  il  mezzo  del  secolo  scorso;  era  un 
frutto  maturo,  che  giunto  al  suo  punto  culminante  di  sviluppo, 
dovea  corrompersi  e  da  sé  cadere  dall'albero.  Ai  redditi  delle  pro- 
prietà stabili  da  lei  posseduti  o  presi  a  pigione,  in  gran  parte  cir- 
costanti alla  chiesa,  erasi  aggiunta  1'  esenzione  dalle  imposte  da- 
ziarie delle  mercanzie  per  25  rubbi  d'olio  d'ulivo  per  le  lampade 
e  50  rubbi  di  cera  di  Venezia,  il  reddito  di  50  lire  sul  dazio  delle 
pelli  verdi  accordatole  dalla  K.  Camera,  in  sostituzione  d'  un  ca- 
none livellarlo  di  lire  37,  che  ritraeva  da  una  casa  in  parochia  di 
s.  Carpoforo,  abbattuta  dal  governo  spagnuolo  per  estendere  le 
fortificazioni  del  castello:  oltre  alle  abbondevoli  oblazioni  pubbli- 
che e  private,  l'attività  impinguavasi  colle  corrisponsioni  annuali 
dei  confratelli  nobili  in  lire  7  o  in  lire  70  per  una  sola  volta,  oltre 
ad  altre  lire  120  all'atto  dell'ascrizione,  e  colle  annualità  dei  40 
funerarj  ^\  coi  molti  censi ,  le  offerte  straordinarie,  ed  i  legati  pii 


*^  «  Renovando  ordines  15  iunii  1648,  quibus  sub  poena  suspensionis  ab  oflRcio  arbi- 
traria Senatui  sancituin  est,  ne  custodes  carcerum  et  baricelli  introducant  personas  ad 
eorum  libitum  ad  visitandum  morte  damnatos;  datis  ad  hunc  effectum  litteris  egregiìa 
capitaneo  justitiae  et  praetori  hujus  urbis  ac  ceteris  omnibus  regiis  jusdicentibus  >. 

^°  Essi  versavano  alla  cassa  consorziale  dieci  soldi  ogni  domenica,  onde  fornire  il 
fondo  della  spesa  della  cera  occorrente  ai  loro  funerali. 


178  LA  CHIESA  DI   S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  KOTTE  IN  MILANO. 

per  le  funzioni  religiose.  Cogli  avanzi  annuali  depósitavansi  nuovi 
cespiti  di  attività  presso  i  banchi  di  s.  Ambrogio  e  s.  Teresa,  ed  il 
21  ottobre  1771  dava  a  mutuo  lire  12,500  di  grida  a  G.  B.  Cu- 
rioni  detto  Anglois,  altre  volte  Rho,  per  tre  anni  al  3-  17.  6  per 
cento,  cui  egli  rese  nel  1774,  e  lire  12,000  all'Ospitale  maggiore. 
Poteva  pertanto  adempire  esuberantemente  a'  molti  suoi  obblighi, 
tra  cui  annoveravansi  alcune  doti  per  nubendo,  taluna  di  100  lire. 
A  questi  dispendj  erasi  col  tempo  aggiunto  anche  quello  che  il 
prefetto  della  nobilissima  Scuola  sosteneva  a  proprio  carico  nel 
giovedì  santo  d'ogni  anno,  in  cui  praticavasi  la  lavanda  dei  piedi, 
introdotta  per  ordinazione  della  Scuola  presa  il  15  aprile  1590,  e 
rinnovata  il  22  aprile  1700^^,  a  dodici  ragazzi  poveri  della  città,  a 
cui  facevansi  poi  donativi  di  abiti,  danari  e  cibarie,  ed  in  altre 
festività  ecclesiastiche  ordinarie  e  straordinarie,  come  nelle  feste 
ai  principi,  tra  cui  è  a  ricordarsi  quella  celebrata  nel  1741  nella 
nascita  di  Giuseppe  arciduca  d'Austria.  Questi  dispendj  comincia- 
rono a  sembrar  gravi,  ed  un  rapporto  letto  nella  congregazione 
generale  del  22  gennajo  1764  dà  a  vedere,  che  somma  difficoltà 
incontravasi  nel  trovare  chi  entrasse  nella  Scuola,  la  quale  andava 
diminuendo  vieppiù  in  numero,  "  perchè  ognuno  ha  il  riflesso  di  schi- 
vare il  caso  di  soggiacere  un  giorno  alle  gravi  spese  della  prefet- 
tura, pel  che  l'impedire  l'ascrizione  di  nuovi  confratelli  le  toglie 
la  fondamentale  sorgente  della  sua  rendita,  anzi  la  incammina  a 
distruggersi  nella  parte  costitutiva  dei  fratelli  cavalieri.  „  Propo- 
nevasi  quindi  di  diminuire  le  spese  di  quell'  ufficio,  nelle  quali  en- 
trava la  precitata  lavanda,  i  cui  annessi  donativi  erano  qualificati 
come  "  cose  tutte  arbitrarie,  introdotte  ed  accresciute  di  tempo 
in  tempo  dal  lusso  e  dall'  emulazione ,  „  che  aveano  contribuito 
a  rendere  assai  meno  numeroso  il  Consorzio  che  non  pel  passato; 
e  di  continuare  l'annuale  lavacro  a  dodici  poveri  d'età  provetta, 
e  di  dar  loro,  in  luogo  dei  donativi,  una  lunga  tunica  di  saglia 
bianca  d'Alemagna  con  cinta  e  cappello  d'eguale  stoffa,  come 
praticavasi  nell'istessa  funzione  nell'Arcivescovado,  con  un'elemo- 
sina di  lire  10  e  soldi  10;  il  che  importava  la  spesa  complessiva 


2*  Nella  congregazione  di  Giunta  del  13  maggio  1763  era  stata  proposta  ed  approvata 
l'abolizione  di  tale  costume,  ma  questa  determinazione  non  fu  approvata  nella  seguente 
congregazione  generale. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.         179 

di  lire  357,  comprese  le  mance  di  tre  filippi  ai  portieri,  la  quale 
si  dovesse  sostenere  dalla  Scuola  anziché  dal  prefetto,  il  quale  fu 
eziandio  esonerato  dal  vestire  i  portieri  stessi  ;  così  furono  del  tutta 
aboliti  i  rinfreschi  e  le  refezioni  imbandite  in  talune  circostanze 
solenni  a  carico  della  Scuola,  del  prefetto  e  del  sindaco,  che  se  ne 
lagnavano. 

Che  lo  stato  finanziario  della  nobile  Confraternita  continuasse 
a  mantenersi  in  fiore,  lo  provano  i  suoi  bilanci.  Nella  congrega- 
zione generale  ^^  tenuta  il  22  gennajo  1751  si  approvarono  i  conti 
dell'anno  precedente,  nei  quali  l'entrata  figurava  in  lire  2 7,49 G.  3.  5, 
l'uscita  in  lire  24,227.  1.  5,  coll'attività  di  lire  3269.  2,  nel  qual 
bilancio  era  stata  compresa  l'eccedenza  attiva  di  lire  2137.«14.  1 
dell'esercizio  1749;  nel  1760  l'entrata  salì  sino  a  lire  41,063.  2, 
con  un  avanzo  di  lire  8671.  11.  2  sulla  spesa  in  lire  32,336.  10.  10. 
Nel  rendiconto  del  quinquennio  1771-1776  merita  rimarco  nella 
attività  la  cifra  di  lire  24  a  titolo  di  limosina  date  dalla  R.  Uni- 
versità di  Pavia  per  la  consegna  d'un  cadavere  per  l'insegnamento 
anatomico  fattale  dalla  Scuola  nel  1762^'.  Altro  costante  cespite 
di  reddito  della  Scuola  degno  d'osservazione,  secondo  il  cenno  dato 
dai  rendiconti,  erano  le  collette  che  raccoglie vansi  in  apposite  bus- 
sole stabilite  in  città  e  nella  diocesi,  tenute  da  dodici  ìmssólanti 
foresi  e  dieci  della  città,  uno  dei  quali  stava  alla  porta  dell'Arci- 
vescovado, e  gli  altri  a  nove  porte  delle  mura.  Il  reddito  di  tali 
oblazioni  era  appaltato  a  questa  particolare  classe  d' industriali , 
che  contribuivano  annualmente  al  Consorzio  lire  2160.  Altra  cas- 
setta stava  alla  Vetra  dei  Cittadini  "*,  una  al  Ponte  Voterò,   al 


^2  La  congregazione  generale  tenevasi  annualmente  in  gennajo,  e  oltre  ad  alcuno 
determinate  pratiche  e  funzioni  religiose,  presenta  vasi  il  rendiconto  dell'anno  precedente. 
Essa  era  preceduta  di  alcuni  giorni  dalla  adunanza  della  Giunta. 

2^  Secondo  gli  Statuti  milanesi  del  1396,  Stai.  Civil.  Extra  ord.,  Rub.  Deprivi!.  Juris- 
per.,  il  podestà  non  poteva  concedere  ai  medici  per  lo  studio,  dell'anatomia  che  un  solo 
cadavere  all'anno,  di  un  giustiziato,  purché  fosse  individuo  vilis  et  humilis  conditionis^ 
alternando  annualmente  il  cadavere  d'un  uomo  e  d'una  donna. 

^*  Una  rivalità  era  insorta  per  questa  bussola  tra  la  Scuola  e  la  Congregazione  di 
s.  Croce.  Questa  avea  colà  collocata  una  nuova  cassetta,  onde  raccogliere  elemosine  de- 
stinate all'  erezione  della  colonna  che  tuttora  vi  si  vede,  come  emerge  dalla  dichiara- 
zione 28  agosto  1628,  fatta  dal  prevosto  di  s.  Lorenzo  Gio.  Andrea  Bossi  e  da  Barto- 
lomeo Fassi,  priore  generale  della  Compagnia  di  s.  Croce  in  Milano:  «  Dichiarasi  ch& 
la  cassetta  posta  alla  Vetra,  posta  alla  croce   nuovamente  eretta  presso  al  sito,  dove 


180  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

teatro,  sette  nella  chiesa  di  s.  Giovanni  decollato  e  sotto  l'atrio, 
altra  ne'  confortatorj ,  nella  guardina  dell'ufficio  del  capitano  di 
giustizia  e  nel  castello.  Quanto  alla  questua  affidata  a'  barcaiuoli, 
trovasi  un'ordinanza  11  luglio  1705  della  Scuola,  perchè  si  ripri- 
stini l'uso  di  raccogliere  l'elemosina  nelle  barche  dei  due  navigli, 
e  si  destinino  le  bussole  a  tale  effetto.  Queste  non  erano  com- 
prese nell'appalto.  Altra  fonte  di  reddito  erano  le  oblazioni  per 
riti  e  funzioni  religiose,  per  le  quali  nel  1753  esse  salirono  alla 
somma  di  lire  18,738. 

Col  progredire  degli  anni  però  e  colla  rivoluzione  delle  idee  por- 
tate dalla  seconda  metà  del  secolo  XVIII  anche  da  noi,  segni  assai 
visibili  davano  a  vedere,  che  lo  stato  materiale  e  morale  della  ce- 
lebre Scuola  andava  decadendo.  Sempre  più  scarsa  facevasi  la  fre- 
quenza dei  confratelli  alla  celebrazione  dei  divini  ufficj  nella 
chiesa,  a  cui  accorrevano  i  frati  del  Giardino,  i  Cappuccini  ed  i 
Minori  Osservanti;  sempre  più  diminuiva  di  numero  la  Scuola,  e 
ormai  quasi  nessuno  del  patriziato  vi  si  ascriveva,  od  ascrivendosi 
non  ne  assumeva  l'abito,  né  interveniva  ai  riti  religiosi,  per  evitare 
ogni  comparsa  in  pubblico.  Ormai  quell'istituzione  avea  deviato 
dal  suo  spirito  primitivo,  se  non  dal  suo  scopo  principale;  essa 
mirava  ad  arricchire;  non  lasciava  sfuggire  occasione  alcuna,  giunta 
all'  apice  della  sua  grandezza  e  prosperità  materiale,  di  imporre 
tasse  ai  novizj,  di  grandeggiare  in  comparse  pubbliche,  in  in- 
fluenze e  sfoggio  di  opulenza,  d'ostentata  pietà,  di  emulazioni  pri- 
vate, di  cerimoniali  fastosi  e  di  esigenza  di  ossequj;  efasi  essa 
fatta  una  società  di  grandi  patrizj ,  che  traevano  occasione  da 
queir  associazione  per  gareggiare  in  vuote  pompe,  che,  ereditate 
dalla  corrotta  dominazione  spagnuola,  guastarono  e  lasciarono 
cadere  la  pia  istituzione,  che,  grazie  all'incivilimento  progressivo, 
avea  assai  perduto  della  sua  importanza  ed  utilità,  mancandole  il 
campo  in  cui  esercitarsi  e  conseguire  il  suo  scopo;  era  opera 
umana,  quindi  pur  troppo  corruttibile,  e  giunta  all'apogeo  della 
sua  grandezza,  decadeva  rapidamente  e  precipitava  al  suo  fine. 
Già  nel  1731  ravvisavasi  il  fatto  lamentato  poi  in  molte  congre- 
gazioni, che  molte  regole  erano  cadute  in  dissuetudine,  tanto  ri- 


si fa  giustizia,  sia  stata  posta  per  ricevere  le  elemosine  per  stabilire  detta  croce, 
quale  finita,  verrà  levata  ».  Al  27  gennajo  1716  si  ha  altra  dichiarazione,  che  la  cas- 
setta vi  rimaneva  ancora  con  permissione  della  Scuola,  dicendosi  i  rappresentanti  della 
Compagnia  pronti  a  levarla  ad  ogni  richiesta  della  medesima. 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  181 

guardo  all'opera  pia  vei^so  i  condannati  vivi  e  defunti,  quanto  nel- 
r  amministrazione  della  Scuola  e  nel  governo  della  chiesa.  Non 
bastava  tuttavia  il  verme  interno  a  quel  frutto  maturo  per  stac- 
carlo dall'albero;  ci  volle  una  scossa,  che  determinò  la  sua  ca- 
duta; la  scossa  non  tardò,  e  rinvenne  guasto  anche  l'albero. 

Il  primo  lampo  annunziatore  della  procella,  che  rumoreggiava 
davvicino  su  tutte  le  istituzioni  religiose  di  Lombardia,  per  la 
Scuola  di  s.  Giovanni  decollato  venne  dal  governo  imperiale,  che 
nel  1767  esigeva  da  essa  i  bilanci  dettagliati  del  quinquennio  pre- 
cedente, e  domandava  notizie  sulla  di  lei  origine,  sul  modo  della 
sua  amministrazione  e  conservazione,  e  sul  numero  dei  bussolanti. 
Ben  presto  le  impose  anche  la  visita  di  delegati  governativi,  for- 
niti del  mandato  di  procedere  all'ispezione  della  cassa,  degli  ar- 
chivj,  e  di  tutto  quanto  concerneva  l'amministrazione.  L'abolizione 
dei  bussolanti  e  della  questua  gettò  il  più  grave  scompiglio  nel 
Consorzio,  privato  come  veniva  d' un  reddito  annuo  di  presso  a 
lire  3000;  ebbe  ben  esso  a  fare  infinite  rimostranze,  dirette  a 
provare  che  la  questua  era  indispensabile  pel  pareggio  del  bilancio, 
e  per  sostenere  le  molte  spese  di  che  esso  era  aggravato,  ma  a 
nulla  valevano  rimostranze  né  proteste.  Il  conte  Kaunitz  di  Ritt- 
berg  era  stato  assunto  al  supremo  ministero  della  monarchia,  e  per 
suo  impulso  era  stata  intrapresa  una  serie  di  molteplici  riforme 
di  tutto  quanto  riferivasi  al  governo  ecclesiastico  ed  al  culto.  Mi- 
nistro plenipotenziario  della  Lombardia  era  il  conte  di  Firmian, 
che  sebbene  di  carattere  pusillanime  e  di  scarsi  talenti,  pure  sem- 
brò sufficiente  a  porre  in  esecuzione  le  disposizioni  legislative  e 
di  buon  governo  procedenti  dall'  alto,  ed  a  sostenere  le  funzioni 
di  semplice  referendario  ed  esecutore,  come  tutti  gli  altri  ministri 
delle  Provincie.  Durante  il  suo  ministero  avvennero  le  più  impor- 
tanti riforme  nelle  materie  civili  ed  ecclesiastiche,  che  dopo  la 
esperienza  di  sei  anni,  furono  dall'Autorità  sovrana  definitiva- 
mente stabilite  e  confermate  co' dispacci  31  marzo  e  23  agosto  1768. 
Coir  ultime  reliquie  delle  immunità  personali  e  reali  del  clero, 
furono  abolite  le  carceri  private  delle  comunità  religiose,  l'asilo 
sacro,  istituzione  incompatibile  co'  nuovi  tempi,  e  per  lo  più  scan- 
dalosa nella  pratica,  e  il  Sant'  Ufficio  dell'  Inquisizione  ;  si  pose  un 
limite  alla  giurisdizione  ecclesiastica  e  al  diritto  di  acquistare  alle 
mani  morte,  e  si  sottoposero  le  spedizioni  di  Roma  alla  cautela 

Arch.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  12 


182  LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO. 

del  R.  Exequatur,  indispensabile  per  la  loro  esecuzione;  per  le 
materie  ecclesiastiche  miste  fu  delegata  una  Giunta,  a  cui  fu  poi 
sostituita  una  Giunta  Economale  con  giurisdizione  primitiva  ed 
inappellabile;  fu  pure  istituita  una  Giunta  subalterna  per  la  ri- 
forma dei  Luoghi  Pii  e  delle  Parochie.  Non  poteva  quindi  la  no- 
bile Scuola  sfuggire  a  questa  legge  generale  di  rinnovamento, 
mentre  ne  sentiva  essa  medesima  urgente  bisogno.  Non  poterono 
perciò  essere  accolte  le  di  lei  eccezioni  sul  punto  del  divieto  della 
questua,  che  solo  venne  accordata  di  volta  in  volta  e  in  via  prov- 
visoria per  la  città  dal  giorno  dell'emanazione  d'una  sentenza  di 
morte  per  parte  del  Senato  sino  a  quello  dell'esecuzione,  purché 
essa  fosse  fatta  non  dai  bussolanti,  ma  dai  nobili  confratelli  stessi, 
i  quali  provaronsi  qualche  volta  a  subire  questa  umiliante  pratica, 
ma  con  effetti  troppo  inferiori  alla  loro  offesa  dignità.  Quella  con- 
dizione rendeva  quindi  affatto  impossibile  la  questua.  In  un  dispaccio 
governativo  del  1780  leggesi,  che  ^Wolendo  S.  M.  riparare  all'abuso 
di  quelle  pratiche  superstiziose,  che  derivano  dal  ricorso  che  fanno 
i  fedeli  alle  anime  del  Purgatorio,  e  specialmente  a  quelle  dei  pu- 
niti di  morte  dalla  giustizia,  ha  ordinato  che  più  oltre  non  si  debbano 
seppellire  i  cadaveri  de'  malfattori  giustiziati  nelle  chiese  ed  orato - 
rj,  né  che  restino  ivi  esposte  bussole  per  le  elemosine  in  suffragio 
di  essi.  „  Era  questo  divieto  un  nuovo  e  violento  colpo  dato  alla  Con- 
fraternita, che  nemmeno  nel  recinto  della  sua  chiesa  potea  supplire 
alla  deficienza  della  questua  pubblica.  Camminò  essa  viepiù  zop- 
picando ed  inceppata  ne'  suoi  movimenti  su  un  sentiero  irto  di  dif- 
ficoltà, sinché  ebbe  il  colpo  di  grazia  coll'ordinanza  di  soppres- 
sione 24  agosto  1784,  comunicata  al  di  lei  prefetto  il  successivo 
29,  giorno  sacro  al  santo  titolare  della  chiesa.  Seguì  tosto  1'  ap- 
prensione de'  suoi  beni  per  parte  del  R.  Economato,  che  le  asse- 
gnò quale  amministratore  interinale  il  ragioniere  Francesco  De 
Maestri,  che  produsse  tosto  il  bilancio  consorziale,  quale  emer- 
geva all'  atto  della  soppressione,  e  fu  incaricato  di  far  continuare 
in  via  transitoria  1'  ufficiatura  della  chiesa  per  mezzo  dei  tre  sa- 
cerdoti ad  essa  addetti ,  sotto  la  dipendenza  del  paroco  locale  di 
s.  Stefano  in  Nosigia;  al  quale  effetto  esso  delegato  fece  consegna  al 
rettore  Giuseppe  Annoni  degli  arredi  sacri  e  dei  mobili  occorrenti 
all'  esercizio  del  culto,  pel  valore  peritale  di  lire  7602.  26,  con 
inventario  del  6  settembre  1784.  L'inventario  generale  di  tutti 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE  IN  MILANO.  183 

gli  arredi  e  le  suppellettili  già  appartenenti  alla  chiesa  e  Scuola 
offre  la  cifra  della  perizia  in  lire  28,687.  5,  tra  cui  comprende- 
vansi  lire  17,303.  5.  6,  quale  ricavo  di  once  2390.  8  d'argento 
liscio  e  dorato  venduto  alla  Zecca,  secondo  lo  speciale  elenco  19 
ottobre  1782.  Degli  arredi  sacri  furono  consegnati  alcuni  pochi 
dall'Economato  alle  chiese  di  s.  Gemonio  in  Valcuvia  e  di  Cantù, 
a  titolo  gratuito,  per  ordine  del  luogotenente  del  R.  Economato 
generale  mons.  Gaetano  Vismara.  In  mezzo  a  questa  dispersione,  il 
decreto  17  marzo  1785  della  R.  Giunta  Economale  ingiungeva  al 
delegato  De  Maestri  di  rilasciare  ai  soppressi  confratelli  funerarj 
il  denaro  da  essi  depositato  nella  cassa  funeraria,  ammontante  a 
lire  2508.  2.  3,  il  che  veniva  fatto  il  15  ottobre  1785. 

All'atto  della  soppressione,  secondo  il  bilancio  redatto  dall'am- 
ministratore, l'attivo  ascendeva  a  lire  3802.  4  (non  tenuto  calcolo 
delle  già  dette  lire  28,687.  5  per  valore  peritale  di  mobili,  e  per 
crediti  da  esigersi  altre  lire  4020.  81);  nella  passività  le  spese  som- 
mavano a  lire  4705.  — .  9,  con  un  disavanzo  di  lire  902. 16.  9,  senza 
computare  altro  disavanzo  di  lire  4963.  9  per  debiti  plateali.  Il 
deficit  andò  continuando  negli  anni  successivi. 

Delle  istituzioni  erette  a  prò  dei  condannati  altro  non  rimase, 
per  qualche  tempo,  che  l'adempimento  d'un  legato  pei  defunti,  ma 
attese  le  gravi  difficoltà  che  incontravansi  nell'  aver  notizia  delle 
condanne,  e  nell'adempiere  con  esattezza  alle  intenzioni  del  fonda- 
tore, anch'esso  venne  abolito  nel  settembre  1803,  per  composizione 
avvenuta  tra  il  rettore  della  chiesa  e  la  contessa  Vincenza  Melzi  ve- 
dova Verri,  coli' assegnare  che  questa  fece  come  debitrice  un  lieve 
legato  per  suffragio  cumulativo  dei  condannati.  Diminuendosi  enor- 
memente i  redditi  e  in  proporzione  sempre  crescente,  con  molta 
difficoltà  e  ad  onta  dell'espresso  volere  del  governo  potevasi  tenere 
ufficiata  la  chiesa,  e  male  provvedevasi  al  suo  decoro,  quantunque 
sin  prima  del  1793  fosse  stata  destinata  all'insegnamento  della 
dottrina  cristiana  ai  Tedeschi,  come  prova  il  dispaccio  31  gen- 
naio 1794  del  magistrato  camerale.  Quantunque  avesse  un'ammi- 
nistrazione distinta,  pure  fu  qualificata  come  sussidiaria,  in  quanto 
fosse  necessario  per  l'esercizio  delle  funzioni  ecclesiastiche,  della 
parochiale  di  s.  Stefano  in  Nosigia  ^%  poi  di  s.  Fedele,  e  dipen- 


35  Soppressa  dal  decreto  10  marzo  1808  del  viceré   d'Italia   sulla  sistemazione  dello 
chiese. 


184         LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE    IN    MILANO. 

dente  per  le  cose  del  culto  dal  nuovo  paroco.  Kimase  così  essa  in 
cura  dell'Amministrazione  del  Fondo  di  Religione,  poi  di  quello 
dei  Beni  nazionali,  indi  del  Demanio,  sino  all'  istituzione  del  Mi- 
nistero del  Culto,  secondo  le  disposizioni  dei  Governi  che  si  succe- 
dettero. In  progresso  di  tempo,  non  potendo  più  sostenersi  colle 
sole  oblazioni  dei  fedeli,  venne  compresa,  come  oratorio  regio,  nel- 
r  amministrazione  della  chiesa  di  s.  Bernardino,  i  cui  redditi  at- 
tivi sopperiscono  alle  deficienze  di  quella,  e  di  ambedue  rende vansi, 
come  attualmente,  annualmente  i  conti  alla  superiore  Autorità 
tutoria. 

Air  atto  della  soppressione,  richiamati  al  R.  Economato  i  red- 
diti delle  case  appartenenti  già  alla  Scuola,  eransi  lasciati  alla 
chiesa  tutti  i  locali  necessarj  all'  esercizio  del  culto  ed  alla  cu- 
stodia delle  sue  suppellettili,  compreso  1'  oratorio  privato  della 
Scuola  soprastante  all'  atrio  d' ingresso.  La  casa  fiancheggiante  la 
chiesa  verso  sud-est  fu  in  seguito  mutata  in  residenza  di  dicasteri 
governativi  ;  ed  essendo  visi  dapprima  installata  la  Cancelleria  di 
Guerra,  divenne,  dopo  la  restaurazione,  sede  della  R.  Intendenza 
di  Finanza.  Nel  1832  agitavasi  il  progetto  di  alienarla  sulla  base 
del  prezzo  peritale  di  lire  150,000,  ma  l'Amministrazione  riferiva 
al  Governo,  come  da  qualche  tempo  eransi  man  mano  introdotte 
nei  confini  della  chiesa  servitù  passive  sconvenienti,  coli'  erezione 
di  fabbricati  ed  occupazione  di  locali  stati  riservati  alla  chiesa 
stessa,  comunicanti  con  essa  o  rientranti  negli  edifizj  suoi,  incon- 
venienti eh'  era  d' uopo  levare  nel  caso  che  la  progettata  vendita 
a,vesse  realmente  luogo,  onde  non  aggravare  viepiù  le  condizioni 
del  luogo  sacro.  Dopo  lunghe  trattative  fra  l'Amministrazione, 
l'Economato  e  l'Ufficio  tecnico  delle  Pubbliche  Costruzioni,  ed 
assunti  esami  e  perizie  dall'  architetto  Bareggi ,  si  deliberò  do- 
versi avvisare  quali  locali  si  avessero  ad  eccettuare  dalla  vendi- 
ta, con  opportune  segregazioni  dal  caseggiato,  principalmente  in 
quanto  venisse  a  perpetuarsi  e  cedersi  in  privato  acquirente  non  in- 
comoda e  sconveniente  servitù  indotta  in  luogo  sacro  per  l'occupa- 
jzione  di  fatto,  che  riferivasi  in  ispecie  ad  ambienti  sovrastanti  alla 
chiesa  e  sue  dipendenze,  dai  quali  si  dovea  togliere  ogni  comunica- 
zione cogli  ufficj,  mentre  l'Amministrazione  ne  chiedeva  il  ricupero 
6  l'aggregazione  alla  chiesa.  L'8  febbrajo  1834  ammettevasi  dal  Con- 
siglio di  Governo  essere  avvenuto  solo  per  fatto  e  non  per  diritto,  che 


LA  CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  ALLE  CASE  ROTTE    IN   MILANO.         185 

rAmministrazione  del  Fondo  di  Religione  concedesse  ed  occupasse 
ad  uso  d'ufficio  quei  locali  che  convenivano  al  servizio,  ed  imponesse 
alla  chiesa  servitù  per  comodo  degli  impiegati,  senza  che  vi  inter- 
venisse alcuna  rappresentanza  per  le  ragioni  della  parte  danneg- 
giata, allora  ritenuta  come  proprietà  del  Fondo  stesso  e  da  esso 
amministrata.  Pel  che  il  Governo  inclinava  a  valutare  le  osserva- 
zioni del  perito,  appoggiate  dalla  cognizione  degli  atti  della  sop- 
pressione, e  quelle  proposte  dall'Amministrazione  dell'edificio  tu- 
telato dallo  stesso  Governo,  per  non  pregiudicare,  nel  supposto 
d'una  vendita  di  locali  contigui,  la  ragione  naturale  della  chiesa 
colla  vendita  di  luoghi  e  diritti,  che  la  porrebbero  in  servitù  inco- 
moda, sconveniente  ed  incompatibile.  Il  magistrato  camerale,  con 
nota  6  settembre  1834,  non  dissentiva  che  venissero  segregati  e 
restituiti  alla  chiesa  i  locali  che  le  sovrastano,  consistenti  in  due 
grandi  stanze,  costituenti  insieme  l'antico  oratorio,  in  servizio  de- 
gli ufficj  di  protocollo,  archivio  e  registratura  della  11.  Intendenza 
di  Finanza,  e  in  tre  tribune  prospicienti  nell'interno  della  chiesa, 
purché  questa  cedesse  alla  Finanza  un  locale,  che  le  serviva  di 
magazzino  di  panche.  Nel  caso  di  alienazione,  doveano  gli  acqui- 
renti chiudere  con  muri  pieni  gli  accessi  ai  luoghi  da  scorporarsi. 
Oltreciò  il  perito  opinava,  con  nota  18  agosto  1834,  che  essendo 
quel  magazzino  indispensabile  alla  chiesa,  l'acquirente,  per  togliere 
ogni  promiscuità,  avesse  a  costruire  a  proprio  carico  nel  cortiletto 
della  chiesa  una  camera,  in  sostituzione  del  detto  magazzino.  Ma 
le  cose  rimasero  sinora  in  questo  stato,  e  la  casa  dalla  proprietà 
governativa  passò  alla  municipale,  che  vi  stabilì  essa  pure  parte 
de' suoi  ufficj,  occupando  tuttora  i  luoghi  controversi. 

A.  Ceruti. 


ORTO  BOTANICO  DI  PAVIA. 


Fra  i  luoghi  dove  prima  si  posero  Orti  botanici,  nelle  storie  delle 
scienze  non  troviamo  indicata  Pavia.  Perciò  crediamo  opportuno 
recare  questi  documenti. 

lllr  et  Eccr  Principe 

La  Università  delli  sig.  Artisti  di  Pavia  desidera  a  comune  be- 
nefitio  et  comodo  far  uno  giardino  de  simplici  in  la  cittadella  di 
quella  cita  et  già  per  v.  ecc."  se  glie  assegnato  il  luoco,  ne  si  può 
comodamente  effectuare  questo  se  non  si  chiudo  una  strada,  per 
la  quale  solo  gli  hanno  accesso  li  R.'  frati  di  S.""  Agustino  per  una 
porta  quale  serve  al  lor  giardino,  et  altre  volte  detti  padri  si  ser- 
viano  de  uno  altro  accesso  molto  più  comodo  a  tutto  il  monastero 
di  quello  si  voria  chiudere.  Et  havendo  la  detta  Università  havuto 
ricorso  dalla  cita  per  ottener  quanto  di  sopra  et  fattosi  per  la  cita 
electione  de  alcuni  gentilhuomini  quali  hanno  visitato  il  loco  et 
tolto  sopra  quello  informatione  ,  la  cita  gli  ha  concesso  che  si 
possa  obturare  el  detto  loco,  con  conditione  però  che  la  detta  Uni- 
versità a  sue  spese  faccia  aprire  et  accomodare  l'accesso  antiquo 
talmente  che  detti  padri  restino  senza  spesa  et  aggravio  et  come 
più  largamente  si  contiene  in  le  ordinationi  che  qui  a  v.  ecc.*  si 
esibiscono.  Et  perchè  detti  padri  anchor  non  si  aquietano  et  fano 


ORTO  BOTANICO  DI  PAVIA.  187 


controversia  alla  detta  magnifica  Università,  per  tanto  la  detta 
Università  et  la  cita  insieme  ricorrono  a  v.  ecc.*  humilmente 

Supplicandola  voglia  scrivere  al  Sig.""  sindicatore  di  Pavia  o  a 
chi  più  piacerà  a  v.  ecc.*,  che,  essendo  vero  quanto  si  espone  a  v. 
ecc."  et  molto  maggior  sia  il  beneficio  publico  che  quello  puoco  de 
interesse  pretendino  li  detti  R.'  frati,  faccia  obturare  la  detta  strada 
et  moderno  accesso,  facendo  pero  prima  a  spese  di  detta  Università 
aprire  l'antiquo  accesso;  et  tutto  si  spera,  poi  che  questo  cede  a 
decoro  et  beneficio  publico  et  è  soccorso  alla  indemnite  de  detti 
frati. 

A  tergo:  Memorial  della  città  et  Università  delli  Artisti  di  Pa- 
via, ecc.,  e  in  fine: 

Fiat,  etiam  ex  voto  111.'  Prsesidis  Senatus. 

JUIJANUS. 

1562,  die  5o  Januarij. 

Keperitur  ad  Cancellariam  Magnificse  Communitatis  Papiae  in 
fillo  Provisionum  anni  proximi  prasteriti,  inter  cetera  ad  esse  provi- 
sionem  et  ordinationem  factam  per  magnificos  D.  Deputatos  officio 
Provisionum  tenoris  huiusmodi;  vid. 

1561.  die  ultima  xmbris  in  tertijs  Convocato  Consilio,  etc. 
Mag.  D.  Sindicator  et  prò  Prsetor  etc. 

Mag.  D.  Rolandus  Curtius 
Aldigerius  Cornazanus  - 
Jo.  Stefanus  de  Federicis 
Daniel  de  Ottonibus 
Leonardus  Grassus 
Hieronimus  Gualla 
Augustus  Ultrana 
Franciscus  Bireta 
Filippus  de  Tintoribus. 
Prsefati  M.'  dni  etc, 
Primo,  visa  supp.^  Universitatis  artistarum  ac  relatione  magni- 
ficorum  dominorum  Rolandi  Curtij  abbatis,  comitis  Ludovici  Bec- 
caria et  Hieronimi  de  Ole  vano  ad  id  electorum,  ibidem  inscriptis 
prsesentatis  tenoris  infrascripti,  vid.  : 

Visitato  il  luogo  et  ben  considerato  il  beneffìcio  publico  che  ne 


188  ORTO  BOTANICO  DI  PAVIA. 

nasce  dal  fare  questo  giardino  de  simplici  a  decoro  della  magnifica 
Citta  et  Università,  et  l'incomodo  che  ne . Laverebbe  da  sentire 
il  Monastero  de  S.  Agostino  richiudendoli  la  porta  et  accesso  loro, 
qual  incomodo  n'  è  parso  di  mancho  rilievo  di  quello  che  concerne 
al  publico  beneficio,  potendosi  servire  il  Monasterio  di  altro  accesso 
già  antiquamente  usato  senza  molto  discomodo  et  danno,  perciò 
siamo  venuti  in  parere  per  quello  che  si  vede  e  conosce  che  li  Rev.' 
frati-  se  doveriano  accontentare  che  si  chiuda  quella  porta  et  si 
ritorni  dove  antiquamente  era,  lassando  libero  il  sito  a  essa  Uni- 
versità per  tal  uso  solo.  Et  per  quanto  spetta  alla  magnifica  Citta 
se  dice  essere  nostro  parere  che,  inherendo  all'altra  ordinatione 
sopra  ciò  fatta,  che  si  possa  concedere  come  in  essa  cedendo  ogni 
sua  autorità  et  facoltà  che  la  tiene;  et  pregar  essi  Rev.  Padri  con- 
tentarsi di  questo  amicabilmente,  perchè  cosi  ne  pare  che  ricerca 
la  publica  autorità  atteso  che  l' Università  si  è  offerta  a  sue  spese 
far  richiudere  essa  porta  et  farle  ogni  spesa  competente  il  neces- 
sario all'  uso  antiquo,  in  modo  eh'  1  monasterio  resti  senza  carico 
né  agravio  di  spese  per  tal  mutatione  come  è  giusto  et  honesto. 
Subscriptis  Rolandus  Curtius  Deputatus  et  Comes  Ludovicus  Bec- 
caria Deputatus  et  Hieronimus  Olevanus  Deputatus  ut.  s.  Et  ha- 
bitis  superinde  debitis  consultationibus,  consideratis  considerandis^ 
factum  est  partitum  an  expediat  vel  ne  vid.  quod  concedatur  sup- 
plicantibus  prout  in  relatione  et  quod  exequatur  et  observetur 
in  omnibus  et  per  omnia  prout  in  dieta  relatione  continetur  et 
fit  mentio.  Et  datis  balotis  sumptisque  suffragijs,  obtentum  fuit 
partitum  quod  fiat  prout  supra. 

Firmat.  Antonius  Isimb.  Mag.'"  Civitatis  Papiae  Cancellarius. 


LA  FAMIGLIA  MORONI. 


È  compito  il  terzo  volume  degli  Italiani  illustri^  ritraiti  da 
Cesare  Cantù.' 

Alcuni  sono  antichi,  come  Cesare,  Cicerone,  Ovidio,  i  Plinii; 
altri  dei  più  insigni  moderni.  Dante,  Cola  di  Renzo,  Galileo,  Marco 
Polo,  Colombo,  il  Tasso,  il  Parini,  il  Paoli,  Muratori,  Tiraboschi, 
il  Medeghino,  l'Alberoni,  i  Giovio;  molti  di  personaggi  clie  ebbero 
parte,  od  ostile  o  difensiva,  nelle  lotte  ecclesiastiche,  e  massime  al 
tempo  della  riforma;  Gregorio  VII,  i  due  Borromei,  i  cardinali  Mo- 
rene, Contarini,  Sadoleto  ;  Vittoria  Colonna,  Ochino,  Vergerlo,  Gian 
Galeazzo  Caracciolo,  Cecco  d'Ascoli,  il  Malacrida,  la  Renata  di 
Ferrara,  Campanella,  il  Bruno,  Celio  Curione,  il  Vermiglio,  il  Car- 
nesecchi,  il  Giannone,  il  Castelvetro,  i  Soccini,  il  Trissino,  il  Sa- 
vonarola, il  Radicati,  Scipione  Ricci. 

I  più  importanti  sono  di  contemporanei  :  Napoleone,  Volta,  Oriani, 
Grossi,  De  Cristoforis,  Azeglio,  Romagnosi,  Monti,  Rosmini,  Taz- 
zoli,  Pindemonte,  Corvetto,  il  Prina;  dove  l'autore  compare  come 
testimonio  oculare,  e  reca  impressioni,  ricordi,  aneddoti  suoi. 

Fra  gli  illustri  Lombardi,  di  cui  vi  si  fa  il  ritratto,  è  partico- 
larmente il  cardinale  Morene,  vescovo  di  Modena  e  legato  al  Con- 
cilio di  Trento;  di  cui  primo  il  Cantù  pubblicò  il  processo,  tanto 
rilevante  per  la  storia  delle  eresie  in  Italia.  Di  esso  trovansi  molte 
lettere  nell'Archivio  nostro  di  Stato,  dirette  al  duca  di  Milano, 
concernenti  però  affari  particolari,  e  per  lo  più  domande  di  sussidj. 
Tale  è  questa  che  rechiamo  ;  ma  d'importanza  generale  ci  parve  il 
diploma  di  Francesco  II  Sforza,  perchè  riguarda  i  servigi  resi  dal 
celebre  grancancelliere  Gerolamo  Morone;  in  cui  benemerenza  egli 


*  Tre  volumi  ìii-8''.  Milano,  Brigola,  1872-74.  Si  sta  allestendo  una  nuova  edizione. 


190  LA  FAMIGLIA  MORONI. 


assegna  ai  figli  di  esso  il  feudo  di  Pontecurone  su  quel  di  Tortona. 
<3uesto  diploma  non  fu  noto  agli  editori  della  vita  e  delle  lettere 
di  Gerolamo,  nella  Miscellanea  storica  di  Torino. 

Illustrissimo  et  excellentissimo  Senor  mio,  Senor  osservandissimo, 
Questa  mattina  messer  Ambrosio  Segretario  mi  ha  detto,  in  questa 
absentia  di  Nostro  Signore  bavere  fatto  bono  officio  per  me  per  diver- 
tire Sua  Santità  dall'opinione  di  mandarmi  al  serenissimo  Re  de' Ro- 
mani, exponendoli  et  replicandoli  tutte  le  ragioni  addutte  per  me  della 
casa  e  del  vescovato  mio,  et  supplicando  Sua  Santità  non  volesse  esser 
manco  modesto  verso  me  di  quello  sia  verso  qualunque  altro.  Sua  San- 
tità benignemente  gli  ha  risposto  che  ho  gran  ragione,  et  che  se  potrà 
fare  altrimenti  non  mi  mandarà,  sapendo  certo  che  questo  negotio  mi 
sarebbe  di  spesa,  della  quale  non  ho  bisogno,  et  d' incomodo  et  di  dis- 
piacere: per  tanto  che  dovesse  pensare  se  vi  era  qualche  soggetto  al 
proposito,  che  mi  sparmierebbe,  usandomi  forse  in  altro  servitio,  et  che 
dimani  mi  conducesse  a  Sua  Santità  per  che  hoggi  voleva  espedire  li 
reverendi  Faenza  et  Fossombrone  per  Franza  et  per  Spagna,  quali 
domani  partirebbono.  Cosi  sto  in  certa  speranza  di  esser  libero  da  que- 
sta andata  con  bona  satisfactione  di  Sua  Santità,  del  che  ne  bavero  a 
ringraziare  Dio  infinitamente,  perchè  in  vero  ogni  bora  apparevano 
maggiori  difficultà  nel  privato  et  nel  pubblico.  Mi  sono  stati  in  ciò  fa- 
vorevoli il  reverendissimo  Palmero  et  il  senor  Bosio,  il  reverendo  Ar- 
chiepiscopo di  Capua  et  monsignor  Verullano  et  messer  Ambrosio;  et 
magìster  Thomaso  medico  come  fu  authore  di  nominarmi,  cosi  è  stato 
gagliardo  in  extricarmi,  havendo  intese  le  ragioni  mie.  Domane  andarò 
a  Sua  Santità  et  pigliarò  licentia  per  ritornare  a  Vostra  Illustrissima 
Excellentia,  contentandomi  assai  bavere  solum  speso  li  danari  et  il  tempo 
et  la  fatica  del  venir,  doppo  che  di  questo  sarò  uscito. 

Li  doi  Cardinali  Nepoti  di  Soa  Santità  sono  chiamati  a  Roma.  Il 
senor  Pierloys  ^  ancora  verrà,  ma  secretamente.  Sua  Santità  attende  ad 
accumular  danari,  dar  benefitij  alli  Nepoti,  maxime  al  Farnesio,  et  a- 
conservarsi  con  fare  exercitio  et  fugire  li  fastidij  ;  et  la  Corte  sta  di  mala 
voglia  per  la  tardità  ed  irresolutione  di  Sua  Beatitudine.  Né  altro  oc- 
corre se  non  che  in  bona  gratia  di  Yostra  Illustrissima  Excellentia  hu- 
milmente  baciandoli  la  mane  mi  raccomando. 

Da  Roma  a  dì  26  di  genaro  1535. 

De  Yostra  Illustrissima  Excellentia 
Humilissimo  Servitore 
Il   Yescovo    de  Modena. 


*  Il  troppo  noto  Pier  Luigi  Farnese.  Il  papa  era  Paolo  III. 


LA  FAMIGLIA  MORONI.  191 


Franciscus  Secundus,  etc. 

y 

Quod  hactenus  non  fecìmus  ut  in  filios  magnifici  q.  D.  Hieronimi 
Moroni  re  aliqua  demonstraremus  quantum  memorato  eorum  parenti 
deberemus,  id  amplius  sine  parum  gratae  memorise  nota  existimavimus 
non  posse  differri.  Nam  cum  luce  clariora  ea  sint  quse  et  domi,  unde 
ob  patefactum  plurimis  inditiis  rerum  nostrarum  studium  discedere 
coactus  est,  et  foris  exilio  et  fortunis  omnibus  multatus  ab  hostibus  no- 
stris  pertulit,  queeque  postea  ob  Gallorum  ex  Ducatu  nostro  Mediola- 
nensi  expulsionem  et  defentionem  saepissime  ipse  egit,  nemo  est  qui  nos 
excuset,  nisi  quod  in  parentem  facere  non  licuit,  in  filios  conferamus. 
Atque  id  quidem  tum  ad  existimationem  et  dignitatem  nostram  pertinet 
tanta  in  nos  merita  aliqua  liberalitate  compensarì,  tum  etiam  ad  huma- 
nitatem  non  permittere  ejus  hominis  filios,  qui,  dum  rebus  nostris  et  in 
pace  et  in  bello  consuluit  propria  commoda  parvi  faciens^  ita  rem  fami- 
liarem  suam  attenuavit,  ut  qui  splendidissime  semper  vixerit,  minusque 
mediocres  opes  coactus  sit  liberis  relinquere,  quos  quidem  asquissimum 
^sse  existimamus  ut  fortunae  nostrse  qualiscumque  partecipes  sint,  ut 
quando,  prseter  paternam  gloriam,  probitate  et  bonis  moribus  conspicui 
sunt,  ita  honestis  facultatibus  ad  paternum  vitsB  splendorem  proximi 
accedere  possint.  In  quo,  preeter  quam  quod  plurimis  satisfaciemus  qui 
ex  actionibus  nostris  in  dies  scrutantur  quid  nobis  inserviendo  sperare 
possint,  satisfaciemus  etiam  nobis  ipsis,  qui  non  modo  eos  parentis  causa 
diligiraus,  sed  etiam  unum  eorum  reverendum  S.  D.  Johannem  Episcopum 
Mutinensem  tanto  amore  prosequimur,  ut  pauci  inter  subditos  nostros 
seque  nobis  cari  sint.  Nec  immerito:  ea  enim  humanitate,  doctrina,  in- 
genio, et  vitse  integritate  prseditus  est,  ut  ad  reliquas  partes,  propter 
quas  eundem  diligere  tenemus,  multum  iis  animi  dotibus  amoris  in  eum 
adjici  necesse  sit.  Quam  ob  rem  ut  Antonius  et  prsefatus  reverendus 
D.  Johannes,  ac  Sfortia,  fìlij  q.  D.  Hieronimi  Moroni,  prseter  redditum 
pecuniarium  quem  iis  donare  decrevimus,  aliquo  etiam  honesto  titulo 
insignes  sint,  in  primis  oppidum  Pontiscuroni  cum  ejus  jurisdictione, 
redditibus,  ac  omnibus  aliis  ejus  pertinentiis  separavimus  et  separamus 
a  civitate  nostra  Derthonse,  ac  a  quacumque  alia  civitate,  jurisdictione 
et  loco,  ita  ut  in  omnibus  ac  per  omnia  segregatum  sit  et  separatum 
ac  penitus  divisum  ab  omnibus  civitatibus  et  locis,  et  unum  corpus  per 
se  sit.  Moxque  etiam,  ubi  expediat,  instituimus  et  creamus  in  Comi- 
tatum  et  ad  veram  Comitatus  dignitatem  erigimus  et  sublimamus,  ita  ut 
oppidum  et  locus  Pontiscuroni  cum  territorio,  jurisdictione  et  perti- 
nentiis suis  de  cetero  usque  in  perpetuum  sit  et  vocetur  Comitatus,  no- 


192  LA  FAMIGLIA  MORONI. 


menque  et  titulum  ac  dignitatem,  effectum  et  prseheminentiam  veri,  recti, 
legitimique  Comitatus  habeat.  Deindeque  prsefatos  Antonium  et  Sfor- 
tiam  Moronos  coram  iiobis  genibus  flexis  constitutos_,  per  ensis  evagi- 
gìnatae  traditionem,  cum  infinitis  gratiarum  actionibus,  stipulantes  et 
recipientes  prò  se  suisque  filiis  ac  descendentibus  et  descendentium  de- 
scendentibus  masculis  et  legitimis,  ac  ex  legitimo  matrimonio,  lineaque 
masculina  tantum  natis  et  nascituris,  creamus  et  instituimus  veros,  rectos^ 
legitìmos,  naturales,  solemnesque  et  indubitatos  Comites  dicti  oppidi 
Pontiscuroni,  cum  territorio,  juribus  ac  pertinentiis  suis  ut  supra;  dantes 
et  concedentes  eum  oppidum  in  feudum  honorificum,  nobile  et  gentile; 
ita  quod  naturam  sapiat  bonorifici,  nobilis  et  gentilis  feudi  ^  nec  non 
eum  mero,  mixtoque  imperio,  gladii  potestate  ac  omnimoda  jurisdictione, 
datiis,  gabellis,  pedagiis,  possessionibus,  pratis,  vineis,  nemoribus,  mo- 
lendinis,  aquis,  aquarum  decursibus,  fictis,  redditibus,  aliisque  juribus, 
regaliis,  lionorantiis  et  pertinentiis  quibuscumque,  ac  exemptionibus,  li- 
bertatibus,  prseminentiisque,  quas  et  quse  talis  feudi  ac  Comitatus  dignitas 
exigit  et  requirit,  et  alii  veri  honorabiles  et  clari  Comites  ac  Feuda- 
tarij  habent,  potiuntur  et  gaudent.  Reservato  tamen  prò  nobis  et  Ca- 
mera nostra  jure  superioritatis  et  homagij;  ac  exceptis  etiam  et  reser- 
vatis  taxis  equorum,  allogiamentis  stipendiatorum  nostrorum,  cabella 
salis,  a  qua  neminem  exceptum  esse  volumus,  et  datiis  mercantisB  ac 
ferraritise  et  tracta  gualdorum^  si  qua  sunt  :  et  reservato  etiam  decreto 
de  majori  magistratu.  Cedentes,  dantes,  et  transferentes  in  eosdem 
Comites,  stipulantes  ert  recipientes  prò  se  suisque  filiis  et  descenden- 
tibus ut  supra,  omnia  jura,  omnesque  actiones  utiles  directas,  reales 
et  personales,  ipotecharias  et  mixtas  in  et  super  ipso  oppido  terra 
et  loco  ac  territorio,  juribus,  ac  pertinentiis  quomodolibet  nobis  spe- 
ctantibus  et  pertinentibus.  Facientesque  ac  constituentes  prsedictos  do- 
minos  Antonium  et  Sfortiam  in  et  super  ipsis  bonis  infeudatis  ^t  su- 
pra procuratores  in  rem  nostram,  ponentesque  eos  in  locum,  jus  et  sta- 
tura nostrum  et  Camerse  nostrse,  salvo  semper  jure  superioritatis  fide- 
litatisque  praesentis.  Dantes  quoque,  et  concedentes  eisdem  Comitibus 
et  descendentibus  suis  ut  supra,  licentiam  ingrediendi  et  appreben- 
dendi  propria  auctoritate  per  se  et  quemlibet  eorum  nmicium,  et  pro- 
curatorem,  possessionem  et  tenutam  dicti  oppidi,  bonorum  et  jurium  in- 
feudatorum  ut  supra,  et  apprehensam  retinendi,  ac  de  eis  disponendi, 
et  exigendi  prout  et  quemadmodum  veri  Feudatarii  faciunt,  et  facere 
consueverunt ,  secundum  naturam  et  conditionem  talis  concessionis  et 
feudi.  Versaque  vice  dicti  Antonina  et  Sfortia^  flexis  genibus,  in  nostris 
manibus  et  coram  nobis  stipulantibus  et  recipientibus  prò  nobis,  fìlij^ 
et  successoribus  nostris,  manibus  corporaliter  tactis  scripturis,  super  uno 


LA   FAMIGLIA  MORONI.  193 


missali  specialiter  et  expresse  promiserunt  et  jur.averunt,  ac  promittunt 
et  jurant  quod  ab  hodierna  die  in  perpetuum  ipsi  ac  filii  et  descen- 
dentes  sui  ut  supra  continue  erunt  fideles  obedientes  vassalli  et  feuda- 
tarii  nostri,  ac  filiorum  et  nostrorum  hsaredum  ut  supra  :  et  quod  dictum 
oppidum,  terrarti  et  locum,  ac  bona  et  jura  superius  in  feudum  concessa 
regent  et  custodient  ad  honorem  et  commodum  Status  nostri,  filiorum 
et  successorura  nostrorum  ut  supra,  nec  a  nostro  et  nostrorum  ut  supra 
favore  vel  psersidio,  ullo  unquam  tempore  se  retrahent  vel  abstinebunt 
ex  aliqua  causa  nova,  prsesenti  vel  futura  qu88  dici  aut  excogitari  posset, 
etiam  si  talis  esset,  quse  velut  gravis  nimis  in  generali  sermone  non 
veniret:  quin  imo  omnia  omni  tempore  necessaria  et  utilia  prò  nobis, 
et  successoribus  nostris  ut  supra  procurabunt,  et  ad  omnium  praedic- 
torum  majorem  corroborationem  ullo  unquam  tempore,  verbo,  Consilio, 
facto,  vel  opere  non  agent  aut  facient  centra  honorem  et  Statum  nostrum 
ut  supra:  et  si  ad  notitiam  eorum  pervenerit  quod  aliquis  in  ^liquo 
ex  prsedictis  centra  nos  aut  nostros  ut  supra  faceret  vel  temptaret,  vel  fa- 
cere  aut  temptare,  vellet ,  toto  eorum  posse,  omnique  industria  impe- 
dient,  resistent  et  prohibebunt:  et  si  etiam  prohibere  non  poterunt) 
illud  tamen  per  se  vel  nuncium  suum  nobis  aut  nostris  ut  supra,  quanto 
citius  poterunt,  propalabunt  et  manifestabunt,  Statumque  nostrum  ac  no- 
strorum, ut  supra,  ac  dominium,  honores,  prseminentiasque  nobis  et  no- 
stris ut  supra  spectantes  prò  toto  eorum  posse  omnique  industria  et  in- 
genio conservabunt  et  augebunt,  et  consilium  quod  ab  eis  petetur,  secun- 
dum  sibi  datam  ab  seterno  Deo  prudentiam  immaculatum  et  fidele  pre- 
stabunt,  et  nostra  nostrorumque  ut  supra  facta  sibi  commissa  et  com- 
mittenda  iiemini  sino  licentia  manifestabunt,  sed  pure,  sincere,  realiter 
et  personaliter,  ac  sine  ulla  exceptione  vel  excusatione  favebunt  et  ser- 
vient,  nec  ob  aliquam  temporum  conditionem  sive  diminutionem,  aut 
Status  varietatem,  a  favore  vel  sussidio,  ullo  unquam  tempore  nobis  vel 
nostris  prsestando  se  retrahent  prout  supra:  et  generaliter  facient  et 
observabunt  omnia  et  singula  ea,  quse  facere  et  servare  debent  de  jure, 
et  secundum  naturam  talis  feudi,  et  formam  utriusque  fideHtatis,  tam 
scilicet  novae  quam  veteris,  prout  in  ea  forma  continetur  :  jurantes  de- 
nique  et  promittentes  praefati  Antonius  et  Sfprtia  prò  se  et  suis  ut  supra 
in  manibus  nostris  omnia  et  singula  suprascripta  attendere  et  obser- 
vare,  omni  exceptione  aut  excusatione  cessantibus,  sub  vinculo  juramenti 
et  perditionis  feudi  ejus  :  et  item  sub  pcena  refectionis  et  restitutionis 
omnium  expensaruin  ac  interesse  per  nos  et  nostros  ut  supra  sustinen- 
dorum  et  faciendorum  prò  prsedictis  et  eorum  causa  in  lite  et  extra. 
Pro  quibus  omnibus  et  singulis  ut  promittitur  attendendis,  prsedicti  An- 
tonius et  Sfortia  omnia  bona  prsesentia  et  futura  nobis  ac  nostris  obliga- 


194  LA  FAMIGLIA  MORONI. 


verunt  et  obligant;  renunciantes  vicissim  exceptioni  non  factarum  di- 
ctarum  concessionis  et  obligationis,  ac  omnium  et  singulorum  prsedicto- 
rum,  non  sic  et  taliter  gestorum,  et  aliis  exceptionibus  quse  in  similibus 
apponi  possent;  supplentes  omnid  efectui  quarumcumque  solemnitatum, 
tam  juris  quam  facti,  et  juris  civilis  quam  municipalis',  quse  in  hoc  eve- 
nisse vel  intercessisse  posse  dicerentur. 

La  lettera  formale^  contenente  la  investitura  nei  su  nominati- 
fratelli  Moroni  del  feudo  di  Pontecurone,  il  contemporaneo  loro 
giuramento  di  fedeltà  al  duca  Francesco  II  Sforza,  e  la  donazione 
di  questo  ai  medesimi  dell'annua  rendita  di  lire  2000  imperiali 
sul  dazio  della  dogana  della  città  di  Milano,  data  il  22  di  dicem- 
bre 1534,  e  si  legge  a  carte  140-142  del  Registro  Ducale  segnata 
N.  18,  alias  TT.  del  nostro  Archivio.  E  non  credemmo  superfluo 
il  qui  esibire  la  formola  dell'investimento  feudale,  come  usavasi 
ancora  nel  secolo  XVI. 


ARCHIVIO  DI  STATO  DI  MILANO. 


In  tutti  gli  Archivj  suole  aversi  un  Museo,  cioè  una  raccolta  de*" 
documenti  più  preziosi  o  più  curiosi.  Né  manca  nel  nostro. 

E  primo  citeremo  il  testamento  di  Lodovico  il  Moro,  in  origi- 
nale, con  alcune  linee  in  calce,  ov'egli  di  proprio  pugno  autentica 
quella  sua  ultima  volontà. 

Segue  il  diploma  di  Carlo  V  del  2  giugno  1530,  in  cui  rinnova 
l'investitura  data  nel  1524  a  Francesco  II  Sforza  del  ducato  dì 
Milano,  principato  di  Pavia,  contado  d'Angera;  grande  perga- 
mena con  bei  fregi  e  sigillo  in  bolla  d'oro,  attaccata  con  cordoni 
d' oro. 

Bolla  solenne  della  nomina  di  Francesco  Alciato  in  cardinale, 
colle  firme  di  Pio  IV  e  di  molti  cardinali,  fra  cui  san  Carlo  e 
il  futuro  Sisto  V. 

Il  concordato  fra  Pio  VII  e  la  Repubblica  Italiana  del  16  set-^ 
tembre,  ratificato  il  29  ottobre  1803;  originale  in  pergamena,  colla 
firma  di  Pio  VII  e  del  cardinale  Consalvi;  ricca  legatura  in  vel- 
luto e  oro,  e  sigillo  in  bolla  d'oro.  Con  lettera  francese  e  italiana  su 
pergamena,  con  firma  autografa  e  gran  sigillo,  il  25  novembre  Buo- 
naparte  comunicava  quel  concordato  alla  Consulta  di  Stato,  con- 
chiudendo: "  È  più  facile  prevedere  le  discussioni  religiose,  che 
sedarle  quando  il  male  è  già  fatto  „\ 


'  A  proposito  di  questo  Concordato;  il  ministro  delle  relazioni  estere  da  Parigi  il  21 
ottobre  1803  scriveva  al  cittadino  Luigi  Bossi,  commissario  straordinario  della  Repub-^ 
blica  Italiana  a  Torino: 

«  J'ai  re§u  vos  dépèches,  Citoyen^  jusque  au  N.  30,  en  date  du  4  de  ce  mois.  J'en- 


196  ARCHIVIO  DI  STATO  DI  MILANO. 

Atto  di  mediazione,  fatto  dal  primo  console  della  Repubblica 
Francese,  tra  i  Cantoni  svizzeri,  il  30  piovoso  anno  XI  (19  feb- 
brajo  1803),  firmato  da  Buonaparte  e  dai  ministri;  volume  stam- 
pato di  120  pagine  in  pergamena,  con  ricca  legatura  in  velluto  a 
ricami  d'oro,  con  sigillo  entro  grande  bolla  di  argento.  Con  let- 
tera francese  e  italiana  del  21  febbrajo  1803,  su  pergamena  col 
sigillo,  Buonaparte  dirige  quell'atto  alla  Consulta  di  Stato  italica; 
ringrazia  questa  delle  cortesie  fattegli,  e  "  Tutto  muore;  la  me- 
moria solo   delle  buone  azioni  non  perisce  giammai  „. 

La  Costituzione  della  Repubblica  Italiana,  data  ai  Comizj  di 
Lione,  in  128  articoli;  con  correzioni  di  pugno  di  Buonaparte,  e  la 
firma  di  lui,  di  Melzi,  di  Marescalchi. 

Convenzione  del  6  messidoro  anno  XI  (25  giugno  1803),  fra  il 
governo  della  Repubblica  Batava  e  le  Repubbliche  Francese  e 
Italiana,  per  mantenere  un  corpo  di  trlippe  e  di  navi  contro  l' In- 
ghilterra: atto  originale  in  pergamena  alquanto  guasta,  con  si- 
gillo entro  grande  bolla  d'argento  effigiata. 

Statuti  costituzionali  del  Regno  d'Italia: 

Il  I  del  17  marzo  1805,  in  pergamena,  firmato  alle  Tuile- 
ries  da  Napoleone  e  dalla  Consulta  di  Stato,  con  sigillo  in  bolla 
di  latta. 

Il  II  del  29  marzo  1805,  firmato  da  Napoleone  e  dai  ministri, 
in  pergamena,  con  sigillo  in  bolla  di  latta. 


trerai  en  quelques  détails  dans  un  autre  moment.  Je  me  borne  aujourd'hui  à  vous  an- 
noncer  une  nouvelle  que  vous  apprendrez  sans  doute  avec  plaisir.  C  est  que  la  grande 
affaire  du  Concordat,  qui  se  négociait  depuis  long  tems  entro  notre  République  et  la 
Cour  de  Rome,  est  enfin  heureusement  terminée. 

«  Cet  important  Traité,  après  avoir  été  mis  sous  les  yeux  du  Premier  Consul  et  Pré- 
sident,  fut  signé  icì  par  moi  et  par  M.  le  Cardinal  Caprara  le  16  du  mois  dernier. 
Aussitótje  l'envoyai  à  Milan  pour  y  étre  soumis  à  l' examen  de  la  Consulte  d' Etat, 
et  de  son  coté  M.  le  Cardinal  le  fit  passer  à  Rome  pour  qu'il  fut  presente  à  Sa  Sain- 
teté.  La  Consulte  n'hésita  pas  de  donner  son  approbation,  et  bientót  après  le  Pape 
consentit  également  de  ratifier.  C'est  ce  dònt  j'ai  été  informe  officiellement  depuis  deux 
jours;  de  sorte  que,  pour  rendre  ce  Concordat  entièrement  public,  il  ne  reste  plus  à 
attendre  que  d'avoir  échangé  les  actes  solennels  de  ratification,  aux  quels  on  travaille. 

«  Les  principales  disposition  sont  que  le  Président  nommera  à  tous  les  Archevéchés, 
et  Evécbés  de  la  République;  que  le  Pape  reconnait  en  lui  les  mémes  droits  et  les 
mémes  prérogatives  qu'il  reconnaissait  dans  la  personne  de  TEmpereur,  comme  Due  de 
Milan;  que  les  Evéques  nommeront  aux  Cures  vacantes,  dans  tous  les  tems  de  l'année 
et  sans  qu'il  soit  plus   question  de  mois  de  réserve;   qu'enfin  les  aliénations  des  biens 


ARCHIVIO  DI  STATO  DI  MILANO.  197 

Il  III  del  6  giugno  1805,  firmato  da  Napoleone,  dai  ministri, 
e  dai  consiglieri  di  Stato. 

Lettera  di  Buonaparte  del  25  novembre  1803  al  Corpo  Legisla- 
tivo, in  italiano  e  francese,  con  firma  autografa,  in  pergamena  e 
con  sigillo. 

Altra  simile  del  9  termidoro  anno  X,  al  Corpo  Legislativo. 

Il  giuramento  prestato  da  Napoleone  dopo  la 'coronazione  a  re 
d'Italia,  la  domenica  26  maggio  1805,  in  pergamena. 

Lettera  su  pergamena,  del  28  marzo  1811,  firmata  da  Napoleone, 
ove  fa  grazia  a  un  Possudetti  di  Ampezzo;  ed  altra  simile  dello 
stesso  giorno  a  favore  di  Giuseppe  del  Prato. 

Oltre  a  centinaja  di  firme  di  Buonaparte  e  di  Napoleone,  che 
sono  agli  atti  amministrativi  e  nelle  corrispondenze,  delle  quali 
molte  furono  comunicate  per  l'edizione  che  ne  fece  Napoleone  III , 
abbiamo  uniti  in  due  cartelle  molti  atti  suoi,  varie  patenti  di  li- 
bera navigazione  durante  il  blocco  continentale,  un  processo  per 
una  congiura  del  1805  in  Francia;  in  altre  cartelle  le  cerimonie 
della  sua  coronazione,  gl'indirizzi,  gli  elogi,  i  monumenti  erettigli 
0  progettatigli,  fra  i  quali  la  statua  del  Canova,  ora  a  Brera. 

Seguono  carte  e  firme  della  famiglia  Buonaparte,  e  dei  perso- 
naggi che  figurarono  sotto  il  Regno  d' Italia  ;  autografi  di  per- 
sonaggi del  tempo  austriaco,  e  due  eleganti  volumi  contenenti  le 
modulo  dei  giuramenti  d'  uffizio,  e  i  giuramenti  prestati  dagli  im- 


ecclésìastiques  qui  ont  été  vendus  sont  déclarées  légitimes,  en  sorte  que  les  acquéreurs 
ne  pourront  jamais  étre  inquiétés.  Quant  aux  autres  articles,  ils  concernent  des  objets  de 
discipline  plus  ou  moins  importants,  et  dans  tous  on  a  taché  de  concilier,  autant  qu'il 
se  pouvaìt,  les  droìts  et  les  prétentions  respectives  des  puissances  civile  et  ecclésia- 
stique.  Mais  ce  qui  resulterà  surtout  de  ce  Traité,  et  ce  qu'on  peut  regarder,  en  quel- 
que  manière,  comme  le  plus  grand  avantage,  c'est  qu'il  rassurera  les  consciences  trop 
faciles  à  s'allarmer,  c'est  qu'il  fera  cesser  tous  les  doutes  que  quelques  esprits  se  for- 
maient  encore  sur  la  stabilite  de  l'ordre  actuel  des  choses  par  rapport  aux  aneiennes  Lé- 
gations  ;  e'  est  qu'il  ótera  aux  fanatiques  et  aux  malveillans  tout  moyen,  tout  prétexte 
de  susciter  des  troubles;  c'est  qu'en  consolidant  la  tranquillité  intérieure  de  la  Répu- 
blique,  il  contribuera  encore  à  accróitre  sa  considération  au  dehors. 
«  J'ai  l'honneur  de  vous  saluer. 

«  Marescalchi.  » 

Il  carteggio  del  Bossi,  durante  la  sua  legazione  a  Torino,  è  dei  più  interessanti  e  vivi 
sopra  gli  avvenimenti  del  Piemonte  e  del  Genovesato,  dalla  caduta  dei  regimi  primitivi 
fino  alla  loro  aggregazione  all'impero  francese  e  all'arrivo  del  principe  Borghesi. 
ArcJi.  Stor.  Lonib.  —  An.  I.  13 


198  ARCHIVIO   DI   STATO  DI  MILANO. 


piegati  al  Senato  Camerale  e  alla  Cancelleria  Vicereale  ;  e  le  feste 
della  coronazione  di  Ferdinando  I. 

Nell'armadio  stesso  sono  autografi  di  sovrani  italiani  e  fore- 
stieri in  21  cartelle,  distinti  per  paesi  e  famìglie. 

Tutto  ciò  si  conserva  nella  sala  del  Direttore,  dove  in  altro  ar- 
madio stanno  autografi  di  vescovi  italiani  (13  buste)  e  forestieri 
(4  buste),  di  arcivescovi,  patriarchi,  cardinali  (buste  23);  una  di 
santi,  altre  di  pontefici,  d'alcuni  dei  quali  si  hanno  documenti  di 
tutto  loro  pugno.  Sono  distinti  gli  arcivescovi  di  Milano,  comincian- 
do da  Giordano  de  Clivio  (1102),  con  più  di  400  documenti,  e  molte 
carte  riguardanti  questa  provincia  ecclesiastica.  V'ha  pure  auto- 
grafi di  varj  pretori,  podestà,  sindaci;  e  così  dei  capitani  generali, 
castellani  e  governatori  di  Milano,  e  di  guerrieri. 

In  armadio  speciale  sono  raccolti  autografi  di  letterati  e  scien- 
ziati, distribuiti  per  alfabeto  entro  ventissette  cartelle,  e  in  altre 
venticinque  di  pittori,  scultori,  ingegneri,  musicanti  e  varj  artisti. 

In  un  altro  armadio,  col  titolo  di  Produzioni  Diverse,  entro  cin- 
quanta cartelle  sono  raccolti  o  lavori  di  scrittori,  o  atti  che  li  con- 
cernono, distribuiti  alfabeticamente.  Si  va  procurando  che  queste 
due  raccolte  divengono  più  utili  agli  studiosi  col  radunare  sotto  il 
nome,  almeno  dei  principali,  tutto  quanto  si  rinvenga  intorno  alla 
vita  e  alle  opere  loro. 

S'aggiungano  molte  carte  geografiche  e  topografiche,  tra  cui  la 
pianta  del  palazzo  Ducale  di  Venezia,  e  i  progetti  delle  costruzioni 
più  importanti  degli  ultimi  tempi. 

Nella  sala  stessa  sono  sospesi  alcuni  quadri;  nell'uno  dei  quali  il 
diploma  con  cui  Massimiliano  I  imperatore,  il  23  luglio  1497,  con- 
cede al  duca  di  Milano  lo  stemma,  che  in  bella  miniatura  è  effi- 
giato nel  mezzo.  V'è  la  firma  dell'imperatore,  manca  il  sigillo. 

In  un  altro,  Carlo  V,  il  20  gennajo  1528,  conferma  tutti  i  pri- 
vilegi della  Certosa  di  Pavia;  bella  pergamena,  con  elegantissimi 
fregi,  e  col  ritratto  di  Giovan  Galeazzo  e  la  firma  dell'  imperatore. 

In  un  altro,  Giovanni  Francesco  Marliani  senatore,  a  cui  com- 
petono certi  dazj  nel  territorio  di  Pavia ,  ne  dichiara  esenti  i  mo- 
naci detti  di  S.  Marino,  il  1  ottobre  1511;  con  elegantissima  mi- 
niatura, rappresentante  un  divoto  con  quattro  frati  ai  piedi  di 
san  Gerolamo,  e  fregi,  e  lo  stemma  del  leon  d'  oro  rampante  in 
campo  d'oro  con  cimiero. 


ARCHIVIO  DI  STATO  DI  MILANO.  199 

In  un  altro,  Francesco  II  Sforza,  il  28  gennajo  1535,  ai  frati  di 
San  Domenico  di  Cremona  concede  l'esenzione  per  una  certa  quan- 
tità di  sale;  ha  bellissimi  fregi,  e  lo  stemma  ducale  in  mezzo  a  due 
stemmi  monastici. 

Un  quadro  grande  contiene  autografi  o  firme  di  principi  di  Sa- 
voja,  dal  1472  sino  a  Carlalberto. 

Si  aggiungano  un  papiro  egiziano  e  un  papiro  ravennate  del 
secolo  VI. 

Nel  gabinetto  attiguo,  dove  sta  l'archivio  segreto  del  Governo 
austriaco,  serbansi  due  raccolte  di  pergamene  con  miniature  di 
varj  secoli,  delle  quali  alcune  poche  sono  capi  d'arte;  e  qualche 
libriccino  miniato,  e  qualche  rarità  calligrafica.  Altre  carte  con 
disegni  e  miniature,  anche  di  merito  artistico,  si  hanno  ne'  dispacci 
e  ne'  registri. 

Nella  sala  attigua  a  quella  del  Direttore,  un  armadio  a  vetri 
contiene  le  carte  più  antiche  dell'Archivio,  cominciando  da  una 
del  716,  e  arrivando  al  1100;  sono  1196,  e  offersero  la  maggior 
messe  al  volume  XIII  dei  Monumenta  historios  patrice^  or  ora  pub- 
blicato a  Torino.  In  cinque  volumi  s«  n'  è  fatto  il  registro.  La 
maggior  parte  sono  levate  da  una  raccolta  che  abbiamo  di  ben 
80,000  pergamene,  tolte  dai  depositi  delle  fraterie  e  congregazioni 
soppresse,  e  sono  riposte  in  una  vasta  camera,  entro  cartelle  por- 
tanti all'esterno  il  nome  dell'ente  a  cui  si  riferiscono,  e  dentro  di- 
stribuite cronologicamente. 

Nella  sala  succennata,  un  armadio  contiene  bolle  o  brevi  papali 
dal  XII  secolo,  cioè  da  Pasquale  II  fino  a  Pio  IX,  entro  105  car- 
telle; un  altro  in  33  cartelle  contiene  diplomi  e  dispacci  sovrani, 
cominciando  dal  secolo  XII,  divisi  per  paese  e  per  epoca. 


CRONACA    DEGLI   ARCHIVJ. 


OPERAZIONI  DEL  SEMESTRE  CADENTE. 

Fra  i  più  importanti  lavori  in  corso,  dovuti  all'iniziativa  del 
nuovo  Direttore,  in  questi  Archivj  di  Stato  è  la  compilazione  degli 
inventarj  delle  singole  parti  componenti  questo  deposito,  dei  cata- 
loghi e  degli  elenchi  relativi,  sì  da  poterne  pubblicare  il  prospetto. 
È  scorso  appena  un  anno  dacché  si  diede  mano  a  tale  operazione, 
e  tuttavia,  mercè  lo  zelo  e  la  diligenza  di  questi  impiegati,  già  po- 
terono aversi  compiuti  quarantasette  elenchi,  cataloghi  o  inven- 
tarj parziali;  cioè  furono  inventariati  più  di  quattro  quinti  del- 
l'immenso nostro  materiale.  Per  averne  un'idea,  basta  il  dire  che 
a  tutt'oggi  risultarono  annotate  211,235  cartelle  o  buste,  filze  o 
mazzi;  33,242  rubriche,  registri  o  protocolli,  e  10,699  volumi  stam- 
pati. Resta  ancora  d'elencare  diversi  riparti  di  non  indifferente 
consistenza. 

Anche  la  compilazione  degli  antichi  e  così  interessanti  registri 
dell'ufficio  Panigarola  procede  alacremente,  essendosi  ormai  for- 
mate 850  schede. 

Bei  Documenti  diplomatici  tratti  dagli  Archivj  milanesi,  la  stampa 
della  parte  II  del  terzo  volume  è  arrivata  all'anno  1445,  e  sono 
pronte  le  copie  dei  documenti  da  pubblicarsi  sino  alla  morte  di 
Filippo  Maria. 

Siffatti  lavori  non  impedirono  quelli  ordinarj  delle  sistemazioni 
e  delle  reintegrazioni,  e  tanto  meno  le  giornaliere  ricerche  fatte  in 
servizio  delle  pubbliche  amministrazioni,  dei  Comuni  e  dei  pri- 
vati. In  fatto  si  rispose  a  numero  900  richieste  amministrative  o 


CRONACA  DEGLI  ARCHIVI.  201 

storiche,  e  furono  eseguite  moltissime  copie  di  documenti  antichi  e 
moderni  anche  in  lingue  straniere.  Le  quali  accennate  richieste 
non  debbono  considerarsi  come  singole  indagini,  poiché  per  l' eva- 
sione di  molte  di  esse,  principalmente  per  le  storiche,  occorre  il 
più  delle  volte  di  dover  rovistare  in  molti  riparti  dell'Archivio,  ed 
esaminare  una  quantità  di  cartelle  e  registri.  Taluni  studiosi  fre- 
quentano già  da  anni  l'Archivio,  altri  da  mesi,  chiedendo  quoti- 
dianamente nuovi  documenti  e  nuove  notizie  occorrenti  ai  loro 
studj. 

Si  continuò  la  ricostituzione  della  classe  Potense  Estere,  vale  a 
dire  di  tutto  il  carteggio  diplomatico  visconteo-sforzesco. 

L'  ordinamento  del  Gridario  e  del  Bollettino  delle  leggi,  rifon- 
dendosi in  due  sole  e  distinte  serie  bollettini  e  gride,  avvisi,  notifi- 
cazioni, proclami,  ecc.,  che  trovavansi  sparsi  nei  diversi  riparti 
dell'Archivio,  può  ormai  dirsi  ultimato. 

Si  presero  a  maturo  esame  1083  grossi  mazzi  di  atti  già  da  molto 
tempo  predisposti  per  lo  scarto,  elencandoli  e  distribuendoli  se- 
condo la  loro  natura. 

Si  spostarono  e  trasportarono  alcune  classi  d'Archivio  per  far 
posto  ai  nuovi  versamenti,  dove  meritano  speciale  cenno  le  5200 
cartelle  del  Tribunale  di  prima  istanza  di  Milano,  dall'anno  1818 
al  1862;  e  i  10  mila  registri  dello  stato  civile  del  regno  franco- 
italico. 

Di  molti  altri  importanti  lavori  d'ordinamento  eseguiti  sarebbe 
impossibile  offrire  qui  una  particolareggiata  notizia,  bastando  accen- 
nare come,  in  tutte  le  parti  dell'Archivio,  si  gareggiò  nel  disporre 
le  carte  in  modo  da  rendere  utile  e  facile  il  compito  di  chi  sarà 
chiamato  a  soddisfare  alle  esigenze  e  ai  desiderj  dello  Stato,  della 
scienza  e  dei  privati. 

Copiosissimi  versamenti  di  carte  e  registri  si  fecero  in  questo 
deposito  da  diversi  uffici  e  magistrature;  fra  gli  altri  dall'Archi- 
vio di  Stato  in  Venezia  si  rimandarono  quelle  della  Direzione  delle 
Poste  di  Lombardia,  dall'anno  1800  al  1849,  come  alla  loro  sede 
naturale  ;  dall'Ispettorato  delle  Gabelle  del  Circolo  di  Milano,  quelle 
dal  1859  al  1869;  dal  Ministero  della  Guerra,  le  matricole  e  altre 
carte  dell'  antico  esercito  italo-franco,  restituite  dal  Governo  au- 
striaco. Si  richiamarono  infine  da  diversi  ufficj  molti  atti  e  docu- 
menti che  loro  erano  stati  trasmessi  nei  passati  anni,  e  non  mai 
restituiti. 


202  CRONACA  DEGLI  ARCHIVJ. 

Pel  collocamento  di  tutto  questo  materiale  e  di  altre  carte  che 
si  aspettano,  si  fece  costruire  una  quantità  di  scaffali,  che  impor- 
tarono la  spesa  di  lire  6000. 
Di  rimpatto  si  consegnarono: 

1.**  All'Agenzia  del  Tesoro  gli  atti  della  Direzione  Comparti- 
mentale delle  Gabelle  degli  anni  1867,  1868  e  1869; 

2.**  Alla  Direzione  dei  Teatri,  già  regi,  della  Scala  e  della  Ca- 
nobbiana,  altri  atti  qui  rimasti; 

3.**  Al  Ministero  dell'Interno  50  copie  dell'opera  del  tenente- 
maresciallo  Camillo  Vacani,  intitolata:  Storia  delle  campagne  e 
degli  assedj  degli  Italiani  in  Ispagna,  dai  1808  al  1813. 

Dei  55  studiosi  ammessi  ad  indagini,  la  maggior  parte  inter- 
venne personalmente  ;  altri  inviarono  incaricati,  o  chiesero  per  let- 
tere e  ottennero  notizie. 

Meritano  speciale  menzione  i  signori: 

Angelucci  Angelo,  maggiore:  Documenti  e  notizie  intorno  alla 
battaglia  del  Taro,  alla  divisa  del  cardinale  Ascanio  Maria  Sforza, 
ed  agli  armaiuoli  milanesi. 

Baruffaldi  sac.  Agostino:  Indagini  intorno  alle  corporazioni  re- 
ligiose e  al  Comune  di  Viadana. 

Coelli  Giuseppe:  Atti  riferibili  al  Comune  di  Castelleone. 

Caffi  cav.  Michele  :  Ricerche  e  studj  sui  pittori,  scultori  e  archi- 
tetti sino  al  secolo  XVIII,  negli  atti  delle  corporazioni  religiose 
soppresse. 

Casati  dott.  Carlo  :  Notizie  genealogiche  sulla  sua  famiglia  ;  sul- 
l'Ospitale dei  Porci  in  Milano. 

Ceruti  sacerdote  Antonio:  Documenti  della  Chiesa  e  Scuola  di 
S.  Giovanni  alle  Case  Botte  in  Milano. 

Charavay  Stefano  :  Atti  relativi  al  matrimonio  di  Valentina  Vi- 
sconti col  duca  di  Turena,  e  al  giuramento  di  fedeltà  a  lei  pre- 
stato dalla  città  di  Asti. 

Corio  professor  Lodovico  :  Notizie  biografiche  intorno  ad  uomini 
illustri  nelle  scienze,  lettere  ed  arti,  e  indagini  storiche  sul  contado 
del  Seprio. 

Cusani  marchese  Francesco:  Indagini  sul  monastero  di  Santa 
Chiara  in  Lodi;  sui  debiti  di  Zecca  e  Banco-giro  di  Venezia; 
sulla  compilazione  del  Codice  Civile  Italiano. 


CRONACA  DEGLI  ARCHIVI.  203 

D'Adda  marchese  Gerolamo  :  Ricerche  sulla  Biblioteca  Visconteo- 
Sforzesca  di  Pavia,  e  sugli  architetti  italiani  in  Russia. 

Ficker  prof.  Giulio:  Carte  pagensi  del  secolo  XI. 

Fulin  ab.  Rinaldo:  Ricerche  sul  titolo  di  Anglo,  riassunto  da 
Lodovico  il  Moro. 

Garavaglia  avv.  Giovanni:  Documenti  riguardanti  i  beni  e  le 
decime  di  Brenno  Useria,  pieve  di  Arcisate. 

Govi  prof.  Gilberto  :  Notizie  storico-genealogiche  intorno  diverse 
famiglie  lombarde,  sui  discendenti  dello  scultore  Pompeo  Leoni,  e 
sulle  dimensioni  del  Cenacolo  alle  Grazie. 

Guasti  cav.  Cesare  :  Atti  relativi  all'  ambasceria  mandata  nel- 
l'anno 1362  da  Bernabò  e  Galeazzo  Visconti  al  papa  Urbano  V. 

Lombardini  sac.  Paolo:  Documenti  riguardanti  la  Confraternita 
di  S.  Giovanni  Decollato  in  Cremona. 

Majocchi  Domenico:  Notizie  sulla  Certosa  di  Garegnano. 

Melzi  nob.  Francesco:  Memorie  storico- genealogiche  della  fami- 
glia Melzi. 

Mongeri  cav.  Giuseppe:  Studj  artistici  relativi  a  Bartolomeo 
Suardi  detto  Bramantino. 

Oldofredi  conte  Ercole,  senatore  :  Documenti  storici  sul  Comune 
e  lago  d'Iseo,  e  sulla  famiglia  degli  Isei. 

Porro  conte  Giulio:  Registri  ed  atti  relativi  alla  Repubblica 
Ambrosiana,  e  alle  spese  della  Corte  ducale  del  1475. 

Pozzoli  Lucilio  :  Ricerche  intorno  alla  città  e  luoghi  adiacenti  di 
Gallarate. 

Rafaelli  Filippo  :  Notizie  sulla  Biblioteca  Visconti  e  sulla  famiglia 
Lampugnani. 

Romussi  avv.  Carlo:  Indagini  sull'esecuzione  capitale  di  Alberto 
Meraviglia. 

Rossi  sac.  Vitaliano:  Sul  Comune  e  sulla  basilica  di  Arsago  di 
Seprio,  e  sulla  famiglia  Giussani  di  Giussano. 

Rota  ab.  Gio.  Batt.:  Documenti  storici  relativi  al  Comune  di 
Chiari. 

Rotondi,  parroco  di  S.  Giorgio:  Notizie  storiche  sulla  chiesa  di 
S.  Sebastiano. 

Rusconi  marchese  Alberto  :  Atti  del  secolo  X,  relativi  alla  fa- 
miglia dei  Rusca,  già  signori  di  Como. 

Schum  dott.  Guglielmo:  Diplomi  imperiali  del  secolo  XII. 


204  CRONACA  DEGLI  ARCHIVJ. 

Silva  Silvestro,  colonnello:  Notizie  storico-genealogiche  sulla 
famiglia  Silva  di  Crevola. 

Tonti  prof.  Vito:  Documenti  e  notizie  riferibili  all'abate  Giu- 
seppe Parini. 

Trivulzi  conte  Giuseppe:  Atti  araldici  e  feudali,  e  notizie  intorno 
alcune  donne  celebri. 

Volta  avv.  Zanino:  Studj  biografici  sopra  Alessandro  Volta. 

La  scuola  pratica  di  Paleografia,  che  si  tiene  ogni  giovedì,  fu 
sempre  frequentata  da  molti  studiosi,  tanto  addetti  che  estranei 
^gli  Archivj.  L'insegnamento  di  quest'anno  volge  al  suo  termine, 
chiudendosi  la  scuola,  a  tenore  del  regolamento,  verso  la  fine  del 
prossimo  luglio. 

Possano  e  la  superiorità  e  il  pubblico  riconoscere  che  non  si 
getta  invano  il -tempo. 

Si  continuò  l'appendice  principale  all'inventario  della  Biblioteca, 
col  registrarvi  le  opere,  sì  acquistate  come  donate,  dal  N.  252  al 
N.  320.  Si  proseguirono  l'iniziato  catalogo  di  doppj  e  le  schede 
pel  nuovo  Catàlogo  generale  alfabetico,  e  si  attese  alla  compila- 
zione di  un  nuovo  inventario  estimativo  per  ordine  del  Ministero. 
A  questo  fu  di  recente  trasmessa,  per  uso  del  Nuovo  Consi- 
glio sopra  gli  Archivj ,  una  copia  di  24  stampati,  riconosciuti  di- 
sponibili 

Il  Direttore  donò  all'Archivio  molte  ed  importanti  carte,  oppor- 
tunissime  ad  illustrare  la  storia  politica  d' Italia ,  ed  alla  Biblio- 
teca alcuni  suoi  opuscoli  e  fascicoli  d'opere  in  corso  di  stampa. 
Fra  le  prime  nomineremo  alcune  carte  risguardanti  la  Giovane 
Italia,  fra  cui  i  transunti  di  molti  relativi  processi,  fatti  dal  pre- 
sidente d'Appello  Mazzetti  per  uso  dell'Imperatore;  tre  libretti  di 
informazioni  e  annotazioni  della  Polizia  di  Milano;  un'informazione 
sulla  Società  Guelfa,  ecc.,  ecc.,  levati  dal  Cantù  dal  palazzo  della 
Polizia  nel  1848,  con  autorizzazione,  che  è  pure  unita.  Altre  carte 
riguardano  la  sollevazione  del  1848,  con  alcuni  manoscritti  e  bozze 
di  stampa  d'un  lavoro  ch'egli  doveva  pubblicare  nel  luglio  di  detto 
anno,  narrando  le  cause  e  gli  andamenti  di  quella  rivoluzione* 
Evvi  pure  il  giornale  La  Guardia  Nazionale,  che  allora  egli  com- 
pilava; oltre  30  pergamene  attinenti  alla  Diocesi  di  Como,  e  una 
quantità  di  Statuti  dei  paratici  di  diverse  città  di  Lombardia. 


CRONACA  DEGLI  ARCHIVI.  205 

Anche  il  segretario  cav.  Muoni  fece  dono  alla  Biblioteca  di  alcuni 
suoi  recenti  opuscoli,  fra  i  quali  quello  intitolato  :  Archivj  di  Stato 
in  Milano:  Prefetti  o  Direttori.  —  Dalla  Deputazione  di  Storia 
Patria  si  ebbe  il  tomo  XIII  della  Miscellanea  di  Storia  Italiana; 
dal  marchese  Frahcesco  Cusani  il  VI  volume  della  sua  Storia  di 
Milano;  dal  cav.  Giuseppe  Mongeri:  L'Arte  in  Milano;  dal  Mini- 
stero dell'Interno  il  VI  volume  della  Bihliotheca  mamcscripta  ad 
S,  Marci  Venetianim,  ecc.  di  Giuseppe  Valentinelli. 

P.  Ghinzoni, 
Sottosegretario  d'Archivio. 

Il  cav.  Damiano  Muoni  pubblicò  un  lavoro  affatto  proprio  ai 
nostri  studj  ;  ed  è  il  catalogo  dei  Prefetti  degli  Archivj  di  Stato  di 
Milano^  con  quell'occasione  dando  note  sull'origine,  formazione  e 
concentramento  loro  (Milano,  Molinari,  1874,  in-8,  di  pag.  105), 
aggiungendovi  la  lunga  lista  delle  opere  sue,  e  un'informazione 
delle  veramente  invidiabili  raccolte  da  lui  compiute. 

Enumerati  i  varj  direttori  di  questi  Archivj,^  ebbe  la  saviezza  di 
non  lodare  il  presente  se  non  dai  lavori  che  vi  si  stanno  operando 
per  ispeciale  suo  impulso,  "  affinchè  la  preziosa  suppellettile  affida- 
tagli divenga  sempre  più  agevole  e  comoda  alle  richieste  storiche 
e  amministrative. 


*  Le  dilìgenti  ricerche  del  nostro  socio  cominciano  con  Giacomo  da  Perego.  AI  cenno 
ch'ei  ne  fa  stimiamo  bene  aggiungere  qualche  particolarità,  come  d'un  primo  sbozzo  di 
Archivio.  Adunque  il  Perego,  ai  12  giugno  1468,  avvisa  il  segretario  ducale  Cicco  Si- 
monetta, che,  a  norma  degli  ordini  ricevuti  per  mezzo  di  Gio.  Antonio  suo  genero  e 
Michele  suo  fratello,  ed  uno  da  Dugnano,  addetti  alla  Cancelleria  ducale  in  Milano,  ha 
dato  da  copiare  «tutti  i  decreti  delle  confische  e  pubblicazioni  dei  beni  devoluti  alla 
Camera,  ad  altro  quelli  dei  sfrosi  delle  biade,  ad  altri  delle  sfrosi  del  salej  che  assu- 
merà tre  scrittori,  uno  per  i  decreti  dei  feudatarj  e  della  Pace  di  Costanza,  e  per  quali 
ragioni  i  feudi  revertunt  ad  principem;  uno  pei  decreti  civili,  e  l'altro  pei  decreti  de* 
Tesorieri,  Amministratori,  Sindacatori  ed  OflSciali  condemnati  ad  Sindicatum.  E  così  di 
materia  in  materia  seguiterà  uno  volume  onde  il  duca  possa  trovare,  rinvenire  ogni  cosa 
di  materia  in  materia  senza  troppo  perditempo  ». 

Insomma  che  farà  di  tutto  onde  soddisfare  il  desiderio  del  duca,  sollecitando  perchè 
l'opera  sia  compita  anche  in  quanto  ai  registri  Panigarola  colle  rispettive  rubriche. 

Anche  su  questa  famiglia  Panigarola  e  sugli  importantissimi  Archivj  che  essa  con- 
servava e  che  ora  stanno  in  questo  di  Stato,  si  desiderano  notizie  nel  lavoro  del  Muoni, 
che  forse  le  serbò  per  la  relazione  generale  che  si  prepara. 


206  CRONACA  DEGLI  ARCHIVJ. 

„  Il  compito,  lasciato  indefinito  e  sospeso  dall'  Oslo,  addimostrò 
quanto  sia  arduo  e  pericoloso  il  recare  in  un  vastissimo  archivio 
tanti  e  radicali  mutamenti  a  partizioni  già  accolte  e  sancite  dal- 
l'uso ;  e  noi  ne  conveniamo  appieno,  persuasi  che  ogni  ordinamento 
torni  adeguato  in  simili  depositi  ogni  qualvolta,  rispondendo  esso 
alla  natura,  età,  copia  e  scaturigine  delle  carte,  abbiasene  chiaro 
il  concetto,  esatto  il  disegno. 

„  Si  ristabilirono  pertanto  nelle  originarie  loro  sedi  i  moltissimi 
documenti  che  per  qualsivoglia  motivo  ne  erano  stati  rimossi,  man- 
tenendo solo,  delle  recenti  classazioni,  quelle  che,  già  assai  inol- 
trate, riusciva  quasi  impossibile  il  disfare. 

„  Avvisando  poi  che  la  migliore  guarentigia  di  ogni  possesso  pub- 
blico o  privato,  è  di  accuratamente  controllarne  la  conservazione 
o  l'entità,  venne  commesso  a  tutti  gli  impiegati  in  genere  la  re- 
dazione di  elenchi  riassuntivi  per  cadauna  materia  rispettivamente 
loro  assegnata;  al  bibliotecario,  in  ispecie,  le  necessarie  appendici 
al  novero  de' libri,  coli' estratto  de' doppj. 

„  Mediante  Paggregamento  e  l'assimilazione  di  carte  sparse  e  di 
categorie  appena  concetto  od  abbozzate,  s'introdussero  nuove  e 
proficue  fonti  per  la  storia,  e  segnatamente  per  quella  de'  Comuni, 
delle  varie  magistrature,  de^ paratici  o  maestranze  d'arti  e  me- 
stieri, e  d'altri  rinomati  sodalizj,  completandosi  e  migliorandosi 
altresì,  con  altri  materiali  scomposti,  le  collezioni  degli  autografi 
€  delle  produzioni  scientifiche  e  letterarie;  di  modo  che  ognuno  può 
sin  d' ora  compiacersi  nel  mirare  largamente  rappresentati  in  esse, 
per  opere  tal  fiata  inedite,  i  nomi  splendidi  di  Alessandro  Volta 
(tre  buste).  Lazzaro  Spallanzani,  Barnaba  Oriani,  Antonio  Scarpa, 
Pietro  Moscati,  Melchiorre  Gioja,  Giuseppe  Parini,  Ugo  Foscolo, 
Carlo  Botta,  Pietro  Tamburini,  Luigi  e  Giuseppe  Bossi,  Andrea  Ap- 
piani, Antonio  Canova,  ecc.  ecc. 

„  Vegliando  infine  ad  una  più  convenevole  distribuzione  delle 
classi  nei  diversi  locali  e  scajffali,  diedesi  mano  eziandio  alla  forma- 
zione interessantissima  de'  regesti,  o  sunti  dei  ducali  e  regj  decreti, 
dei  privilegi  e  delle  loro  interinazioni,  delle  investiture,  dei  trat- 
tati e  delle  missive,  e  con  un'  operosità  sempre  eccitata  e  mante- 
nuta, procedesi  in  tale  assiduo  e  concorde  lavorio,  equamente  e 
saviamente  ripartito,  che  non  dubitiamo  promettitore  di  ottimi  ri- 
sultati. „ 


CRONACA  DEGLI  ARCHIVJ.  207 

Secondo  il  signor  Muoni,  "  gli  Archivj  di:  Stato  riuniti  in  Mi- 
lano, posseggono  almeno  80,000  pergamene  e  286,712  volumi,  che, 
in  un  prossimo  generale  inventario,  arriveranno  presumibilmente 
a  300,000  circa.  „ 

Il  commendatore  Bartolomeo  Cecchetti,  descrivendo  l'Archivio 
de'  Frari  (Venezia,  P.  Naratovich,  1866,  in  fol.  e  in  16),  di  cui  ta- 
luno faceva  ammontare  a  dieci  milioni  e  mezzo  (10,562,115)  i  vo- 
lumi ivi  pervenuti  da  2276  archivj,  vi  noverò  203,214  filze  e  re- 
gistri, e  52,878  pergamene,  provenienti  da  231  diversi  istituti.  "  Se 
tali  cifre  costituiscono  uno  de'  primissimi  archivj  d' Italia,  chi  vorrà 
asserire  che  quello  di  Milano,  sia  per  copia,  sia  per  importanza, 
possa  dirsi  ad  altro  secondo?^  A  Venezia  non  sonvi  atti  originali 
che  risalgano  oltre  il  954:  a  Milano  il  più  antico  rimonta  al  716. 
Cade  poi  qui  avvertire  come  non  debbansi  confondere  le  buste  o 
cartelle  degli  Archivj  di  Milano  coi  volumi  computati  in  altri  Ar- 
chivj italiani,  avvegnaché  ciascuna  di  esse  potrebbe  equivalere  a 
quattro  almeno  di  quelli,  racchiudendo  talora  più  di  400  pezze,  e 
tre  il  carteggio  di  un  mese  solo.  „ 

Appartiene  alla  materia  stessa  il  Progetto  di  legge  e  regolamento 
sopra  gli  Archivj  di  Stato,  del  Silvestri  di  Palermo.  Egli  crede 
che,  col  suo  disegno,  l'invocata  unificazione  del  servizio  dei  pub- 
blici Archivj  e  della  vigilanza  governativa,  non  meno  su  di  essi  che 
su  quelli  degli  enti  morali,  dei  Comuni  e  delle  Provincie,  si  conse- 
gua intera  ed  efficace  mercè  l'opera  illuminata  ed  assidua  del  so- 
prantendente ,  senza  far  violenza  ai  dritti  rispettivi,  ma  pur  co- 
strir^endoli,  per  viste  sacre  d'interesse  generale,  a  far  conto  e  a 
mantenere  inviolato  quello  che,  più  che  privato,  è  patrimonio  della 
civiltà  nazionale. 

Similmente,  il  servizio  interno  dei  grandi  Archivj,  avendo  a  base 
l'opera  esperta  d'un  Direttore-Segretario,  vien  solidamente  imper- 
nandosi  negli  incarichi  attentamente  e  misuratamente  distribuiti, 
e  nei  quali  trovasi  la  ragione  d'essere  de'varj  ordini  gerarchici 


^  Ciò  farà  per  avventura  emendare  una  frase  del  signor  Silvestri  di  Palermo,  che  dice 
che  l'Archivio  di  Milano  è  rimasto  a  una  certa  distanza  «  da  quello  de'  Frari  :  pur  con- 
fessando che  i  Direttori  di  esso  con  ispeciali  regolamenti  seppero  uscire  dai  limiti  an- 
gusti della  legge  sugli  Archivj  ». 


208  CRONACA  DEGLI  ARCHIVJ. 


del  personale,  e  della  responsabilità  rispettiva.  I^e  diverse  attri- 
buzioni son  poi  siffattamente  graduate,  da  potersi  naturalmente 
raggruppare  nelle  mani  del  Soprantendente,  cui  resta  la  suprema 
direzione  d'ogni  parte  del  servizio,  contemperata  dai  lumi  del  Con- 
siglio d'Amministrazione  ;  nel  mentre  l'autonomia  della  istituzione, 
posta  sotto  l'alto  patrocinio  del  Parlamento,  come  praticasi,  ben- 
ché in  modo  indiretto,  nell'  Inghilterra,  rende  libero  ed  efficace 
l'esercizio  dell'arduo  ufficio  cui  è  chiamato  il  Soprantendente  me- 
desimo nel  provvedere  alla  conservazione  delle  carte  tutte  d' in- 
teresse nazionale.  Intanto  l'educazione  scientifica  è  procurata  dallo 
insegnamento  di  paleografia  e  critica  diplomatica,  dipendente, 
non  già  dalle  basse  sfere  dell'empirismo  òurocratico,  ma  dalle  alte 
e  pure  regioni  della  scienza,  ed  ajutata  dall'interesse  che  avranno 
i  giovani  ad  abbracciare  una  si  vasta  e  nobile  carriera.  Talché 
si  potrà  in  pochi  anni  abbondare  di  quelle  tali  specialità,  onde 
è  sì  vivamente  sentito  il  bisogno,  e  le  quali,  se  sono  necessarie 
in  ogni  pubblica  amministrazione,  son  per  fermo  indispensabili  in 
quella  degli  Archivj.  Al  qual  fine  son  anco  dettate  le  norme  riguar- 
danti la  carriera,  per  cui,  mirando  sempre  alla  formazione  delle 
dette  specialità,  non  lasciasi  d' allargare  l'attuale  sfera  delle  pro- 
mozioni, senza  che  però  sia  indotta  alcuna  violenza  agli  interessi 
ed  agli  affetti  dei  singoli  impiegati. 


NOTIZIE. 


La  Società  Storica  Lombarda  tenne  adunanza  generale  il  29 
aprile,  nella  quale  vennero  ammessi  i  nuovi  socj: 


Alessandri  prof.  ab.  Antonio,  bibliotecario 

civico  dì  Bergamo. 
Bucchetti  Giovanni. 
Casati  avv.  nob.  Luigi. 
Cittadella  Luigi  Nap.,  bibliot.  di  Ferrara. 
Del  Majno  march.  Norberto. 
Faustini  Gr.  B.,  parroco  in  Brescia. 
Ferrari  prof.  Paolo. 


Fortis  Ernesto. 

Giustiniani  Bandini  princ.  Raimondo. 

Guerrieri  Gonzaga  march.  Carlo. 

Guicciardi  sen.  Enrico. 

Intra  prof.  G.  B. 

Nazzari  dott.  Andrea,  di  Brescia. 

Piolti  De  Bianchi  dep.  Giuseppe. 

Savio  prof.  Enrico. 


Vi  si  proposero  alcuni  temi  di  studj  storici,  riguardanti  la  Lom- 
bardia e  la  sua  metropoli,  come  una  monografia  dell'  arcivescovo 
Eriberto  d'Intimiano;  Francesco  Sforza  I,  sul  quale  molti  docu- 
menti stanno  nei  nostri  Archivj;  la  Credenza  di  S.  Ambrogio;  il 
Senato  Milanese  nelle  sue  attinenze  politico-amministrative  ed  in- 
ternazionali; lo  sviluppo  ed  il  progresso  del  diritto  penale  nei  du- 
cati di  Milano  e  Mantova  durante  il  secolo  scorso,  ecc. 

Furono  comunicate  alcune  testimonianze  di  simpatia  ed  incorag- 
giamento alla  Società  stessa  per  parte  di  privati,  ^  di  giornali  per- 


*  Fra  gli  altri  Gino  Capponi,  approvando  che  la  nostra  Società  abbia  scelto  «  come 
campo  un  gran  paese  che  ha  una  grande  storia.  Per  me  sta  bene  che  si  faccia  provin- 
cialmente, perchè  la  Storia  d'Italia  (non  v'è  rimedio)  è  a  quel  modo.  E  quando  gli  spi- 
riti provinciali  della  Chiesa  dell' Arrengo  furono  saliti  in  cima  ad  un  solitario  campa- 
nile, non  v'è  più  storia,  o  fu  poverissima.  La  nuova  nostra  comincieremo  a  farla  Tanno 
2000,  sperando  che  allora  vi  sian  buoni  storici  perchè  vi  sia  bella  materia  di  storia.» 


210  NOTIZIE. 


fino  del  nostro  paese,  di  Istituti  scientifici:  tra  queste  il  marchese 
D'Avezac  dell'Istituto  di  Francia  annunciava  d'aver  fatto  conoscere 
V Archivio  Storico  Lomhardo  e  la  Società  da  cui  esso  emana  alla 
Accademia  d'Iscrizioni  e  Belle  lettere  ed  a  quella  di  Scienze  mo- 
rali e  politiche,  che  l'accolsero  con  favore. 

Gli  Archivj  di  Stato  erano  rimasti  finora  dipendenti,  alcuni  dal  Mi- 
nistero dell'  Interno,  altri  da  quello  della  Istruzione  Pubblica,  come 
stavano  ne'  dominj  precedenti.  Visto  lo  sconcio  di  quella  separazione 
di  dipendenza  e  quindi  di  norme,  lungamente  si  agitò  a  quale  do- 
vessero di  preferenza  unirsi,  finché  prevalse  il  concetto  di  porli 
sotto  al  Ministero  dell'Interno,  come  si  è  fatto  con  decreto  reale 
del  5  marzo.  Con  altro  decreto  del  26  marzo  fu  istituito  un  Con- 
sigilo  per  gli  Archivj,  di  persone  estranee  al  personale  di  quelli  ;  ed 
un  sovrantendente  agli  Archivj  di  ciascuna  regione.  Gli  ufiìziali  com- 
presi nel  territorio  di  una  sovrantendenza  formano  un  ruolo  di- 
stinto da  quello  d'ogni  altra,  né  vengono  traslocati  fuor  di  quello. 
Sono  distinti  in  due  categorie,  secondo  gli  studj  che  da  essi  ri- 
chieggonsi,  e  i  servizj  che  devono  rendere. 

In  Francia  fu  istituita  una  commissione  degli  Archivj  diplo- 
matici presso  il  Ministero  degli  Esteri;  intendendo  non  della  di- 
plomazia quale  s'insegna  e  conserva  da  noi,  ma  del  carteggio  per 
gli  affari  internazionali.  Or  che  l'indiscrezione  é  arrivata  anche  a 
compromettere  persone  viventi,  interessi  palpitanti,  e  fin  le  conve- 
nienze regie  \  trovavasi  strano  che  i  documenti  interessanti  alla 
storia  fossero  sottratti  allo  studio,  o  piuttosto  concessi  o  negati  ca- 
pricciosamente. Furono  dunque  cangiati  i  regolamenti,  e  istituita 
una  Commissione.  Chi  poco  si  fida  delle  Commissioni,  proporrebbe 
di  distinguere  gli  Archivj  in  sezione  storica  e  sezione  politica.  Le 
carte  di  questa  non  dovrebbero  vedersi  che  sopra  ordine  del  Mi- 
nistero e  nell'interesse  pubblico.  Naturalmente,  col  tempo  anche 
le  carte  di  questa  sezione  rientrano  nella  storica.  Quest'ultima  do- 
vrebbe avere  impiegati  esperti  in  tali  materie,   e  restare  aperta 


*  Il  15  dicembre  1588  il  conte  Olivarez  scrìveva  a  Filippo  II:  «  Quanto  al  secreto,  non 
bisogna  pensarci  nelle  negoziazioni  coi  Francesi  ». 
Coi  Francesi  soltanto? 


NOTIZIE.  211 


a  tutti,  colle  solite  cautele.  Quel  Ministero  degli  Affari  esteri  pen- 
serebbe pubblicare  una  serie  di  documenti  inediti  moderni;  ma 
tali  imprese  richiedono  eruditi  speciali,  esatta  sorveglianza,  pron- 
tezza unita  coll'esattezza  scientifica. 

La  sezione  storica  servirebbe  anche  di  scuola  a  futuri  diploma- 
tici, acquistando,  coU'amor  della  patria  e  coll'erudizione,  la  cono- 
scenza delle  tradizioni  e  dei  metodi  migliori. 

Questa  alleanza  dei  dotti  coi  diplomatici  tornerebbe  utile  prin- 
cipalmente in  Italia,  dove  ancora  rimane  a  istituire  qualche  cosa 
di  simile  alla  Scuola  delle  Carte.  Eppure  la  diplomazia  dei  nostri 
padri,  e  massime  di  Venezia  e  di  Roma,  offrirebbe  stupende  le- 
zioni, un  tirocinio  utilissimo  ai  giovani  avviati  alla  carriera  diplo- 
matica, che  poi,  ne' paesi  ove  sono  mandati,  potrebbero  cercare 
ciò  che  riguarda  la  storia  nostra. 

In  Inghilterra  si  formò  una  Società  Paleografica  di  dodici  dotti, 
preseduti  dal  custode  dei  manoscritti  del  Museo  Britannico,  per 
promuovere  lo  studio  della  paleografia  mediante  fac-simili  dei  co- 
dici più  interessanti.  Fu  pubblicato  il  l.""  fascicolo,  che  contiene  un 
papiro  greco  del  II  secolo  a.  C,  uno  ravennate  del  572,  e  varie 
pagine  di  lavori  ecclesiastici. 

Il  Governo  inglese  pubblicò  in  edizione  splendidissima  a  Edim- 
burgo i  fac-similes  dei  manoscritti  nazionali  di  Scozia,  tolti  sia 
dagli  Archi vj,  sia  da  raccolte  private,  e  riprodotti  in  zincografia: 
sono  riferiti  nel  t^sto  originale,  poi  con  caratteri  moderni  nel  loro 
linguaggio,  tradotto  quindi  in  inglese,  e  accompagnati  di  sobrie 
illustrazioni.  Il  signor  Giacomo  Gibson,  fratello  di  lord  Clerk  che 
diresse  questa  pubblicazione,  ne  lasciò  tre  esemplari  nella  nostra 
città.  L'importanza  di  quei  documenti  è  ben  minore  di  quella  che 
potrebbero  offrire  i  nostri:  ed  è  desiderabile  che  l'esempio  trovi 
imitatori. 

Altro  esempio  imitabile.  Esso  signor  Giacomo  Gibson-Craig,  visi- 
tando la  nostra  Biblioteca  Ambrosiana,  ammira  fra  altri  una  storia 
evangelica  manoscritta,  in  80  fogli  scritti  a  dritto  e  rovescio  con 
caratteri  quadrati  in  colonna  e  bellissime  immagini:  e  commette 
al  fotografo  Angelo  Della  Croce  di  riprodurgliene  una  pagina.  Que- 


212  NOTIZIE. 


sta  gli  piace  tanto,  che  ordina  la  riproduzione  dell'intero  mano- 
scritto :  e  il  prefetto  Ceriani  vi  inette  una  prefazione  in  inglese,  in- 
dicando le  fonti  di  ciascun  racconto.  Questo  è  desunto  dal  vangelo 
di  san  Matteo  e  dai  vangeli  apocrifi,  per  formar  un  libro  di  devo- 
zione, illustrato  da  80  quadretti,  probabilmente  disegnati  in  To- 
scana, e  rappresentanti  i  fatti  sacri,  cominciando  dalla  gita  di 
Maria  e  Giuseppe  a  Betlem  fino  alla  morte  della  vergine  madre: 
e  innestandovi  la  morte  di  Pilato,  varj  miracoli  di  Cristo,  la  di- 
struzione di  Gerusalemme  e  l'assunzione  secondo  la  leggenda  antica. 
Il  signor  Gibson  ne  fece  tirare  sole  100  copie,  da  donare  ai  bi- 
bliofili del  suo  paese;  ma  fortunatamente,  per  le  sollecitudini  di 
esso  prefetto,  una  ne  fu  data  all'Istituto  Lombardo  di  scienze  e 
lettere. 

Il  19  maggio  è  morto  Francesco  Trincherà,  direttore  generale 
degli  Archivj  di  Napoli.  Nato  a  Ostuni  il  20  gennajo  1810,  era 
stato  prete:  ha  fatto  un  dizionario  della  lingua  italiana:  studiò 
economia,  e  testé  avea  pubblicato  un  primo  volume  di  storia  di 
questa  scienza. 

Il  signor  Beulé,  nato  umilmente  a  Saumur  il  1826,  allievo  della 
scuola  normale,  s'immortalò  scoprendo  i  propilei  dell'acropoli  d'A- 
tene, col  che  ottenne  fosse  conservata  la  scuola  francese,  in  quella 
città  istituita  da  Salvandy,  e  derisa  come  infruttifera.  La  scala  del 
gran  santuario  nazionale  servì  ad  elevare  il  Beulé;  subito  fu  nomi- 
nato professore  d'archeologia  alla  Biblioteca  imperiale  di  Parigi  al 
posto  di  Carlo  Lenormant,  poi  segretario  perpetuo  dell'Accademia 
di  Belle  Arti  ;  indagò  le  antichità  di  Cartagine,  e  scrisse  molte  cose 
anche  relative  all'Italia,  fra  cui  Le  drame  du  Vésuve,  e  nelle 
Causeries  sur  Vari,  fouilles  et  découvertes:  ajutò  all'acquisto  del 
museo  Campana,  e  venuto  in  rotta  con  Napoleone  III,  scrisse  il 
Processo  dei  Cesari. 

Solo  dopo  i  disastri  entrò  nella  carriera  politica,  come  rappre- 
sentante all'Assemblea  Nazionale  ;  al  cadere  di  Thiers,  divenne  mi- 
nistro dell'interno,  il  qual  portafoglio  depose  dopo  il  19  novembre, 
e  fu  de'  migliori  sostenitori  del  partito  conservatore. 

Mori  improvvisamente,  e  si  dubita  per  suicidio,  il  4  aprile. 


NOTIZIE.  2 1 3 


i 


Il  celebre  Ortolan,  che  fu  professore  di  legislazione  penale  a  Parigi 
e  tradusse  il  Beccaria,  lasciò,  fra  altri  scritti,  Le  penalità  delV  in- 
ferno di  Dante,  con  uno  studio  su  Brunetto  Latini  quasi  suo  mae* 
stro.  Questo  lavoro  fu  consegnato  all'Istituto  di  Francia. 

Il  marchese  Carlo  Torrigiani  fiorentino,  morendo  nel  1865,  la- 
sciava all'Archivio  centrale  toscano  i  manoscritti  e  le  pergamene  che 
la  sua  famiglia  aveva  ereditati  da  casa  Ardinghelli  ;  volendo  eccet- 
tuati alcuni  autografi  di  cospicui  personaggi  storici,  e  ponendo  l'ob- 
bligo agli  ufìiciali  di  esso  Archivio  di  darne,  entro  due  anni,  un'esatta 
informazione  al  pubblico. 

Anche  il^  marchese  Lorenzo  Ginori  deponeva  in  esso  Archivio  una 
raccolta  di  documenti. 

Stimiamo  opportuno  mettere  questi  esempj  sottocchio  ai  nostri 
cittadini,  qui  dove  anche  ultimamente  le  interessanti  raccolte  del 
conte  Archinto,  di  Pompeo  Litta  e  dei  marchesi  Castiglioni  anda- 
rono all'asta,  e  donde  fu  mandata  all'  incanto  di  Charavas  a  Parigi 
una  raccolta  di  lettere,  venduta  L.  13,323:  e  fra  queste  una  del 
Darini  per  lire  19:  una  del  Beccaria  per  lire  27  e  una  per  lire  50. 

Negli  Atti  dell'Istituto  Veneto  il  prof.  Matscheg  pubblicava  do- 
cumenti sulla  storia  d'Europa  dalla  fine  del  regno  di  Carlo  VI  al 
trattato  di  Aquisgrana:  il  signor  Cecchetti,  sugli  stabilimenti  poli- 
tici della  repubblica  veneta  nell'Albania,  dove  molti  documenti  ri- 
guardano Skanderbeg,  del  quale  l'Archivio  milanese  possiede  lettere 
al  re  di  Sicilia. 

Il  prof.  Bernardino  Biondelli  vi  mandò  una  dissertazione  sulle 
iintiehità  di  Milano  e  dell'alta  Insuhria,  pel  manuale  topografico- 
archeologico  del  Torelli. 

Giusto  Grion  discusse  Chi  fosse  Madonna  Laura,  e  malgrado  le 
obiezioni  recenti,  massime  di  Salvatore  Betti,  sostiene  ancora  fosse 
una  De  Sade,  sposa  del  barone  di  Toro. 

L.  Geiger,  presa  occasione  dal  quinto  centenario  del  Petrarca, 
pubblicò  un'opera  su  questo  poeta.  ^ 


'  Riceviamo  or  ora  gli  scritti  inediti  di  F.  Petrarca,  pubblicati  ed  illustrati  da 
Attilio  Hobtis.  Firenze  1874.  Ne  parleremo. 

Arch.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  14 


214  NOTIZIE. 


Degli  Archivj  s' è  giovato  un'altra  volta  il  signor  B.  Cecchetti  ^ 
per  combattere  l'andazzo,  troppo  ora  esteso,  di  sparlar  del  nostro 
passato  onde  piaggiare  il  presente.  Venezia  era  aristocratica,  avea 
corruzione  di  costumi,  crassa  ignoranza  de'  patrizj,  lusso  invere- 
condo, leggi  suntuarie  inutili  per  frenarlo.  Tutte  queste  accuse  vuol 
cancellare  o  attenuare  il  Cecchetti,  mostrando  come  il  lavoro  fosse 
la  fonte  della  ricchezza  veneta,  e  raifacciando  ai  moderni  signori 
di  non  imitare  i  padri,  di  non  ispendere  a  vantaggio  del  paese, 
ad  animar  l'industria  e  la  marina,  e  così  diminuire  il  numero  de' 
questuanti.  I  quali,  se  nel  1776  su  137,240  abitanti  erano  843, 
nel  1871  erano  36,200  su  129,000  abitanti.  Le  corporazioni  costi- 
tuivano una  tutela,  conforme  all'indole  patriarcale  del  governo:  le 
leggi  suntuarie  una  cura  dell'  economia  e  della  moralità,  affinchè  il 
lusso  non  sottraesse  il  denaro  necessario  ai  fini  più  alti  della  so- 
cietà. Le  particolarità  di  cui  il  Cecchetti  appoggia  questi  concetti 
sono  curiosissime. 

Di  Filippo  Casoni,  storico  del  bombardamento  di  Genova,  diede 
alcuni  appunti  storici  nell'Accademia  Ligustica  il  signor  Achille 
Negri,  donde  parrebbe  ch'egli  provenga  dai  nostri  Torriani  di  Val- 
sassina.  Dopo  le  costoro  disgrazie,  un  di  essi,  per  nome  Cassone, 
si  collocò  nel  castello  di  Trebiano,  e  conservò  il  solo  nome,  che 
trasmise  alla  sua  famiglia,  la  quale  poi  passò  a  Sarzana  e  a  Ge- 
nova, dove  il  1662  nacque  Filippo.  Pel  ratto  di  Apollonia  Aquarone 
fu  condannato  a  20  anni  di  torre,  e  per  quanto  adoprassero  suo 
padre  e  i  suoi  amici,  e  malgrado  che  avesse  compiti  là  dentro  gli 
Annali  del  secolo  XVI,  non  fu  rimesso  in  libertà  che  nel  1696, 
donando  mille  scudi  d'argento  alla  Camera. 

All'Accademia  stessa  fu  fatta  menzione  di  Francesco  della  Porta 
pittore,  fratello  dello  scultore  Gian  Giacomo  milanese  ;  e  di  Albertino 
da  Lodi,  che  decorò  il  coro  del  duomo  antico  di  Savona. 

L'Accademia  delle  scienze  di  Parigi  continua  la  pubblicazione 
delle  Opere  di  Bartolomeo  Borghesi,  ch'era  stata  fatta  intraprendere 
da  Napoleone  IIL 


*  Lavoro  e  Ricchezza  nella  repubblica  veneta.  Dalla  Rivista  Veneta,  voi.  IV,  f.  5. 


NOTIZIE.  215 


All'Istituto  Lombardo,  ove  sono  troppo  rare  le  disquisizioni  sto- 
riche, il  prof.  Bertolini  presentò  una  memoria  Stilla  signoria  di 
Odoacre  e  la  origine  del  medioevo.  Con  buon  corredo  d'erudizione 
mostra  in  inganno  quegli  storici  antichi  e  moderni  che  di  Odoacre 
fecero  un  re  d'Italia;  considerandolo  piuttosto  come  uno  dei  tanti 
generali  che  usurpavano  dominio  sui  deboli  imperatori,  e  volendo 
che  il  medioevo  non  s'abbia  a  cominciare,  come  fanno  tutti,  alla 
conquista  di  Odoacre,  ma  solo  all'invasione  longobarda. 

Bisognerebbe  spiegarsi  che  cosa  s'intende  per  principio  del  me- 
dioevo. Il  signor  Bertolini  riconosce  che  il  Cantù  accennò  giusto 
alle  relazioni  di  Odoacre  coU'imperatore  Zenone  ;  ma  nel  cap.  LIX 
più  esplicitamente  esso  Cantù  scrive  che  :  "  Odoacre  senz'altro  che 
voltare  contro  gl'imperatori  le  armi  da  questi  assoldate,  dissipò 
quella  scena...  Da  un  pezzo  l'impero  veniva  preseduto  da  barbari; 
anche  soppresso  il  titolo  supremo,  non  tralasciò  di  raccogliersi  il 
senato,  rappresentanza  civile  sotto  a  quella  militare  :  si  nomina van 
i  consoli:  nessun  magistrato  regio  o  municipale  fu  spostato:  il  pre- 
fetto del  pretorio  continuò  co'  suoi  dipendenti  ad  amministrare  l'Ita- 
lia (si  noti  bene,  non  la  diocesi,  come  dice  il  Bertolini  a  pag.  440)  e 
riscuoterne  i  tributi:  Odoacre  potea  dirsi  uno  dei  tanti  che  stra- 
nieri occuparono  il  trono  di  Koma:  se  non  che  né  imperatore  in- 
titolossi,  ile  forse  re  (e  vedi  la  nota)  :  non  pretese  supremazia  sugli 
altri  regni:  anzi  lasciava  qui  proclamare  le  leggi  emanate  dall'im- 
peratore d'Oriente,  dal  quale  invocò  invano  il  titolo  di  patrizio 
d'Italia,  e  rimase  dunque  come  un  esercito  in  mezzo  a  un  popolo 
civile  ;  come  uno  di  quei  governi  militari  di  cui  neppure  a'  tempi 
più  civili  mancò  la  ruina  „. 

Non  parmi  sia  nulla  a  mutare  a  questa  descrizione,  a  cui  la 
dotta  dissertazióne  del  Bertolini  aggiunge  l'appoggia  di  molte  au- 
torità e  di  savie  interpretazioni. 

L'Accademia  delle  scienze  di  Berlino  onorò  del  premio  istituita 
da  Bopp  per  opere  di  filologia  comparata  i  lavori  dell'illustre 
nostro  socio  Ascoli  sopra  le  lingue  ladine. 

La  Società  pedagogica  premiò  con  medaglia  d'oro  un'opera  del 
nostro  socio  avvocato  Komussi,  dove  si  dà  la  storia  di  Milano  per 
mezzo  de'  suoi  monumenti. 


216  NOTIZIE. 


Il  celebre  Luigi  Vulliemin  di  Lausanne,  continuatore  della  Sto- 
ria Svizzera  di  G.  Miiller,  già  ottuagenario,  ci  scrive  :  "  Je  le  sens, 
mes  jours  s'abrègent,  et  vous  voir  ici  aurait  pour  moi  d'autant 
plus  de  prix.  Je  ne  perds  aucun  des  moments  que  je  puis  donner  à 
mon  Précis  d'histoire  de  ma  patrie;  j'en  suis  à  Sempach,  et  je  vous 
quitte  pour  mettre  une  dernière  fois  en  présence  la  ve;:sion  autri- 
chienne  et  la  version  suisse  de  cette  bataille.  „ 

Noi  mettiamo  volentieri  sottocchio  alla  nostra  gioventù  questi 
esempj  dell'operosità  senile:  sappiamo  che  neppure  le  malattie,  ag- 
gravatesi questi  giorni,  la  tolsero  a  Guizot. 

L'Accademia  Olimpica  di  Vicenza,  per  conferire  il  premio  For- 
menton  di  L.  2000,  propose  a  tema  la  "  Storia  municipale  delle  città 
venete  al  tempo  della  repubblica,  con  riguardo  alla  storia  delle 
altre  regioni  d'Italia,  e  alle  odierne  quistioni  di  accentramento  e 
discentramento  amministrativo  „ .  Il  tempo  utile  è  a  tutto  dicembre 
1875:  norme  le  consuete. 

La  libreria  antiquaria  B.  Schiepatti  in  Milano  mandò  fuori  il 
suo  catalogo  di  libri  di  seconda  mano,  contenente  storia,  archeo- 
logia, numismatica,  belle  arti,  ecc.  ecc. 

Charles  Yriarte  fece  la  vie  d'un  patricien  de  Venise  au  XVI 
siede.  Parigi,  Plon  1874. 

Il  dott.  Winckelmann,  professore  di  Heidelberg,  ripubblicava  con 
molti  miglioramenti  l'opera  di  Pietro  De  Ebulo  sopra  la  conquista 
del  regno  siculo-normanno  per  Enrico  VI  imperatore. 

R.  S.  Charnock,  I Sette  Comuni,  nega  l'origine  cimbrica  di  quelle 
popolazioni,  e  fa  studj  sul  loro  linguaggio,  che  in  fondo  è  tedesco. 
Vedasi  Journal  of  the  Anthropological  Institute,  aprile  1872. 

Huillard  Bréholles,  conosciutissimo  pe'  suoi  lavori  sull'  età  degli 
Svevi,  or  pubblica  lo  stato  dell'Italia  dalla  pace  di  Costanza  fino 
al  1355;  Leotard  una  tesi  de  prcefectura  urbana  quarto  post  Chri- 
stum  sceculo;  Gachard  una  memoria  sugli  Archivj  del  Vaticano, 
informando  per  quanto  è  possibile  di  una  raccolta,  di  cui  non 
sono  comunicati  gli  in  ventar  j. 


NOTIZIE.      *  217 


Dopo  i  tanti  documenti  d'essi  Archi vj,  pubblicati  da  Hugo  Laem- 
mer,  dal  padre  Theiner,  dal  De  l'Epinois,  ecco  adesso  adesso  M. 
Robert  cavare  di  là  la  storia  di  Calisto  II,  Analeda  jiiris  pontificii. 

Il  signor  Giulio  Zeller  lesse  all'Istituto  di  Francia  una  disserta- 
zione sopra  la  lotta  del  sacerdozio  e  délVimpero  avanti  Gregorio  VII. 
La  leggerezza  di  Voltaire  e  della  sua  scuola,  che  piccole  gelosie, 
piccole  personalità  metteano  al  posto  delle  grandi  idee,  potè  stupire 
che  si  facesse  tanto  rumore  per  una  semplice  cerimonia,  qual  era 
il  consegnare  l'anello  e  il  pastorale:  la  storia  seria  conosce  che  vi 
si  trattava  degl'interessi  più  importanti  all'umanità,  la  libertà 
della  coscienza,  la  distinzione  dei  poteri  politici  dagli  spirituali,  i 
fondamenti  della  morale  e  della  proprietà  pubblica  e  privata.  Che 
se  la  gran  lite  non  è  per  anco  risolta  nel  lume  della  presente  ci- 
viltà e  nella  prevalenza  odierna  delle  idee  monarchiche  nelle  costi- 
tuzioni e  nella  letteratura,  viepiù  doveva  agitar  la  società  allora, 
quando  tanto  maggiore  era  l' indipendenza  individuale,  e  agli  ec- 
cessi di  questa  bisognava  provvedessero  i  sacerdoti  colla  coscienza, 
gli  imperatori  colla  forza.  Le  due  potestà  doveano  venir  a  un 
conflitto  lungo,  drauimatico,  dove  entrambe  scapiterebbero,  e  sfor- 
merebbero il  loro  carattere,  e  gli  imperatori  pretenderebbero  do- 
minio su  questa  Italia,  per  la  cui  prevalenza  era  stato  dai  pon- 
tefici ridestato  il  sacro  romano  impero. 

A  quel  conflitto  si  mescolano  gli  avvenimenti  di  Eriberto  arcive- 
scovo di  Milano,  ben  degno  d'una  monografia,  poiché,  come  dice  la 
cronaca,  omne  regnum  italicum  ad  suum  disponehat  nutum,  e  ognuna 
ricorda  come  la  città  nostra  e  la  Lombardia  tutta  si  commosse 
allorché  l' imperatore  Corrado  osò  farlo  arrestare  da'  suoi  Tedeschi  ;. 
il  sentimento  nazionale  venendo  a  soccorso  dell'  indipendenza  della 
Chiesa.  E  in  questo  senso  si  combatterono  le  prime  battaglie  mu- 
nicipali. 

A  conoscere  quei  tempi  e  quella  lotta  in  modo  ben  diverso  da 
ciò  che  divulgarono  storici  plebei  e  cesaristi,  oltre  le  cronache, 
ajutano  le  storie  della  Chiesa,  fatte  in  senso  differente,  dal  Gfrorer, 
dal  Giesebrecht,  dal  Sybel  (die  deutsche  Nailon  und  die  Kaiserreich), 
dal  Gregorovius,  dal  Jaffé,  ed  é  a  dolere  che  non  possiamo  accop- 
piarvi qualche  bel  nome  italiano. 


218  *      NOTIZIE. 


Alla  materia  stessa  appartiene  il  lavoro  di  G.  Riezler,  Deutscher 
Staat  und  ròmische  Kirche  im  XIV  Jalirhundert^  volendo  farne 
parallelo  colle  lotte  odierne,  massime  in  Baviera. 

Augusto  Pottliast  continuò  i  Regesti  Papali  di  Filippo  Jaffè  dal 
1198  ove  questi  j&nisce,  sino  al  1304,  ma  sebbene  di  questo  tempo, 
tanto  importante  per  la  formazione  delle  moderne  società  e  le- 
gislazioni, fossero  abbondantissimi  e  ordinati  i  documenti  dell' Ar- 
chivio Vaticano,  egli  non  si  valse  che  dei  lavori  stampati,  neppur 
correggendone  le  inesattezze  o.  supplendone  le  lacune.  L'Accademia 
di  Berlino  gliene  concesse  due  medaglie  d'oro  e  2000  talleri,  il 
mondo  giornalistico  lo  applaudì,  ma  l'abate  romano  Pietro  Pres- 
sutti  pubblicò  Osservazioni  storico-critiche  dove,  nei  soli  primi  5 
fascicoli  usciti  pei  pontificati  di  Innocenzo  III  e  Onorio  III,  rivela 
moltissimi  errori  e  maggiori  mancanze,  asserendo  di  poter  aggiun- 
gere migliaja  di  documenti.  Nel  solo  primo  anno  del  pontificato  di 
Onorio  III  egli  trovò  400  documenti  ignoti  al  Potthast,  o  errati 
o  incompiuti. 

V'ha  dunque  anche  in  Italia  buoni  eruditi. 

L'illustre  signor  Giesebrecht  lesse  alla  R.  Accademia  di  Monaco 
una  memoria  sopra  Arnaldo  di  Brescia.^  Disapprovando  il  signor 
Odorici  di  aver  detto  che  Enrico  Frank  VlqW Arnold  und  scine  Zeit 
(Zurigo,  1825)  avesse  dato  un  Arnaldo  a  modo  suo,  applica  anzi  que- 
sto giudizio  alle  due  immagini  che  esso  ne  esibì. 

È  noto  che  quanto  conosciamo  di  Arnaldo  ci  viene  dal  vescovo 
Ottone  di  Frisinga  nel  racconto  delle  imprese  di  Federico  Barba- 
rossa;  ma,  sebbene  contemporaneo  (avendo  scritto  nel  1158,  circa 
3  anni  dopo  la  morte  di  Arnaldo),  molti  sbagli  in  cui  cade  faceano 
desiderare  nuovi  materiali.  E  ce  ne  porge  la  Ristoria  Fontificaìis, 
primamente  stampata  il  1868  nei  Monumenta  Germaniae  liisto- 
rica^  scritta  nel  1162  o  63.  L'autore  asserisce  non  avere  esposto 
se  non  ciò  che  aveva  visto  o  saputo  con  certezza:  e  pare  fosse  il 
noto  Giovanni  di  Salisbury,  scolaro  di  Abelardo,  amico  di  papa  Eu- 
genio III  e  di  san  Bernardo.  Dovranno  dunque  servirsene  quei  che 


*  Sitzunysherichte  der  philos.-philólog.  und  histor.  Classe  der  k.  Akademie  der  Wis- 
senschaften  zu  Miinchen,  1873,  p.  122  e  seg. 


NOTIZIE.  219 


novamente  ordissero  la  storia  del  Bresciano.  L'anno  della  sua  nascita 
è  incerto,  ma  cade  sul  principio  del  secolo  XII.  La  Storia  Ponti- 
ficale lo  dà  per  prete  :  erat  dignitate  saeerdos,  hahitu  canonicus  regu- 
?am,  e  ne  presenta  il  carattere  ben  altrimenti  dal  vescovo  diFrisinga, 
e  come  irrequieto,  che,  dovunque  fosse,  guastava  la  pace  tra  laici 
ed  ecclesiastici;  nelle  scuole  bresciane  apprese  che  i  sacerdoti  non 
doveano  avere  possessi,  non  regalie  i  vescovi,  non  proprietà  i  mo- 
naci; tutto  appartenendo  all'imperatore.  Ottone  e  san  Bernardo 
gli  rinfacciano  pure  idee  false  sulla  eucaristia  e  sul  battesimo  dei 
bambini.  Quelle  dottrine  sulla  povertà  evangelica  erano  in  Italia 
divulgate  dai  Patarini,  che  molti  seguaci  aveano  in  Brescia,  ove 
Innocenzo  II  dovette,  nel  1132,  fermarsi  alcun  tempo  per  deporre  il 
vescovo  Villano  e  surrogargli  Manfredo.  Arnaldo  si  oppose  a  questo, 
e  incitò  a  respingerlo  :  onde  fu  processato,  privato  degli  uffizj  sa- 
cerdotali, e  costretto  uscire  d'Italia.  Fu  allora  che  frequentò  a  Parigi 
la  scuola  di  Abelardo,"  e  malgrado  il  silenzio  intimatogli  dal  papa, 
ne  continuò  l'insegnamento,  anche  dopo  che  il  vecchio  maestro  si  fu 
ritirato  nel  monastero  di  Cluny  :  finché  si  ottenne  che  il  re  cristia- 
nissimo lo  cacciasse  dal  regno  de'  Fracchi.  Anche  a  Zurigo  lo  per- 
seguitò san  Bernardo. 

Il  signor  Giesebrecht  accompagna  diligentemente  il  Bresciano, 
e  cerca  notizie  su  lui  da  varie  fonti  :  e  chiarisce  quel  che  gli  storici 
asseriscono,  che  il  papa  intendesse  spodestare  il  senato  ;  e  quanto 
Ottone  dice  sulla  rinnovazione  dell'ordine  senatorio,  il  che  pare  un 
sogno.  Da  papa  Eugenio  ottenne  Arnaldo  il  perdono,  e  tornò  in  Roma, 
ma  mentre  spera  vasi  divenisse  appoggio  alla  Chiesa,  cominciò  a  pre- 
dicare errori,  che  furono  denominati  la  Setta  Lombarda:  hominum 
sedani  fecit^  qiice  adirne  dicitur  haeresis  Lomhardorum  (Hist.  Pont.); 
ma  non  par  vera  la  parte  che  Ottone  gli  attribuisce  nella  'rivolu- 
zione di  Boma,  non  trovandosi  cenno  di  Arnaldo  nelle  cronache  che 
la  riferiscono,  né  nella  celebre  lettera  di  san  Bernardo  ai  cittadini 
romani.  Il  papa  nel  1148  lo  riprovava  come  scismatico,  poi  eum 
exeommunieavit  Eeélesia  romana  et  tamquam  hceretieum  prceeepit 
evitari.  In  fatti  egli  allora  predicava  non  esser  il  papa  un  personag- 
gio apostolico  e  pastore  delle  anime,  bensì  uomo  di  sangue,  che 
presta  autorità  a  incendj  e  omicidj,  tormentatore  della  Chiesa, 
concussore  dell'innocenza;  che  al  mondo  non  fece  se  non  pascer 
la   carne,  empire  la  sua  borsa  e   vuotare   l'altrui,   non  imitando 


220  NOTIZIE. 


la  dottrina  apostolica,  sicché  non  gli  è  dovuta  riverenza,  né  de- 
vonsi  obbedire  uomini  che  voleano  mettere  in  servitù  Roma,  sede 
dell'impero,  fonte  della  libertà,  e  signora  del  mondo  (Hist.  Pontif. 
p.  538). 

Arnaldo  trovava  ascolto  fra  il  popolo,  che  allora,  rivoltato  contro 
Eugenio,  favoreggiava  ai  re  normanni  e  all'  imperatore  Corrado.  E 
quando  Eugenio  si  pacificò  e  tornò,  Arnaldo  rimase  in  città,  soste- 
nuto dal  senato:  mentre  Eugenio  dovette  uscirne,  rifuggendo  in 
Campania,  e  aspettando  ajuti  dall'  imperatore  Federico  Barbarossa. 
A  questo  davano  spirito  i  Cesaristi  e  Arnaldo,  osservando,  che  giu- 
sta il  diritto  giustinianeo,  legge  doveva  essere  qualunque  volontà  del- 
l'imperatore, nel  quale  il  popolo  aveva  rimesso  ogni  impero  e  pode- 
stà. Ma  Federico,  malgrado  le  lusinghe  degli  Arnaldisti,  volle  che  i 
Romani  si  sottomettessero  al  papa  (23  marzo  1153).  Anche  il  nuovo 
senato,  nel  giovedì  santo  del  1154  prestò  omaggio  al  nuovo  pontefice, 
domandando  fossero  espulsi  dalla  città  Arnaldo  e  gli  eretici  lom- 
bardi, e  il  papa  celebrò  gran  festa  in  Laterano.  Arnaldo,  abbando- 
nato dai  maggiorenti,  si  rifuggì  in  un  ospizio  di  Camaldolesi,  e  il 
cardinale  Oddo,  anch'esso  bresciano,  lo  prese:  ma  lo  salvarono  i 
Visconti  di  Campagnatico,  presso  i  quali  esso  era  in  onore  di 
profeta. 

Alfine  Arnaldo  fu  consegnato  al  prefetto  della  città,  che  lo  fece 
bruciare,  e  gettarne  le  ceneri  nel  Tevere.  Non  pare  che  questo  sup- 
plizio facesse  alcun  senso  in  Italia  :  negli  Annali  di  Brescia  non  ne 
è  fatto  parola,  benché  vi  si  parli  di  un  altro  Arnaldo  che  avea  fatto 
la  stessa  fine  a  Monte  Rotondo;  bensì  è  mentovato  in  cronache 
tedesche. 

Qual  posto  dare  ad  Arnaldo  nella  storia  ? 

La  'grande  lite  del  pastorale  colla  spada  era  stata  decisa,  per 
allora,  da  Gregorio  VII;  ma  dei  disordini  della  Chiesa  son  piene, 
non  che  le  satire,  le  scritture  di  san  Bernardo  e  di  santa  Ilde- 
garda, la  quale  gridava  alla  riforma,  e  che  il  papa  badasse  alle 
cose  spirituali,  anziché  alle  temporali.  Arnaldo  volle  di  più;  nelle 
idee  diffuse  in  Lombardia  si  confermò  collo  studio  della  Scrittura, 
dei  Padri,  del  diritto  romano:  buona  parvegli  sola  la  povera 
Chiesa  dei  primi  secoli,  e  traviata  quella  del  suo  tempo,  dove 
non  riconosceva  veri  sacerdoti,  né  veri  vescovi.  Per  riformarla 
agitò  Francia,  Germania,  Lombardia,  finché  potè  sommuovere 


NOTIZIE.  221 


Roma  stessa.  Ma  quali  fossero  le  sue  idee  non  bene  consta,  né 
forse  le  espose  in  libri;  non  da  lui  ebbero  nome  gli  Arnaldisti, 
specie  di  Patarini,  bensì  da  un  Arnaldo  che  fu  bruciato  a  Colonia  il 
1168.  Arnaldo  era  parola  di  spregio  in  molti  luoghi:  nello  statuto 
della  riviera  d' Orta  equivale  a  bandito  o  fuoroscito.  Ottone  ^[o- 
rena  dice  che,  all'assedio  di  Crema  per  Federico  Barbarossa,  erat 
qucedam  magna  societas^  solummoclo  pauperum  et  egenorum  congre- 
gata^ qui  derisorie  Filii  Arnaldi  appellabunfur. 

Giesebrecht  vuol  mostrare  che  Arnaldo  fu  scismatico,  non  già 
eretico  ;  e  che,  come  scrive  Giovanni  di  Salisbury,  dicehat  quce  cJiri- 
stianorum  legi  concordant  plurimum,  a  vita  quam  plurimum  disso- 
nant.  Onde  fu  in  urto  colla  Chiesa  del  suo  tempo,  ma  non  eretico. 

Veramente  tal  decisione  non  può  venire  autorevolmente  proferita 
da  uno  storico  particolare. 

Nella  preziosa  Revue  des  questions  Jiistoriques,  XXX  livraison,  del- 
l'aprile 1874,  leggesi  un  eccellente  articolo  sulla  politica  di  Sisto  V. 
È  noto  come  la  storia  di  questo  pontefice,  tanto  favoleggiata  dietro 
ai  racconti  di  Gregorio  Leti,  sia  stata  ampiamente  svolta  poc'  anzi 
dal  barone  De  Hiibner.^  Pure  da  nuovi  documenti  dell'Archivio  Va- 
ticano il  signor  Enrico  De  i'Epinois,  che  illustrò  il  processo  di  Ga- 
lileo, trasse  altre  notizie  sulla  politica  di  quel  pontefice  negli  affari 
di  Francia  al  tempo  di  Enrico  III,  di  Caterina  de  Medici  e  dei 
Guisa.  Nella  deplorabile  scissura  de'  Cattolici  fra  loro,  Sisto  V,  non 
che  pescar  nel  torbido,  come  si  ripete  secondo  una  frase  del  Pi- 
sani, non  cercava  che  riconciliare;  ma  le  varie  fazioni  aveano  in- 
tenti diversi,  onde  giocavasi  di  abilità,  posponendo  l'interesse  della 
religione  e  della  patria  alle  passioni. 

Quando  avvenne  l'emancipazione  de'  paesani  in  Russia  (poiché 
tutte  le  libertà  si  dan  mano)  furono  anche  aperti  gli  Archivj,  e  così 
agevolato  il  ritessere  la  storia  antica  del  grande  impero  sopra  una 
farragine  di  materiali,  adunati  in  quelli.  Subito  si  formarono  società, 
giornali,  raccolte,  come  gli  Archivj  Russi  del  Bartenev,  conser- 
vatore della  biblioteca  Tchertkov  ;  i  Vecchi  tempi  russi  di  Sèmevski  ; 
la  Società  storica  delV annalista  Nestore  di  Kiev;  la  Raccolta  della 


*  Sixte  Quint  par  M.  le  Baron  de  Huebner.  Parigi,  1870. 


222  NOTIZIE. 


Società  storica  di  Pietroburgo ,  sotto  il  patronato  del  gran  prin- 
cipe ereditario;  altre  società  che  in  parte  preesistevano,  presero 
nuova  vita.  Lungo  sarebbe,  né  appropriato  al  luogo  il  rammentare 
le  tante  istorie  pubblicate  in  questi  anni,  cominciando  dal  veterano 
di  quegli  scrittori,  Pogadine,  tanto  nemico  de'  Cattolici,  da  crederli 
dannosi  all'impero  più  che  un  libero  pensatore  e  un  nichilista,  e 
venendo  al  suo  grand'  avversario  Kostamarov  {Storia  della  Bussia 
considerata  nella  vita  de*  suoi  principali  rappresentanti)]  sl  Soloviev, 
che  stampò  il  XXIII  volume  della  Storia  russa  dai  più  antichi  tempi, 
servendosi  ampiamente  de'  documenti  originali  ;  a  Bestojev-Rumine, 
che  ne  cominciò  una  più  compendiosa  ;  ad  Arseniev,  che  stampò  le 
Carte  storiche  (1872)  e  la  Storia  délV Accademia  delle  scienze;  a 
monsignor  Macaire,  metropolita  di  Lituania,  che  fa  una  storia  della 
Chiesa  Russa  (finora  sette  volumi,  che  arrivano  al  1589);  a  Ikomikov 
nella Par^e  della  civiltà  hisantina  nella  storia  russa;  a  Choubinski 
che  pubblica  gli  scrittori  stranieri  sulla  Russia  del  XVIII  secolo, 
legato  col  Catalogo  degli  scritti  sulla  Bussia  in  lingue  straniere, 
pubblicato  dai  bibliotecarj  di  Pietroburgo. 

Ci  piace  annettervi  il  nome  d'un  nostro  concittadino,  il  barna- 
bita P.  Tondini,  che,  dopo  altri  lavori  di  polemica  religiosa,^  ora 
stampò  lo  Statutum  Canonicum^  o  regolamento  ecclesiastico  di  Pie- 
tro il  Grande. 

C.  C. 


*  In  questi  The  pope  of  Rome  and  the  popes  of  the  orientai  Oì'thodox  church,  an 
essay  on  monarchi/  in  the  church,  with  special  reference  to  Russia.  London,  1871. 


DOMANDE  E  RISPOSTE. 


Domanda.  L'Argelati,  nell'articolo  MDXCIX  Sitonus  Bartholo- 
MAEUS  della  Biblioteca  degli  Scrittori  Milanesi,  parla  per  incidenza 
anche  del  dotto  giureconsulto  ed  avvocato  Giovanni  Sitoni,  dicen- 
dolo: "  virum  in  Patriae  antiquitatibus  versatissimum,  cujus  eruditio 
„  non  parum  auxilii  in  hac  Bibliotheca  texenda  nobis  attulit,  ut 
„  facile  agnoscet  quicumque  eam  inspexerit .  . .  Quamvis  alienum 
„  sit  ab  instituto  nostro  viventes  laudare ,  placet  doctos  monere, 
„  praeter  alia  Opera  tam  edita,  quam  mss.,  ipsum  cudisse  Familia- 
„  rum  hujus  Metropolis  geneses  numero  CCXXVI ,  e  quibus  LXX 
j,  praelo  donatae  jam  publicam  viderunt  lucem  „ .  (Voi.  II,  parte  I, 
col.  1413.) 

Avvi  in  alcuna  biblioteca  od  archivio,  la  raccolta  completa  di 
tali  settanta  genealogie  a  stampa  di  famiglie  milanesi?  o  almeno,  a 
quali  famiglie  si  riferiscono  le  stampe  tuttora  conservate?  È  alle 
stampe  qualche  biografia  dell'insigne  erudito,  la  quale  possa  age- 
volare una  risposta  a  tali  quesiti?  o  resta  a  farsi?  Per  determi- 
nare i  casati  delle  altre  166  genealogie  sitoniane  tuttavia  inedite 
quando  scriveva  l'Argelati,  cioè  nell'anno  1745,  è  mestieri  premet- 
tere questa  indagine. 

Intanto  avvertiamo  che  il  Sitoni  nel  1726  pubblicava  i  Monu- 
menta Genealogica  Nohilium  de  Nava.  In  fine  del  Theatnim  eque- 
stris  nohilitatis  secundae  Bomae,  seu  Chronicon  insignis  collegii 
Jurisperitorum,  ecc.,  dato  in  luce  da  esso  Sitoni  in  Milano  nel  1706, 
sono  indicate  quattro  opere  da  lui  scritte  e  destinate  alla  stampa, 
la  quarta  delle  quali  è  Theatrum  genealogicum  familiarum  illu- 


224  DOMANDE  E  RISPOSTE. 


strium,  nohilium  et  civium  incìytae  urbis  Mediólani  a  saeculo  na- 
tàl.  Christ.  XII  ad  XVIII,  agnità  corporis  morfalitate,  concivibiis 
suis,  auspicata  nominis  aeternitate,  latino  idiomate  posteritati  com- 
mendabat  lohannes  de  Sitonis  deScotia  I.  C.  Nob.  Medioìan.  An. 
Virgin.  Pari.  MDCCV  in  fot.  paginis  578  distinctum;  ubi,  inter 
alias,  seqiientium  familiarum  genesis  ex  authenticis  documentis 
excerpta  recensetur.  Le  famiglie  di  cui  segue  l'indice  alfabetico  sono 
469,  coir  aggiunta  delle  iniziali  B.  C.  D.  F.  M.  e  P.  contraddi- 
stinguendo le  più  cospicue  per  Baronato,  Contea,  Ducato,  Feudo, 
Marchesato  e  Principato.  Per  quanto  è  a  mia  cognizione,  tal  la- 
voro rimase  inedito;  e  trovasi  presso  l'ingegnere  milanese  Cesare 
nob.  Riva  Finoli,  con  altri  moltissimi  mss.  Sitoniani. 

Giuseppe  Porro. 

Domanda.  Esiste  nell'Archivio  di  Stato  di  Milano  un  atto  nota- 
rile originale  in  pergamena,  con  autenticazione  dei  notaj  e  del 
conservatore  dei  consoli  di  Bologna,  dove  si  descrive  l'ingresso  di 
Giulio  II  in  quella  città  l'il  novembre  1506,  dopo  che  avea  ridotta: 
"  nuperrime  sub  totali  ditione  sedis  apostolicse  ac  sacrosanctse  Ro- 
"  manse  Ecclesise  civitatem  et  populum  bononiensem,  expulsis  qui- 
"  busdam  ejus  primatibus  „.  Scopo  principale  dell'atto  era  di  con- 
statare l'ordine,  con  cui  nell'accompagnamento  furono  disposte  le 
varie  corporazioni. 

Si  bramerebbe  sapere  se  questo  atto  sia  edito. 

Domanda.  L'illustre  geologo  cav.  Michele  Stefano  de  Rossi  di 
Roma,  editore  d'un  giornale  sul  Vulcanismo  italiano,  scrisse  al 
Cantù,  chiedendo  se,  nelle  carte  qui  raccolte  del  Volta,  di  cui  esso 
direttore  diede  contezza  al  R.  Istituto  Lombardo,  s'incontrino  no- 
tizie o  descrizioni  rimaste  inedite  di  fenomeni  sia  meteorici,  sia  re- 
lativi alla  fisica  terrestre.  L'avv.  Zanino  Volta,  inteso  da  qualche 
tempo  all'esame  degli  autografi  del  Volta  e  dei  documenti  a  lui  re- 
lativi che  si  conservano  qui  ed  altrove,  diede  questa 

Bisposta.  Con  soddisfazione  ho  accettato  l' incarico  di  rispondere 
alla  sua  del  6  marzo,  cosi  per  affetto  alla  memoria  dell'avo,  quanto 
per  secondare  la  nobile  impresa  che  promuove  nel  campo  della 
scienza  la  nuova  pubblicazione. 

Il  sommo  fisico  lombardo,  sebbene  amantissimo  di  tutte  scienze 


DOMANDE  E  RISPOSTE.  225 


naturali,  non  si  può  dire  siasi  occupato  ex  professo  delle  forze 
endogene  terrestri  ;  curò  sempre  bensì  d'informarsi  degli  studj  fatti 
in  proposito  da  altri,  né  mancò  d'interessarsi,  ogniqualvolta  gli  si 
presentò  l'occasione,  di  geologiche  indagini.  La  meteorologia  poi 
costantemente  predilesse,  così  che  portava  sempre  con  sé  termome- 
tri, barometri  ed  al trr strumenti  all'uopo,  facendo  regolari  osser- 
vazioni in  date  ore  del  giorno  e  perfino  in  vettura;  delle  quali 
annotava  scrupolosamente  i  risultati,  per  procedere  a  confronti  e  de- 
duzioni scientifiche.  Fu  direttore  d'osservatorj,  ne  promosse  la  mol- 
tiplicazione, suggerì  metodi  giudiziosi  per  esercitarli,  studiò  l'elet- 
tricità atmosferica,  che  seppe  con  apparati  di  propria  invenzione 
misurare,  ed  emise  una  nuova  teoria,  appoggiata  ad  ingegnose  spe- 
rienze,  sulla  formazione  della  grandine.  Quantunque  indiretta,  una 
relazione  intercede  tra  siffatti  studj  e  quelli  sul  vulcanismo,  che 
saviamente  voglionsi  accompagnati  dalle  osservazioni  meteorologi- 
che ;  vantaggioso  pertanto  riuscirà,  quante  volte  sarà  possibile, 
r  effettuare  oggi  il  connubio  fra  le  ricerche  delle  due  maniere  che 
fatte  avranno  gli  studiosi  ne'  tempi  andati,  e  divisamente,  e  rivolte 
a  disparate  mire.  Ma  delle  osservazioni  e  dei  dati  riguardanti  la 
meteorologia,  che  risultano  dagli  scritti  del  Volta,  una  relazione 
completa  dovrebbe  riuscire  alquanto  estesa:  confido  per  altro  le 
saranno  d'aggradimento  alcune  idee  e  brani  sull'argomento  delle 
montagne,  che  tolgo  dalla  relazione,  scritta  dal  Volta  per  incarico 
del  ministro  conte  di  Firmian,  di  un  viaggio  scientifico  nella  Sviz- 
zera, nell'autunno  1777,^  coll'abate  Francesco  Venini,  distinto  na- 
turalista, e  il  conte  Francesco  Visconti,  amante  anch' egli  delle 
scienze  naturali,  poi  il  letterato  G.  B.  Giovio.  Si  procurarono 
essi  due  barometri  portatili  perfettissimi,  fabbricati  dal  Saruggia 
di  Milano,  colla  scala  mobile  e  con  adattati  termometri  di  corre- 
zione, secondo  il  De-Luc  ;  un  eudiometro  di  M.  Landriani,  un  piccolo 
apparato  per  l'aria  infiammabile,  oltre  diverse  calamite,  mercurio, 
acquaforte,  ecc.  In  verità  non  si  proponevano  eglino  studj  di  vulca- 
nismo, ma  piuttosto  mineralogici,  geologici  e  di  fisica  speciale.  Alle 
osservazioni  sui  minerali,  colla  sua  abituale  sincerità  e  modestia, 


'  Relazione  quasi  sconosciuta,  perchè  stampata  in  soli  settantasei  esemplari  per  nozze 
or  fa  cinquant'  anni,  e  eh'  io  intendo  ripubblicare,  unitamente  a  molti  altri  scritti  suoi, 
poco  noti  o  inediti. 


226 


DOMANDE  E  RISPOSTE. 


t  dichiara  il  Volta  d'essere  quasi  neppure  iniziato  :  "  le  barometriche 
(scrive),  furon  quelle  a  cui  ci  applicammo  colla  più  scrupolosa  esat- 
tezza. Si  cominciarono  a  Como  il  giorno  3  settembre  1777,  e  si 
proseguirono  fino  al  lago  di  Lucerna  il  giorno  10.  Si  portarono 
i  barometri  con  noi  a  cavallo,  e  si  facea  una  stazione  ogni  tre  ore 
circa,  talvolta  anche  più  spesso,  per  porli  in  esperienza.  Questi  ba- 
rometri non  differivano  mai  di  Vio  ^^  linesb  un  dall'altro,  posti 
nell'istesso  luogo.  Così  verificata  la  bontà  degli  stromenti,  proce- 
devamo con  quest'ordine,  che  uno  di  noi  con  un  barometro  rima- 
nesse indietro  una  stazione,  e  quivi  alla  data  ora  facesse  l'osser- 
vazione, notando  esattamente  sì  l'altezza  della  colonna  barome- 
trica, che  i  gradi  di  calore  ne'  termometri  posti  e  al  sole  e  al- 
l'ombra (ciò  ad  oggetto  di  poter  fare,  secondo  insegna  il  signor 
De-Luc,  le  necessarie  correzioni),  mentre  l'altro  di  noi,  nell'ora 
medesima  e  con  le  medesime  attenzioni,  farebbe  la  sua  osserva- 
zione col  barometro  compagno  alla  stazione  avanzata.  Per  tal  ma- 
niera si  escludeva  ogni  scrupolo  che  le  variazioni  dell'atmosfera 
potessero  aver  parte  nel  portare  il  mercurio  a  diversa  altezza  ne* 
due  barometri,  e  rimaneva  quella  qualunque  fosse  differenza  notata 
in  tali  osservazioni  contemporanee,  da  attribuirsi  unicamente  alla 
situazione  più  alta  a  cui  si  trovava  uno  dei  due.  Penso  di  non  far 
cosa  discara  a  V.  E.  trascrivendole  qui  il  giornale  di  tali  nostre 
osservazioni. 

«  3  settembre  1777. 
»  A  Como  alla  riva  del  Lago  : 

ore  14.  .  ■ Bar.  poli.  27, lìn.    l.oTerm.gr.S*/^.     2.o  Term.  gr.  25. 

>  A  capo  del  Lago  di  Lugano  :         5.  Tempo  sereno. 

circa  4  ore  dopo Bar.  poli.  27,  lin.     l.o  Term.  13*/^.      2.»  Term.  22.Ven- 

1  '/^.  to  gagliardo  al- 

«  4  settembre:  cune  ore  dopo. 

»  A  Lugano Bar.  poli.  27,  lin. 

17^.  Ser.  pla- 
cido. 

>  Sulla  cima  del  Monte  Cenere: 

circa  3  ore  dopo Bar.  poli.  26,  lin.     l.«  Term.  6.  2.o  Term.  léVj. 

4. 
»  A  Bellinzona:  circa  3  ore  dopo    Bar.  poli.  27,  lin.     1.°  Term.  7,  2.^  Term.  15. 


»  5  settembre  : 
A  Cresciano:  ore  1472  •  •  •    Bar.  poli.  27,  lin.     1.°  Term.  5.  2.o  Term.  7. 

67,. 
A  Ossogna:  ore  16 Bar.  poli.  27,  lin.    l.o  Term.  10.         2.o  Term.  14 75 

5. 


DOMANDE  E  RISPOSTE.  227 


»  A.  Giornico:  ore  IQ'/j.  *  .  .     Bar.  poli. 27,  lin.     l.o  Terra.  12.         2.»  Terna.  17. 

»  A  Faido:  ore  23  72 Bar.  poli.  26,  lin.     l.o  Terra.  7.  2.o  Terra.  9. 

2. 
»  A  Degio  0  Dazio  grande:  ore  1 

sera Bar.  poli.  25,  lin.     1."  Terra  C'/j.       2.»  Terra.  -- 

5.  • 

»  6  sertembre: 

»  A  Fiotta:  ore  15 Bar.  poll.25,  lin.     l.o  Terra.  I^j^.      2.o  Terra.  9.  16. 

27,. 

»  Ad  Airolo:  ore  17 Bar.  poli.24,  lin.     l.oTerm.  9.  87j.     2.oTerra.9.  137.. 

10. 
«  7  settembre: 
»  Sul  monte  di  S.  Gotardo  al- 
l'ospizio de' Cappuccini  :h.  17.    Bar.  poli.  22, lin.    l.o  Terra.  0.  2.o  Terra.  — 

»  8  ottobre  : 
»  Sulla  cima  meridion.  dell'^?- 
pe  di  Fiendo,  in  alt.  orizzont. 
molto  superiore  al  piano  del- 
la Ghiacciaja  di  Luzzendro, 
ma  molto  ancora  inferiore  alla 
sommità  del  monte  che  sovra- 
sta la  stessa  Ghiacciaja:  h.  16    Bar.  poli.  20,  lin.     l.o  Terra.  0.  2. o  Terra.  9.  10. 

7. 
«  Circa  all'ora  stessa  ad  Airolo    Bar.poll.24,  lin.     l.o  Terra.  9.  9.      2.o  Terra.  9.  20. 

93/,. 
«  All'ospizio    dei    Cappuccini:  • 

verso  sera Bar.  poli.  22,  lin.     l.o  Terra.  0.  2.o  Terra.— 

IV4. 
«  A  Orsera  allo  Spedale:  due 

ore  dopo Bar.  poli.  23,  lin.    l.o  Term.  4.  2.o  Terra.  — 

lOV,. 
«  9  settembre  : 
«  A  Cassinotta Bar.  poli.  24,  lin.     l.o  Term.  6.  2.o  Terra.  16. 

11'/.. 
«  A  Wasen:  poche  ore  dopo  .    Bar.  poli,  25,  lin.     l.o  Term.  6.  2.o  Term.  16. 

67,. 
«  A  Staeg.:  mezzo  giorno.  .  .    Bar.  poli. 26, lin.     l.o  Term.  10.         2.o  Terra.  18. 

€  Ad  Altorf:  verso  sera.  .  .  .    Bar.  poli. 26,  lin.     l.o  Term.  8.  2.o  Terra.  — 

«  10  settembre: 
«  Ad  Altorf:  verso  le  h.  12   .    Bar.  poli.  26, lin.     l.o  Term.  6.  2.o  Term.  — 

11. 
<  Alla  riva  del  lago  di  Lucer- 
na: circa  un'ora  dopo.  .  .  .    Bar. poli. 27, lin. —  —  -^ 

„  Il  tempo  fu  in  tutti  questi  giorni  sereno  e  tranquillo. 

„  Queste  osservazioni  barometriche  con  tanta  esattezza  furono 


228  DOMANDE  E  RISPOSTE. 


da  noi  fatte  ad  oggetto  di  determinare  le  diverse  altezze  a  cui 
salivamo,  seguendo  le  regole  spiegate  dal  signor  De-Luc,  nella  sua 
grande  opera:  Modifications  de  VAtmosphère. 

„  Il  calcolo  pertanto  fatto  dal  signor  Ab.  Venini,  che  meco  era, 
ci  dà: 

„  Dalla  cima  dell'Alpe  di  Fiendo  all'Ospizio  de'  Cappuccini  di  San 

Gotardo,  tese 312.    iS 

Da  San  Gottardo  ad  Orsera 371.753 


» 


„  Da  Orsera  a  Cassinotta 200.779 

„  Da  Cassinotta  a  Wasen »     .     .  87.776 

„  Da  Wasen  a  Staeg 77.  533 

„  Da  Staeg  ad  Altorf 39.  708 

„  Da  Altorf  al  lago  di  Lucerna 23.466 

"  Che  sommando  assieme  fanno.     .     .  1114.  691 
„  Il  signor  De-Luc  ha  coll'istesso  suo  metodo  cal- 
colato l'altezza  del  lago  di  Lucerna  sopra  il  livello 

del  mare,  tese 220.  — 

„  Sicché  la  più  alta  cima  a  cui  siamo  saliti,  cioè 
quella  dell'Alpe  di  Fiendo,  è  elevata  sopra  il  mare,  tese  1324.  ì^.  „ 

Questi  risultati  (che  s'avvicinano  moltissimo  a  quelli  ottenuti 
dal  De-Saussure  e  dal  Jetzler)  asserisce  il  Volta  francamente,  ri- 
guardando massime  al  metodo  tenuto  di  osservare  sempre  contem- 
poraneamente a  stazioni  diverse  due  barometri  perfettissimi  ed 
egualissimi,  ninno  in  esattezza  averli  superati. 

Ricca  di  dettagli  e  coi  colori  più  vivi  segue  la  descrizione  delle 
montagne  attraversate.  Nel  passaggio  delle  Alpi  salendo  la  vai  del 
Ticino  fino  al  San  Gotardo,  e  discendendo  al  di  là  la  valle  del  Reuss 
fino  ad  Altorf,  le  altissime  rupi,  i  massi  che  minacciano  rovina,  gli 
abissi  e  le  cupe  voragini  della  -valle,  visibilmente  scavata  dalle 
acque  che  precipitano  in  fragorosi  torrenti  dai  fianchi  logori  dei 
monti,  sopraffanno  i  sensi  ed  offrono  alla  meditazione  argomenti 
parlanti  dell'estrema  vetustà  di  questo  nostro  globo,  circondandolo 
d'un' aria  di  decrepitezza  che  è  impossibile  non  ravvisare.  Così  il 
nostro  insigne  fisico  scorge  negli  screpoli,  nelle  frane,  nello  sfaci- 
mento continuo  e  generale  di  que'  dorsi  immani  le  traccio  dell'a- 
^ione  indeficiente  e  combinata  degli  elementi,  che  da  una  serie  lun- 
ghissima e  al  nostro  pensiero  inarrivabile  di  secoli  opera  in  mille 


DOMANDE  E  RISPOSTE.  229 


maniere,  colle  nevi,  coi  turbini,  colle  vicende  d'umido  e  di  secco, 
di  ghiaccio  e  di  sgeli.  Recondite  alcune  forze  ed  ignote,  altre  este- 
riori visibili,  esercitano  un'influenza  costante  sulla  materia  ina- 
nimata e  in  apparenza  inerte  :  cause  violente,  che  agiscono  ad  in- 
tervalli, a  scosse,  e  cause  lente  ma  non  meno  efficaci  siccome 
continue,  concorrono  a  questo  perenne  modificarsi  della  crosta 
terrestre,  che  diresti  sfacelo,  ma  è  trasformazione. 

Innamorato  della  natura,  il  Volta  si  piace  assai  di  richiamare 
al  pensiero  i  luoghi  più  pittoreschi  ammirati  fra  le  montagne,  e  di 
condurvi  quasi  il  lettore,  discorrendo  pur  sempre  delle  cose  per 
la  scienza  meglio  interessanti.  La  mancanza  di  esatte  osservazioni 
sull'altezza  d'altri  monti  lo  induce  in  errore  rispetto  al  S.  Gotardo, 
l'ospizio  del  quale  egli  ritiene  l'abitazione  più  alta  di  tutta  Europa. 
Ma  assennatamente  esterna  poi  sull'  origine  dei  fiumi  le  sue  idee 
positive  in  questa  sentenza  :  "  Si  sono  fatte  tante  quistioni  sull'o- 
rigine de'  fiumi,  si  sono  fabbricate  tante  ipotesi;  ma  se,  invece  di 
disputare  e  di  scrivere,  di  far  sistemi  e  di  combatterli,  di  calcolare 
con  pochi  tratti  di  penna  la  quantità  de'  vapori  e  delle  pioggie,  di 
creare  a  loro  posta  nell'interno  de'  monti  e  ricettacoli  e  filtri  e 
limbicchi,  si  fossero  per  tempo  avvisati  i  filosofi  di  sortire  dai  loro 
gabinetti  per  seguire  il  filo  de'  fiumi  risalendo  alle  loro  prime  sor- 
genti nelle  Alpi,  veduto  avrebbero  come  tutti  i  fiumi  hanno  la  loro 
culla  e  l'alimento  perenne  dalle  ghiacchiaje,  le  quali  per  istempe- 
rarsi  e  stillare  che  facciano  sotto  la  sferza  del  sole,  o  per  influsso 
di  pioggie  e  di  venti  tepidi,  non  avviene  però  mai  che  si  struggano 
del  tutto  e  manchino.  Son  desse  le  ghiacciaje  che  visibilmente  par- 
toriscono il  Ticino  ed  il  Eeuss.  Io  ne  ho  vedute  le  prime  goccio 
stillanti  da  un  muro  di  ghiaccio,  e  i  primi  *fili  serpeggianti  per  il 
muschio,  pei  rottami  e  per  le  fessure  de' sassi:  questi  fili  riuniti 
in  rivoli  gli  ho  seguiti  fino  ai  primi  ricettacoli,  che  sono  i  laghetti^ 
del  S.  Gotardo,  e  di  là  finalmente  ho  visto  scendere  le  acque 
più  raccolte,  e  dar  principio  al  vero  fiume.  L'estensione  delle 
ghiacciaje  è  vasta  dietro  le  nominate  cime  de' monti,  e  quindi 
hanno  l'origine  gli  altri  fiumi,  il  Rodano,  l'Aar,  il  Reno;  il  primo 
dietro  il  monte  Forca,  il  secondo  dietro  il  Grimsel,  e  l'ultimo  nel 
monte  Adula,  posto  più  ad  oriente,  nel  paese  de'  Grigioni.  Gli  altri 
due  gran  fiumi  d'Europa,  il  Danubio  ed  il  Po,  scendono  dalla  stessa 
catena  delle  Alpi,  ma  distanti,  e  un  di  qua,  un  di  là  del  S.  Gotar- 

Arch,  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  15 


230  '  DOMANDE  E  RISPOSTE. 


do  ;  e  la  loro  origine  va  a  perdersi  sicuramente  ne'  grandi  ammassi 
di  ghiaccio  che  regnano  tutt'al  lungo  dell'anzidetta  catena.  „ 

Gli  eseguiti  scandagli  indussero  Volta  a  ritenere  di  granito  tutta 
la  massa  interiore  de' monti  alpini,  i  quali  però  debbono  credersi 
Originarj,  se  di  tali  pur  ve  n'hanno  coetanei  alla  prima  formazione 
della  terra,  perocché  non  mancano  argomenti  di  crederli  essi  pure 
figli  deW acqua  o  del  fuoco ^  partoriti  in  alcuna  delle  grandi  convul- 
sioni che  deve  aver  sofferto  ne'  primi  rimotissimi  tempi  il  nostro 
gloho.  Od  almeno  si  giudicheranno  primarj,  per  essere  le  monta- 
gne secondarie  costituite  di  pietra  calcare,  di  arenaria,  di  breccia, 
portanti  ben  chiari  indizj  d'una  formazione  posteriore  per  sedi- 
mento delle  acque,  o  per  opera  di  queste  che  abbiano  ammassati 
materiali,  o  scavato  il  terreno.  Come  il  nucleo  e  1'  ossatura  dei 
monti  Elvetici,  sono  di  granito  le  vette,  i  massi  caduti  nelle  valli, 
i  balzi  e  le  rupi.  A  tale  conclusione  sono  giunti  anche  gli  altri 
più  diligenti  osservatori  che  attraversarono  e  studiarono  le  Alpi 
in  diversi  punti,  specie  il  signor  De-Saussure,  il  quale  percorse 
più  volte  tutta  la  grande  catena.  Avverte  il  nostro  autore  qual- 
mente anche  l'interno  dei  Pirenei  risulti  di  pietra  granitosa,  secondo 
una  bella  memoria  del  signor  D'Arcet,  del  1775,  e  serbino  quei 
monti  una  singolare  somiglianza  alle  Alpi  nelle  creste  e  nei  dirupi 
e  sfasciamenti,  colle  stesse  vestigia  di  vetustà  e  decrepitezza.  Finisce 
pertanto  col  dire  che,  se  anche  nelle  Cordilliere  dell'America  Me- 
ridionale si  trova  un  nucleo  simile,  saremmo  condotti  a  stabilire 
quasi  con  sicurezza,  l'interna  massa  delle  montagne  primarie  della 
terra  essere  di  granito. 

A  Lucerna  il  Volta  fu  compreso  d'ammirazione  al  vedere  il  mo- 
dello in  rilievo  della  Svizzera  che  stava  costruendo  il  senatore  Luigi 
Pfiffer,  non  compiuto  poi  per  non  bastare  l'intera  vita  di  un  uomo 
a  tanto  lavoro.  Presenta  questo  a  un  tratto,  con  giustezza  e  pro- 
porzione, monti  e  vallate  e  laghi  e  torrenti  :  vi  riscontra  il  viag- 
giatore con  compiacenza  quel  paese  accidentato  che  ha  percorso, 
0  che  si  dispone  a  percorrere  ;  né  bosco  manca  o  casolare,  il  tutto 
co'  più  veraci  colori  rappresentato.  Ma  il  filosofo  naturalista  mag- 
giore soddisfazione  risente  contemplando  ad  agio  l'estensione  e  i 
caratteri  di  una  regione,  alla  storia  naturale  cosi  interessante:  e 
in  queir  esatta  riproduzione  del  vero  attuale  "  trova  stabilito  pei 
secoli  avvenire  un  punto  di  paragone  da  cui  misurare  il  successivo 


DOMANDE  E  RISPOSTE.  231 


cangiamento  e  la  degradaMone  che  produrvi  sapranno  la  rivoluzione 

de'  tempi Certamente  l'aspetto  generale  di  quell'ammasso  di 

monti,  divisi  dalle  principali  valli  in  lunghe  catene,  tre  massime 
osservabili,  tirate  quasi  per  diritto  dal  principio  alla  fine  del  detto 
ammasso  montuoso  e  per  tutto  quel  tratto  continue,  se  non  in 
quanto  vengono  intersecate  da  altre  valli  e  torrenti  minori,  aventi 
quella  di  mezzo  la  màssima  altezza,  e  minore  a  proporzione  le  la- 
terali, e  declinanti  tutte  gradatamente  verso  le  due  estremità:  un 
tal  aspetto,  dissi,  ne  conduce  naturalmente  a  pensare  che  tutt' in- 
sieme quella  massa  non  fosse  da  principio  che  un  sol  monte,  una 
elevazione  di  una  parte  della  terra  in  forma  di  gobba,  ossia  un 
gran  dorso  convesso;  e  questo  tutto  quanto,  o  almeno  l'interno 
nocciolo,  di  viva  e  soda  pietra;  che  poi  bersagliato  dall'ingiurie 
del  tempo  e  degli  elementi,  dalle  pioggie,  dai  venti,  dai  geli  intac- 
cato e  sordamente  minato  (per  nulla  dire  dei  tremuoti  e  dei  vul- 
cani che  concorrer  poterono  colle  loro  tremende  scosse,  e  fors'anche 
furono  i  primi  a  lacerarlo  ed  infrangerlo),  cominciasse  a  dare  scoppj 
e  ad  aprire  fessure  e  condotti  alle  acque,  le  quali  seguendo  indi  col 
rapido  corso  a  tagliare  e  sprofondare  que'  primi  letti,  e  con  irru- 
zioni improvvise  a  scavarne  de'  nuovi,  giunsero  col  lungo  andare 
de'  secoli  a  formare  tutte  quelle  gran  valli  che  veggiamo  di  presente. 
Tale  è  il  sentimento  dell'istesso  signor  Pfiffer;  al  quale  ognuno  di 
buon  grado  consente,  qualor  facciasi  a  considerare  con  attenzione 
il  tutto  e  le  parti  di  quel  gran  paese  montuoso  nel  suo  modello  in 
rilievo.  „ 

Dal  distinto  fisico  Luigi  Magrini  fu  reputata  questa  relazione  del 
Volta  uno  scritto  prezioso  appunto  per  le  copiose  cognizioni  che 
contiene  di  mineralogia  e  geologia,  a  quelV epoca  pregievolissime  ; 
pel  saggio  allora  importantissimo  di  livellazione  barometrica  fatta 
dalle  Alpi  sul  lago  di  Lucerna,  e  pei  germi  che  racchiude  di  molte 
future  di  lui  scoperte. 

Volentieri  mi  dilungherei  nel  riportare  altri  squarci  degli  scritti 
del  grande  avo,  quando  li  trovassi  in  rapporto  meno  indiretto 
colla  scienza  del  vulcanismo.  Mi  limito  pel  momento  a  questo  poco; 
ma  se  m'accadrà  di  rinvenire  fra  le  memorie  che  vado  spogliando 
alcuna  cosa  meritevole  di  riguardo  in  rapporto  agli  studj  ch'Ella, 
egregio  professore,  coltiva,  sarà  per  me  un  grato  dovere  il  darlene 
comunicazione,  purché  io  speri  d'incontrare  il  di  Lei  benevolo  ag- 
gradimento. 


BIBLIOGRAFIA. 


T.  Zeller,  Les  trihuns  et  les  révólutions  en  Italie,  in-16.  Paris. 

Giovanni  di  Precida,  rivoluzione  nazionale:  Arnaldo  di  Brescia,  ri- 
voluzione mistica;  Rienzi,  rivoluzione  classica:  Michele  di  Landò,  rivo- 
luzione sociale  ;  Masianello,  rivoluzione  popolare,  sono  le  scene  che  lo 
Zeller  staccò  dalla  storia  d'Italia  per  offrircene  episodj  drammatici 
e  istruirci  che  colla  fantasia  si  sommuove,  ma  non  si  fonda  nulla  :  per 
fondare  ci  vuol  saviezza  e  ragione. 

Egli  aveva  già  raccontata  la  storia  del  Savonarola  nella  Italie  et 
la  renaissance, 

A.  Lecoy  de  la  Marche,  L^Académie  de  France  à  Home.  Paris, 
Didier,  1874,  un  voi.  di  pag.  385. 

È  la  corrispondenza  inedita  dei  direttori  di  quell'Accademia,  comin- 
ciando da  D.  Errard  nel  1669,  e  arrivando  a  Menageot,  nel  1791.  Di 
quest'ultimo  riportiamo  il  giudizio  che,  dell'arte  italiana,  dava  nel  1788. 
a  Si  cerca  che  la  scuola  di  Francia  superi  l'Italia  e  l'altre  nazioni:  e 
finora  ha  questa  preminenza,  e  spero  non  iscapiterà,  avendo  io  cura 
di  mantener  1'  emulazione ,  1'  amore  dello  studio  e  della  gloria.  Non 
potete  immaginare  in  quale  stato  sia  oggi  la  scuola  di  pittura  romana, 
Non  c'è  persona  che  meriti  d'  esser  citata;  salvo  uno  scultore  venezia- 
no, chiamato  Canova,  che  mostra  vero  talento,  tutto  il  resto  fa  com- 
passione; non  si  trova  pur  l'ombra  dell'antica  scuola  romana;  e  non  si 
comprende  come,  in  mezzo  a  tante  belle  cose,  l'arte  possa  esser  caduta 
in  un  gusto  così  meschino,  così  manierato,  insomma  cosi  lontano  dai 
grandi  maestri  e  dalla  natura  «. 

Il  Canova  avea  fatto  nientemeno  che  il  monumento  di  papa  Cle- 


BIBLIOfìRAFJA  233 


mente  XIV.  E  questo  e  gli  altri  giudizj  sui  nostri  meriterebbero  d'es- 
sere presi  in  esame,  senza  boria  patriotica.  Qualcuno  potrebbe  poi  tes- 
sere la  storia  de'  nostri  Lombardi  che  furono  mandati  a  studiare  a  Roma  ; 
al  che  l'Archivio  di  Stato  offrirebbe  materiali,  anche  curiosi. 

LuciEN  Du  Bois,  Lettres  sur  Vltaìie  et  ses  musées.  Bruxelles  et 
Paris,  1874,  un  voi.  di  pag.  514. 

L' autore,  nel  visitare  i  musei  di  Kapoli,  giacche  a  questi  si  limita 
il  volume  or  pubblicato,  discorre  de'  varj  artisti,  e  ne  giudica  con  idea- 
lità. Di  Leonardo  ripete  la  favola  che  abbia  lasciata  incompiuta  u  la 
figura  del  Cristo,  disperando  renderne  la  divina  bellezza  w.  Sul  Savo- 
narola accumula  molte  inesattezze  a  pag.  63,  e  massime  sulla  venera- 
zione che  ne  mostrarono  molti  pontefici  :  ma  lo  strano  è  l' udirgli  dire  : 
u  Vuoisi  che  a  Firenze  esista  un  suo  ritratto.  Io  non  l'ho  visto  w. 

Naturalmente  discorre  della  storia  e  dell'indole  dei  Napoletani,  con 
mistura  di  vero  e  d'esagerato.  Ci  piace  ove  scrive:  a  Quasi  tutti  i  viag- 
giatori s'accordano  a  rappresentarci  i  Napoletani  come  vigliacchi  e  in- 
fingardi. Trovo  questo  giudizio  assolutamente  falso,  e  fondato  sopra  os- 
servazioni superficiali  e  incomplete.  Non  v'è  nel  Mediterraneo  marinaj 
più  intrepidi  dei  pescatori  napoletani  »  ;  e  ne  descrive  il  coraggio  e 
l'attitudine  pittoresca,  come  di  gente  che  si  sente  libera  mediante  il  la- 
voro (pag.  31)  :  a  Nulla  che  ne  mostri  bassezza  o  servilità,  e  non  con- 
siglierei a  nessuno  di  far  loro  ingiuria,  o  attaccar  lite.  Gli  antichi  lazza- 
roni or  lavorano  anch'essi  con  un  coraggio  e  un'assiduità^  che  un  giorno 
saranno  ricompensati.  Bisogna  tenersi  in  guardia  contro  le  accuse  dì 
viltà,  lanciate  a  tutto  un  popolo.  Se  si  rammentano  i  soldati  napoletani 
che  fuggivano  al  cominciare  dell'attacco,  e  agli  ufficiali  che  voleano  te- 
nerli rispondevano ,  Ma  e'  è  il  cannone^  non  bisogna  dimenticare  il  reg- 
gimento napoletano  che,  nella  ritirata  di  Russia,  diede  esempio  d' in- 
trepidezza all'esercito  francese,  v 

Roux,  Hist.  de  la  littérature  contemporaine  en  Italie  soiis  le  re- 
gime unitaire.  Paris. 

Sarebbe  una  prova  come  un  certo  pubblico  si  interessa  delle  opere 
leggiere,  e  ignora  o  trascura  le  gravi  e  serie.  Troppo  meschino  giu- 
dizio avrebbe  a  proferirsi  sull'Italia  dal  1859  al  74  se  avesse  pro- 
dotto quel  solo  che  ci  è  dato  in  questo  libro,  e  l'avesse  giudicato  come 
in  questo.  Eppure  molti  vorranno  attingere  colà  giudizj  e  stima,  e 
tradurre  e  ripetere  quelle  valutazioni  come  oracoli:  perchè  ci  vengono 
in  lìngua  straniera.  Ecco  l'indipendenza. 


234  BIBLIOGRAFIA 


DuMESNiL.  Histoire  de  Jules  11^  sa  vie  et  son  pontificat.  Paris, 
1874. 

Il  grido  di  Fuori  i  Barbari!  bastò  perchè  alcuni  collocassero  Giu- 
lio II  fra  i  grandi  pontefici,  foggiati  alla  loro  moda.  Il  principe  che 
menò  tante  guerre  per  crescere  i  dominj  temporali  della  Santa  Sede, 
col  sottrarli,  è  vero,  alle  violenze  de'  tirannelli  ;  che  cangiò  alleanze  e 
nimicizie  secondo  il  gusto;  che  osteggiò  la  più  italiana  delle  potenze, 
Venezia,  e  contro  di  essa  o  mosse  o  secondò  quella  lega,  che  fu  il  primo 
delitto  della  politica  moderna,  e  s' impegnò  a  procedere  contro  di  quella 
anche  colle  armi  spirituali,  dichiarando  di  buona  preda  le  navi  loro,  ci 
si  fa,  piuttosto  che  il  successore  di  Pietro  e  dei  Q-regorj,  riconoscere  il 
contemporaneo  e  il  tipo  di  Machiavelli.  Difatti  il  Dumesnil  trova  dete- 
stabile la  politica  di  Luigi  XII  che  consegna  l' Italia  e  l' Europa  alla 
preponderanza  spagnuola;  e  perfida  la  condotta  di  Giulio  II.  Chi  po- 
trebbe però  dimenticare  la  sapienza  di  tanti  suoi  atti,  il  favore  dato 
alle  arti,  e  quella  magnanimità  di  cui  è  improntata  tutta  la  sua  vita? 
Trista  la  biografia  che  si  riduce  a  panegirico  o  a  diatriba,  a  Chanterel 
o  a  Gregorio  Leti! 

A.  Dantier,  Études  sur  V Italie.  Parigi  1874,  2  voi.  in-8. 

Dantier  ha  voluto  studiar  l' Italia  u  senza  cercare  ne  l' effetto,  ne  lo 
scandalo,  ma  dicendo  la  verità  qual  risulta  da  un'  indagine  fatta  con- 
tradittoriamente  sui  testimonj  più  diversi,  ma  fatta  fuor  delle  passioni 
umane  che  amplificano  il  male  e  le  cieche  condiscendenze  che  lo  negano 
o  dissimulano  ».  Proposito  ben  raro  e  in  casa  nostra  e  fuori;  e  viepiù 
difficile  qui,  dove  l'autore  tocca  ai  punti  più  ardenti,  la  Chiesa,  la  Li- 
bertà, il  Governo.  Così  toglie  ad  esaminare  la  trasformazione  del  mondo 
pagano  nel  moderno,  riconoscendo^  senza  esagerarla,  l'influenza  del  cri- 
stianesimo, che  scomponeva  la  società  antica  come  il  dente  nuovo  scuote 
e  fa  cadere  quello  di  latte;  e  fra  quei  che  vi  vedono  solo  un'evoluzione 
regolare,  e  gli  altri  che  divisano  la  trasfusione  di  sangue  straniero,  l' in- 
nesto delle  razze  tedesche,  Dantier  riconosce  che  vizj  e  ruine  erano  il 
retaggio  della  civiltà  romana  e  della  barbarie  germanica;  sopra  i  quali  la 
Chiesa  doveva  edificar  la  società  moderna,  e  consolidarla.  Quello  spet- 
tacolo del  riformarsi  d'un  mondo  intero  non  è  più  nuovo,  dacché  alcun 
di  noi  osò  affrontare  francamente  i  pregiudizj  enciclopedisti  e  di  quei  che 
al  passato  imprestavano  la  loro  ignoranza  dei  fatti  e  inintelligenza  delle 
idee;  e  nel  medioevo  mostrò,  non  un  tempo  di  barbarie  o  rozzezza,  ma 
un  inverno  che  ricopriva  i  semi  che  prospererebbero  appena  cessasse 
il  rigore. 


BIBLIOGRAFIA.  235 


Quelli  che  afiFettano  ignorare  i  lavori  nostrali  (heu  rerum  ohlita  tua- 
rum!)y  ne  vedano  almeno  i  risultati  nell'erudita  ed  elegante  opera  d'uno 
straniero. 

Friedlaender,  Civili^ nazione  e  costumi  romani  dal  regno  di  Au- 
gusto alla  fine  degli  Antonini. 

Quest'opera  tedesca,  in  4  volumi,  andò  migliorando  nelle  quattro  edi- 
zioni che  finora  se  ne  fecero,  e  meriterebbe  essere  fatta  conoscere  al- 
l'Italia, come  una  delle  più  serie  di  archeologia  e  storia. 

The  poems  of  Mary  queen  of  Scots,  edited  by  Julien  Sharman. 
Londra,  Dickerius. 

È  uno  di  que' lacchezzi  bibliografici  di  cui  si  piacciono  alcuni  signori 
inglesi,  facendone  tirare  pochi  esemplari.  Maria  Stuarda  è  contata  fra 
i  migliori  scrittori  del  suo  tempo,  neppure  eccettuati  lord  Bacon  e  Fi- 
lippo Sidney;  circondata  di  poeti,  avendo  una  scelta  biblioteca,  scri- 
veva in  latino,  in  francese,  oltre  l'inglese  e  scozzese,  ed  anche  in  ita- 
liano. E  appunto  noi  citiamo  questa  raccoltina  per  un  sonetto  italiano 
che  v'  è  compreso,  e  che  i  curiosi  cercheranno.  * 

Cantù  Cesare,  BelV  Indipendenza  Italiana.  Cronistoria. 

Sono  pubblicati  il  primo  volume  che  comprende  l'epoca  francese  ;  e  la 
prima  parte  del  II  che  presenta  l'epoca  austriaca.  L'ultimo  fascicolo 
uscito,  che  è  il  XXYIII,  dà  gli  avvenimenti  del  1848. 


*  Maria  Stuarda  resta  una  delle  più  segnalate  vittime  dello  spirito  di  partito,  massime 
in  fatto  di  religione.  Riguardata  come  personificazione  del  cattolicismo  in  lotta  colla 
Riforma,  della  legittimità  colla  rivoluzione,  s'adoprarono  contro  di  essa  le  arti  più  fine, 
e  il  peggior  suo  nemico  non  fu  colei  che  la  mandò  al  patibolo. 

Note  sono  le  opere  contro  di  lei  degli  Anglicani  e  degli  Enciclopedisti,  fin  a  quella 
così  severamente  calma  del  Mignet.  Ma  dopo  questa,  nessuna  seria  ne  fu  scritta,  mentre 
molte  a  sua  difesa,  massime  rivedendo  negli  ArcMvj  le  lettere,  ad  essa  falsamente  at- 
tribuite, e  le  deposizioni  in  processo  de'  suoi  avversarj. 

Wiesener,  Giulio  Gauthier  (premiato  dall' Accademia  Francese),  Labaneff,  Meline,  Petit, 
Hosack,  un  anonimo  inglese,  miss  Strickland,  con  documenti  alla  mano,  e  collocandosi 
ben  di  sopra  dello  spirito  dì  setta  e  delle  opinioni  politiche,  ostinaronsi  a  chiarir  la  verità, 
e  proclamarla  contro  i  dotti  pregiudizj. 

Per  di^e  d'un  fatto  solo,  la  più  grave  colpa  che  le  si  appone  è  d'aver  voluto  cambiar 
la  religione  del  paese,  sottoscrivendone  il  patto  colla  Lega  Cattolica.  Ora  il  nunzio  del 
papa,  in  lettera  del  16  marzo  1567  a  Cosmo  di  Toscana,  la  incolpa  precisamente  di  non 
aver  mai  voluto  intendere  di  firmare  essa  Lega,  e  perciò  essersi  rovinata.  E  desiderabile 
che  questi  ultimi  lavori  sieno  fatti  conoscere  all'Italia. 


236  BIBLIOGRAFIA. 


Vito  La  Mantia,  Storia  della  Legislazione  civile  e  criminale  di 
Sicilia  comparata  con  le  leggi  italiane  e  straniere,  dai  tempi 
antichi  sino  ai  presenti.  —  Palermo,  1874,  2  volumi. 

Monsignor  Paolo  di  Giovanni  istituiva  un  premio  di  lire  5100,-  che 
ogni  quattro  anni  si  desse  a  giovani  siciliani,  studiosi  specialmente  della 
storia  sacra  o  della  siciliana.  L'  ottennero  dapprima  il  De  Luca,  or 
cardinale,  poi  il  dotto  archeologo  Matragna,  indi  l'Ugdulena  grecista 
ed  ebraista  celebre,  che  morì  deputato;  indi  il  La  Mantia,  che  s'applica 
alla  storia  patria,  principalmente  dal  lato  legale.  Quel  premio  o  ecci- 
tamento fu  sospeso,  come  tant'  altre  cose,  dalle  ultime  vicende. 

Il  La  Mantia,  nelle  Consuetudini  delle  città  di  Sicilia^  edite  ed  ineditej 
svolte  e  comparate  con  gli  articoli  delle  leggi  civili  (Palermo,  1862), 
dava  il  testo  di  tutte  le  consuetudini  importanti  in  materia  civile  delle 
varie  città  siciliane;  fra  cui  quelle  di  Castiglione  sono  in  lingua  volgare 
del  XIV  secolo. 

Poi  continuò  ad  essere  uno  dei  tanti  Siciliani  che  adoperano  l'inge- 
gno, la  fantasia,  l' erudizione  ad  illustrare  l' isola  natia.  E  l'affetto  di 
questa  traspare  da  ogni  pagina  dell'opera  che  annunziamo,  e  di  cui 
il  primo  volume  va  dai  tempi  greco-siculi  sino  al  1409*;  adesso  com- 
parve il  volume  11^  che  porta  dal  1409  al  1806  nella  prima  parte; 
nella  seconda  fino  al  1874_,  con  ricco  corredo  di  notizie  legali  e  giu- 
ridiche, adoperate  a  mostrar  quanta  parte  di  buono  contenessero  le 
leggi  e  le  consuetudini  nazionali^  cioè  siciliane,  conservate  attraverso 
alla  dominazione ,  spagnuola ,  poi  via  via  migliorate  nella  autonomia. 
Conchiudendo  con  una  calda  esortazione  al  popolo  siciliano,  dice  fra 
il  resto: 

.  tt  Le  tradizioni  giuridiche  italiane,  che  in  Sicilia  e  in  ogni  parte 
d'Italia  derivarono  dalle  romane  leggi,  e  si  svolsero  in  leggi  e  statuti 
molteplici  e  nella  pratica  giurisprudenza,  non  sono  ora  del  tutto  inu- 
tili. È  necessario  studiarle,  affinchè  se  ne  conosca  la  parte  incompati- 
bile colle  nuove  condizioni,  si  conoscano  e  non  si  riproducano  con 
mutato  nome  antichi  errori  ed  abusi,  e  si  scelgano  le  norme  di  pru- 
denza civile  e  i  molti  utili  esempj,  di  cui  potrà  ancora  giovarsi  la  so- 
cietà moderna  per  migliorare  le  nuove  istituzioni,  riannodando,  per 
quanto  è  possibile,  le  tradizioni  nazionali  al  progresso,  ispirato  ai  mi- 


'  Fra  i  lavori  che  si  pubblicano  in  Sicilia  distingueremo  la  Biblioteca  Storica  del- 
l'ab.  Gioachino  Di  Marzo,  che  ne'  volumi  XIII,  XIV,  XVI  diede  il  Palermo  d'oggigiorno 
del  marchese  di  Villabianca;  e  nel  XVII  il  Diario  palermitano  dello  stesso. 

Molti  materiali  storici  vengono  indicati  nel  Ballettino  della  Bibliografìa  comunale  di 
Palermo,  di  cui  abbiamo  3  numeri. 


BIBLIOGRAFIA.  237 


gliori  esempj  stranieri  ed  ai  lumi  crescenti  delle  scienze  sociali,  A 
questo  nobile  scopo  mirano  i  varj  lavori  sulla  civiltà  e  le  leggi  dei 
tempi  scorsi.  In  ogni  regione  italica  si  conservano  con  grande  cura 
antiche  memorie  patrie,  come  utili  sempre  ed  onorevoli,  e  le  glorie  di 
ogni  città  e  provincia  formano  la  gloria  dell' Italia  intera.  È  antica  e 
non  sorge  ora  la  civiltà  d' Italia^  ma  con  estesa  popolare  istruzione, 
<;on  opportune  condizioni,  ora  a  più  libero  svolgimento  s'  avvia. 

w  Nell'età  scorsa  si  faceano  acerbi  rimproveri  contro  ogni  italico  prin- 
cipato, e  querele  continue  per  le  infelici  condizioni  italiane;  ma  quei 
lamenti  non  indicavano  generale  miseria,  ignoranza,  barbarie,  corru- 
zione, ne  erano  note  di  degradazione  e  di  ignominia  per  la  patria; 
invece  esprimevano  gli  errori  ed  abusi  del  Governo,  ed  additavano 
l'aspirazione  ad  un  risorgimento  politico,  alla  liberazione  dal  dominio 
straniero,  e  ad  un  maggiore  progresso  civile.  Ninno  infatti,  malgrado 
quei  grandi  lamenti,  rinnegherà  giammai,  che  secondo  le  condizioni 
dei  tempi  sono  onorevoli  le  tradizioni  della  civiltà  e  legislazione  di 
Sicilia,  e  d'altre  regioni  colte  d'Italia,  quantunque  i  tempi  difficili  ne 
avessero  gradatamente  ritardato  il  progresso.  Lodando  pertanto  i  be- 
neficj  delle  nuove  istituzioni,  ed  aspirando  a  maggiori  riforme,  i  Sici- 
liani conserveranno  pure  le  memorie  e  tradizioni  patrie,  come  fa  ogni 
popolo  civile  che  sente  affetto  di  patria  ;  affetto  dalla  natura  ispirato,  e 
superiore  ad  ogni  umana  politica,  e  sopravvivente  a  tutte  le  novità, 
sempre  rinascenti  nella  serie  dei  secoli  in  tutte  le  nazioni.  L'oblio  di 
tradizioni  sicule  intese  a  conservare  le  gloriose  memorie  del  luogo 
natio,  sarebbe  un  doloroso  sacrifizio^  riprovato  dalla  nostra  mente,  ab- 
borrito  dal  nostro  cuore,  sarebbe  anzi  un  delitto;  poiché  ci  rende- 
rebbe vili  e  spregiati,  quasi  popolo  barbaro^  dalV  altrui  forza  o  bene- 
ficenza avviato  a  subita  civiltà.  Noi  abbiamo  troppo  grande  eredità 
d^  illustri  memorie  per  dirci  nuovi  all'  incivilimento  ;  e  se  fummo  in 
varj  tempi,  per  cagioni  diverse,  in  condizioni  infelici,  però  serbammo 
sempre  nella  miseria  1'  altero  nome  siciliano.  Non  degeneri  discendenti 
di  generosi  maggiori,  i  Siciliani  sentono  pure  la  misteriosa  ed  univer- 
sale brama  di  sociale  riordinamento  e  progresso,  che  agita  tutte  le  colte 
nazioni;  ma  intenti  a  nobili  studj,  ad  ardite  riforme,  a  grandi  sacrifizj 
per  la  prosperità  comune  di  tutta  la  nazione  italiana,  diranno  pur 
sempre  (anco  nei  secoli  futuri  e  più  civili  del  nostro)  che  a  migliori 
destini  e  a  grande  progresso  civile  vennero  ispirati  dalle  onorevoli  me- 
morie dei  loro  maggiori,  continuando  con  forme  ed  istituzioni  novelle 
e  comuni  la  grande  opera  dell'antica  e  gloriosa  civiltà  siciliana  r». 


15» 


238  BIBLIOGRAFIA. 


Carrara  Zanotti  Luigi,  Serina:  studj  ed  osservamoni.  Bergamo y 
1874,  pag.  140. 

È  desiderabile  che  ogni  terra,  ogni  villaggio  abbia  a  stampa  la  sua 
storia,  la  sua  statistica.  Oltre  l'interesse  che  si  prende  alle  cose  piìi  a 
noi  vicine,  queste  descrizioni  locali  diventano  stimolo  e  fondamento  a 
studj  più  estesi,  ad  opportuni  paragoni. 

Ma  non  è  necessario  che  l'amor  di  patria  porti  alla  vanità  delle  fa- 
volose origini,  ne  dei  vanti  inconsulti  e  ridicoli  ;  ne  dovrebbe  andare 
separato  da  quella  critica  che  fa  repudiare  le  asserzioni  vulgari ,  e  da 
quella  esposizione,  che  è  come  l'abito  civile,  che  ogni  persona  educata 
si  mette  per  presentarsi  al  pubblico. 

Il  dottor  Carrara  Zanotti  accompagnò  i  suoi  studj  sopra  il  berga- 
masco villaggio  di  Serina  con  fotografie  delle  principali  situazioni. 

G.  B.  Intra,  V ultimo  de'  JBonaccolsi,  romanzo  storico,  ^lilano  1874^ 
in-8  di  pag.  322. 

Dopo  la  severa  condanna  del  Manzoni,  va  a  rinascere  il  romanzo  sto- 
rico ?  Non  è  questione  da  questo  giornale  ;  ne  noi  accenneremmo  il  libro 
del  signor  Intra,  se,  come  dicemmo  del  Brusato  e  à^W Ezelino ^  non  fosse 
un  tentativo  di  presentare  la  storia  vera  cogli  allettamenti  drammatici. 
Qui  in  fatto,  dopo  un  capitolo  I  di  forme  romanzesche,  entra  la  storia  dei 
Bonaccolsi  e  di  Mantova,  che  l'autore  accompagna  «  per  un'atmosfera 
di  tirannie,  di  feudalismo,  di  doppiezze ,  di  viltà  w ,  intrecciandola  a  vi- 
cende d'  amore  e  di  guerra,  fino  al  1328,  cioè  al  prevalere  dei  Gon- 
zaga, colle  solite  grida  di  Viva  e  Mori,  e  le  solite  promesse  di  libertà 
e  repubblica,  seguite  dai  soliti  disinganni.  Fra  Jacopone  che  se  n'  era 
lusingato,  muor  di  crepacuore  quando  Luigi  Gonzaga  è  gridato  capitano 
del  popolo ,  sterminati  orridamente  i  Bonaccolsi,  ribenedetta  la  scomu^ 
nicata  città. 

Ippolito  De  Kiso,  Riscontri  statistici  sul  già  regno  di  Napoli  e  la 

Calabria  tra  il  1669  e  1869,  Catanzaro,  1873. 

L'autore  volle,  da  questo  confronto,  prender  occasione  a  lodare  e 
criticare  il  presente,  con  molta  indipendenza  e  scienza  sicura;  e  ve- 
nerando il  supremo  magistero  del  pontefice  romano  in  materia  di  fede 
e  di  costumi, in  faccia  al  materialismo  e  allo  scetticismo^  autorevolmente  e 
cattedraticamente  predicati,  crede  che^  perduto  il  dominio  temporale,  la 
Chiesa  deve  rinvenire  il  suo  più  fermo  fondamento  nella  vera  libertà. 
Esamina  poi  se  questa  si  abbia  in  Italia:  e  lo  dimostra  al  ministro  Min- 
ghetti. 


BIBLIOGRAFIA.  239 


BoNANNi  Teodoro,  La  provincia  del  Secondo  Abruzzo  Ulteriore^  con 
la  sua  descrizione  fìsico-topografico-geologica.  Aquila,  1873. 

La  descrizione  di  provincie  italiche  fu  fatta  dal  Pareto  pel  Genove- 
sato;  dal  Savi  per  la  Toscana;  dal  Sìsmonda  pel*  Piemonte;  dal  La 
Marmerà  per  la  Sardegna;  dalle  Notizie  naturali  e  civili  per  la  Lom- 
bardia ;  da  Spada,  Orsini,  Ponza,  Luijji  per  la  Romagna;  da  Giuseppe 
del  Re  per  la  provìncia  di  Molise,  l'antico  Samnium  (1836),  or  ripigliato 
da  Alfonso  Perrella  di  Cantalupo.  Yi  si  aggiunge  questa  del  Bonanni, 
alla  quale  ne  desideriamo  simile  una  per  tutte  le  provincie,  sintanto 
che  si  compia  la  carta  geologica  dell'intero  regno,  alla  quale  lavorano 
primarj  scienziati. 

Storia  della  denominazione  di  Basilicata^  per  Homunculus.  Roma, 
1874,  opuscoli. 

L'Homunculus  non  è  contento  della  smania  odierna  di  mutar  nome 
ai  paesi  e  alle  cose,  e  tanto  meno  di  sopprimere  i  secoli  per  dar  nomi 
antichi  ai  paesi  nuovi.  Cosi  vuoisi  denominare  Lucania  la  Basilicata, 
quasi  abolendo  il  medioevo  e  i  vanti  di  Melfi,  donde  il  regno  di  Pu- 
glia e  di  Napoli.  E  ciò  tanto  più  nuoce,  quando  sì  poco  pregiasi  V  anti- 
chità che,  chi  possiede  un  archivio  domestico,  lo  vende  a  peso  di  carta; 
chi  trova  una  lapida,  ne  fa  fuori  un  mortajo. 

Le  etimologie  del  nome  di  Basilicata,  date  dall'Alberti,  dal  Pontano, 
dal  Giannone,  dal  Lupoli,  esso  ripudia;  traendolo  dal  basilico,  magistrato 
greco,  come  Capitanata,  Dogato,  Esarcato;  e  con  erudizione  di  buona 
lega  mostra  che  esistette  un  tale  magistrato,  benché  non  se  n'incontri 
menzione  negli  storici.  Primamente  trovasi  quel  nome  in  un  documento 
del  1134;  l'aveva  nel  secolo  X  introdotto  il  popolo,  dal  quale  lo  prese 
la  podestà,  restando  il  nome  di  Lucania  alla  regione  intorno  al  fiume 
Alento. 

Come  al  principato  di  Salerno  fu  data  per  stemma  la  bussola  amalfi- 
tana, all'Abruzzo  il  grugno  del  cinghiale,  alla  Capitanata  l'arcangelo 
del  Gargano^  alla  Terra  di  Bari  la  mitra  del  vescovo  di  Mira,  così  alla 
Basilicata  la  mezza  aquila  coronata  (paatXixv)  asxoc),  ma  forse  solo  nel 
XVI  secolo,  quando  venne  la  smania  delle  imprese. 

Ferraro  Giuseppe,  Statuti  ed  ordinazioni  del  Comune  di  Carpe- 
neto.  Mondovì  1874,  disp.  82. 

S'aggiunge  quest'altro  alla  già  copiosa  raccolta  di  statuti  che  sono  alla 


240  BIBLIOGEAFIA.  ' 


stampa,  e  che  aspettano  ancora  chi  ne  sappia  cogliere  la  sintesi.  Lo 
aveva  sperato  il  R.  Istituto  Lombardo,  ponendo  appunto  a  concorso 
a  Studj  critici  e  documentati  sugli  statuti  dei  Comuni  e  delle  Corpora- 
zioni dell'Italia  superiore  e  delle  regioni  finitime  w,ma  non  pare  che  al- 
cuno vi  abbia  sufficientemente  risposto.  Si  dice  che  il  Governo  stesso 
raccolga  gli  statuti  degli  antichi  Comuni  italiani,  forse  in  omaggio  di 
chi  pensa  che  buona  e  compiutfi  storia  d'Italia  non  potrà  aversi  fin- 
che non  siano  conosciuti  e  studiati  i  suoi  mille  statuti.  E  così  è  qualora 
s' intenda  della  storia  civile,  alla  quale  per  avventura  non  attendono  ab- 
bastanza le  deputazioni  storiche  nostre.  Anche  dopo  i  discorsi  del  Rez- 
zonico,  del  Fortis,  del  Berlan,  del  Bonaini,  resta  ad  esaminare  in  com- 
plesso quanta  parte  deducessero  essi  dal  diritto  romano,  quanta  dalle 
consuetudini  germaniche;  quanto  garantissero  la  sicurezza  personale  e 
la  proprietà;  quanto  servissero  a  frenare  il  diritto  feudale;  quanto  vi 
potesse  l'autorità  domestica;  come  si  progredisse  nell'acquisto  del  jus 
wquum  et  honum^  infine  ricavarne  lo  specchio  della  famiglia  d'allora 
€  del  Comune,  che  era  un'ampliazione  di  quella. 

Sono  anche  a  cercarvi  le  vestigia  dei  dialetti;  e  in  questi  di  Carpeneto 
troviamo  arhra  per  pioppo,  i  gurini,  i  ravun  (mil.  navon)^  guiem  (legumi), 
gherhura  (siepe),  campavo;  e  strazetios.,  andeum^  clapa,  che  ancora  di- 
consi  stragli  et  j  ande^  ciappa. 

Carpeneto  nel  1305  professava  fedeltà  al  duca  Teodoro  Paleologo,  e 
nel  1589  al  succedutogli  duca  Vincenzo  Gonzaga;  e  gli  atti  ne  sono 
recati  dal  Ferrare,  oltre  uno  del  principe  Eugenio,  che  si  firma,  se- 
condo soleva^  in  tre  lingue  Eugenio  von  Savoye. 

Anche  in  occasione  delle  nozze  Pasolini  Zànelli  con  Baroni  Semite- 
colo  si  stampò  a  Bassano  uno  statuto  agrario  del  1056,  a  cui  si  fe- 
cero aggiunte  fin  nel  XV  secolo,  siipra  custodiam  vignalium^  campa' 
nece  et  nemoris  ca»tagnedi:  ma  è  peccato  che  nessun  commento  indichi 
qual  sia  la  parte  antica,  quale  l'aggiunta.  Nella  forma  presente  non 
può  appartenere  che  al  XV  secolo,  parlandosi  di  comune,  di  savj,  di 
guardiani,  ecc.*^ 


•  I  cataloglii  più  estesi  degli  statuti  sono  quelli  dell'avvocato  Felice  Amato  Duboìn 
per  gli  Stati  Sardi  (Torino,  1831),  del  Berlan  (Venezia,  1858),  di  Antonio  Valsecchi 
(Padova),  del  Bonaini  per  la  Toscana.  Aggiungiamo  Rosa  Gabriele,  Consuetudini  feu- 
dali bresciane  (Brescia,  1873)  ;  Sfokza  Gio.,  Statuto  volgare  del  Comune  di  Fagnano 
del  1391  (Bologna,  1872);  Bothqi,* Bandi  lucchesi;  Polidori,  Gli  sfattiti  senesi,  e  non 
pochi  altri. 


BÌBLIOGRAFIA.  241 


Un  episodio  della  storia  del  Piemonte  nel  secolo  XIII,  per  Giu- 
seppe Manuel  di  San  Giovanni.  Torino,  Stamperia  Reale,  1874, 
in-8,  di  pag.  80. 

Sono  sempre  dei  più  curiosi  punti  della  storia  patria  le  vicende  degli 
eretici.  Principalmente  attorno  ai  più  antichi,  i  Valdesi,  la  verità  fu 
offuscata  dagli  amici  e  dai  nemici.  Qualche  luce  pensò  recarvi  il  signor 
Giuseppe  Manuel  di  S.  Giovanni,  aggiungendo  alcune  cose  a  quanto  ne 
dicemmo  io  ed  altri. 

Bagnolo  è  nome  comune  a  molte  terre  di  Francia  e  Italia,  dove  prin- 
cipalmente son  noti  Bagnolo  del  Bresciano,  e  Bagnolo  sul  pendio  orien- 
tale dei  monti  che  riescono  alla  valle  di  Luserna,  asilo,  come  ognun  sa, 
dei  Valdesi.  Tra  i  più  antichi  eretici  trovansi  nominati  i  Concorezzj  e  i 
Bagnolesi.  E  come  i  primi  si  dubita  da  quale  traessero  nome  dei  varj 
Concorrezzi  che  si  conoscono,  altrettanto  avviene  degli  altri.  Che  si 
tratti  del  Bagnolo  piemontese  è  probabile  per  la  vicinanza  ai  Valdesi; 
ma  che  ne  esistessero  in  quel  paese,  non  trovasi  memoria,  come  nep- 
pure nel  Bagnolo  bresciano. 

Alla  Madonna  del  Becetto,-  nella  valle  di  Varaita  (soggetta  allora  al 
marchese  di  Saluzzo),  i  Vercellesi  andavano  in  pellegrinaggio  nel  1219, 
quando  vennero  assaliti  e  maltrattati  dai  signori,  o  piuttosto  dagli  abi- 
tanti di  Bagnolo.  In  conseguenza  i  Vercellesi  gli  assalsero  con  potente 
esercito ,  ne  presero  sanguinosa  vendetta ,  e  imposero  patti  per  1'  av- 
venire. 

Ciò  basterebbe  a  indurre  che  a  Bagnolo  fossero  prevalenti  gli  ere- 
tici ?  l'autore  non  osa  conchìuderlo  ;  ma  ne  prende  occasione  di  dare  la 
storia  dei  signori  di  Bagnolo. 

L'autore,  recando  per  esteso  la  sentenza,  da  me  data  in  parte,  contro 
alcuni  eretici  di  Chieri  nel  1388,  avverte  come  gli  inquisitori  stessi  no- 
tino che  tra  le  varie  sètte  vi  era  grande  affinità.  Ma  questa  è  osserva- 
zione generale,  solendo  dirsi  che  tutte  le  eresie  si  teneano  per  la  coda  : 
e  infatti  l'assunto  ad  esse  comune  era  il  ripudiare  l'autorità  della 
Chiesa. 

Il  documento  più  antico  che  menziona  l'esistenza  de'  Valdesi  in  Pie- 
monte è  di  Ottone  IV  mentre  stava  in  Italia,  cioè  fra  il  1209  e  il  1212. 
Accettato  senza  riserva  dal  Gioffredi,  dal  Semeria,  da  me,  ora  il  signor 
di  San  Giovanni,  riscontrandolo  coll'originale  che  sta  nell'Archivio  Arci- 
vescovile di  Torino,  riconobbe  che  non  è  su  gran  foglio,  come  sempre 
gli  atti  imperiali,  bensì  su  piccola  pergamena,  in  carattere  ordinario, 
senza  sigillo;  e  nell'intestazione  porta:  Otto  Dei  gratta  Bomanorum 
Imperafor  semper  Augustus ;  mentre  l'ordinaria  è:  Otto  qiiartus  Dei 
gratta  Romanorum  Imperator  et  semper  Augustus. 


242  BIBLIOGRAFIA. 


Ma  poiché  il  carattere  è  di  quel  tempo,  l' autore  non  lo  giudica  spu- 
rio, bensì  che  sia  uno  schizzo,  un  breve  recordationis,  che  il  vescovo  di 
Torino  avesse  fatto  preparare  per  sottoporlo  alla  firma  di  Ottone:  né 
quindi  abbia  ad  essere  rifiutato,  come  testimonio  del  tempo. 

Dopo  di  questo,  la  più  antica  menzione  dei  Valdesi  è  nel  e.  LXXXIV 
degli  Statuti  di  Pinerolo,  ove  si  minacciano  10  soldi  di  multa  a  chi  al- 
loggi uomo  o  donna  valdese  in  posse  PineroU.  Quegli  Statuti  comin- 
ciano nel-  1220,  ma  se  ne  aggiunsero,  secondo  il  solito,  fino  alla  revi- 
sione fattane  nel  1280. 

Curiosità  e  ricerche  di  storia  subalpina^  pubblicate  da  una  società 

di  studiosi  di  patrie  memorie.  Torino,  Bocca,  1874,  pag.  208  in-8. 

Salutiamo  con  gioja  questo  lavoro  dei  nostri  fratelli  piemontesi,  tanto 
consono  al  nostro  negli  intenti,  nelle  forme,  nella  libera  cooperazione; 
e  si  fa  sempre  più  evidente  il  bisogno  che,  nell'odierna  sete  di  luce  e 
di  verità,  si  aumenta  di  studiare  l'Italia  nelle  sue  parti,  prima  di  po- 
terla narrare  tutta  insieme;  opera  lontana;  come  un  grande  vivente 
scriveva  ad  un  nostro  collaboratore.  Dopo  un  proemio,  dove  Nicomede 
Bianchi  spiega  le  intenzioni  e  le  speranze  di  questa  società  di  amici, 
viene  un  lavoro  sulle  osservazioni  di  Law  con  Vittorio  Amedeo  II;  uno 
sopra  un  bizzarro  bibliofilo;  sulle  streghe  del  Canavese;  s'un  falso 
inviato  del  duca  di  Savoja  alla  Corte  di  Vienna  nel  1685;  note  auto- 
biografiche d'un  veterano;  rettificazioni  alla  storia  piemontese. 

Nessun  amatore  degli  studj  storici  s'accontenterà  di  questi  pochi  cenni 
che,  negli  estremi  momenti  della  nostra  Rivista,  facciamo;  ma  si  vorrà 
coli' attenzione  crescere  coraggio  e  lode  ai  benemeriti  collaboratori. 
Noi  vi  leggemmo  con  particolare  interesse  le  lettere  di  Silvio  Pel- 
lico, quando,  giovane  ancora  e  u  improvido  d'un  avvenir  mal  fido  v ,  da 
Milano  scriveva  al  Marchisio  i  suoi  presentimenti  sulle  cose  e  sugli 
uomini. 

a  La  verità  (scriveva  il  14  marzo  1820)  non  viene  a  galla  se  non 
è  agitata  dalla  discussione.  Il  solo  torpore  è  un  immenso  male  sociale, 
bisogna  scuoterlo  in  tutto.  Amo  più  uno  stravagante  che  disputi  se  vi 
sono  cinque  o  sei  Dei,  che  non  il  silenzio  di  certi  savj,  i  quali  mi  la- 
sciano credere  che  ve  ne  sono  tre.  Gli  errori  imbestialiscono  i  mortali, 
derivano  meno  dallo  spirito  paradossale  che  è  in  loro,  che  dallo  spirito 
di  pigrizia  in  loro  ingenito,  per  il  quale  sfuggono  l'esame  di  ogni  cosa. 
Per  Dio  !  Se  si  esamisse  un  po'  più,  credilo,  i  cocciuti  diminuirebbero 
di  numero,  e  la  ragione  ci  guadagnerebbe . . .  Monti  vive,  ma  muto  :  egli 
pranza  una  volta  la  settimana  in  casa  Porro,  ove  io  sono.  Pranza,  e 
non  parla  mai.  Si  scusa  di  questo  suo  demone  taciturno,  attribuendolo 


BIBLIOGRAFIA.  243 


alla  sordità.  Il  pover'uomo  è  assai  avvilito  perchè  i  Governi  più  non  lo 
accarezzano.  Egli  non  ha  mai  saputo  di  valere  qualche  cosa  per  sé  stesso, 
e  ora  che  gli  mancano  i  sorrisi  dei  potenti,  si  crede  spogliato  de'  suoi 
più  bei  pregi.  —  Dice  però  che  va  avanti  nel  suo  lavoro  della  Pro- 
sposta.  Lo  desidero,  e  desidererei  ch'egli  si  ponesse  a  dirittura,  con  altri 
letterati  e  dotti,  a  fare  un  buon  dizionario  italiano. . . 

a  Ij  errata  corrige  di  Monti  è,  a  mio  parere,  un  campo  non  degno 
di  quel  paladino...  Egli  trionfa  sì,  ma  ti  pare  che  quel  traduttoraccio 
cahassino  di  Ovidio  e  Rigeli,  fossero  campioni  da  meritare  più  uno 
sguardo  del  Monti?  —  Ciò  che  mi  sembra  ottimo  si  è  il  quarto  vo- 
lume della  Proposta,  v 

Come  non  idolatrava  il  Monti  al  tramonto,  cosi  liberamente  giudi- 
cava il  crescente  Manzoni. 

8  febbraio  1820. 

a  Tu  desideri  il  mio  parere  su  quella  tragedia.  Ciò  che  veramente 
mi  rapisce,  è  il  coro  ;  il  resto  ha  molte  bellezze  ;  ma  in  totale  non  pare 
neanche  a  me  sufficientemente  pieno  di  azione  o  di  passione.  Non  so 
se  reggerà  alla  recita.  Nondimeno,  per  una  nazione  che  non  ha  ancora 
un  teatro  tragico  molto  copioso,  credo  che  il  Carmagnola  sia  opera 
da  valutarsi.  Circa  lo  stile,  tolto  il  verso  che  incomincia  Tu  hai  ragione^ 
e  pochissimi  altri  di  quella  forma  arciprosaica,  non  proferirei  condanna. 
Io  son  parziale  di  Alfieri,  ma  vedo  che  Italia  non  è  concorde  nel  giu- 
dicare lo  stile  del  nostro  sommo,  e  sono  di  parere  che  varj  sieno  gli 
stili  tragici  che  si  possono  tentare  con  eguale  successo  fra  noi.  Eccone 
il  motivo.  Non  avendo  il  nostro  endecasillabo  uniformi  (sic)  copie  l'ales- 
sandrino francese,  esso  ha  poca  misura  di  suono  nella  declamazione,  e 
pare  anzi  sia  comune  opinione  degli  Italiani  il  dover  nascondere  nella 
declamazione  ogni  apparenza  di  metro.  —  Ora  esso  endecasillabo,  tran- 
ne pel  poeta  che  l'ha  architettato,  è  bella  e  buona  prosa.  —  Bada 
che  quando  i  nostri  comici  recitano  qualche  dramma  di  Metastasio  com- 
movente, essi  riscuotono  applausi  infiniti,  purché  abbiano  l'arte  di  ma- 
scherare siffattamente  il  metro,  che  le  stesse  ariette  sembrino  prosa.' 
Se,  parlando  dello  stile  adoperato  da  Manzoni,  vogliamo  intendere  meno 
il  verseggiare  che  i  modi  di  lingua,  dirò  ancora  che  è  molto  arbitraria 
la  classificazione  dei  modi  tragici  o  no,  poetici  o  no,  in  un  paese  come 
l'Italia,  dove  ogni  grande  scrittore  ha  fatto  una  scuola  diversa  dalle 
stabilite,  e  dove  quindi  il  Montiano,  il  Cesarottiano,  il  Salviniano,  il 
Metastasiano,  e  fino  al  Petrarchista  e  al  Dantista,  hanno  una  poetica 
ciascuno  per  se,  ed  un  numero  di  seguaci,  imponente.  —  Non  volete 
mai  concedere  che  la  divisione  politica  in  piccoli  Stati,  ha  fatto  di  una 
penisola  molti  popoletti,  e  che  non  c'è  fra  loro  universalità  di  gusto 


244  BIBLIOGRAFIA. 


in  letteratura,  più  che  non  vi  sia  nelle  diverse  scuole  di  pittura?  Io  fo 
eco  a  Salvator  Rosa  che  declama  contro  il  genere  di  pittura  chiamato 
fiammingo;  abborro  il  ritratto  degli  ubbriachi  e  degli  sguatteri;  ma 
Salvator  Rosa  ed  io  abbiamo  torto,  se  vogliamo  che  questa  opinione 
sia  universale.  Ogni  quadro  dipinto  con  maestria,  ò  opera  che  dà  fama. 
Cosi  è  delle  opere  di  letteratura.  Siate  sordi  alle  critiche  ;  esse  vogliono 
dire  che  non  piacete  a  tutti ^  e  nuU'altro;  il  piacere  a  molti  basta;  né 
questo  successo  dipende  essenzialmente  dallo  stile.  Dammi  una  trage- 
dia ben  ideata  e  terribile  in  sommo  grado,  come  V  Oreste  di  Alfieri  e 
simili,  0  fantastica  come  Sanile ^  e  taglia  una  sillaba  ad  ogni  verso; 
resterà  prosa,  ma  sarà  applaudita  egualmente  su  tutti  i  teatri  del  mon- 
do. Ninno  applaude  alla  Maria  Stuarda  d'Alfieri,  benché  verseggiata 
benissimo. 

n  Or,  tornando  al  Carmagnola^  se  manca  di  qualche  cosa,  parmi  che 
non  sia  di  stile,  ma  di  anima  e  di  splendore  fantastico  v. 

Adesso  sulla  tomba  di  Silvio,  nel  camposanto  di  Torino,  si  leggono 
parole,  dettate  dalla  marchesa  Giulia  di  Barolo:  u  Sotto  il  peso  della 
croce  imparò  la  via  del  cielo  e  la  insegnò  v . 

C.  C. 


BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO. 

a)  0,PERE   STORICHE   PUBBLICATE   IN  ITALIA, 

Marzo-Giugno  1874. 


Archivio  storico  italiano,  fondato  da  G.  P.  Vieusseux  e  continuato  a 
cura  della  K.  Deputaziene  di  storia  patria  per  le  provincie  della  To- 
scana, dell'Umbria  e  delle  Marche.  Serie  III.  Tomo  XIX.  1^  di- 
spensa del  1874.  N.  19  della  collezione,  in-8.  Firenze. 

Pubblicazione  bimestrale. 

Archivio  Veneto.  Pubblicazione  periodica.  Anno  quarto.  Fascicolo  I; 
in-8.  Venezia. 

Pubblicazione  trimestrale. 

Ardizzone  Scandurra  (Carlo).  Il  blasone  di  JSiracusa:  illustrSizìojìGÌn-é:, 
Siracusa. 

Balan  (Prof.  P.).  Storia  di  Gregorio  IX  e  de''  suoi  tempi.  Fase.  XXII- 
XXI Y;  in-8.  Modena. 

Barozzi  e  Berchet.  Relazioni  degli  ambasciatori  e  baili  veneti  a  Co- 
stantinopoli, Parte  II;  in-8.  Venezia. 

Beghelli  (Giuseppe).  La  repubblica  romana  del  1849,  con  documenti 
inediti  e  illustrazioni.  Voi,  I;  in-16.  Lodi. 

Bertolini  (Francesco).  Storia  romana  dai  pia  antichi  tempi  fino  allo 
scioglimento  dell'Impero  Occidentale,  scritta  ad  uso  della  gioventù 
italiana.  Terza  edizione;  in-16.  Firenze. 

Biblioteca  storica  e  letteraria  di  Sicilia,  ossia  raccolta  di  opere  ine- 
dite 0  rare  di  scrittori  siciliani  dal  secolo  XVI  al  XIX,  per  cura  di 
Gioacchino  Di  Marzo.  Tomo  XVI  (V.  della  II  serie)  in-8.  Palermo. 

Contiene  : 
Il  Palermo  d'oggigiorno  di  Francesco  M.  Emanuele  e  Gaetani,  marchese  di  Villabianca; 
Da' manoscritti  della  Biblioteca  comunale  di  Palermo. 

Brambilla  (Luigi).  Varese  e  suo  circondario.  Notizie  raccolte  ed  or- 
dinate. Voi.  I;  in-8.  Varese. 

Bruzza  (Ant.  Luigi).  Origine  dei  lazzaretti  e  dei  magistrati  di  sanità; 
.  in-16.  Genova. 

Cambruzzi  (P.  M.  Ant.).  Storia  di  Feltre,  con  la  introduzione  di  mons. 
D.  Gio.  Batt.  Zandettini.  Voi  I.  Fase.  I  e  II;  in-8.  Feltre. 


246  BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO. 

Canale  (comm.  Michel  Giuseppe).  Storia   della  Bepuhhlica  di  Genova 

dalVanno  1528   al  1550,  ossia   le   congiure  di  Gian  Luigi  Fiesco  e 

Giulio  Cibo,  colla  luce   dei  nuovi  documenti,  narrate  ed  illustrate; 

in-8.  Genova. 
Cappelletti   (cav.  Giuseppe).    Storia   delle  magistrature  venete  ;  in-8. 

Venezia. 
Cara  (G.)   Illustrazione  di  un  nuovo  idolo  scoperto  in  Sardegna  nel 

1873;  in-8.  Cagliari. 
Carlini  (Francesco).   Cenni  storici  di  Ovada.  Parte  I.  Descrizione  della 

Valle  dell'Alba;  in-16.  Kovi-Ligure. 
Carrara  Zanotti  (dott.  Luigi).    Serina:  studj  ed  osservazioni;  in-8. 

Bergamo. 
Cenni  storici  sulla  chiesa  della  Madonna  delle  Grazie,  situata  presso 

Dogliani  nella  regione  denominata  dallo   stesso  di  lei  titolo;  in-16. 

Mondovi. 
Codex  diplomaticus  Cavensis,  nunc  primum  in  lucem  editus  curantibus 

DD.  Michaele  Morcaldi,  Mauro   Schiani,   Sylvano   De  Stephano  0. 

S.  B.  Accedit  appendix  qua  prsecipua  bibliothecae  ms.  membranacea 

describuntur  per  D.   Bernardum   Caietano   De   Aragonia   0.  S.  B. 

Tomi  I  e  II;  in-4.  Kapolt.  » 

L'opera  si  comporrà  di  otto  volumi  che  vedranno  la  luce  di  anno  in  anno. 

Codex  Trivisianus  (DCCCCXCVI-MCCCXVIII),  chronologico  ordine 
perregestus  curante  prof.   S.  Minotto.  Pars  I;  in-8.  Venezia. 

Cognetti  (prof.  Biagio).  La  storia  d'Italia  sacra j  civile  e  letteraria 
dal  nascimento  di  GesU  Cristo  fino  «Z  Ì574.  Puntata  I  ;  in-8.  Napoli. 

L'opera  sarà  distribuita  in  trenta  dispense. 

Curiosità  e- ricerche  di  storia  subalpina,  pubblicate  da  una  Società 
di  studiosi  di  patrie  memorie.  Puntata  I;  in-8.  Torino. 

Contiene  : 
Law  e  Vittorio  Amedeo  II ^di  Savoja. 
Il  tesoretto  di  un  bibliofilo  piemontese. 
Le  streghe  nel  Canavese. 

Uh  falso  inviato  del  Duca  di  Savoja  nella  Corte  di  Vienna  (1685). 
Note  autobiografiche  d'un  veterano  dell'Esercito  piemontése. 
Rettificazioni  ed  aggiunte  alla  Storia  piemontese.  I.  Il  trattato    del  1°  giugno  1639. 

II.  La  restituzione  della  cittadella  di  Torino. 
Cenni  e  lettere  inedite  di  piemontesi  illustri  del  secolo  XIX:  Silvio  Pellico. 

D*Arco  (Carlo).  Studj  intorno  al  Municipio  di  Mantova,  dall'orìgine 
di  questa  fino  all'anno  1863,  ai  quali  fanno  seguito  documenti  ine- 
diti 0  rari.  Tomo  VII;  in-8.  Mantova. 

De  Lorenzo  (sac.  Ant.  M.).  Memorie  da  servire  alla  storia  sacra  e  ci- 
vile di  Reggio  e  delle  Calabrie.  Fase.  I;  in-16.  Reggio  Calabro. 

Ferrari  (Costanzo).  Tiburga  Oldofredi:  scene  storiche  del  secolo  XIII; 
in-16.  Milano. 


BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO.  247 

Ferraro  (prof.  Giuseppe).  Statuto  ed  ordinazioni  del  Comune  di  Car- 
peneto,  alto  Monferrato,  pubblicati  ed  annotati;  in-4.  MondoYÌ. 

Fontana  (nob.  Gianjacopo).  Storia  popolare  di  Venezia  dalV origine 
fino  ai  tempi  nostri.  Yol.  II.  Fase.  XXVII:  in-8.  Venezia. 

Gregorovius  (Ferdinando).  Storia  della  città  di  Roma  nel  medioevo^ 
dal  secolo  V  al  XVI.  Voi.  V;  in-16.  Venezia. 

Homunculus.  Storia  della  denominazione  di  Basilicata;  in-8.  Roma. 

Ne  è  autore  il  comm.  Giacomo  Racioppi. 

La  Mantia  (Vito).  Storia  della  legislazione  civile  e  criminale  di  Sicilia^ 

comparata  con  le  leggi  italiane  e  straniere  dai  tempi  antichi  sino  a 

presenti.  3  voi.;  in-8.  Palermo. 
Lauria  (Gius,  Aurelio).  Troja:  studj;  in-8.  Napoli. 
LuxARDO   (Girolamo   Carlo).   La   diplomazia   quale  scienza'  ed  arte  di 

Stato  presso  i  Romani;  in-8.  Padova. 
Machiavelli  (Niccolò).  Le  istorie  fiorentine  ridotte  alla  miglior  lezione^ 

con  le  notizie  della  vita  e  delie  opere  dell'autore  ;  in-16.  Milano. 
Machiavelli  (Nicolò).  Opere.  Voi.  II;  in-16.  Firenze. 

Contiene  : 
I  frammenti  inediti  e  le  Bozze  delle  storie^  e  i  Ricordi  e  gli  Estratti  delle  lettere  de 
Dieci  ;  coU'aggiunta  della  vita  di  Castruccio  Castracani  ;  per  cura  di  L.  Passerin 
e  G.  Milanesi, 

Maggi  (dott.  Leopoldo).  Archeologia  preistorica  Varesina.  Cuspide  di 
lancia  in  bronzo.  Illustrazione;  in-4.  Varese. 

Mariani  (Carlo).  Letture  di  storia  patria  offerte  alla  gioventù;  in-16, 
Milano. 

MuoNi  (Damiano).  Archivj  di  Stato  in  Milano.  Prefetti  o  direttori  (1468- 
1874).  Note  sull'origine,  formazione  e  concentramento  di  questi  ed 
altri  simili  istituti,  con  un  cenno  sulle  particolari  collezioni  dell'au- 
tore; in-8.  Milano. 

Muzzi  (prof.  S.).  Vocabolario  geografico-storico-statistico  delVJtalia  nei 
suoi  limiti  naturali.  Dispensa  VII  (Novalesa-Potenza)  ;  in-8.  Bo- 
logna. 

Persoglio  (sac.  Luigi).  Memorie  della  parrocchia  di  Murta  inr-Polce- 
vera,  dal  1105  al  1873;  in-16.  Genova. 

Pio  (Oscar).  Storia  popolare  d'Italia  dalla  sua  origine  fino  alVacquisto 
di  Roma  nell'anno  1870.  Voi.  V;  ìn-8.  Milano. 

'QuERiNi  (Marco).  Relazione  inedita  alla  Repubblica  ritornando  da  Prov- 
veditor  estraordinario  di  Cattaro  ed  Albania,  Venezia,  12  luglio  1742; 
in-8.  Venezia. 

»AFFAELLi  (march.  Filippo).  Illustrazione  di  un  diploma  del  santo  car- 
dinale Carlo  Borromeo j  e  genealogia  della  famiglia  Lampugnani  di 
Milano  e  Lampugnani  signori  di  Cerro;  in-4.  Rocca  San  Casciano. 


248  .  BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO. 

KiccA  (cav.  Erasmo).  La  nobiltà  delle  Due  Sicilie.  Fase.  49.  Yol.  IV; 
in-4.  Napoli. 

L'opera  si  comporrà  dì  dieci  volumi  :  ciascun  volume  di  undici  fascicoli  circa. 

Rocco  DA  Cesinale  (P.).  Storia  delle  missioni  dei  Cappuccini.  Tomo  III 
(ultimo);  in-8.  Roma. 

Il  I  voi.  fu  pubblicato  a  Parigi  nel  1867  ed  il  II  in  Roma  nel  1872. 

RoHRBACHER  (ab.).  Storia  universale  della  Chiesa  cattolica  dal  prin- 
cipio del  mondo  fino  ai  dì  nostri,  aggiuntavi  la  continuazione  fatta 
dal  Chantrel.  Quinta  edizione.  Voi.  II;  in-8.  Torino. 

Rossi  (G-.  B.),  Gagliaudo  Alauri,  le  sue  feste  e  la  vittoria  di  san  Gia- 
como: cenno;  in-8.  Alessandria. 

Rotondi  (P.).  S.  Ambrogio  nella  Storia  di  Milano:  narrazione;  in-8. 
Milano.     . 

Servanzi  Collio  (conte  Severino).  Sui  recenti  scavi  presso  Macerata. 
Relazione  all'Istituto  di  corrispondenza  archeologica  in  Roma  ;  in-8. 

-*  Camerino. 

Storia  armena  (in  lingua  armena);  in-16.  Venezia. 

Taramelli  (Torquato).  Scavi  di  Concordia:  lettere;  in-16.  Venezia. 

Tocco  (Efisio  Luigi).  Delle  naumachie  e  degli  spettacoli  naumachiani\ 
in-16.  Roma. 

TuBARCHi  (Filippo).  Cenni  storici  del  santuario  e  convento  di  Santa 
Maria  di  Concesa  sulVAdda  nella  procincia  di  Milano  ;  in-8.  Piacenza. 

TuRRio  (Q-uglielmo).  Trattatello  di  Storia  italiana  dall'origine  dei  Co- 
muni fino  alla  proclamazione  del  Regno  d'Italia^  in-8.  Brindisi. 

Venosta  (Felice).  Sanf  Ambrogio,  la  sua  basilica,  la  sepoltura  e  l'in- 
venzione del  suo  corpo:  cenni  storici  con  documenti  inediti;  in-32. 
Milano. 

Zalla  (prof.  Angelo).  Il  Medio  Evo  in  Italia;  in-8.  Milano,  1874. 

Zanetti  (Vincenzo).  La  basilica  dei  SS.  Maria  e  Donato  di  Murano, 
illustrata  nella  storia  e  nell'arte.  Fase.  Ili;  in-8.  Venezia. 


•LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA, 

(1533) 


"  Il  tempo,  patre  de  la  verità,  finalmente  ne  farrà  chiaro  te- 
stimonio. „  Con  queste  parole  Francesco  II  Sforza  chiudeva  la 
lettera  20  agosto  1533  a  messer  Giorgio  Andreasio  suo  ambascia- 
tore presso  il  papa,  protestando  contro  l'accusa  del  re  di  Francia 
che  avesse  ingiustamente  fatto  uccidere,  per  mano  del  carnefice, 
Alberto  Maraviglia.  Lungi  dal  recare  la  luce  invocata  dallo  sfor- 
tunato principe  su  quell'avvenimento,  il  tempo  vi  addensò  at- 
torno più  folte  le  tenebre:  gli  autori  misero  i  piedi  gli  uni  nelle 
orme  degli  altri,  e  si  seguirono,  annusandosi  come  le  pecorelle  di 
Dante,  perchè  invece  di  cercare  la  verità  alla  pura  sorgente,  cia- 
scuno s'accontentò  di  ricevere  il  verbo  dagli  altri.  Così  il  Verri^ 
(Storia  di  Milano,  cap.  XXVI)  narra  il  fatto  del  Maraviglia,  av- 
venuto a  Milano,  colla  falsariga  degli  autori  francesi,  e  con  essi 
deduce  la  infamia  del  duca:  il  Kosmini  (voi.  Ili)  aggrava  il  dub- 
bio, sempre  cogli  stessi  argomenti,  pur  confessando  di  non  aver 
potuto  accertare  parecchie  circostanze;  e  così,  per  bocca  d'ita- 
liani, gli  stranieri  vengono  a  spiegarci  le  cose  nostre  a  modo  loro. 

Desiderio  vivissimo  di  verità  ci  spinse  ad  investigare  questo  fatto, 
che  ci  si  presenta  senza  certezza  di  causa:  coll'animo  scevro  d'ogni 
preconcetta  idea,  abbiamo  interrogato  nell'Archivio  di  Stato  le 
corrispondenze  diplomatiche  e  le  missive  dell'epoca  in  cui  successe 
l'avvenimento  :  e  per  far  meglio  conoscere  il  risultato  delle  nostre 
ricerche,  esporremo  brevemente  in  prima  i  racconti  del  Verri  e 
del  Rosmini;  poi  tesseremo  la  storia  quale  ci  venne  dato  di  rac- 
cogliere, confermandola  cogli  inediti  documenti. 

Arch.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  16 


250  LA  MORTE   DI   ALBERTO  MARAVIGLIA. 


L 


Il  ducato  di  Milano  era  tenuto  da  Francesco  II  Sforza  sotto 
l'alta  protezione  di  Carlo  V,  che,  allato  al  duca,  aveva  posto  An- 
tonio De  Leyva  principe  d'Ascoli.  Il  cancelliere  ducale  Francesco 
Taverna  aveva  proposto  al  re  cristianissimo  Francesco  I  di  man- 
dare un  ambasciatore  francese  a  Milano,  nell'  interesse  del  duca  e 
del  re  istesso.  Venne  scelto  a  tal  uopo  lo  scudiero  Alberto  Mara- 
viglia, il  quale  era  passato  in  Francia  al  seguito  del  grande  scu- 
diero Galeazzo  Sanseverino.  Narrano  i  nostri  storici,  che  il  Mara- 
viglia, venne  a  Milano  nel  1532  sotto  pretesto  di  affari  privati,  ma 
in  realtà  con  lettere  segrete  per  il  duca:  che  Carlo  V,  insospet- 
titosi del  vero  motivo  della  venuta  del  Maraviglia,  se  ne  lagnò  collo 
Sforza,  e  che  questi  promise  all'  imperatore  di  dargli  una  certa 
prova  di  sua  fede.  Pochi  giorni  dopo,  un  gentiluomo  di  casa  Ca- 
stiglioni,  del  quale  il  Rosmini  dichiara  di  ignorare  il  nome,  insultò 
il  Maraviglia  con  parole  dette  ad  un  costui  servo;  ed  un  altro 
servo  avendo  presa  le  difese  del  suo  padrone,  nacque  un  vivo 
diverbio.  La  notte  il  Castiglione  si  recò  con  alcuni  bravi  armati 
davanti  al  palazzo  del  Maraviglia,  ed  obbligò  i  costui  servi  a  riti- 
rarsi. Il  capitano  di  giustizia,  pregato  dal  Maraviglia  a  fargli  ra- 
gione, non  si  curò  di  tale  reclamo,  e  la  notte  di  poi  (copio  il 
Rosmini)  "  il  Castiglione  fatto  più  baldanzoso  (fu  universalmente 
creduto  che  ciò  gli  fosse  ordinato),  andò  nuovamente  ad  assaltare 
il  palazzo  Maravigli  „  :  ma  questa  volta  trovò  i  servi  armati  e 
pronti  a  riceverlo,  e  rimase  morto  egli  stesso  nella  mischia.  La 
mattina  seguente,  4  luglio,  il  capitano  di  giustizia  menava  in  pri- 
gione il  Maraviglia  coi  servi:  poneva  questi  ultimi  alla  tortura,  e 
con  sommario  processo  faceva  decapitare  il  primo  la  notte  del  7. 

Il  re  di  Francia,  appena  venne  informato  della  decapitazione 
del  suo  scudiero,  ne  fece  altissime  querele  presso  tutte  le  Corti 
d'Europa:  disse  essersi  ucciso  un  suo  ambasciatore  con  aperta  vio- 
lazione del  diritto  delle  genti,  e  per  punire  di  tal  misfatto  lo  Sforza 
prese  le  armi,  mentre  Carlo  V  si  mostrava  soddisfattissimo  della 
fedeltà  del  duca,  e  gli  dava  in  isposa  la  propria  nipote  Cristierna. 

Da  questo  racconto  è  messo  in  tristissima  luce  il  carattere  di 
Francesco  II,  che  appare  bruttato  di  doppia  infamia  :  la  prima,  di 


LA  MORTE   DI   ALBERTO   MARAVIGLIA.  251 

avere  ordinato  al  Castiglione  d'uccidere  il  Maraviglia;  la  seconda, 
d'averlo  fatto  assassinare,  col  pretesto  di  giustizia,  quando  non 
aveva  che  difesa  la  propria  vita  minacciata. 

A  quali  fonti  attinsero  le  lor  notizie  Verri  e  Rosmini?  Essi  stessi 
non  ne  fanno  mistero:  citano,  per  autenticare  il  racconto,  il  Me- 
zeray,  il  Martin  du  Bellay,  il  Gaillard,  il  Montaigne  e  il  Robertson, 
vale  a  dire  quattro  francesi  ed  un  inglese.  E  si  noti  che  questi 
scrittori  appartengono  per  la  maggior  parte  a  quell'epoca,  in  cui 
la  politica  italiana  si  diceva  riassunta  nei  due  nomi  di  Machia- 
velli e  di  Caterina  de'  Medici,  ed  era  moda  ripetere  che  questi 
nomi  significavano  doppiezza  e  crudeltà. 

Noi  abbiamo  letto  quegli  antichi  autori  ^  citati,  e  ci  siamo  ac- 
corti che  i  nostri  milanesi  approfittarono  sopratutto  dei  Mémoi- 
res  de  m.  Martin  du  Beìlay,  che  assai  diffusamente  ragiona  del 
Maraviglia,  consacrandovi  otto  fitte  pagine  in  quarto:  trovammo 
inoltre  che  il  Du  Bellay  alla  sua  volta  riferisce  che  quel  racconto 
era  stato  recato  in  Francia  da  un  nipote  del  Maraviglia,  che  si 
era  presentato  al  re  Francesco  lamentandosi  "  de  l'outrage  et  iniu- 
stice  qu'il  alleguoit  estro  apparente.  „  ^  Non  è  inutile  finalmente 
ricordare  che  il  Burigozzo  non  discorre,  neppure  per  incidenza,  del 
caso  del  Maraviglia,  lasciando  supporre  d'averlo  ritenuto  in  tutto 
consentaneo"  alla  ragione  delle  cose;  e  il  Grumello  del  pari  non 
ne  fa  parola. 

Messe  in  sodo  queste  circostanze  preliminari,  veniamo  al  racconto 
del  fatto,  correggendo  le  varie  versioni  secondo  i  documenti  del 
nostro  Archivio  di  Stato. 

Giovanni  Alberto  Maraviglia,  appartenente  all'antica  famiglia 
milanese  che,  al  pari  dei  Visconti,  dei  Piatti,  dei  Moroni,  dei  Me- 
dici, dei  Bossi  e  d'altre,  lasciò  il  proprio  nome  alla  via  dove  abi- 
tava, era  infatti  passato  in  Francia  al  servizio  di  quei  re ^:  e  nel  1531 


*  In  quegli  autori  abbiamo  notato  parecchie  inesattezze,  che  svelano  quanto  fossero 
poco  sicuri  di  ciò  che  narravano.  Così  il  Robertson  fa  morire  il  Maraviglia  al  7  dicem- 
bre invece  del  7  luglio!  Eppure  il  Robertson  è  fra  quelli  che  più  francamente  asseri- 
scono che  «  il  Duca  e  i  suoi  famigliari  procurarono  a  bella  posta  d' impegnare  il  Ma- 
raviglia in  una  contesa  con  un  domestico  del  Duca.  » 

2  Les  Mémoires  de  m.  Martin  chi  Bellay  Seigneur  de  Langey.  —  Paris  chez  Thomas 
Brumen  au  clos  Bruneau  MDLXXXII,  pag.  196  e  seg. 

2  Parecchi  documenti,  esistenti  all'Archivio  di  Stato  di  Milano,  provano  che  il  Ma- 
raviglia riceveva  un  assegno  dal  duca  di  Milano,  probabilmente  per  sostenerne  le  parti 


252  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

venne  per  suoi  affari  particolari  a  Milano,  ove  il  duca  lo  accolse 
con  molta  cortesia.  Di  lì  a  poco  se  n'  andò  in  Francia  ;  ma  sullo 
scorcio  del  1532  tornò  una  seconda  volta  nella  natia  città.  Scrive 
il  Du  Bellay,  e  sulla  sua  fede  riferiscono  Verri  e  Rosmini,  che  il 
Maraviglia  avea  seco  due  lettere:  l'una,  da  mostrarsi  a  tutti,  era 
una  commendatizia  di  Francesco  I  allo  Sforza,  che  raccomandava  lo 
scudiero  venuto  a  Milano  pe'  suoi  affari,  l'altra  una  lettera  segreta 
che  indicava  lo  stesso  Maraviglia  quale  ambasciatore  del  cristianis- 
simo. La  prima  non  esiste  più  nell'Archivio;  ma  essendone  stata 
inviata  copia  a  tutte  le  Corti,  dopo  la  catastrofe,  per  giustifica- 
zione del  duca,  è  facile  comprendere  che  non  doveva  dare  carat- 
tere alcuno  d'ambasciatore  al  Maraviglia.  Troviamo  nel  carteggio 
diplomatico  da  Venezia  che  il  Capella,  oratore  ducale  colà  resi- 
dente, scrive  al  suo  signore  :  avere  la  Signoria  "  ben  considerato 
la  copia  per  vostra  excellentia  mandata  de  la  lettera  del  re,  por- 
tata per  il  Maraviglia,  et  quelle  parole  dove  dice  —  per  alchuni 
suoi  affari  —  gli  pare  che  molto  bene  justifichi  v.*  ex.""  che  esso 
non  fusse  ambassatore.  „  (Lett.  9  agosto  1533.) 

Della  lettera  segreta  non  rimane  più  traccia.  Lo  Sforza  la  nega 
risolutamente  anche  in  contesto  col  re  :  questi  sostiene  d' averla 
scritta,  ma  non  ne  serbò  neppure  la  copia.  Quella  che  teneva  il 
Maraviglia  (ma  il  duca  non  l'avrà  certamente  saputo)  era  un'istru- 
zione, come  si  legge  in  parecchi  documenti  che  sono  più  avanti 
pubblicati,  scritta  dal  segretario  del  cristianissimo,  nella  quale  il 
Maraviglia  veniva  incaricato  di  praticare  molti  gentiluomini  mi- 
lanesi, e  di  guadagnarli  alla  Francia  pel  caso  in  cui  lo  Sforza  ve- 
nisse a  morte  senza  figli. 

Il  Maraviglia  giunse  a  Milano  mentre  il  duca  si  trovava  a  Bo- 
logna per  stringere  la  lega  coli' imperatore,  col  papa,  con  Ferdi- 


alla  Corte  di  Francia.  Fra  questi  ci  piace  riportare  una  pergamena,  firmata  da  Massi- 
miliano, ex-duca  di  Milano  e  fratello  di  Francesco  Sforza,  così  concepita: 

«  Io  Massimiliano  Sforza  vesconte  Confesso  che  della  assignatione  fatta  per  lo  111.»  S. 
Duca  de  Milano  mio  fratello  al  M.^  Mss.  alberto  maraveglia  quale  è  scosa  per  Antonio 
Carpano  io  ne  resto  satisfatto  de  libre  disnove  mille  ducente  sive  lib.  19200.  Et  in  questo 
non  se  gli  comprende  la  cedula  de  milli  A  *  d'oro  dal  sol  facta  a  lucha  Carpano.  Et  in 
fede  de  la  presente  ho  fatto  scrivere  la  presente  et  sotto  scritta  de  mia  propria  mano 
et  sigilatta  del  mio  solito  sigillo.  A  langres  ali  IIIJo  febro  MDXXX.  » 

«  Maximiliano  Sfokza.  » 

Luogo  del  sigillo. 

*  A  Segno  equivalente  a  ducato. 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  253 

nando  re  dei  Romani,  coi  duchi  di  Mantova,  di  Ferrara,  di  Savoja, 
e  coi  Sanesi,  Lucchesi  e  Genovesi.  Scopo  della  lega  era  precisa- 
mente di  difendere  Lombardia  e  Liguria  dalla  cupidigia  delle  po- 
tenze straniere.  Come  si  vede,  era  male  scelto  il  momento  di  com- 
plottare colla  Francia,  mentre  si  stabiliva  una  lega  in  tanta  parte 
contro  di  lei:  e  Francesco  II  non  poteva  essere  si  poco  destro  da 
farlo.  Ad  ogni  modo,  quando  il  Maraviglia  gli  scrisse  la  lettera 
(ora  smarrita)  12  dicembre  1532,  annunziando  la  sua  venuta,  il 
duca  gli  rispose  da  Bologna,  facendolo  semplicemente  libero  di  stare 
in  Milano  ed  in  altre  parti  dello  Stato  quanto  gli  piacesse.^ 

Uomo  violento  doveva  di  ©erto  essere  Alberto  Maraviglia,  poiché 
quando  il  duca  fu  accusato  d'aver  violato  con  quella  morte  il  jus 
gentium,  scrisse  messer  Giorgio  Andreasio,  ambasciatore  milanese 
a  Roma,  che  "  lo  prefato  Maraviglia  haveva  ben  lui  violato  Jus  gen- 
tium, perchè  in  quello  di  Tode,  terra  di  Sua  Santità,  in  camera 
sua  el  fece  amazar  uno  gentilhomo  cremonese  oratore  de  v.  ex.* 
apresso  al  quondam  marchese  di  Saluzzo,  nauti  eh'  el  andasse  nel 
regno  di  Napoli.  „  (Lett.  27  luglio  1533.)  Non  è  senza  importanza 
questa  notizia  finora  ignota,  perchè,  secondo  gli  autori,  il  Ma- 
raviglia avrebbe  sempre  evangelicamente  tollerate  le  ingiurie  del 
Castiglione. 

Abbiamo  trovato  nell'Archivio  parecchie  lettere  indirizzate  al 
Maraviglia  da  Francia,  ma  tutte  quante  parlano  d'affari  privati 
e  di  nessuna  importanza  storica.  Tali  lettere  furono  intercette 
vivo  il  Maraviglia  o,  lui  morto,  confiscate?  lo  ignoriamo.  Nella 


*  Questa  lettera,  che  viene  citata  più  avanti  in  una  lettera  dello  Sforza,  manca  pure 
all'Archivio.  La  trovò  Giuseppe  Molini  a  Parigi,  e  la  pubblicò  ne'  suoi  Documenti  di 
Storia  Italiana  esistenti  in  Parigi  (Firenze  1837),  accompagnandola  con  una  nota  molto 
severa  per  il  duca.   Ecco  la  lettera: 

«  Dux  Mediolani  etc.  Specialis  dilectissime  noster.  Havendo  inteso  quanto  per  le  vo- 
stre de'  XIJ  del  presente  ci  scrivete  della  gionta  vostra  costì  et  ordine  teneti  dal 
Crist.o  il  che  ne  è  stato  di  somma  satisfattione,  essendo  noi  quello  humile  servitore  de 
S.  M.  che  siamo  et  intendiamo  di  essere,  havendo  caro  che  ne  tengate  in  sua  bona 
gratia. 

«  Quanto  al  stare  vostro  in  quella  nostra  città  et  stato  vi  diremo  piacerne  che  ci 
state  quanto  vi  piacerà,  havendovi  sempre  di  vedere  vuluntieri  per  molti  respetti  et  il 
primo  per  essere  servitore  de  la  V.»  Maestà  et  dove  vi  potremo  fare  cosa  grata  lo 
faremo  sempre  di  bona  volontà.  Dio  vi  conservi.  Da  Bologna  alli  XVIJ  di  dicembre 
MDXXXIJ.  * 

.  «  Fkancesco. 

«  Galeatius  Capella.  » 


254  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

lettera  firmata  Alexandre  Zancha  e  scritta  da  Parigi  il  2  7  giugno 
1533,  dopo  essersi  dato  notizia  al  Maraviglia  d'una  sua  causa  giu- 
diziaria e  copia  d'un  arresto  pel  quale  gli  venivano  aggiudicati 
""  duemilia  franchi  „ ,  io  si  avvisa  esser  atteso  in  Francia  per  altri 
affari.  In  fatti  tutto  ci  annunzia  che  lo  scudiero  del  re  cristianis- 
simo è  sulle  mosse  per  partire:  e  lo  rileviamo  da  due  lettere  del 
conte  Massimiliano  Stampa,  castellano  di  Milano,  e  da  una  di  Ip- 
polito Gonzaga.  Lo  Stampa  risponde  al  Maraviglia  circa  alla  do- 
manda che  questi  gli  doveva  aver  fatta  di  laneri  o  lavoratori  di 
lana,  industria  da  secoli  famosa  in  Milano.  Non  dobbiamo  dimen- 
ticare che  ritaha  era  in  quell'epoca  k  dispensatrice  di  civiltà  al 
mondo;  come  noi  oggi  domandiamo  la  moda  letteraria  alla  Fran- 
cia, l'industria  all'Inghilterra  o  al  Belgio,  alla  Germania  i  filosofi, 
e  da  poco  tempo  in  qua  anche  i  politici  e  i  maestri  di  musica, 
allora  all'Italia  si  chiedevano  umilmente  Leonardo,  Alamanni,  Cel- 
lini,  Vesallio,  e  tanti  altri,  che  spargessero  la  luce  dell'arte,  della 
poesia,  della  scienza.  Il  Maraviglia  doveva  quindi  aver  avuto  com- 
missione da  Francesco  I  di  condur  seco  nel  ritorno  alcuni  laneri, 
che  introducessero  in  Francia  l'industria  che  aveva  arricchito  il 
Milanese. 

Meritano  d'essere  pubblicate  le  lettere  dello  Stampa,  perchè  mo- 
strano in  quale  considerazione  fosse  tenuto  lo  scudiero  del  Cristia- 
nissimo dai  nobili  lombardi  che  aveva  incarico  di  corrompere. 

"  Senor  mio  osservantissimo.  Ho  mandato,  si  comò  ho  dito  a 
V.  Sig.'"'*,  in  più  loci  per  haver  laneri,  scriverò  al  s.  Imbassator  di 
Mantua  et  infino  a  s.  Ex.*  per  haverne  et  in  ogni  altro  locho  scri- 
verò per  servizio  a  V.  S.,  in  bona  gratia  de  la  qual  me  raccomando. 
Da  Cusago,  27  giugno  1533. 

de  V.  S.  Como  fratello  minor 

Maximiliano  Stampa.  „ 

"  Senor  Maravelia  mio  osservantissimo,  la  qui  alligata  al  senor 
Inbassator  per  laneri  non  mi  ha  parso  scrivere  a  sua  Ex.",  pa- 
rendomi bastar  el  scritto  al  senor  Imbassator,  no  parendo  a  V.  S. 
scriverò  a  sua  Ex.*  mandaro  di  novo  per  diversi  altri  loci  et  V.  S. 
si  assicura  se  dovesse  spendere  mile  scuti  et  più,  faro  sopra  el  pos- 
sibile per  servirla  ;  li  miei  cani,  cavali  et  il  resto  del  mio  offerisco 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  255 

a  V.  piacere  et  servitio.  In  bona  gratia  de  V.  S.  me  raccomando 
da  Cusago,  28  zugno  1533. 

de  V.  S.  Como  minor  fratello 

Maximiliano  Stampa.  „ 


La  lettera  del  Gonzaga  serviva  d'involto  ad  altre  carte  dell'Ar- 
chivio, e  più  chiaramente  indica  come  il  Maraviglia  stesse  per  par- 
tire. Eccola: 

"  Signor  Capitano  Maravelia  mio  come  fratello  honorando  :  Rin- 
grazio la  S.  V.  di  la  sua  amorevole  lettera  che  mi  scrive  et  in 
questo  io  ho  conosciuto  il  buon  animo  suo  verso  di  me  comò  e  fu 
e  sarà  sempre  il  mio  verso  la  V.  S.  in  fargli  servitio  :  dove  de  pre- 
sente non  accade  che  quella  piglia  alchuna  fatica  per  me,  perchè 
in  breve  spero  anchor  io  de  esser  in  Franza  et  si  goderemo  inscieme 
facendo  buona  chiera,  come  è  nostro  solio  et  di  cuore  me  gli  rac- 
comando: di  Bozulo  alli  3  di  luio  1533  et  mi  remetto  al  servitio 
di  V.  S. 

«  di  V.  S.  Como  fratèllo 

Hyppolito  de  Gonzaga.*  „ 

Lo  sventurato  scudiero  non  lesse  mai  questa  lettera  che  gli  era 
-diretta  con  festevole  stile,  poiché  il  4  era  fatto  prigione,  e  quando 
la  lettera  giunse  a  Milano,  egli  aveva  forse  perduta  la  testa  sul 
patibolo. 

Se  il  Maraviglia  aveva  già  disposto  ogni  cosa  per  tornarsene  in 
Francia,  il  duca  di  Milano  doveva  essere  abbastanza  contento  di 
non  vederselo  più  tra  piedi,  pe'  suoi  rapporti  colla  cesarea  maestà, 
e  non  doveva  aver  bisogno  di  ricorrere  ad  un'infamia  per  liberar- 
sene. Ma  v'  ha  di  più  :  i  documenti  del  nostro  Archivio  svelano 
un'  ignota  molla  della  catastrofe  :  una  donna.  —  Il  capitano  di 
giustizia^  gli  ambasciatori,  e  parecchie  relazioni  private  che  con- 


'  Non  devono  stupirci  le  attestazioni  d'affetto  di  queste  lettere.  Il  come  fratello  era 
merce  comunissima  in  quel  secolo  :  ed  appunto  in  questi  giorni,  nella  dispensa  CXXXII 
della  Scélta  di  curiosità  letterarie  ristampate  dal  Romagnoli,  troviamo  che  a  Pietro 
Aretino  scrivevano  come  fratello  Francesco  Maria  duca  d'Urbino,  il  Malatesta,  il  Vi- 
telli, ed  altri:  e  firmavano  come  sorella  all'Aretino  stesso  la  Maria  de'  Medici,  nata 
Salviati,  la  Giulia  Pico  della  Mirandola,  la  Ludovica  Sanseverino  da  Landriano. 


256  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA; 

fermarono  quella  del  suddetto  capitano  (come  vedremo  più  innanzi), 
son  concordi  nel  riferire  che  tutto  avvenne  "  per  concorrentia  che 
havevano  in  amor  con  una  Gentildonna.  „  Il  nome  di  questa  non 
ci  fu  dato  saperlo:  conosciamo  invece  quello,  ignorato  dagli  altri, 
del  Castiglione,  che  è  Giovanni  Battista.  Questo  gentiluomo  era 
partigiano  di  Francia:  par  egli  quindi  possibile  che  il  duca  l'avesse 
scelto  per  un  tranello,  diretto  in  ultimo  contro  il  re  di  Francia, 
e  che  il  Castiglione  avesse  accettato  l'incarico? 

Il  Du  Bellay  scrive  che  un  gentiluomo  dei  Castiglioni  domandò 
a  un  idiota,  servo  del  Maraviglia,  chi  era  il  suo  padrone;  ed 
avendo  quegli  risposto  che  era  del  Maraviglia  di  Francia,  l'altro 
rimbeccò  "  Merueilles  de  la  fourche.  „  Di  qui  nacque  la  contesa. 
Nella  lettera  da  Roma  27  luglio  1533,  l'Andreasio  espone  presso 
a  poco  l'identico  racconto,  mettendo  in  bocca  al  Castiglione  le 
parole  caratteristiche  :  Gihett  per  vos  et  per  el  Maraviglia,  ed  avendo 
un  altro  servo  preso  le  difese  del  padrone,  il  Castiglione  negò  di 
aver  dette  quelle  parole. 

Dopo  questa  rissa,  gli  storici  parlano  di  due  altre:  nella  prima 
i  servi  del  Maraviglia  ebbero  la  peggio  :  nella  seconda,  avvenuta, 
come  la  prima,  sulla  soglia  della  casa  dello  scudiero,  rimase  uc- 
ciso il  Castiglione.  Ma  aggiungono  che  mai  il  capitano  di  giustizia 
tentò  frenare  la  insolenza  di  quest'ultimo,  istigatore  del  Maraviglia. 

Invece  il  capitano  di  giustizia,  ch'era  messer  Speciano,  nella  sua 
relazione  che  fu  inviata  in  Francia  all'ambasciatore  ducale  Gio- 
vanni Stefano  Robio  ed  a  tutte  le  Corti  amiche,  narra  che  egli 
s'interpose  per  far  pace:  che  ottenne  con  gran  fatica  la  fede  dei 
due:  che  il  Maraviglia  radunò  20  uomini  oltre  a'  suoi  servi,  non 
nella  contrada  e  nella  casa  sua,  ma  nella  contrada  di  Brera  e  in 
casa  di  un  tal  Marco  da  Besozzo,  e  quando  passò  il  Castiglione, 
accompagnato  da  soli  sei  uomini,  lo  fece  assassinare  :  che  ad  ag- 
gravare il  fatto  concorsero  le  due  circostanze  del  trovarsi  allora 
il  duca  in  città' e  della  grande  considerazione  in  cui  era  tenuta  la 
famiglia  Castiglione:  e  che  dovette  usare  speditamente  e  far  deca- 
pitare il  Maraviglia  per  evitare  una  sedizione  del  popolo  indignato  : 
infine,  avere  il  Maraviglia  fatto  testamento,  e  lasciate  maggiori 
somme  a  quei  servi  ch'erano  stati  più  feroci  nell'uccidere  il  Casti- 
glione. E  queste  cose  assicura  note  a  tutti  in  Milano,  ed  invoca  la 
testimonianza  dei  cittadini.  Questa  testimonianza  per  noi  è  fatta  in 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  25T 

certo  modo  dalle  parole  di  messer  Giorgio  Gallerato,  ambasciatore 
del  duca  presso  Carlo  V,  che  ai  28  luglio  scriveva  da  Almonia  al 
suo  signore,  che  "  la  justitia  fatta  del  Maraviglia  è  stata  scritta 
da  molti  mercanti  nel  proprio  modo  che  el  Spedano  la  scrisse  :  et 
è  generalmente  comendata.  „ 

A  mostrare  sempre  più  che  non  vi  fu  provocazione  da  parte  del 
Castiglione  la  sera  in  cui  questi  rimase  morto,  giova  ancor  me^ 
glio,  perchè  più  minuta,  un'  altra  relazione  scritta  dallo  stesso  Spe- 
ciano  ai  17  d'agosto,  che  vedremo  in  seguito.  Il  Rosmini  esprime 
quella  provocazione  colle  parole  :  '^  Il  Castiglione  fatto  più  baldan- 
zoso (fu  universalmente  creduto  che  ciò  gli  fosse  ordinato)  andò 
nuovamente  di  notte  ad  assaltar  il  palazzo  Meravigli;  ma  questa 
volta...  rimase  egli  ucciso.  „  Invece,  proclamandosi  notorio  in  Mi- 
lano che  il  Maraviglia  aveva  preparato  un'imboscata,  occupando 
due  vie,  per  non  lasciar  scampo  al  Castiglione,  e  che  "  l'assalto 
occorse  lontano  dalla  casa  del  Maraviglia  per  tre  contrade  „,  cade- 
in  un  tempo  e  la  provocazione  e  il  supposto  ordine  del  duca. 

Ecco  ora  la  relazione  8  luglio  nella  sua  integrità: 

Lettera  del  s.''*'  Spedano  Gap."  de  Justitia 
al  MJ"  Eolio  in  Franca. 

"  Lo  111.™°  S.  Duca  mi  ha  comisso  che  avisi  V.  S.  della  causa 
della  giustitia  fatta  nel  Maraviglia,  et  la  causa  della  celerità  onde 
per  satisfar  a  quello  me  comisso  V.  S.  sera  avisata  come  tra  '1 
p.°  Maraviglia  et  uno  m.'"  Gio.  Batta  da  Castione  figliuolo  de 
m.""  Alessandro  ch'era  unico  al  Patre,  qual  è  il  più  richo  di  quella 
casa;  un  altro  figliuolo  haveva  che  si  domandava  m.'"  Gio.  Aluy.*" 
et  morse  capit.°  del  Re  X."""  et  in  servitio  de  sua  M.**  al  tempo 
che  vene  Mons.  di  Lautrech,  credo  nel  1527,  e  questo  similmente  è 
stato  sempre  alli  servitij  della  p.**  M.**  Questo  dico  acciò  V.  S.  me- 
glio cognosca  detto  m.''  Gio.  Batta,  perchè  in  quella  casa  gli  ne 
sono  molti  de  par  nome.  Tra  costui  adunque  e  il  Maraviglia  era 
inimicitia  antiqua,  ma  ranuovate  de  presente  per  alchune  parolle 
dette  per  il  Castiono,  et  per  esser  rivale  al  Maraviglia  in  lo  amor 
d'una  Gentildona,  qual  godeva  prima  esso  Castiono,  et  bora  si 
godeva  per  il  Maraviglia:  fra  li  servitori  del  Maraviglia  quali  fa- 
cevano la  voluntate  del  patrone  e  il  Castione  intervennero  al- 


258  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

chuni  insulti  et  rixe  per  dette  cause,  pur  senza  effetto.  Io  me  in- 
terposi ad  voler  assettar  questa  differentia,  ma  la  difficultate  era 
chel  Castione  voleva  far  pace  col  Maraviglia  come  principal  della 
inimicitia  et  il  Maraviglia  se  ne  sdegnava,  ma  voleva  che  la  facesse 
con  suoi  servitori:  e  perchè  m'era  necessario  presi  expediente  di 
ha  ver  la  fede  de  l'uno  et  l'altro  de  non  offendersi,  et  così  hauta 
la  fede  dal  Castiono  la  dedi  al  Maraviglia  che  l'accettò,  et  fu  in- 
contrato alle  volte  dal  Castiono  con  molto  maggior  numero  de 
gente  che  quello  non  haveva  et  sempre  il  Castiono  gli  dette  il 
luocho  quettamente. 

"Accadete  che,  stando  la  cosa  cosi,  vernadi  passato  de  sera  se 
fece  dal  canto  del  Maraviglia  una  unione  de  circha  XX  homini 
oltre  li  suoi  servitori,  et  essendo  ogni  sera  solito  passar  il  Castione 
per  la  centrata  di  Brera,  si  posero  costoro  in  insidie  in  più  parte, 
della  quale  uno  n'era  in  casa  de  Marcho  de  Besutio,  il  resto  alli 
cantoni.  Passato  il  Castiono  il  quale  aveva  secco  sey  homini  e  lui 
desarmato,  salto  il  p.°  uno  figliuolo  del  Besutio  predetto  dretto  esso 
Castiono,  et  un  altro  a  canto  qual  gli  dete  una  archebusata  nel 
venir  sotto  il  lato  mancho  et  uscite  dalla  spalla  destra,  et  li  altri 
corsero  con  grande  impeto  et  a  loro  satieta  lo  ferirno  anchora  poi 
ch'era  morto.  Questo  caso  parve  a  tutta  la  città  di  tanta  mala 
natura  che  ognuno  n'era  turbatissimo.  Questo  ultimo  non  lo  dicho 
solamente  prò  processo  nel  qual  si  contengono  tutte  le  predette 
cose,  ma  V.  S.  interroghi  a  sorte  quanti  gli  occorrerano  de  Mila- 
nesi 0  d'altri  che  si  siano  trovati  in  la  città  al  tempo  del  caso  et 
siano  senza  passione,  che  non  troverà  alcuno  discrepante.  Li  delin- 
quenti alchuni  tornorno  a  casa  del  Maraviglia  et  deposte  l'arme  san- 
guinate se  n'andorno  via  la  mattina  seguente.  Io  presi  il  Maraviglia 
et  lo  missi  in  prigione  et  gli  feci  il  processo  preditto.  Et  crescendo 
ognh  ora  più  il  mormoramento  de  tutta  la  città  universalissimo 
contro  di  lui,  essendo  la  indignita  della  cosa  a  tutti  abominevole, 
e  parendo  un  tradimento  manifesto  poi  accettare  la  fede  d'uno 
huomo  ed  amazzarlo  et  con  modo  tanto  malo,  cioè  con  unione  de 
25  huomini,  o  circha  posti  in  insidie  et  con  Archibusi  in  quella 
città  dove  era  lo  111.'"°  s.  duca  et  molte  volte  passava  per  quella 
contrada  moderna  et  solicitando  instantissimamente  tutti  li  Ca- 
stioni,  che  V.  S.  scia  quale  et  quanta  la  lor  casa  sia,  desperatis- 
simi,  parevami  che  mai  m'accadesse  caso  qual  da  ogni  canto  ha- 


m 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  259 

vesse  tutte  le  circostantie  per  le  quali  io  dovessi  usare  de  la 
auctorita  de  lo  ufficio  et  qual  è  quello  che  solo  dà,  Terrore  a' 
tristi  :  et  rejetti  quelli  termini  ordinarij  et  attaccandomi  alla  verità 
et  essentia  del  fatto,  parvemi  non  differir  la  Giusticia  et  così  hoggi 
l'ho  fatta  far,  che  certo  se  non  si  facesse  così,  ma  si  servasseno 
quelli  ordini  e  termini  dilatorij  statuarij  in  casi  sì  atroci  et  in 
tanto  numero  de  tristi  non  seria  il  statto  de  S.  Ex.'*  cosi  pacifico, 
et  io  in  tutti  li  casi  di  simile  attrocita  havendo  li  rei  in  mano  de 
puoco  tempo  poi  il  delitto,  ho  sempre  così  servato  per  smarir  li 
altri  per  la  exemplarità.  Non  tacerò  che  per  lassar  ben  testato  il 
Maraviglia  il  suo  animo  contro  del  Castiono^  essendo  menato  alla 
Giusticia  ha  procurato  di  lassar  ben  remunerato  ciascuno  de  questi 
che  r  hanno  amazato  nominandoli  particolarmente  et  dandone 
maggior  numero  a  quelli  gli  pare  habbono  fatto  peggio. 
"  Datum  Mediolani.  VIIJ  julij  1533.  „ 

Il  giorno  dopo,  9  luglio,  il  duca  così  scriveva  al  suo  ambascia- 
tore Robio:  "  Credemo  sera  venuto  netta  in  quella  Corte  de  la 
justitia  fatta  in  la  persona  del  Maraviglia:  et  a  fin  che  sappiate 
come  sia  passata  tale  cosa  et  secondo  il  bisogno  possiate  darne 
conto,  habbiamo  ordinato  al  Capit.*"  nostro  de  Justitia  che  ve  ne 
scriva  il  tutto,  secondo  vedarete  per  l'alligata  sua  che  vi  mandiamo  : 
de  quale  ve  servirete  occorrendo.  E  tutto  per  vostra  intelligentia 
et  aviso.  Advertendovi,  che  oltra  il  delitto  del  homicidio  non  è 
stato  ne  esso  Maraviglia  ne  alchuno  de'  suoi  de  altra  cosa  publica 
0  privata  interrogato:  et  anchora  che  li  altri  servitori  suoi  quali 
erano  in  casa,  fussero  pregionati,  si  è  advertito  ad  non  lassare 
captivare  uno  suo  segretario  francese,  accio  se  sapesse  che  non  se 
immischiava  a  questo  homicidio  altra  cosa.  Dio  vi  conservi,  etc.  „ 

Per  quanto  sembri  decorazione  storica  poco  concludente,  non 
vogliamo  tacere,  perchè  spiega  meglio  il  carattere  dell'epocaj  che 


*  L'originale  dello  Speciano,  qua  e  là  segnato  di  cancellature,  giunto  a  questo  punto, 
prosegue  così:  «ha  lassato  nella  sua  ultima  dispositione  A  200  per  cadauno  dì  quelli 
soi  servitori  che  l'amazarono.  »  Queste  parole  furono  poi  cancellate  e  sostituite  dalle 
riferite,  colle  quali  si  aggiunse  una  tinta  più  fosca  al  carattere  del  Meraviglia,  mostrando 
come  l'odio  suo  fosse  sì  potente  fino  negli  ultimi  istanti,  da  premiare  maggiormente 
quelli  che  all'odio  stesso  meglio  avevan  servito. 


260  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

al  Maraviglia  non  fu  tolto,  nell'arresto,  un  soldo.  Lo  sappiamo 
per  un  incidente  curioso.  Nel  novembre  successivo  il  duca  scrisse 
al  presidente  Filippo  Giacomo  Sacco,  che  un  gentiluomo  Landriano 
si  lagnava  per  essergli  stato  giustiziato  il  figliuolo,  e  prosegue  die 
al  dispiacere  "  anchor  se  li  gionge  che  li  fanti  del  Cap.°  di  Justitia 
gli  devono  havere  tolto  certa  somma  di  danaro,  che  esso  haveva 
indosso  quando  fu  preso  „.  A  questi  lamenti  del  disinteressato 
genitore  il  capitano  Spedano  rispose  che  "  secondo  il  stilo  segui- 
tato fino  ad  bora,  le  armi,  li  vestimenti  et  li  danari  de  li  rei  che 
si  pigliano,  delli  quali  si  piglia  l'ultimo  supplicio,  sono  di  quelli 
che  li  pigliano  „ .  Aggiungeva  però  ch'egli  vigilava  perchè  si  rispet- 
tassero le  cose  dei  prigionieri  :  ^  Et  comò  anche  feci  del  Maravi- 
glia al  quale  non  volsi  si  pigliasse  uno  quattrino  quantunque  avesse 
addosso  per  D.  200.  Et  tutto  fu  perchè  fui  advisato  subito,  perchè 
comò  sono  partiti  fra  quelli  gaglioffi,  la  tromba  del  judicio  non  li 
uniria  „. 

Avendo  poi  nell'opera  del  signor  Carlo  Morbio  Francia  e  Italia^ 
letta  la  relazione  del  manoscritto  che  porta  per  titolo:  Registro 
dei  giustiziati,  assistiti  dalla  nobilissima  Scuola  di  S.  Gio.  Decol- 
lato detto  alle  Case  Rotte,  dal  Anno  MCDLXXI  al  III  aprile 
MDCCLXVl  col  Indice  de'  più  rimarchevoli  accadimenti,  abbiamo 
chiesto  al  signor  Morbio  licenza  d' esaminarlo.  In  fatti,  sotto  la 
data  7  luglio  1533  trovammo  le  seguenti  parole:  "  Giustizia  fatta 
in  prigione,  fu  decapitato  Alberto  Maraviglia,  detto  il  Scudiero 
Maraviglia,  decapitato  a  ore  quattro  di  notte,  e  portato  in  Bro- 
vetto,  fu  sepolto  alle  Grazie.  Era  Gentiluomo  di  Francia  „ . 

Intanto  il  duca  partecipava  al  Leyva  l'accaduto  con  una  lettera, 
i  cui  termini  sembrano  viepiù  escludere  la  possibilità  di  un  intrigo 
suscitato  da  Francesco  II  a  danni  dello  scudiero  del  re  cristia- 
nissimo. 

"  Molto  111.  et  Ex.  Senor  come  fratello  honorando.  Non  havendo 
altra  cosa  degna  de  aviso  doppo.le  ultime  nostre  a  V.  S.  che  la 
receputa  de  le  sue  di  iiij  non  saremo  molto  longhi,  salvo  de  advi- 
sarla  che  essendo  soccessa  la  morte  d'un  gentil' homo  di  casa  Ca- 
stigliona  in  questa  nostra  città,  assassinato  Sabato  proximo  pas- 
sato da  circa  trenta  homini  armati  con  rotelle,  spato  di  duamani 
et  archibusi  nel  finir  del  giorno.  Et  questa  tale  scelerità  comessa 
di  ordine  del  Scudier  Maraviglia  non  habbiamo  possuto  manchare 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  261 

per  il  debito  et  honor  nostro  che  la  giusticia  non  Labbia  havuto 
il  loco  suo.  Cosa  veramente  che  m'è  incresciuta  per  molti  capi. 
Nondimeno  lo  excesso  è  stato  tanto  enorme  che  non  si  potea  las- 
sare impunito  se  non  con  grandissimo  vituperio  et  danno  nostro 
et  de  tutto  il  Stato  nostro.  Et  con  questo  facendo  fine,  a  V.  S.  de 
cor  s'ofi'eremo  et  raccomandamo.  Da  Milano  alli  vij  di  luglio 
MDXXXIIJ. 

Francesco.  „ 

{A  tergo).  "  Al  Molto  111.  et  Ex.  Senor  come  fratello  honorando 
Il  P.  di  Ascoli,  Capitaneo  de  la  Ces.  Maestà  et  generale  della  Lega.  „ 

Questa  non  è  lettera  d'un  complice  ad  un  altro,  ma  giustifica- 
zione d'un  atto  arbitrario  che  si  teme  possa  procacciare  rimpro- 
veri. Continuando  le  investigazioni,  sempre  nella  speranza  di  tro- 
vare un  documento  che  permettesse  di  pronunziare  un  sicuro  giu- 
dizio, vedemmo  la  minuta  d'una  lettera  indirizzata  due  giorni  dopo 
l'avvenimento  a  Carlo  V,  con  speciale  raccomandazione  che  doveva 
riserbarla  alle  proprie  mani  del  monarca.  Se  esisteva  un  intrigo 
da  lunga  mano  preparato,  ivi  se  ne  doveva  trovare  il  filo.  Al  con- 
trario, il  fatto  vien  narrato  con  brevi  parole  e  come  cosa  nuova; 
ma  vi  si  parla  di  scritti  in  modo  da  far  credere  che  questi  al- 
tre volte  abbiano  formato  soggetto  di  discussione.  Ne  giudichi  il 
lettore  : 

Milano,  9  Julii  1533. 

Caesari  m.  ppa.  P. 

"  Dopo  humilissimamente  basciate  le  mani  di  V.  Ces.  Maestà, 
essendo  occorso  fra  il  Maraviglia  Gentilhomo  Milanese  servitore 
del  Re  X."'''  et  un  altro  nobile  da  Castione  certa  rixa  per  causa 
di  dona,  il  prefato  Maraviglia  con  unione  di  più  di  venticinque 
homini  et  con  archibusi  di  giorno  fece  amazar  dicto  Castione  in 
questa  Città  et  io  li  era.  Pel  che  essendo  preso  da  justitia,  è  statto 
punito  ne  la  vita,  et  dopo  morto,  fatto  diligentia  per  ritrovar  le 
sue  scritture,  si  sono  ritrovate  le  annexe  quali  mando  a  V.  M.  Non 
si  è  potuto  bavere  l'originale  instructione  :  questa  è  la  copia  scritta 
di  propria  mano  del  segretario  francese  a  luy  deputato  et  l'origi- 
nale con  copia  delle  lettere  scritte  da  esso  Maraviglia  sono  state 
disperse  da  esso  segretario  intesa  la  captura  del  patrone.  A  V. 


262  LA  MORTE  di' ALBERTO  MARAVIGLIA. 

Maestà  humilissimamente  basciandole  le  mani,  me  li  raccomando 
pregando  N.  S.  Iddio  feliciti  et  contenti  V.  Maestà  come  desidera.  „ 

Di  quella  istruzione  il  duca  non  aveva  fatto  parola  con  alcuno 
degli  ambasciatori  ;  ma  avendola  Carlo  V  mandata  all'oratore  suo 
in  Koma  perchè  la  mostrasse  al  papa,  lo  Sforza  dovette  scriverne 
all'Andrasio,  e  perchè  ben  comprendeva  che  non  sarebbesi  man- 
cato d'attribuire  la  decapitazione  del  Maraviglia  a  causa  politica, 
ne  scrive  colla  maggior  segretezza.  La  minuta  piena  di  cancella- 
ture porta  in  testa  di  mano  del  duca  le  parole,  In  cifra.  Da  questa 
lettera,  che  pubblichiamo  integralmente  per  la  sua  importanza,  ci 
pare  confermata  l'opinione  che  avevamo  formato  leggendo  la  let- 
tera a  Cesare,  cioè  che  Francesco  II  abbia  approfittato  del  delitto 
del  Maraviglia,  in  cui  non  aveva  colpa,  per  sollecitamente  condan- 
narlo ed  impadronirsi  delle  sue  carte. 

Milano,  p.o  settembre  1533. 

'^  Andrasio  oratore  nostro.  In  cifra. 

"  Dopo  la  decapitatione  del  Maraviglia  fu  trovato  una  instru- 
ctione  scrittali  di  propria  mano  del  secretario  Bertono  presso  il 
X."'^  ma  non  sottoscritta  da  Sua  Maestà,  di  continentia  ch'esso 
Maraviglia  dovesse  praticar  gentilhomini  milanesi  per  redurli  a  sua 
devotione  per  poter  di  loro  disponere  in  caso  che  noi  venessimo  a 
morte  :  et  per  esser  cosa  de  la  importantia  che  voi  intendete  non 
volendo  noi  per  modo  alcuno  mai  mancar  del  debito  nostro  per 
la  M.*  Ces.*  mandassimo  secretamente  detta  instructione  a  S.  M. 
per  mano  del  Secretario  Conos  senza  saputa  del  nostro  Ambassa- 
tor  residente  presso  detta  Maestà,  et  pregassimo  detto  Conos  con 
nostre  lettere  ad  supplicar  S.  M.  ad  non  lassar  propalar  detta 
instructione  in  alchuno  loco  poiché  era  più  che  sufficiente  et  justa 
la  causa  de  la  decapitazione  del  Maraviglia  per  lo  excesso  fatto 
cometter  senza  far  mentione  di  detta  instructione.  Hora  tenemo 
aviso  dal  detto  nostro  Ambassator  che,  avendo  essa  Maestà  rece- 
vuto  lettera  da  l'oratore  suo  residente  presso  il  X.*""  sopra  la  do- 
glianza de  la  predetta  decapitazione,  essa  Maestà  Ces.*  gli  ha  fatto 
responder  gagliardemente  in  conformità  de  la  justificatione  de  la 
qual  già  più  volte  ve  ne  habbiamo  scritto  et  che  la  sapeva  bene 
che  dicto  Maraviglia  teneva  instructione  corno  è  sopra  ditto  tutta 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  263'- 

a  deservitio  de  S.  M.  Ces.*  Ma  di  più  ne  scrive  esso  Gallerato  che 
Mons.  Granuelle  gli  ha  ditto  che  sua  M.  Ces.*  ha  mandato  essa 
instructione  all'oratore  suo  in  Koma  scrivendoli  che  la  voglia  tener 
presso  di  sé  per  sua  instructione  et  advertendolo  che,  ancora  che 
non  la  sia  sottoscritta  dal  re  di  franza,  appare  però  assai  authen- 
tica,  per  essere  scritta  di  man  propria  del  secretarlo  Bertono.  È 
vero  che  tutto  ciò  che  piace  a  sua  M.*  Ces.*  anchora  non  ne  con- 
sentiamo, ne  potemo  restar  se  non  satisfatissimi  d'ogni  suo  voler, 
nondimeno  haveressimo  desiderato  che  la  cosa  non  fusse  andata 
a  notitia  d'altri  che  di  S.  M.  et  Conos.  Per  il  che  dubitando  noi 
che  se  ben  S.  M.  ha  scritto  a  l'oratore  suo  in  Roma  che  voleva 
tener  detta  instructione  presso  di  se  per  sua  informatione  l'abij 
forsi  partecipata  a  N.  S.  .  .  .  „ 

Segue  una  pagina  e  mezza  cancellata  di  mano  del  duca,  poi  vi  è 
aggiunta  di  pugno  del  duca  stesso  una  chiusa  che  venne  copiata 
in  un  foglio  a  parte  in  questo  fedel  modo,  per  metterlo  poi  in 
cifra  e  mandarlo  all'Andreasio  : 

"  Vederete  de  intendere  dal  predetto  oratore  se  ha  fatto  di 
tale  cosa  motto  alchuno  a  Sua  Santità,  et  quando  comprendiate 
che  sì,  judicamo  che  sia  bene  che  gli  ne  parlasi,  porgendoli,  se  pur 
vi  accade  di  parlarne,  la  cosa  con  tale  destrezza  et  excusatione 
nostra  presso  S.  S.  perchè  prima  di  bora  non  gli  l'habbiamo  fatto 
intendere  che  la  resti  bene  satisfatta  et  libera  da  ogni  diffidentia 
de  noi  et  fra  l'altre  cose  potrete  dire  a  sua  B.^  che,  trattandosi 
in -questa  cosa  del  interesse  de  sua  M.  Ces.^  come  si  faceva,  a  noi 
pareva  convenientemente  non  dovere  palesar  questa  cosa  avanti 
che  havessimo  inteso  la  volontà  de  Sua  M.  Ces.*.  Et  perche  sapemo 
che  in  voi  non  mancherà  prudentìa  de  satisfare  bene  a  questo 
nostro  desiderio,  se  ne  remettemo  ad  voi  tenendo  la  cosa  più  se- 
creta che  sia  possibile.  Et  pigliando  anche  sopra  di  questo  caso 
il  parere  dello  suddetto  oratore  Ces.°  con  consulta  et  parere  del 
quale  tratterete  questo  negotio  essendo  per  tutti  li  rispetti  de 
molta  importantia  come  anche  voi  per  vostra  prudentia  possete 
bene  comprendere,  non  lo  havendo  ditto  non  lo  dite  perchè  non 
bisogna.  A  noi  pare  se  debbo  mostrar  non  sapere  cosa  alcuna  di 
tale  cosa  havendo  noi  pur  troppo  [fin  troppo?]  justificatione  che 
tale  decapitatione  sij  per  il  delitto  comesso  et  che  lui  non  era 
oratore.  „ 


^64  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

Non  vuoisi  tacere  che  di  questa  celerità  di  esecuzione  e  dell'ora 
e  del  luogo  in  cui  fu  fatta,  il  duca  incolpa  l'indignazione  popolare, 
suscitata  per  la  morte  del  Castiglione,  che  apparteneva  a  famiglia 
possente  in  Milano  per  ricchezze  e  aderenze.  E  siccome  il  re  Fran- 
oesco  I  diceva  che,  prima  d'uccidere  il  Maraviglia,  sarebbesi  do- 
vuto dargli  avviso,  il  duca  scriveva  (Lettera  vij  augusti  1533. 
Oratori  Cesareo  in  Curia  Begis  Crist.):  "Né  deve  parer  cosa  stran- 
nia  non  bavere  di  ciò  prima  dato  aviso  a  S.  M.  perchè  l'attrocità 
del  caso  et  la  murmuratione  de  la  città  portava  questa  celerità  di 
giusticia,  non  essendosi  senza  pericolo  di  seditione  in  la  città 
quando  si  fosse  differto  „. 

IL 

Intanto  Giovan  Battista  Taverna,  nipote  del  Maraviglia,  correva 
in  Francia  a  narrare  al  re  cristianissimo  i  fatti  accaduti,  facen- 
done quella  versione  che  sola  fino  ad  ora  si  conobbe  e  fu  creduta 
verità.  Il  re  montò  in  tanta  ira  che  l' ambasciatore  ducale  Gio- 
vanni Stefano  Robio,  temendone  lo  scoppio,  si  affrettò  a  fuggire 
il  18  luglio,  e  come  scrive  il  Eobio  stesso  (Relaz.  7  agosto)  reputò, 
"  manco  mal  dextramente  ritornare.  „ 

Il  giorno  6  agosto  Francesco  I  inviava  allo  Sforza  un  araldo 
colla  lettera  seguente,  che  si  conserva  al  nostro  Archivio  fra  gli 
autografi.  Noi  ne  pubblichiamo  la  traduzione  dal  francese,  e  la 
facciamo  seguire  dalla  risposta  del  duca: 

"  Mio  cugino  mi  fa  sapere  come  in  questi  passati  giorni,  contro 
tutti  i  diritti  antichi  e  lodevoli  costumanze  in  ogni  tempo  conser- 
vate e  osservate  fra  i  prìncipi,  abbiate  fatto  mozzare  il  capo  al 
signor  Maraviglia  mio  ambasciatore  residente  presso  vostra  Signo- 
ria, cosa  che  mi  è  tanto  e  sì  gravemente  dispiaciuta  e  dispiace 
per  il  grande  oltraggio  e  l'ingiuria  che  questo  misfatto  mi  ha  ar- 
recato e  che  non  è  possibile  maggiore,  e  di  cui  sono  deliberato  a 
risentirmene  sempre,  finché  me  ne  sia  data  la  dovuta  riparazione.  Io 
l'aveva  inviato  presso  di  voi,  avendolo  conosciuto  di  una  condotta 
talmente  onesta,  che  difficilmente  posso  persuadermi  che  abbia  vo- 
luto far  cosa  meritevole  di  un  tal  supplizio.  E  ancorché  avesse  po- 
tuto meritarlo,  voi  comprendete  che  non  dovevate  dimenticare  di 
non  procedere  ad  una  tale  esecuzione  senza  avvertirmi  precedente- 


LA.  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  265 

mente  e  inviarmi  il  suo  processo,  aspettando  su  di  ciò  la  mia  risposta 
che  sarebbe  stata  sì  giusta  e  ragionevole,  da  farvene  soddisfatto. 
Questa  avrebbe  dovuto  essere  la  vera  e  ragionevole  via  da  seguirsi, 
come  lo  fu  in  ogni  tempo,  fin  da'  più  antichi,  in  tale  materia.  E  per- 
chè della  pena  che  ha  sofferto  (il  Maraviglia),  l' ingiuria  principale 
ricade  su  di  me,  ed  io  per  niente  al  mondo  sono  deliberato  di  sof- 
frirla né  di  tollerarla,  così  vi  avviso  che  è  necessario  pensiate  a 
ripararla  in  modo  che  io  ne  sia  soddisfatto  come  vuole  ragione, 
altrimenti,  in  difetto  di  ciò,  io  vi  significo  che  con  tutti  i  mezzi 
di  cui  potrò  disporre,  procederò  contro  di  voi  —  farò  conoscere 
che  indiscretamente,  e  senza  avervene  dato  causa,  m'avete  fatto 
troppo  grande  ingiuria;  della  quale  mi  lagno  in  iscritto  con  tutti 
i  principi  cristiani  miei  amici,  alleati  e  confederati,  affinchè  cono- 
scano e  intendano  che  se  io  mi  risento  di  tale  ingiuria  e  oltraggio, 
e  mi  rivolgo  a  voi  per  farvelo  sentire  e  conoscere,  ne  ho  tutte  le 
ragioni. 

"  Scritto  a  Tolosa  il  sesto  giorno  di  agosto  1533. 

Francesco  Bochetet.  „ 
A  mio  cugino  il  Duca  Francesco  Sforma. 

Resposta  del  llìr  Sr  Buca  de  Milano  al  Be  Xr 

Ani  29  di  Agosto  MDXXXIIJ. 

"  Ho  riceputo  con  quella  reverentia  che  al  debito  et  servitù  mia 
conviene  la  lettera  di  V.  M.,  portata  per  lo  Araldo  suo,  et  visto 
quanto  per  quella  gli  è  piaciuto  di  scrivermi.  Io  certo,  essendoli 
quello  humilissimo  servo  che  gli  sono,  ho  sentito  infinito  dispiacere 
de  la  mala  satisfattione  et  opinione  dimonstra  di  me,  cosa  pero  che 
mai  pensai,  sì  perchè  non  mi  presupono  haverli  fatto  offesa,  come 
che  di  questo  caso  del  Maraviglia  subito  scrissi  al  Kobio  mio 
secretarlo  'residente  presso  V.  M.  con  pienissima  instruttione  per 
darli  conto  di  quanto  era  successo,  rendendomi  certo  et  sicuro  che 
instrutto  de  la  verità  non  solo  haveria  reputato  bene  quanto  in 
ciò  fusse  fatto,  ma  l' haveria  judicato  necessario,  benché  esso 
Robio  mosso  da  timor,  come  dice,  non  essendoli  pervenute  le 
mie  lettere,  non  habbia  havuto  ardire  di  dimorare  et  venire  al 
conspetto  de  V.  M.  non  senza  mia  grandissima  displicentia.  Ho 
poi  anchor  scritto  al  s.  oratore  dell'Imperatore  et  mandato  ca- 

Arch.  Stor.  Lonib.  —  An.  I.  17 


266  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

vallare  a  posta  per  il  medesimo  effetto,  con  aggiunta  di  suplicar 
a  V.  M.  che  se  dignasse  admettere  ch'io  potessi  mandarli  homo 
a  dar  conto  di  me  et  satisfar  a  V.  M.  Il  che  comprendo  non  haver 
avuto  effetto  avanti  la  data  de  le  lettere  de  V.  M.  Poiché  aduncha 
per  mio  infortunio  quanto  di  sopra  è  occorso,  con  la  debita  sum- 
raissione  et  reverentia  dico  a  V.  M.  che  mai  pensai  offenderla,  ne 
reputo  haverla  offesa,  et  a  questo  fine  supplico  la  si  degni  farmi 
gratia  ch'io  le  mandi  il  Taverna  mio  cancelliere  per  informarla 
de  la  verità,  quale  forsi  fino  ad  hora  non  gli  è,  come  si  deve,  si- 
gnificata, et  con  questo  mezo  spero  che  tanta  è  la  bontà  et  ju- 
stitia  Sua,  che  di  me  rimovera  ogni  sinistra  opinione.  Ne  so  quando 
havessi  errato  contro  la  M.  V.  cosa  che  mai  fu  de  animo  mio,  saria 
per  detrattar  alcuna  debita  reparatione  o  satisfattione,  essendo  così 
debito  maxime  alla  grandezza  et  qualità  de  V.  M.  Però  quanta 
più  humilmente  se  possi  di  novo  gli  supplico  exaudir  mia  richiesta 
et  in  bona  gratia  de  V.  M.  humilmente  me  raccomando  „. 

Nel  frattempo,  per  consiglio,  di  papa  Clemente  VII,  il  duca 
aveva  mandato  il  capitano  di  giustizia  ad  Alessandria,  incontro 
al  cardinale  d' Agramente  che,  precedendo  il  pontefice,  andava  a 
Marsiglia  ad  assistere  alle  nozze  di  Caterina  de'  Medici  col  duca 
d'Orléans.  Lo  Spedano  aveva  l' incarico  di  persuadere  il  cardinale 
dell'innocenza  di  Francesco  Sforza,  affinchè  potesse  interporre  i 
suoi  amichevoli  uffici  presso  il  cristianissimo.  Il  colloquio  ebbe 
luogo  in  presenza  di  messer  Gaspare  Mayno  governatore  d'Ales- 
sandria, e  al  cardinale  fu  consegnato  il  processo,  che  a  noi  non  fu 
dato  poter  trovare  nell'Archivio.  La  relazione  che  ne  scrisse  la 
Spedano  al  duca,  svela  nuove  circostanze,  come  l'agguato  del 
Maraviglia,  la  lontananza  della  costui  casa  dal  luogo  del  fatto,  e 
la  confessione  del  Maraviglia  d'aver  ordito  l'uccisione  del  Casti- 
glione, perchè  questi,  due  dì  prima,  era  passato  armato  davanti 
alla  porta  della  sua  casa;  circostanze  tutte  che  non  permettona 
di  credere  alla  premeditazione  del  delitto  da  parte  del  duca. 

Adì  17  Agosto. 

Biporto  dil  Spedano  dal  B."*"  Agramonte. 

"  Ho  esposto  a  sua  S.'**  R.""",  secondo  la  commissione  da  s.  ex.% 
el  dispiacere  grandissimo  nel  quale  essa  si  trova,  havendo  inteso 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLL4.  267 

esser  ad  essa  M.**  X.*  molesta  molto  la  morte  dil  Maraviglia  come  di 
suo  oratore  presso  sua  Ex.*  La  qual  cosa  se  fosse  stata  vera,  soa 
Ex.*  confessa  cke  S.  M.  haverìa  giusta  causa  de  dolersi  di  lei  et 
Laveria  per  inimico:  ma  sei  fusse  stato  cossi,  né  Soa  Ex.*  è  tanto 
imprudente  che  fusse  incorsa  in  tale  errore,  ne  l'osservanza  et 
servitù  et  affectione  di  quella  verso  soa  M.  non  l'haveria  permesso 
ad  errare.  Ma  sapeva  certo  che  non  era  Ambassatore,  perchè  ne 
elio  mai  lo  disse,  ne  mai  tenne  lo  locho.  Anzi,  quando  egli  andava 
da  soa  Ex.*  o  ad  accompagnarla,  stava  fra  li  gentilhomini  et  nel 
numero  delli  altri  sempre  come  persona  privata.  Et  li  altri  am- 
bassatori,  dirò  anche  li  minori,  come  di  Mantoa  sempre  stavano 
presso  soa  Ex.*  Perchè  non  fu  mai  Principe  che  più  honorasse  Am- 
bassatori  di  quello.  Et  per  più  chiarezza  gli  exibui  la  istessa  lettera, 
quale  esso  Maraviglia  portò  quando  prima  venne  ;  da  quale  pare 
Tenesse  per  soi  affari  particolari  non  per  publici  et  cossi  trattava 
le  cose  private  et  de  comprare  beni  et  de  pigliar  moglie.  Et  sic- 
come tutti  li  altri  oratori  hanno  le  case  dove  abitano  gratis  da 
soa  Ex.*  egli  ne  haveva  come  privato  una  condutta  ed  insomma 
nullo  segno  teneva  de  segno  publico  et  tutti  de  privato.  Et  perho 
come  privato  cittadino  di  Milano  havendo  in  quella  città  deliquito 
non  si  potea  salva  la  justitia  far  altro. 

"  Soa  S.''*  Kev.""*  mostrò  molto  grato  el  vedere  de  la  lettera,  et 
admise  che  per  quella  non  si  potea  dir  oratore  de  soa  M.  e  ne  fece 
pigliar  copia,  quale  ha  fatto  portar  seco.  Et  quantunche  Soa  S."* 
Rev.*^*  dicesse  che,  non  essendo  el  Maraviglia  oratore,  non  accadea 
al  X."^**  Re  cercare  più  oltra  se  jure  o  jniuria  fosse  decapitato: 
nondimeno  per  sapere  parlare  del  tutto  havea  piacere  a  sapere 
tutto  el  processo.  Et  io  dissi  che  sua  Ex.*  cossi  mi  havea  special- 
mente commisso  dovesse  fare.  Inteso  per  Soa  S."^**  Rev.""*  ciò  che 
narrai  disse  piacergli  molto  che  cossi  fusse,  ma  che  tutto  il  con- 
trario era  stato  significato  a  soa  M.  Io  gli  dissi  in  nome  de  soa 
Ex.*  che  soa  M.  dovesse  imaginarse  el  modo  per  el  quale  gli  pia- 
cesse de  venir  in  questa  verità  che  soa  Ex.*  non  desiderava  altro 
se  non  di  ben  chiarirla  et  satisfarla;  Et  in  ispecie  li  aricordai  se 
volea  el  processo,  o  che  un  homo  de  soa  Ex.*  andasse  de  Sua  M. 
ad  justificar  el  caso,  overo  ella  volesse  mandar  a  Milano,  soggion* 
giendoli  che  interrogando  ciascuno  che  allora  fusse  in  Milano,  et 
non  appassionato  saperla  il  vero.  Perche  elio  era  notorio  et  perche^ 


268  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

soa  S/'''  E.""*  me  dissi  tutto  quello  era  stato  detto  al  Re  distinta- 
mente. Io  come  Gio.  Batta  impetrata  la  licentia  de  soa  E,.""*  S."^* 
di  poter  parlare  fuori  della  mia  commissione  come  privato,  me 
astrinsi  de  volermi  constituir  in  man  de  Soa  M.  et  se  non  si  trova 
che  questo  sia  vero  in  fatto,  voleva  patir  ogni  pena,  cioè  che  è 
stato  per  trattato  et  animo  deliberatissimo  la  morte  del  Casti- 
glione. Che  havevano  preso  due  vie  et  lo  havevano  messo  in  mez- 
zo, prima  si  scoprissero,  acciò  non  potesse  fuggire;  ch'ebbe  le 
prime  ferite  d'archibusi;  che  erano  circa  de  XX  homini  uniti  a 
questo  et  che  lui  non  havea  se  non  sei,  de  quali  dui  non  havevano 
arme;  che  elio  era  disarmato  e  che  l'assalto  occorse  lontano  dalla 
casa  del  Maraviglia  per  tre  centrate.  De  le  quali  cose  tutte  era 
stato  narrato  al  Re  il  contrario  :  et  che  colui  ^  quale  era  stato  il 
narratore,  era  tristo  homo  perchè  haveva  in  tutto  detto  el  falso  et 
taciuto  el  vero;  Che  lui  sapea  chi  era  in  effetto.  Che  lui  era  pre- 
sente quando  io  detenni  il  Maraviglia  et  riprendendolo  che  haveva 
fatto  male  a  far  assassinare  quello  Castiglione  et  max.^  sotto  la 
fede.  Mi  rispose  in  queste  parole:  Parvi  che  io  dovessi  tollerare 
ch'el  mi  passasse  sopra  la  porta  de  la  casa  armato  et  con  gente 
armata,  come  haveva  fatto  de  doi  di  avanti:  le  quali  parole  sole 
bastavano  che  lui  eh' havea  fatto  fare  senza  il  processo  et  confes- 
sione sua  che  poi  seguita;  similmente  esso  sapea  ch'el  Maraviglia 
r  havea  ricercato  et  instato  lui  ad  assumer  sopra  di  se  questa  que- 
stione per  amor  suo  perche  non  voleva  lui  mostrarse;  il  tutto  di- 
mostrò soa  Rev."°^  Sig.'''*  esserli  grato  et  promise  far  sapere  el 
tutto  al  suo  Re  et  far  ogni  bono  offitio  per  el  s.  Duca,  dicendomi 
anchora  che  la  santità  de  N.  S.  con  grandissima  instantia  gli  havea 
comisso  che  parlasse  al  Re^in  nome  de  sua  S.  et  pregarlo  a  non 
pigliare  a  petto  questa  cosa  del  Maraviglia  troppo  acerbamente, 
ne  determinare  cosa  alcuna  per  causa  de  quella,  ma  reservar  el 
tutto  al  aboccamento  nel  quale  S.  S.  saria  meglio  stato  instrutta 
del  caso.  „ 

In  seguito  a  questa  prima  giustificazione,  il  duca  scrisse  addì  29 
agosto  (la  stessa  data  della  risposta  al  re)  quattro  lettere,  le  cui 
minute  sono  conservate  nell'Archivio:  la  prima  è  diretta  al  car- 


*  La  parola  colui  nell'originale  dello  Spedano  era  sostituita  da  Gio.  Bapta  Taverna  ; 
nella  copia  mandata  al  duca,  surrogata  dal  pronome. 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  269 

dinaie  Agramente,  pregandolo  d'intercedere  presso  il  cristianissimo 
affinchè  gli  sia  concesso  di  mandare  il  gran  cancelliere  Francesco 
Taverna  a  giustificarsi  appo  il  re:  —  la  seconda  all'ammiraglio 
di  Francia,  per  lo  stesso  motivo,  facendo  conto  su  di  lui,  per  sa- 
perlo "  desideroso  del,  nostro  bene  „:  —  nella  terza  si  rivolge  al 
cancelliere  del  regno,  facendo  appello  alla  di  lui  integrità  e  pru- 
denza, perchè,  dice,  se  conoscesse  la  verità,  gli  sarebbe  favore- 
vole: —  e  finalmente  con  simiglianti  parole  prega  il  gran  mae- 
stro Montmorency.  Questi  gli  rispose  da  Marsiglia  il  16  settembre 
una  breve  lettera  in  francese,  partecipandogli  che  Francesco  I  ac- 
consentiva a  ricevere  un  inviato  del  duca  di  Milano. 

La  missione  del  Taverna  è  da  lui  medesimo  narrata  in  tre 
lettere. 

Prima  lettera,  20  ottobre:  ai  15  d'ottobre  arrivò  a  Marsiglia,  ed 
andò  tosto  a  riverire  il  papa  ed  a  raccomandarsegli  ;  poi  dall'ora- 
tore cesareo,  quindi  da  mons.  gran  maestro,  e  dal  cancelliere  del  cri- 
stianissimo per  tentare  il  terreno,  che  capi  subito  molto  avverso. 

Seconda  lettera,  22  ottobre:  merita  d'essere  riprodotta  in  parte, 
perchè  dipinge  al  vivo  l'altiero  carattere  di  Francesco  I. 

lìlr  et  Exr  sig.  S.  mio  Colenda 

"  Hieri  mi  presentai  al  Chr."""  secondo  l'ordine  a  me  dato  dal 
111.'"''  Monsig.  Gran  Maestro,  alla  messa,  quale  finita  gli  diedi  le 
credenziali  exponendoli  secondo  teneva  in  commissione  et  offe- 
rendo particolarmente  declarare  le  justificationi  de  v.  ex.*  per  el 
caso  dil  Maraviglia.  Sua  M.  mi  disse  che  non  haveva  voluto  negare 
a  V.  ex.  de  intendere  le  justificationi  sue,  però  che  ordinaria  al 
suo  Consiglio  che  me  intendesse  et  glie  referisse  tutto  ;  et  perse- 
verando pur  io  in  dolce  parola,  inviandose  disse  che  farla  suo  do- 
vere; sua  maestà  non  mi  monstroe  molto  bona  chiera,  anzi  come 

homo  offeso  et  come  adirato „ 

La  terza  lettera,  26  ottobre,  pubblichiamo  integralmente: 
^  Hieri  fui  al  Consiglio  del  Chr."  nel  quale  diffusamente  se  pro- 
pose et  replicoe  circa  el  caso  del  Maraviglia,  venendosi  a  tanti 
particolari  che  non  basterieno  più  fogli  per  scriverli,  quali  riferirò 
a  boccha.  Dal  canto  loro  si  monstrò  mala  opinione  et  molto  sini- 
stramente si  parloe.  Io  non  mi  sgovernai  in  cosa  alcuna.  Se  risol- 


270  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

«ero  che  el  tutto  referirano  al  Chr.**  et  poi  me  responderiano.  Io 
non  mancho  da  ogni  canto  procurar  adiutto  al  caso.  „ 

Che  cosa  riferisse  a  bocca  il  Taverna,  lo  sappiamo  dalla  se- 
guente lettera  scritta  dal  duca  a'  suoi  ambasciatori: 

"  Per  continuar  secondo  il  solito  con  la  presente  vi  daremo  av- 
viso del  reporto  del  M.°  Taberna  nostro  Cancellerò  et  di  più 
quanto  sia  pervenuto  a  nostra  notitia  dopo  le  nostre  dil  XII.  Il 
prefato  Taberna  è  ritornato  da  noi  et  referisce  non  haver  man- 
icato de  far  intendere  diffusamente  al  Consiglio  del  X.°"'  al  qual 
era  stato  remisso  tutte  le  justificationi  nostre  et  risposto  a  tutte 
le  cavillose  jnventioni  che  si  hanno  potuto  imaginar  facendoli  toc- 
car con  mano  eh'  el  Maraviglia  non  era  oratore  del  X.""",  et  noi 
non  haver  potuto  proibir  la  justitia  centra  la  persona  sua  non 
habbia  havuto  loco,  et  vedendo  li  signori  del  dicto  Consiglio  che  li 
fundamenti  per  loro  adotti  erano  frivoli  et  debili  se  sono  attaccati 
ad  un  altro  fundamento  de  una  lettera  scritta  per  noi  l'anno  pas- 
sato da  Bologna  al  dicto  Maravelia,  alla  quale  il  prefato  Taberna 
non  ha  mancato  di  far  opportuna  risposta,  et  benché  para  nel 
principio  di  detta  lettera  che  noi  consentiamo  el  Maravelia  haver 
qualche  comissione  del  X."""  questo  non  era  altro  che  la  prima 
comissione  che  teneva  de  dirne  de  le  novelle  de  quelle  bande,  et 
cose  generali,  et  che  sia  il  vero  quando  che  fusse  statto  oratore 
del  X.""*  non  gli  havriamo  scritto  alhora  del  tener  scrissemo,  cioè 
di  contentarsi  ch'el  potesse  star  in  Milano  et  in  altre  parti  del 
stato  quanto  gli  piacesse,  essendo  tutti  li  oratori  liberi  di  poter 
star  sempre  et  ovunque  gli  piace,  tanto  più  quelli  del  prefato  X.""* 
quali  sopra  tutti  osserviamo  dopo  quelli  de  la  Ces.*  M.  nostro  su- 
premo S.*"*  et  per  monstrarvi  più  chiara  la  verità  vi  mandiamo 
copia  di  dieta  lettera  per  quale  si  può  considerare  li  tituli  et  in- 
scriptione  d'essa  quale  corno  informato  sapete  explicar  et  dimon- 
strare  se  convengono  alli  Ambassatori  o  subditi  nostri  et  al  stilo 
del  scriver  nostro.  Havemo  con  ogni  diligentia  fatto  ricercar  la 
lettera,  quale  dicto  Maravelia  ci  scrisse  perchè  con  quella  se  chia- 
rirla tutto,  ma  per  non  essersi  tenuto  conto,  come  de  tali  lettere 
non  se  sole,  non  si  potemo  valer  se  non  de  la  lettera  predicta. 
Mandiamo  anchor  copia  de  la  lettera  che  ci  scrisse  il  X."""  per  el 
prefato  Maravelia  previa  intelligentia,  che  confrontandoli  si  cogno- 
tsca  la  verità,  certificandovi  che  dal  canto  del  prefato  Taberna  et 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  271 

de  ordine  nostro  non  s'è  mancato  de  andar  con  ogni  summissione 
€t  reverentia  per  placar  l'animo  del  X.'"''  et  levarli  la  querela  che 
tiene  contro  noi,  usando  eziandio  in  questo  del  mezo  de  N.  S. 
benché  tutto  habbia  profittato  poco,  et  non  per  altra  causa  che 
per  l'ardentissimo  animo  de  sua  M.  centra  noi  et  alla  occupatione 
del  stato  nostro,  volendosi  in  ogni  tempo  servirse  de  questa  falsa 
occasione  contro  ogni  debito  et  ragione.  La  resoluzione  loro  è  stata 
chel  X."""  non  obstante  la  nostra  justifìcatione  intende  de  bavere 
reparatione  conveniente  da  noi  per  questa  ingiuria  et  non  haven- 
dola,  in  ogni  occasione  et  tempo  che  li  occorrerà  se  vorrà  resentir, 
non  specificando  la  qualità  de  la  reparatione,  quale  anchora  non 
appartenea  ad  esso  Taberna  ad  adomandar  per  non  presuponer 
errore  in  noi,  come  non  è.  Habbiamo  del  tutto  datto  avviso  alla 
M.  Ces.""  oltra  ch'el  prefato  Taberna  giornalmente  comunicasse  il 
tutto  con  li  s.''  oratori  de  Sua  M.  presso  N.  S.  et  il  X.*"**  acciò 
sua  M.  Ces.*  in  questo  negotio  possa  far  quelli  uffici  che  per  sua 
summa  prudentia  judicara  expedienti.  „  ^ 

Non  possiamo  tacere' che  un'opinione  più  volte  espressa  nel  car- 
teggio diplomatico  che  esaminammo,  attribuisce  la  grand' ira  del 
re  cristianissimo,  vantato,  scrive  il  Planche,  "  siccome  il  fiore  della 
cavalleria,  mentre  d'un  cavaliere  non  aveva  che  la  bravura  „,  alla 


*  Verri  e  Rosmini  citano,  fra  le  altre  fonti  cui  attinsero  le  notizie  sul  Maraviglia,  il 
capitolo  IX  degli  Essais  di  Montaigne:  e  quel  capitolo  è  dedicato  ai  Menteurs!  Il 
filosofo  francese  narra  che  il  Taverna  Francesco,  Jiomme  tresfameux  en  science  de  par- 
lerie,  venne  stretto  dal  re  francese  con  tante  objezioni  e  domande,  da  rimanere  im- 
pacciato: e  finalmente  che,  interrogato  perchè  l'esecuzione  fu  fatta  di  notte,  rispose  cho 
ciò  avvenne  per  rispetto  a  sua  Maestà,  riconoscendo  storditamente  il  Maraviglia  quale 
ambasciatore. 

Questo  aneddoto,  che  fa  ben  poco  onore  al  tresfameux  Taverna,  ha  tutto  l'aspetto 
d'una  spiritosa  invenzione,  messa  su  al  doppio  scopo  di  dar  risalto  alla  perspicacia  del 
re  cavaliere,  uno  dei  monarchi  più  adulati,  e  d'avvilire  un  italiano,  del  quale  a 
bella  posta  si  era  esaltato  l'ingegno.  Le  lettere  del  Taverna  che  abbiamo  pubblicate 
sono  troppo  chiare  per  permettere  d'indovinare  qualche  cosa  fra  le  linee.  Il  giorno  in 
cui  re  Francesco  acconsentì  di  ricevere  l'ambasciatore  milanese,  tenne  un  contegno 
altiero,  e  si  mostrò  lontano  dallo  scendere  alla  famigliarità  di  domande  stringenti: 
d'altra  parte,  se  il  Taverna  avesse  allora  scioccamente  pronunziata  quella  parola,  sa- 
rebbe stato  inutile  rimandarlo  avanti  al  Consiglio.  Quando  si  presentò  a  questo,  non 
era  presente  il  re,  tanto  che,  dopo  avere  a  lungo  discusso,  si  concluse  dì  riferire  ogni 
cosa  al  Cristianìssimo.  Altre  occasioni  di  parlare  col  re,  non  pare  abbia  avuto  il  Ta- 
verna, che  si  fermò  pochi  giorni  in  quella  Corte,  ove  era  mal  gradito.  Vedasi  quindi 
quanta  fede  meritino  le  asserzioni  di  Montaigne,  che  colloca  il  nostro  Taverna  fra  1  più 
solenni  bugiardi,  e  pretendo  che  il  duca  abbia  teso  l'agguato  al  Maraviglia. 


272  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

smania  di  vendicare  la  disfatta  di  Pavia.  A  questo  si  aggiunga  la 
brama  di  opporsi  alla  lega  di  Bologna ,  e  si  troveranno  non  lontane 
dal  vero  le  parole  dell' Andreasio,  che  Francesco  I  "  non  havendo 
alcuna  juxta  causa  de  monstrar  la  sua  iniqua  volontà,  exagera 
questo  caso  del  Maraviglia  monstrandone  excessivo  dispiacere  et 
non  gli  recuperarla  la  vita  con  dui  scuti  se  lo  potesse  far,  el  se  '1 
potesse  far  et  s'el  non  fusse  morto  ne  pagaria  2  mila  perchè  mo- 
risse di  quello  modo  ch'el  è  morto  per  bavere  questa  querela  falsa 
contra  v.  ex.  non  ne  possendo  bavere  alcuna  juxta.  „^ 

In  una  relazione  delle  querele  del  cristianissimo  (27  luglio  1533} 
si  dice  che  "  il  Duca  de  Milano  bave  va  fatto  tagliar  la  testa  ad 
uno  suo  Ambasciator  che  gli  teneva  appresso  piuttosto  per  sua  sa- 
tisfatione  et  ricercato  da  lui  per  conto  di  certo  Mariagio,  che  per- 
chè ne  bavesse  bisogno  né  voluntà „  Ma  era  ciò  possibile, 

mentre  nel  convegno  di  Bologna  si  era  già  trattato  il  matrimonio 
del  duca  con  Cristierna  nipote  di  Carlo  V?  Di  nozze  dello  Sforza 
con  qualche  donna  della  Casa  di  Francia  s'era  già  parlato  sette 
anni  prima,  secondo  un  documento  trovato  nell'Archivio,  in  data 
25  novembre  1526,  intitolato  "  Instructione  secreta  di  messer  Gio. 
Francesco  Taberna  oratore  nostro  in  Franza.  „  Ivi  è  detto  che 
"  Occorrendo  che  il  X."""  Re  o  Madonna  Regente  vi  parlasse  di 
maritarmi,  secondo  che  la  prefata  Madama  disse  al  egregio  Nicolo 
Sfondrato,  gli  potrete  exponere  che  per  meglio  dimostrare  la  devo- 
tione  et  fede  mia  verso  di  quelle  M.^^  saremo  contenti  fare  quanta 
circa  questo,  capo  vorranno.  „ 

Finalmente  Verri  e  Rosmini,  per  un'ultima  inesattezza  in  questa 
fatto,  concludono  dicendo  che  Carlo  V  fu  tanto  soddisfatto  della 
morte  del  Maraviglia,  che  risolse  di  dar  moglie  allo  Sforza,  e  scelse 
per  ciò  la  propria  nipote  Cristierna.  Nel  nostro  Archivio  di  Stato 
esistono  invece  le  prove  che  il  matrimonio  era  stato  preparato  ben 
prima  della  catastrofe  :  e  Francesco  Taverna,  quel  desso  che  andò 
poi  in  Francia,  era  stato  spedito  presso  l'imperatore  per  istabilire 
definitivamente  le  nozze.  Conclusa  ogni  cosa,  tornò  il  Taverna  a 


'  Lettera  da  Roma,  2  settembre  1533."] — Noi  siamo  propensi  a  dar  fede  all' Andrea- 
sio, perchè  le  sue  lettere  al  duca  appajono  schiette  fino  al  pericolo.  Per  darne  una 
prova, notiamo  che  nel  luglio  1533  scriveva  allo  Sforza,  a  proposito  d'una  concessione 
di  papa  Clemente  VII,  essere  «  più  difiìcile  cavar  danari  dal  Papa  che  un'  anima  dal- 
l'Inferno, se  fusse  possibile.  >  E  devesi  aggiungere  che  TAndreasio  era  prete. 


LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA.  273 

Milano  nei  primi  di  luglio  1533:  ed  il  duca  scriveva  in  data  del  7 
a  Tomaso  Gallerato,  ambasciatore  alla  Corte  cesarea,  che  "  essendo 
ritornato  il  Taverna  cancelliere  colla  risposta  dell'Imperatore  pel 
matrimonio,  si  manderebbe  il  magnifico  conte  Max.  Stampa  nostro 
maestro  di  Camera  et  Castellano  de  la  fortezza  di  Milano,  in  Fian- 
dra  per  lo  sposalitio.  „  La  mano  di  Cristierna  non  fu  quindi  un 
premio  al  delitto,  ma  un  fatto  estraneo,  indipendente  dalla  morte 
del  Maraviglia. 

Scriveva  umilmente  il  duca  al  superbo  Leyva,  nell'ottobre  di 
quell'anno  :  "  Se  tempesta  in  qualche  luogo,  credo  sempre  la  venghi 
a  casa  mia.  „  ^  Questa  frase  caratterizza  la  costante  sfortuna  del- 
l'ultimo degli  Sforza;  sfortuna  che  non  dovea  cessare  neppur  colla 
vita.  Storici  coscienziosi  e  severi  dovevano  aggiungere  alle  sue 
sventure  l'infamia.  Lasciando  indecisa  la  questione,  se  il  Maravi- 
glia era  o  no  ambasciatore  segreto  del  Cristianissimo,  abbiamo 
mostrato:  Che  il  Maraviglia  stesso  stava  per  partire  ai  primi  di 
luglio,  ed  era  quindi  inutile  ricorrere  ad  un  delitto  per  liberarsi 
di  lui  —  che  mancano  documenti  che  facciano  sospettare  lagnanze, 
per  la  dimora  del  Maraviglia  in  Milano,  da  parte  dell'imperatore 
0  del  Leyva  —  che  vi  era  nimicizia  privata  fra  lui  e  G.  B.  Ca- 
stiglione, rinnovata  per  rivalità  d' amore  —  che  il  Capitano  di 
Giustizia  volle  la  fede  di  pace  d'entrambi,  e  chiama  in  testimonio 
il  nipote  G.  B.  Taverna  che  primo  eccitò  re  Francesco  alla  ven- 
detta —  che  G.  B.  Castiglione  non  andò  ad  assalire  il  Maraviglia 
nella  sua  casa  quando  rimase  morto,  ma  bensì  lo  scudiero  si  pose 
in  agguato,  tre  contrade  lontano  dalla  casa  Maraviglia  e  con  ar- 
mati —  che  il  Maraviglia  era  di  carattere  violento,  avendone  dato 
prove  con  altri  omicidj  —  che  il  matrimonio  con  Cristierna,  as- 
serito come  prova  dell'infamia  del  duca,  era  stabilito  lunga  pezza 
prima  del  fatto  —  e  quindi  tutto  ciò  purga  il  duca  dall'accusa  dei 
nostri  storici,  troppo  creduli  ai  francesi. 

lì  siccome  in  noi  non  è  alcuna  preconcetta  idea,  ma  solamente 
desiderio  di  verità,  aggiungeremo  il  rovescio  della  medaglia:  che 
la  celerità  colla  quale  fu  fatto  il  processo  ;  il  modo  dell'esecuzione, 


*[  Nell'occasione  che  la  Lombardia  era  occupata  da  soldatesche  spagnuole,  che  il  po- 
poU  mormorava  per  doverle  mantenere,  e  il  duca  ignorava  la  causa  di  tale  invasione. 


274  LA  MORTE  DI  ALBERTO  MARAVIGLIA. 

e  la  lettera  a  Carlo  V,  nella  quale  confessa  lo  Sforza  d'aver  seque- 
strate le  carte  del  Maraviglia,  fanno  credere  che,  avvenuta,  senza 
nessuna  colpa  del  duca,  la  morte  del  Castiglione,  ne  abbia  il  duca 
approfittato  per  mostrarsi  pronto  e  severo,  in  pari  tempo  servendo 
a'  suoi  interessi  ed  alla  giustizia.  E  crediamo  che  Verri  e  Rosmini 
non  avrebbero  rifiutato  questo  più  mite  giudizio,  se,  invece  d'ap- 
poggiarsi ciecamente  agli  autori  stranieri,  avessero  avuta  la  for- 
tunata nostra  occasione  di  fare  nell'Archivio  queste  ricerche,  per 
le  quali  (giusta  le  parole  dell'illustre  Cesare  Cantù)  "  la  storia 
oltre  la  faccia  che  mostra  scoperta  ed  imbellettata  al  pubblico,  è 
costretta  svelar  anche  l'altra,  serbata  agli  studiosi  cultori  della 
verità,  „ 


Milano,  15  aprile  1874. 

C.   ROMUSSI. 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA, 


I  Milanesi  che  desiderano  sottrarsi  per  qualche  tempo  al  fra- 
stuono della  vita  citta,dina,  anelano  alla  Brianza  come  al  paese 
prediletto  per  la  bella  vista  e  l'aria  buona.  Il  solo  suo  nome  basta 
a  risvegliare  nel  loro  cuore  le  più  liete  immagini  di  vita  gaja  e  ri- 
posata. 

La  Brianza  è  davvero  degna  della  loro  simpatia.  Alla  limpi- 
dezza del  cielo,  alla  purità  dell'aria,  essa  aggiunge  le  attrattive 
di  una  natura  originale,  e  quelle  d' una  civiltà  molto  progredita. 
È  celebre  la  fertilità  del  suo  suolo,  l'eleganza  delle  ville  che  co- 
ronano i  suoi  colli;  lo  straniero  che  per  avventura  la  percorre, 
ne  rimane  piacevolmente  sorpreso.  In  tutto  il  territorio  che  si  di- 
stende tra  l'Adda  e  il  Lambro  è  un  succedersi  di  pittoresche  ve- 
dute ;  i  frequenti  villaggi,  la  svariata  coltura  danno  al  paese  aspetto 
di  agiatezza  e  di  allegria.  Ma  non  basta:  altri  e  più  reconditi 
pregi  l'abbelliscono  eia  fanno  cara  all'artista  ed  al  curioso  inda- 
gatore di  patrie  memorie. 

Percorrendo  quelle  ridenti  colline,  si  trovano  qua  e  là  vestigia 
preziose  dell'arte  lombarda,  ricordanze  storiche  e  tradizioni  dei 
secoli  di  mezzo. 

Avanzi  di  castelli,  chiese  pregevoli  per  antichità  e  per  monu- 
menti, torri,  che  portano  nomi  famosi,  tuttora  sussistono  e  sem- 
brano attestare  in  faccia  ai  pacifici  Brianzuoli  d'oggidì  di  quali 
gloriose  vicende  fu  un  dì  teatro  la  loro  contrada. 

Fra  le  molteplici  lotte  intestine  e  le  guerre  con  gli  Stati  limi- 
trofi, feconde  pur  troppo  di  stragi  e  di  rovine,  una  ne  ricorda  la 


276  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

storia  della  Brianza  di  gran  momento  pel  nome  del  capitano  e  per 
r  esito  che  mutò  faccia  allo  Stato.  Questa  fu  la  guerra  intrapresa 
da  Francesco  Sforza  per  la  conquista  del  ducato  di  Milano,  le  cui 
ultime  battaglie  accaddero  appunto  nella  Brianza;  il  futuro  duca 
percorse  colle  sue  schiere  le  amene  campagne  tra  l' Adda  e  il  Lam- 
bro,  piantò  le  tende  e  tenne  fermo  contro  il  nemico  da  quelle  al- 
ture che  oggi  sono  la  meta  di  tante  allegre  passeggiate. 

Colla  scorta  dei  cronisti  del  tempo  noi  possiamo  tener  dietro 
al  famoso  capitano  nel  suo  giro  in  Brianza,  studiarne  le  mosse 
abilissime  ed  i  fini  accorgimenti,  mercè  i  quali  riuscì  nel  volgere 
di  pochi  mesi  padrone  dello  Stato. 

Questi  fatti  è  vero  furono  già  in  parte  narrati  da  precedenti 
scrittori,  ma  per  poca  cognizione  della  topografia  locale,  essi  cad- 
dero in  parecchie  inesattezze.  Il  descriverli  nuovamente,  rifondendo 
le  diverse  relazioni,  non  è  dunque  fatica  al  tutto  inutile,  e  noi  ci 
siamo  messi  volentieri  a  questo  lavoro,  nella  speranza  di  risve- 
gliare in  qualcuno  fra  i  visitatori  della  Brianza  il  desiderio  di  co- 
noscerla più  intimamente. 

Il  prestigio  delle  patrie  ricordanze,  come  dà  un  maggior  risalto 
alle  bellezze  dei  luoghi,  così  conduce  anche  a  stabilire  degli  utili 
confronti;  e  il  villeggiante,  avido  di  calma  e  di  lieti  svagamenti, 
risalendo  col  pensiero  a  dei  tempi  tanto  diversi  dai  nostri,  ap- 
prezzerà meglio  tutta  la  soavità  e  la  tranquilla  allegria  della 
Brianza  d' oggidì. 

I. 

Al  tempo  di  cui  parliamo,  l'Adda  segnava  il  confine  tra  lo  Stato 
di  Milano  e  la  Repubblica  di  Venezia.  Dalla  nostra  parte  la  na- 
tura e  l'arte  concorrevano  a  proteggere  il  territorio.  Il  Monte 
Baro  dirimpetto  a  Lecco,  e  il  San  Genesio  cjbe  pel  tratto  di  circa 
cinque  miglia  si  distende  parallelo  all'Adda,  presentavano  un'ec- 
cellente linea  difensiva,  resa  più  agguerrita  da  alcuni  piccoli  forti 
disposti  sulla  cresta  dei  monti.  Le  falde  del  San  Genesio  toccano 
l'Adda  ad  Olginate,  ma  da  quel  punto  fino  ad  Air  uno  una  catena 
di  piccoli  colli  sorge  tra  il  fiume  e  il  monte,  formando  con  que- 
st'ultimo la  valle  di  Greghentino.  Quei  colli  dalla  parte  del  fiume 
sono  erti,  scoscesi,  e  l'ultimo  che  si  alza  vicino  ad  Airuno  è  il  più 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  277 

<iirupato  e  a  picco  sull'  Adda  ;  sulla  cima  ha  una  vecchia  torre  ed 
una  chiesuola  dedicata  alla  Vergine,  e  si  chiama  la  Madonna  della 
Rócca  ;  quella  torre  è  l' unico  avanzo  di  un  castello  importante  nel 
medioevo. 

Dopo  Airuno,  l'Adda  piega  a  Levante:  la  strada  da  Lecco  a  Mi- 
lano correva  in  quell'  epoca  presso  a  poco  nella  direzione  attuale  : 
fino  ad  Airuno,  stretta  fra  il  fiume  ed  il  monte,  poscia  serpeg- 
giante per  le  sinuosità  del  terreno  :  si  apriva  quindi  un  varco  tra 
le  colline  di  Calco  e  di  Morate,  e  le  estreme  falde  di  Monte  vec- 
chia :  colline  tagliate  da  valli  e  burroni,  in  allora  coperte  di  bo- 
schi, e  difficili  al  viandante. 

Sul  finire  dell'anno  1449,  alcune  compagnie  di  fanti  e  d'uomini 
a  cavallo,  colle  insegne  di  casa  Sforza,  occupavano  le  alture  di 
Calco  e  dei  villaggi  all'intorno.  Aveano  l'ordine  dal  conte  Fran- 
cesco di  osservare  i  Veneziani  accampati  sulla  sinistra  dell'Adda, 
in  faccia  a  Brivio  ;  attendevano  questi  alla  costruzione  di  un  ponte, 
per  poi  trasportare  di  qua  del  fiume  un'  abbondante  provvigione 
di  frumento,  destinata  ai  Milanesi  loro  alleati. 

Milano  in  quell'epoca  si  reggeva  a  repubblica,  da  oltre  due 
anni,  dalla  morte  cioè,  di  Filippo  Maria  Visconti  seguita  nel  1447; 
ma  per  le  discordie  intestine  e  per  l'abilità  di  Francesco  Sforza, 
il  quale  come  genero  del  defunto  aspirava  al  ducato,  la  città  era 
caduta  in  tristissime  condizioni,  ed  ormai  stretta  dalla  fame  e 
dalle  armi  Sforzesche,  avea  messe  tutte  le  speranze  negli  ajuti 
tante  volte  invocati  della  Repubblica  di  Venezia. 

Quale  fosse  la  situazione  dei  Milanesi  in  quei  giorni,  meglio  di 
qualsiasi  testimonianza  di  scrittori  contemporanei,  lo  dice  una 
grida  del  dicembre  1449.  La  diamo  qui  per  intiero,  conforme  al- 
l'originale che  si  conserva  nell'Archivio  Civico. 

"  MCCCCXLVIIII  die  XI  decembris.  Expectando  li  nostri  111.  et 
Ex\  Signori  Capitani  et  defensori  de  la  libertà  essere  avisati  de 
dì  in  dì  del  passare  de  la  gente  de  la  111.^  Signoria  de  Venetia  de 
qua  de  Adda  per  aprire  la  via  de  la  victualia,  allargare  il  paese, 
liberare  questa  città,  et  questo  populo  de  affanno  et  confondere 
in  tutto  il  nostro  inimico,  acciocché  mai  più  el  non  possa  offen- 
dere :  expectando  etiandio  intendere  la  zornata  che  la  dieta  gente 
et  quella  de  la  Comunità  nostra  insieme  con  il  populo  se  debiano 
nnire  et  metere  insieme  per  fare  li  dicti  effecti,  fanno  fare  Grida 


278  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

et  bando  che  caduno  de  qualunche  stato,  grado  et  condizione  se 
sia  debia  subito  metterse  et  stare  in  puncto  con  la  sua  gerbatana, 
balestra  tarchoni,  lanze  longbe  gravelline  et  altre  arma  in  quello 
migliore  aparegiamento  sia  possibile  aciocliè  come  gli  sia  facta 
notitia  per  ordinatione  de  li  prefati  signori  senza  dilatione  alcuna 
siano  in  arma  et  possano  uscire  et  andare  e  fare  quanto  sarà  di 
bisogno  ;  avisando  che  a  questa  volta  se  cognoscerà  quanto  sia  ca- 
duno amorevole  de  la  patria,  desideroso  de  la  conservatione  del 
stato  de  la  libertà  et  de  la  confirmatione  et  grandezza  d' esso  Stato, 
affectionato  al  pubblico  bene  et  volonteroso  de  vendicarse  de  la 
injuria  et  oltraggi  ricevuti  dal  nostro  capitale  inimico,  et  de  ritro- 
varse  a  tanta  gloriosa  Victoria  quanta  el  nostro  Signore  Dio  ha 
aparegiata  per  li  meriti  del  nostre  glorioso  patrono  Messere  Ser 
Ambrogio.  Et  pertanto  ogni  uno  se  metta  in  puncto  et  facia  come 
è  dicto  sforzando  etiandio  el  potere  suo,  cieche  poi  obtenuta  la 
Victoria  et  disfacto  lo  inimico  possiamo  tutti  vivere  in  quiete  et 
in  pace  restaurarsi  de  li  danni  passati  et  rendere  laude  et  gratie 
al  nostro  Signore  Dio  che  da  poi  li  affanni  ne  habia  redenti  per 
clementia  sua  a  stato  quieto  et  reposato. 
"  Paulus  prior.  Marcolinus. 

"  Gridata  ad  scallas  palatii  et  super  platea  Arenghi  Mediolani, 
die  Jovis  undecime  suprascripti  mensis  decembris  per  Bartolinum 
de  Gorlivio  tubatorem. 

^  Et  per  loca  civitatis  die  Veneris  XII  suprascripti  Mensis.  „ 
I  ripetuti  eccitamenti,  e  le  parole  confortevoli  degli  ili.""'  si- 
gnori capitani  rivelano  quanto  fosse  profondo  l'abbattimento  dei 
cittadini:  per  richiederli  di  uno  sforzo  supremo  per  la  salvezza 
della  patria,  era  necessario  assicurarli  prima  di  un  pronto  ajuto 
da  parte  della  Repubblica  di  Venezia. 

La  Signoria  di  Venezia,  infatti,  dopo  avere  seguita  per  lungo 
tempo  una  politica  ambigua,  pareva  risoluta  finalmente  di  soccor- 
rere i  Milanesi. 

Gli  ultimi  avvenimenti  aveano  dimostrata  tutta  l' abilità  e  la  po- 
tenza dello  Sforza:  premeva  perciò  moltissimo  a  quella  Repubblica 
che  uno  Stato  limitrofo  importante  non  gli  cadesse  nelle  mani. 
Le  sue  milizie  erano  radunate  al  confine,  ed  aspettavano  soltanto 
un'occasione  favorevole  per  varcare  l'Adda  ed  avanzarsi  fino  alle 
porte  di  Milano. 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  279 

Il  conte  Francesco  volle  ad  ogni  costo  impedire  codesta  spedi- 
zione. Con  i  fatti  d'arme  dei  mesi  precedenti  egli  era  diventato 
padrone  del  basso  Milanese,  e  da  quella  parte  non  potevano  giun- 
gere soccorsi  all'affamata  città.  Tutta  la  sua  attenzione  si  portò 
dunque  sulla  linea  di  confine  da  Cassano  al  ponte  di  Lecco.  A 
tale  scopo  avea  mandato  in  Brianza,  sotto  gli  ordini  del  fratella 
Giovanni,  alcune  compagnie  di  fanti,  ed  egli  stesso  col  grosso  del- 
l'esercito  era  venuto  a  stabilirsi  a  Cassano  d'Adda.  Scorsi  pochi 
giorni,  ebbe  avviso  del  concentrarsi  che  facevano  i  Veneziani  in 
faccia  a  Brivio,  e  prevedendo  difficile  una  lunga  resistenza  da  parte 
del  fratello,  decise  di  andare  subito  a  quella  volta.  Nella  sera  levò 
il  campo  da  Cassano,  e  senza  indugi  s'avviò  coli' esercito  verso 
Brivio. 

Nella  notte,  giunto  vicino  ad  Usmate,  vide  molti  fuochi  accesi 
sul  San  Genesio  che  gli  stava  dirimpetto:  credette  fossero  i  sol- 
dati di  suo  fratello  Giovanni,  intenti  a  costruire  nuovi  ripari:  ma 
arrivato  a  Calco  sull' albeggiare,  con  gran  sorpresa  s'avvide  che 
il  monte  era  occupato  dai  Veneziani.  Questi  in  buon  numero  nel 
giorno  precedente,  dopo  tragittata  l'Adda  e  dispersi  senza  diffi- 
coltà gli  Sforzeschi,  aveano  inalberata  la  bandiera  di  Venezia  sul 
San  Genesio. 

Per  lo  Sforza  era  un  colpo  assai  grave  :  le  sorti  della  guerra, 
sino  a  quel  giorno  a  lui  oltremodo  propizie,  parevano  ad  un  tratto 
cambiar  piega  :  ormai  i  Veneziani  erano  padroni  dell'  alta  Brianza, 
ed  aveano  aperta  la  strada  per  congiungersi  coli' esercito  della 
Repubblica  sorella,  stanziato  a  Monza  ;  rifornita  di  soldati  e  di  vi- 
veri, Milano  poteva  prolungare  a  tempo  indeterminato  la  sua  re- 
sistenza. 

Sulle  prime  parve  al  conte  una  grave  imprudenza  il  rimanere 
a  Calco,  ed  impresa  troppo  difficile  quella  di  contrastare  ai  Ve- 
neziani la  Brianza.  Tuttavia  gli  doleva  di  deporre  cosi  presto 
il  pensiero  da  una  spedizione,  temeraria  forse,  ma  anche  piena  di 
attrattive  per  un'indole  guerriera  come  la  sua.  Contro  il  parere 
de'  suoi  capi  di  squadra,  decise  dunque  di  tenere  fermo  contro  il 
nemico,  e  di  confidare  nella  sua  buona  fortuna. 

Con  molto  accorgimento  egli  dispose  le  soldatesche  in  modo  da 
impedire  ai  Veneziani  ch'erano  sul  monte  di  scender  al  basso,  ed 
a  quelli  di  là  dell'Adda  di  tragittarla. 


280  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

Ebbero  luogo  piccoli  scontri,  ma  senza  importanti  risultati,  dalle 
due  parti. 

Un  tentativo  degli  Sforzeschi  di  salire  il  San  Genesio  non  ebbe 
fortuna;  il  nemico  dall'alto,  dietro  solidi  ripari,  con  sassi  e  con 
freccio  seppe  tenerli  lontani.  Ma  con  queste  avvisaglie  lo  Sforza 
fece  perdere  ai  Veneziani  un  tempo  prezioso.  Per  Milano  ogni 
giorno  di  più  di  quella  crudele  aspettativa  voleva  dire  un  nuovo 
e  maggior  numero  di  vittime  della  fame  e  degli  stenti.  Al  popolo 
che  tumultuava,  i  magistrati  rispondevano  mettendo  a  prezzo  la 
testa  di  Francesco  Sforza.  Intanto  nessuna  notizia  potevano  dare 
dei  soccorsi  da  lungo  tempo  promessi. 

Per  sollecitarne  la  venuta,  i  capi  della  Repubblica  fecero  istanza 
al  loro  capitano  generale  Jacopo  Piccinino  di  sortire  da  Monza 
dove  stava  coli' esercito,  e  di  muovere  incontro  alle  sospirate  prov- 
vigioni. 

Allo  stesso  Piccinino  furono  larghi  di  promesse  di  ingrossargli 
le  fila  dei  combattenti  con  quante  persone  atte  alle  armi  avreb- 
bero potuto  mandargli  da  Milano:  e  infatti  non  tralasciarono  lu- 
singhe né  minaccio  per  spingere  i  cittadini  ad  arrolarsi  nell'eser- 
cito di  Monza,  come  si  rileva  da  una  grida  del  17  dicembre. 

«  MCCCCXL Villi  die  XVII  decembris. 

"  Perchè  intendano  li  111.'  Signori  Capitanei  et  defensori  de  la  li- 
bertate  che  si  facia  de  li  facti  et  tali  che  daranno  grandissimo 
contentamento  et  conforto  a  qualunque  vero  amatore  de  la  per- 
fecta  libertate,  fanno  comandamento  et  crida  che  ciascheduno  sia 
chi  si  voglia  0  squadraro  o  homo  d'arme  o  conestabile  o  fante  de 
pedo  che  scripto  sia  al  soldo  de  questa  Ex.  Comunità  o  che  habia 
havuto  el  spaciamento  suo  secondo  li  ordini  debia  oggi  per  tutto 
il  dì  essere  a  Monza  e  consegnarse  davanti  el  Magnifico  Conte  Ja- 
como  Piccinino  Capitano  generale  de  la  prefata  Comunitate  et 
fare  quanto  per  lui  gli  sarà  comandato  sotto  pena  da  quattro 
squassi  de  corda  et  de  perdere  le  armi  et  cavalli  se  troveranno 
bavere,  et  oltre  de  questo  de  stare  in  presune  uno  mese  de  lungo 
e  chi  se  lasserà  trovare  non  essere  andato  e  consignato  come  so- 
pra è  dicto. 

"  Petrus  prior  e  G.  Candidus.  Gridata  ad  scallas,  etc.  „ 

Ma  pare  che  la  grida  non  sortisse  tutto  l'effetto  desiderato, 
perchè  pochi  giorni  dopo  ripeterono  l'appello  con  maggiore  am- 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  281 

pollosità  di  frasi,  e  con  promesse  di  una  vittoria  pronta  e  decisiva. 
È  un  curiuso  documento,  e  un  modello  dello  stile  ufficiale  di  quei 
tempi,  il  quale  merita  di  essere  riprodotto. 
«  MCCCCXLVIIII  die  XXIII  decembris. 
Mirabile  exemplo  ha  dimostrato  questo  magno  et  florentissimo 
populo  de  la  sua  sancta  constantia  et  magnanimitate,  dal  prin- 
cipio de  la  reasumpta  justissim^ente  libertate  fino  al  di  presente 
et  de  la  virtute  et  singulare  probitate  sua  usata  in  non  lassare 
essa  libertate  opprimere  dà  li  sì  crudelissimi  inimici.  Non  solum 
tota  Italia  ne  parla  in  sua  grandissima  laude  ma  lo  universo  mondo 
con  stupore  la  esalta  et  accogliendo  quanto  ha  facto  esso  'populo 
per  il  tempo  de  la  sua  sancta  libertate,  le  spese  grandissime  sup- 
portate li  pericoli  a  li  quali  ha  exprunta  la  propria  persona  per 
non  lassarse  mettere  el  terribile  jugo  de  la  perpetua  servitute, 
degnamente  se  po'  al  popolo  Komano  comparare,  ma  l' ultima  co- 
rona de  la  gloria  nostra  et  de  questa  inclita  città  et  del  dicto  po- 
pulo et  aparegiata  di  presente  che  passando  lo  potente  esercito 
de  la  111.*  Signoria  de  Venetia  come  de  bora  in  bora  se  expecta 
et  giungendo  con  esso  le  nostre  gente  d'arme  et  il  dicto  populo 
insieme  ancora  come  è  ordinato,  tale  Victoria  se  acquisterà  et  tale 
triumpho  de  lo  perfido  tiranno  Conte  Francesco  nostro  capitale 
inimico  che  sarà  casone  di  perpetua  felicitote  de  tutta  questa  pa- 
tria, et  anche  de  tutta  quanta  l'Italia.  Pertanto  li  IH.' Signori 
Capitani  et  defensori  de  la  prefata  libertate  confortano  qualunque 
vero  amatore  della  libertate  et  devoto  del  glorioso  S.  Ambrosio 
patrono  et  protettore  nostro  che  a  questa  volta  chiaramente  di- 
mostra la  totale  aifectione  sua  apparecchiandosi  con  soi  forni- 
menti et  arme  per  essere  in  puncto  de  andare  domane  con  quanti 
porà  menare  con  se  e  mandare  dove  li  sarà  ordinato  et  comandato 
per  ritrovarse  appresso  al  nostro  Capitan  generale  et  expectare 
r  bora  del  passare  de  la  gente  de  la  prefata  Signoria  et  ritrovarse 
presente  a  tanta  Victoria  certa  et  indubitata  perchè  o  expectando 
0  non  expectando  il  dicto  inimico  nostro,  necessario  è  rimanga  al 
tutto  disfacto  per  non  potere  resistere  a  tanta  potentia.  Et  questo 
si  farà  fra  il  spatio  di  dui  di  o  tri  al  pitì,  né  più  oltre  può  andare: 
siche  ogni  homo  voglia  ussire,  et  chi  è  da  più  e  più  pò,  più  pre- 
sto se  mova  el  daga  bono  exemplo  agli  altri  et  se  habia  avisamento 
da  farse  condurre  del  pane  cocto  a  sufficienza  per  quelli  menarà 

Ardi.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  18 


282  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

con  sè  per  duy  o  tri  dì  come  sopra  è  dicto,  aciochè  per  manca- 
mento di  pane  non  se  stia,  et  se  possa  ritornare  victoriosi  et  glo- 
riosi et  de  poi  riposare  et  liberare  tanti  guai  et  affanni,  godere  del 
fructo  de  la  prefata  libertà  et  rendere  la  debita  gratia  a  Dio  onni- 
potente. El  signo  del  movere  ogni  homo  lo  intende  quando  la 
campana  del  domo  sonarà  un  poco  da  festa  et  lo  loco  dove  si 
debia  alora  radunarse  è  a  sancto^ionisio.  Et  ciaschuno  habia  ad- 
vertentia  de  mettere  la  banda  che  ha  el  segno  de  questa  excelsa 
Comunità 

"  Petrus  prior.,  etc.  „ 

Jacopo  Piccinino  assecondò  il  voto  dei  capi  della  repul)blica: 
una  mattina  degli  ultimi  di  dicembre  partì  da  Monza  con  le  mi- 
gliori e  più  agguerrite  fra  le  sue  soldatesche,  ed  avviatosi  per  la 
strada  di  Peregallo,  egli  sperava  di  giungere  l'indomani  al  San 
Genesio. 

I  Milanesi  erano  circa  quattromila  uomini  a  piedi  ed  altret- 
tanti a  cavallo,  e  bastavano  per  una  spedizione,  nella  quale  la  ce- 
lerità era  condizione  principale  del  successo.  La  sera  del  mede- 
simo giorno  r  avanguardia  raggiunse  Montevecchia,  ma  il  Piccinino 
col  corpo  principale  si  fermò  al  piccolo  villaggio  di  Casate  Vec- 
chio. Nella  stessa  giornata  sull'imbrunire  lo  Sforza  ebbe  avviso 
del  movimento  del  nemico.  Con  V  avvedutezza  che  gli  era  propria, 
subito  radunò  i  capi  di  squadra,  e  li  avvertì  del  gran  pericolo  che 
correvano  di  essere  forse  l'indomani  assaliti  dai  due  eserciti  al- 
leati; soggiunse  di  non  vedere  altro  scampo  che  nel  partire  nella 
notte  stessa  da  Calco,  nell'andare  incontro  al  Piccinino,  e  batterlo 
prima  che  avesse  raggiunti  i  Veneziani. 

La  proposta  fu  accettata,  e  senza  indugi  eseguita.  A  tre  ore  di 
notte  gli  Sforzeschi  in  buon  ordine  e  silenziosi  si  avviarono  lungo 
la  valle  di  Rovagnate.  Rimasero  poche  squadre  a  guardia  del 
passo  dell'Adda,  più  a  dimostrazione  di  forza  che  a  valida  difesa. 
Se  i  Veneziani  profittando  della  sua  assenza  tragittavano  il  fiume, 
il  conte  si  lusingava. di  retrocedere  in  tempo,  da  costringerli  alla 
ritirata. 

Percorsa  la  valle  e  varcata  la  collina  di  Sìrtori,  l'esercito  si 
trovò  vicino  a  Casate  ch'era  ancor  notte.  Le  prime  sentinelle  fu- 
rono prese  e  disarmate,  e  di  corsa  gli  Sforzeschi  assalirono  il  campo 
dei  Milanesi.  Questi,  cólti  all'  improvviso,  diedero  di  piglio  alle  armi 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  285 

e  giovandosi  della  posizione  elevata,  seppero  per  qualche  ora  re- 
sistere agli  assalitori.  Ai  piedi  del  villaggio  accadde  una  zuffa  ac- 
canita :  per  due  volte  il  conte  Francesco  fu  abbandonato  da'  suoi, 
ma  colle  parole  e  con  l'esempio  li  richiamò  a'  suoi  fianchi,  e  con 
maggior  animo  ripresero  il  combattimento. 

Una  vittoria  completa  fu  il  frutto  della  loro  costanza:  i  Milanesi 
cominciarono  a  piegare  sotto  i  replicati  colpi  degli  Sforzeschi,  ed 
alla  fine  cedettero  il  campo.  Jacopo  Piccinino,  al  quale  pareva* 
di  avere  soddisfatto  all'onore  delle  armi,  senza  tentare  la  rivin- 
cita, si  ritirò  coir  avanzo  dell'esercito  sotto  le  mura  di  Monza. 

Nello  stesso  giorno  il  conte  Francesco  riparti  da  Casate,  e  piantò 
le  tende  la  sera  a  Montevecchia.  L'avanguardia  milanese  se  n'era 
andata  poche  ore  prima  da  quell'  importante  "  posizione,  appena 
udita  la  rotta  del  Piccinino  ;  e  attraversata  la  valle  di  Rovagnate,. 
avea  raggiunti  i  Veneziani  sul  San  Genesio. 

Respinto  il  Piccinino  e  tolta  ai  Milanesi  la  voglia  di  cimentarsi 
con  lui  in  aperta  campagna,  credette  lo  Sforza  di  avere  davanti 
a  sé  qualche  settimana  di  riposo. 

Il  freddo  intenso  di  quei  giorni  metteva  un  ostacolo  alle  fa- 
zioni di  guerra:  non  era  possibile  lasciare  le  truppe  all'aperto, 
e  furono  perciò  distribuite  nei  villaggi,  al  riparo  dal  rigore  della 
stagione. 

Ma  fu  per  poco:  quel  gruppo  di  Veneziani  e  Milanesi  raccolti 
sul  San  Genesio  con  frequenti  scorrerie  e  rapine  gettava,  lo  spa- 
vento negli  abitanti  della  valle  sottoposta  ;  parecchie  famiglie,  delle 
più  cospicue  della  Brianza,  come  i  d' Adda  di  Olginate,  i  Nava,  gli 
Isacchi,  famiglie  un  giorno  potenti,  adesso  minacciate  di  rovina  e 
di  morte,  accorsero  a  cercare  rifugio  e  difesa  presso  lo  Sforza,  tut- 
tora accampato  a  Montevecchia.  D'altra  parte  gli  giunse  l'avviso 
della  costruzione  di  un  nuovo  ponte  sull'Adda,  di  fronte  ad  Olgi- 
nate, pel  quale  i  Veneziani  da  un  giorno  all'altro  potevano  rag- 
giungere la  sponda  lombarda. 

Per  impedire  loro  il  passaggio,  o  per  lo  meno  l' inoltrarsi  in 
Brianza,  spedì  truppe  a  Galbiate  e  sul  monte  Barro:  egli  stesso 
levò  il  campo  da  Montevecchia  e,  giunto  a  Calco,  comprese  la  ne- 
cessità di  liberare  il  San  Genesio.  Andato  a  vuoto  il  primo  tenta- 
tivo di  sgomberare  il  monte  colle  armi,  risolvette  di  costringere 
colla  fame  i  Veneziani  ad  arrendersi. 


284  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

Erano  quasi  quattromila  uomini,  compresi  i  Milanesi  giunti 
lassù  da  Montevecchia ,  e  vivevano  delle  razioni  che  il  comandante 
dell'esercito  veneto  spediva  loro  giorno  per  giorno  dalla  sinistra 
sponda  dell'Adda,  attraverso  infinite  difficoltà,  e  appena  riceveva- 
no di  che  sfamarsi.  Bastava  intercettare  il  passo  tre  giorni  per 
ottenere  l'intento  desiderato  dallo  Sforza.  Ma  appunto  per  chiu- 
dere la  via  alle  vettovaglie  conveniva  dapprima  impadronirsi  della 
Rócca  d' Airuno.  Posta  su  di  un  colle  isolato,  a  guisa  di  sentinella 
avanzata  del  San  Genesio  verso  l'Adda,  essa  era  custodita  dai 
Veneziani  con  molta  cura,  perchè  alla  medesima  facevano  capo  i 
convogli  diretti  alle  soldatesche  sul  monte. 

Francesco  Sforza  scelse  le  migliori  tra  le  sue  squadre  di  uomini 
a  piedi,  e  le  guidò  all'assalto  della  Rócca.  La  presenza  del  grande 
capitano  produsse  il  consueto  effetto:  le  truppe  attaccarono  con 
impeto,  e  dopo  una  mezza  giornata  di  combattimento,  rimasero  pa- 
drone della  posizione.  Fatti  prigionieri  i  difensori  e  messo  un  pre- 
sidio a  guardia  del  passo,  non  fu  più  possibile  da  parte  dei  Ve- 
neziani nessuna  spedizione  per  quel  giorno  né  per  i  seguenti: 

Le  soldatesche,  riunite  sulla  cima  del  San  Genesio,  perduta  ogni 
speranza  di  soccorso,  per  non  morire  di  fame,  abbandonarono  quei 
luoghi.  I  Veneziani  discesero  dal  versante  che  guarda  Olginate,  e 
senza  soffrirne  danno,  ripassarono  l'Adda.  I  Milanesi  invece  pre- 
ferirono arrendersi  allo  Sforza,  dal  quale  furono  accolti  con  dol- 
cezza, e -confortati  di  cibo;  concedette  a  tutti  la  libertà  di  andar- 
sene alle  proprie  case,  e  questa  sua  magnanimità  fu  anche  un 
atto  di  buona  politica:  i  Milanesi,  lieti  della  loro  salvezza,  ritor- 
nati in  patria,  non  ristarono  dal  decantare  la  bontà  e  clemenza 
del  conte. 

Gli  abitanti  intorno  al  San  Genesio,  vedendo  restituita  la  pace 
e  la  sicurezza  alle  loro  terre,  pieni  di  gratitudine,  si  dichiararono 
tutti  devoti  e  partigiani  del  valente  capitano,  il  quale  avea  sa- 
puto in  cosi  breve  tempo  liberare  il  paese. 

Sebbene  ormai  padrone  della  riva  destra  dell'Adda,  lo  Sforza 
volle  premunirsi  contro  le  sorprese  dei  Veneziani  coli' aggiungere 
nuove  difese  alla  Rocca  d' Airuno  ed  alle  alture  contìgue. 

Dalla  Rócca  fin  presso  ad  Olginate  si  distende  una  catena  di 
piccole  colline,  le  quali  formano  col  San  Genesio  la  valletta  di 
Greghentino,   e  dal  lato  opposto  lambiscono  l'Adda.   Su  ciascun 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRTANZA.  285 

rialzo  fece  costruire  un  riparo,  detto  bastìa^  con  sacchi  di  terra 
e  fascine,  e  negli  intervalli  fece  aprire  un  fossato.  I  Veneziani  tenta- 
rono invano  di  interrompere  i  lavori,  ed  una  volta  condotti  a 
compimento,  non  si  arrischiarono  più  di  passare  l'Adda,  e  nem- 
meno erano  sicuri  sull'opposta  riva  dal  tiro  degli  schioppettieri 
sforzeschi,  collocati  dietro  le  bastìe. 

Questi  fatti  avvennero  nei  primi  giorni  dell'anno  1450.  Allo 
Sforza  parve  alla  fine  di  essere  sicuro  della  vittoria.  Infatti  Ja- 
copo Piccinino  dopo  la  sconfitta  di  Casate  era  andato  a  chiudersi 
in  Milano,  ed  i  Veneziani,  respinti  tutti  sulla  sinistra  dell'Adda, 
non  ispiravano  più  nessun  timore. 

IL 

La  notizia  di  questi  avvenimenti  gettò  lo  sgomento  e  la  coster- 
nazione nei  Milanesi.  Pochi  giorni  prima  s'aspettavano  di  vedere 
ritornare  Jacopo  Piccinino  vittorioso,  e  seguito  da  un  convoglio 
di  farine.  Ebbero  invece  il  triste  spettacolo  delle  soldatesche  bat- 
tute a  Casate,  le  quali  alla  spicciolata,  lacere  ed  avvilite,  vennero 
ad  accrescere  il  numero  degli  affamati.  I  Veneziani  erano  più  lon- 
tani di  prima,  e  delle  provvigioni  nessuna  speranza,  perchè  in- 
tercettata ogni  via  dalle  truppe  sforzesche. 

Con  tutto  ciò  i  capi  della  Repubblica  Ambrosiana  non  piega- 
rono r  animo,  e  più  tenaci  del  potere  che  non  addolorati  dei  mali 
della  città,  col  mezzo  dell'ambasciatore  veneto  I^orenzo  Veniero 
replicarono  le  istanze  alla  Signoria  di  Venezia  per  ottenere  ajuti 
d'uomini  e  di  vettovaglie. 

La  loro  domanda  ebbe  favorevole  accoglienza ,  e  le  -due  repub- 
bliche vennero  ad  una  nuova  convenzione,  come  si  rileva  da  una 
grida  del  5  gennajo  1450,  del  seguente  tenore: 

MCCCCL  . .  Die  V  Januarii.  Havendo  deliberato  et  concluso  in- 
sieme la  111.*  Signoria  de  Venetia  et  la  Magnifica  et  excelsa  Co- 
munitate  nostra  de  attendere  per  ogni  modo  et  via  ut  vincere  el 
Conte  Francesco  Sforza  comune  inimico  nostro  per  liberare  questa 
inclita  Città  et  populo  suo  de  la  oppressione  sua  ha  posta  questa 
conclusione  et  conventione  con  lo  Magnifico  Messere  Leonardo 
Veniero  ambassadore  da  la  prefata  IH.*  Signoria  il  quale  è  in 
questa  Ex.*  Cita  di  Milano  di  levare  da  esso  inimico  fino  a  lanze 


286  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

duemilia,  et  così  fanno  pubblicare  uno  bando  a  Bergamo  et  un 
altro  qui  in  Milano  e  li  quali  si  darà  a  tutti  quelli  se  partiranno 
dal  dicto  comune  inimico  per  venire  a  prendere  soldo  et  conducta 
de  la  prefata  Signoria  et  de  questa  excelsa  Comunitade  a  com- 
puto de  ducati  d'oro  cinquanta  Veneziani  per  lanza,  cioè  quindici 
ài  presente  et  gli  altri  fin  al  complimento  de  cinquanta  ducati  a 
questa  primavera  che  vene  et  seragli  accresciuta  la  condotta  se- 
condo la  conditione  et  il  merito  de  ciascuno.  Et  in  questo  mezzo 
tempo  gli  saranno  dati  alloggiamenti  ne  le  terre  de  la  prefata  Si- 
gnoria a  Padova  o  a  Verona  o  dove  più  li  piacerà. 

Pertanto  li  prefati  Capitanei  havuto  tale  conventione  con  el 
predicto  ambassadore  fanno  notitia  a  ciascuna  persona  quale  sia 
BÌ  soldo  del  dicto  comune  inimico  purché  non  sia  rebello  ne  ban- 
dicto  né  confinato  da  questa  Ex.*  Comunità  et  voglia  partirle  de' 
esso  nostro  comune  inimico  et  prender  soldo  de  la  prefata  Signo- 
ria et  de  questa  Ex."  Comunità  vada  o  dall'  111.''  signor  Sigismondo 
o  da  li  Commissari  de  la  prefata  Signoria  di  Venetia  o  a  Bergamo 
da  li  ofiitiali  o  vegna  qui  a  Milano  da  noi  dove  gli  mette  meglio. 
El  quale  venire  qui  a  Milano  per  questa  casone  se  gli  concede 
per  la  presente  crida;  et  seragli  dato  come  è  dicto  di  sopra  ara- 
sene de'  cinquanta  ducati  d' oro  veneziani  per  cadauna  lanza  cioè 
quindici  ducati  come  più  tosto  saranno  qui  a  Milano  o  a  Ber- 
gamo et  gli  altri  fino  al  compimento  deli  cinquanta  ducati  a  questa 
primavera.  Ne  gli  sarà  fatto. . .  alcuno.  Et  in  questo  mezzo  tempo 
haveranno  allogiamento  et  stanze  ne  le  terre  de  la  prelibata  Si- 
gnoria de  Venetia  come  è  dicto  di  sopra  et  oltre  di  questa  gli 
saranno  fatte  altre  comoditate  et  cortesie  per  la  quale  se  potranno 
ben  contentare  avisando  del  suo  venire  et  mandare  de  li  suoi  a 
Bergamo  o  qui  per  acconciarse  et  ad  ogni  sua  posta  dal  dì  de 
oggi  innanzo  et  gli  è  lecito  li  liberamente  venire. 

Gabriel  prior  Candidus. 

Ma  per  soccorrere  in  modo  efficace  i  Milanesi  dopo  gli  infelici 
tentativi  del  mese  precedente,  era  necessario  studiare  un  diverso 
piano  di  guerra,  e  trovare  una  strada  più  sicura.  Una  via  tuttora 
inesplorata,  la  suggerì  Bartolomeo  Colleoni.  Questo  celebre  capita- 
no era  insieme  con  Sigismondo  Malatesta  al  campo  dei  Veneziani 
sulla  sinistra  dell'  Adda  :  personaggio  influente,  pratico  della  guerra, 
egli  godeva  di  una  grandissima  autorità  nell'  esercito. 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  *  287 


In  un  consiglio  tenuto  da  Sigismondo,  Bartolomeo  Colleoni  pro- 
pose di  andare  al  lago  di  Como,  passando  per  la  Valsassina,  e  di 
penetrare  quindi  dal  lago  in  Brianza  per  la  strada  della  Vallas- 
sina.  Como  essendo  amica  dei  Milanesi,  non  vi  erano  da  temere 
ostacoli  nel  tragitto  di  lago. 

Le  difficoltà  incominciavano  soltanto  nella  Vallassina,  dove  la 
strada  erta  e  scabrosa,  dominata  dai  monti,  poteva  essere  chiusa 
da  un  piccolo  stuolo  di  combattenti;  difficoltà  queste  non  insupe- 
rabili. 

La  proposta  fu  da  tutti  approvata,  ed  al  Colleoni  stesso  ne  af- 
fidarono l'esecuzione.  La  di  lui  abilità  era  troppo  conosciuta  per 
dubitare  dell'  esito  felice,  qualunque  fossero  gli  ostacoli  da  vincere. 

La  via  più  breve  per  giungere  nella  Valsassina  era  quella  di 
risalire  l'Adda  fin  quasi  a  Lecco,  e  di  là  penetrare  nella  valle: 
era  tutto  territorio  amico,  ma  troppo  esposto  ai  colpi  dell'oppo- 
sta riva.  Per  evitare  questi  e  tenere  nascosta  la  sua  andata.  Col- 
leoni, come  pratico  dei  monti,  preferì  di  inoltrarsi  colle  sue  squa- 
dre per  la  valle  Imagna,  dietro  l' Albenza  e  il  Resegone.  Passò  per 
Morterone,  villaggio  all'estremità  del  territorio  di  Bergamo,  e  va- 
licato il  monte  detto  la  Colmine^  dopo  un  viaggio  di  tre  giorni 
-entrò  in  Valsassina,  sopra  Introbbio.  Attraversò  la  valle,  scese  a 
Bellano,  dove  fu  accolto  con  festa:  quivi  erano  le  navi  dei  Coma- 
schi, pronte  per  trasportarlo  a  Bellagio.  Ma  prima  di  avventurarsi 
sul  lago,  mandò  due  squadre  ad  occupare  Varenna  e  Mandello, 
per  avere  sicuro  il  fianco  contro  una  sorpresa  del  nemico. 

Le  prime  notizie  di  questa  spedizione  giunsero  nel  medesimo 
tempo  a  Milano  ed  al  campo  sforzesco. 

I  Milanesi  ne  concepirono  subito  grandi  speranze,  ed  a  norma 
degli  accordi  colla  Signoria  di  Venezia,  i  capi  del  Comune  ordi- 
narono a  Jacopo  Piccinino  di  portarsi  coli'  esercito  a  Como.  Di 
là,  secondo  le  notizie  del  Colleoni,  egli  poteva  entrare  direttamente 
nella  Brianza,  ovvero  spingersi  avanti  fino  a  Bellagio. 

Dal  canto  suo,  lo  Sforza,  appena  seppe  che  il  Colleoni  era  a 
Bellano,  indovinando  il  piano  del  nemico,  spedi  sollecitamente 
Oiovanni  suo  fratello  ad  Erba  con  buon  numero  di  fanti  :  gli  or- 
dinò di  inoltrarsi  nella  Vallassina,  e  di  distribuire  le  sue  forze  nei 
piccoli  villaggi  costeggianti  la  riva  destra  del  lago  di  Lecco,  met- 
tendone una  parte  ad  Onno  e  un'  altra  a  Limonta  :  e  due  squa- 


288  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

dre  alla  punta  di  Bellagio,  dove  esisteva  una  rócca  a  picco  sul  lago, 
per  natura  inespugnabile. 

Gli  raccomandò  di  guardare  ogni  passo,  ogni  accesso  dal  lago 
alla  Valle,  e  nel  medesimo  tempo  di  assicurarsi  alle  spalle  col  te- 
nere in  obbedienza  gli  abitanti  della  pieve  d' Incino  e  del  piano 
d'Erba. 

Sul  monte  Barro  mandò  un  presidio  di  duecento  uomini,  suffi- 
ciente a  difendere  quelle  cime  scabrose,  e  ad  incutere  rispetto  nel 
paese  all'intorno. 

Egli  stesso  il  conte  Francesco  fece  un  giro  nei  monti  costeg- 
gianti  il  lago  di  Lecco,  e  provvide  alla  difesa  dei  punti  più  minac- 
ciati. 

I  Veneziani  profittarono  della  sua  assenza  per  tentare  un  colpo 
contro  la  ròcca  di  Airuno  e  le  bastìe  da  lui  erette  poco  tempo 
prima. 

Sul  far  del  giorno  passarono  il  fiume,  e  colle  scale  mossero  al- 
l'assalto. Ma  appunto  nella  notte  precedente  il  conte  avea  fatto 
ritorno  a  Calco,  e  subito  si  portò  dove  fervea  la  battaglia:  due 
bastie  erano  già  cadute  in  mano  del  nemico,  due  altre  correvano 
pericolo,  ed  i  difensori  col  fumo  facevano  dei  segnali  di  non  po- 
tere resistere  più  a  lungo.  "  Difendetevi,  sono  con  voi  !  „  gridò  il 
conte  :  la  sua  presenza  e  le  sue  parole  ricondussero  la  fiducia  negli 
Sforzeschi.  I  Veneziani,  appena  lo  riconobbero,  sbigottiti  si  die- 
dero per  vinti:  quelli  ch'eran  già  sugli  argini  e  distruggevano  i 
ripari,  si  gettarono  nelle  fosse  :  "  alla  vista  dello  Sforza  „ ,  dice  un 
cronista,  "  non  che  assalirlo,  tocchi  del  suo  ardimento,  della  fama 
di  lui,  si  ritirarono  salutandolo  „.  Intanto  da  Calco  giunsero  nuove 
milizie,  ed  agli  assalitori  non  rimase  altro  scampo  che  di  portarsi 
tutti  sulla  sinistra  dell'Adda. 

Questi  felici  risultati  erano  in  gran  parte  dovuti  alla  influenza 
personale  del  conte.  Alla  riputazione  di  generale  abilissimo,  egli 
aggiungeva  delle  qualità  fisiche  di  una  grande  efiicacia  sulle  truppe. 
Di  statura  elevata,  imperioso  nel  volto,  fermo  e  risoluto  nel  co- 
mandare, impavido  di  fronte  al  nemico,  la  sua  sola  presenza  ba- 
stava per  risvegliare  l' entusiasmo  ne'  suoi,  e  togliere  ai  nemici  il 
coraggio. 

Le  cose  andavano  diversamente  quando  egli  era  lontano.  Gio- 
vanni suo  fratello,  colle  truppe  disseminate  nella  Vallassina,  do- 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  289" 

ve  va  guardarsi  dagli  abitanti  di  Asso,  che  gli  erano  ostili,  e  men- 
tre badava  a  costoro,  fu  all'improvviso  assalito,  vicino  ad  Onno, 
dalla  flotta  comasca  e  dal  Colleoni. 

Giovanni  non  ebbe  tempo  di  radunare  su  un  punto  solo  una 
forza  sufficiente:  minacciato  da  più  lati,  fu  costretto  a  ritirarsi 
non  solo  da  Onno,  ma  da  tutta  la  Vallassina,  ed  a  ripiegare  nel 
Pian  d' Erba.  Le  squadre  eh'  erano  rimaste  alla  punta  di  Bellagio, 
vedendosi  abbandonate  in  mezzo  ai  nemici,  si  arresero  al  Colleoni  ; 
così  in  brevissimo  tempo  tutta  la  Vallassina  dalle  mani  dello 
Sforza  passò  in  quelle  dei  Veneziani.  Condotti  da  un  valente  ca- 
pitano, questi  potevano  ormai  invadere  il  Pian  d'Erba,  e  disten- 
dersi nell'Alto  Milanese. 

A  questi  fatti  sfavorevoli  si  aggiunse  a  danno  dello  Sforza  una 
vittoria  di  Jacopo  Piccinino. 

Si  teneva  egli  a  Como  coli' esercito,  e  da  Milano  gli  spedivano 
di  frequente  nuove  compagnie  di  fanti  e  di  cavalieri.  Il  condottiero 
d'una  di  queste  spedizioni,  fece  credere  al  Ventimiglia,  castellano 
di  Cantù  e  devoto  allo  Sforza,  di  essere  pronto  a  passare  dalla 
parte  sua;  bastava,  soggiunse  il  condottiero,  che  il  Ventimiglia 
mandasse,  a  un  certo  punto  della  via  tra  Barlassina  e  Como,  al- 
cune delle  sue  squadre,  ed  egli  avrebbe  data  in  mano  agli  Sfor- 
zeschi la  sua  compagnia. 

Il  Ventimiglia  cadde  nell'agguato,  e  andò  colle  truppe  al  sito 
indicato  :  ma  quivi  furono  assalite  dai  condottieri  che  venivano  da 
Milano,  e  dal  Piccinino  il  quale,  avvisato  in  tempo,  capitò  loro  alle 
spalle.  La  resistenza  era  inutile,  e  cedettero  le  armi:  con  molto 
stento  il  Ventimiglia  giunse  a  fuggire,  e  di  nuovo  si  rinchiuse  nel 
castello  di  Cantù. 

Da  codesti  avvenimenti  i  Milanesi  pigliarono  coraggio  :  era  rotta 
la  cerchia  di  ferro  intorno  alla  città,  e  dalla  strada  comasina  le 
vettovaglie  potevano  arrivare  liberamente. 

I  capi  della  repubblica  si  affrettarono  infatti  a  farne  ricerca, 
ma  il  contado  per  molte  miglia  all'  ingiro  era  esausto  e  povero  ;  il 
pane  raccolto  bastò  a  saziare  i  Milanesi  per  pochissimi  giorni.  Fu 
un  breve  conforfo,  e  ben  presto  la  città  ricadde  nello  strazio  di 
prima.  < 

Francesco  Sforza,  appena  informato  dei  progressi  dei  Veneziani 
nella  Vallassina,  mandò  nel  Pian  d'Erba  Carlo  Gonzaga  con  al- 


290  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 


cune  compagnie  a  piedi  ed  altre  a  cavallo,  per  impedire,  o  almeno 
per  rallentare  il  passo  al  Colleoni. 

Ma  qualunque  ne  fosse  il  motivo,  o  timore  di  cimentarsi  collo 
Sforza  in  aperta  campagna,  od  astuzia  della  Eepubblica  di  Vene- 
zia di  ridurre  i  Milanesi  agli  estremi,  per  essere  poi  da  loro  chia- 
mata come  padrona  anziché  alleata,  il  Colleoni  con  i  suoi  si  fermò 
nella  Vallassina,  senza  nemmeno  tentare  la  occupazione  della 
Brianza:  dal  canto  suo  il  Piccinino,  vista  l'esitanza  degli  alleati, 
non  volendo  agire  da  solo,  rimase  fermo  a  Como  coli' esercito. 

HI. 

Lo  Sforza  era  tuttora  padrone  della  riva  destra  dell'Adda  :  da  Cal- 
co egli  poteva  in  brevissimo  tempo  accorrere  in  quel  punto  qualsiasi 
della  Brianza  che  per  avventura  fosse  minacciato  dal  nemico.  La 
sua  posizione  era  dunque  buona:  tuttavia  cominciò  a  temere  di 
doverla  abbandonare.  Un  nemico,  più  difficile  a  vincere  dei  Vene- 
ziani, lo  veniva  accerchiando  e  premendo  da  ogni  parte;  contro 
il  quale  l'unico  scampo  era  la  fuga. 

La  carestìa,  flagello  dei  Milanesi  in  quei  giorni,  venne  a  per- 
cuotere anche  l'esercito  sforzesco;  da  qualche  settimana  le  truppe 
si  nutrivano  soltanto  di  rape  e  di  castagne,  ed  al  27  di  gennajo 
ne  avevano  appena  per  tre  giorni.  Per  un  tratto  di  dodici  miglia 
all' ingiro,  i  campi  devastati,  i  villaggi  impoveriti  non  offrivano  più 
nulla  da  mangiare,  e  non  era  permesso  andare  più  lontano  alla  ri- 
cerca di  cibo,  senza  attaccare  battaglia  con  l'uno  o  con  l'altro 
dei  due  eserciti  alleati. 

Anche  lo  strame  pei  cavalli,  dopo  tante  scorrerie  di  Veneziani 
e  Sforzeschi,  era  interamente  consumato,  e  di  necessità  bisognava 
trasportare  l'esercito  in  un  territorio  meno  esausto  dell'alta 
Brianza. 

Nella  perplessità  d'una  scelta,  e  col  pensiero  sempre  rivolto  al 
possesso  di  Milano,  parve  al  conte  di  vedere  uno  scampo  nell'  im- 
padronirsi di  Monza.  Diede  incarico  a  un  tal  Marliani  di  andarvi 
segretamente  con  un  compagno  intelligente  ed  ardito.  Il  primo 
dovea  tentare  la  fede  dei  castellani  di  Monza,  e  vedere  se  fossero 
disposti  a  cedergli  il  forte:  la  missione  dell'altro  era  invece  di 
studiare  il  sito,  per  conoscere  da  qual  parte  fosse  più  agevole  un 
attacco  della  città. 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  291 

4 . 

I  due  messi  ritornarono  dicendo  che  i  castellani  volevano  rima- 
nere fedeli  ai  Milanesi,  ma  che  la  città  si  poteva  assalire  dal  lato 
che  guarda  il  Lambro,  eh'  è  affatto  aperto  o  senza  difesa.  Il  fiume 
in  un  certo  punto  fa  una  cascata,  e  grazie  al  rumore  di  questa, 
nottetempo,  era  possibile  una  sorpresa. 

Allo  Sforza  piacque  la  proposta  :  una  spedizione  contro  Monza 
gli  sembrò  un  buonissimo  pretesto  per  andarsene  da  Calco,  senza 
che  la  sua  partenza  si  potesse  interpretare  come  una  fuga. 

Carlo  Gonzaga  ebbe  il  comando  delle  truppe  scelte  per  questa 
impresa,  e  da  Calco  per  la  via  di  Osnago  s' avviarono  verso  Monza, 
accompagnate  da  buone  guide. 

A  breve  distanza  tenne  loro  dietro  Francesco  Sforza  col  pma- 
nente  dell'esercito:  abbandonò  Calco  la  sera,  e  suU' albeggiare 
giunse  a  Vimercate,  dove  si  fermò  aspettando  le  notizie  di  Monza. 
Era  il  giorno  l''  di  febbrajo. 

Nella  giornata  arrivò  un  messo  del  Gonzaga  colla  infausta  no- 
tizia che  le  truppe  dirette  a  Monza  aveano  smarrita  la  via:  dopo 
avere  camminato  tutta  la  notte,  allo  spuntar  del  giorno  si  trova- 
rono a  Carate,  lontano  da  Monza  circa  sei  miglia.  All'  inaspettato 
annuncio  lo  Sforza  dubitò  subito  di  un  tradimento.  Ma  gli  con- 
venne dissimulare,  ed  affettando  fiducia,  mandò  l' ordine  al  Gon- 
zaga di  non  muoversi  da  Carate. 

Egli  stesso  decise  di  rimanere  fermo  a  Vimercate. 

In  quel  frangente  non  gli  venne  meno  il  vigore  della  mente,  né 
quell'ascendente  morale  sopra  i  suoi  dipendenti,  ch'era  in  lui  una 
singolare  prerogativa. 

La  notizia  della  spedizione  fallita  si  diffuse  tosto  nel  campo  :  i 
soldati  sgomentati  già  si  vedevano  alle  spalle  i  Veneziani,  e  co- 
minciavano a  dubitare  dell'abilità  del  loro  capitano. 

Ma  il  conte  li  confortò,  parlando  a  ciascuna  squadra  con  animo 
tranquillo,  come  se  avesse  già  provveduto  alla  difesa  contro  qua- 
lunque attacco. 

La  sua  parola  pacata  e  autorevole  ricondusse  nei  soldati  una 
fiducia  che  egli  stesso  in  quel  momento  non  sentiva.  Ma  ai  capi 
e  condottieri  delle  diverse  compagnie  palesò  tutto  il  pericolo  della 
sua  posizione.  "  Il  comandante  dei  Veneziani,  disse  Io  Sforza,  può 
passare  l'Adda  da  un  momento  all'altro,  e  congiungersi  col  Col- 
leoni e  con  Jacopo  Piccinino,  e  tutti  insieme  ci  assaliranno  alle 


292  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

spalle:  forse  non  sono  lontani  adesso  più  di  16  miglia:  in  faccia 
abbiamo  Monza,  difesa  da  soldatesche  agguerrite,  mentre  l'esercita 
nostro  è  oggi  diviso  e  indebolito.  „  I  capitani  sforzeschi  disputa- 
rono a  lungo  sul  miglior  partito  da  prendere,  ed  alla  fine  furono 
tutti  d' accordo  di  abbandonare  Vimercate,  e  di  portarsi  nel  basso 
Milanese,  mettendo  una  metà  dell'esercito  a  Lodi  e  l'altra  a  Pa- 
via: così  facendo  otterrebbero  di  alimentare  più  facilmente  le 
truppe,  e  di  conservare  fedeli  allo  Sforza  due  importanti  città:  e  da 
quei  due  punti  potrebbero  molestare  i  Milanesi  con  frequenti  scor- 
rerie, e  costringerli  a  condizioni  di  pace,  non  quali  le  pretendeva 
lo  Sforza,  ma  di  certo  onorevoli  per  lui. 

Il  conte  in  apparenza  accettò  il  loro  pat-ere  :  lodò  anzi  una  pro- 
posta cosi  saggia,  ma  spiacendogli  troppo  di  allontanarsi  dal  con- 
tado milanese,  soggiunse  che  si  poteva  guadagnar  tempo,  e  per 
qualche  giorno  non  conveniva  parlare  di  partenza.  Voleva  prima 
conoscere  le  mosse  del  nemico:  a  tale  scopo  mandò  degli  esplora- 
tori in  Brianza,  e  gli  venne  riferito  che  i  Veneziani  aveano  passata 
l'Adda  a  Brivio,  e  scorrazzavan  nei  villaggi  limitrofi.  Alcuni  castelli 
lungo  il  fiume  si  erano  arresi:  ad  Olginate  il  ponte  era  ristabilito, 
ed  una  squadra  di  Veneziani  si  era  impadronita  del  villaggio  e 
del  territorio  di  Galbiate.  Colleoni  ed  il  Piccinino  finalmente  si 
erano  data  la  mano,  ed  uniti  insieme,  tenevano  in  soggezione  tutta 
l'alta  Brianza. 

Il  complesso  delle  notizie  era  di  certo  sfavorevole,  ma  non  tanto 
da  togliere .  ogni  speranza  di  rivincita.  Ad  ogni  modo,  vi  era  tempo 
di  prepararsi  alla  resistenza,  ed  il  conte  Francesco  non  era  uomo 
da  contentarsi  d'una  pace  qualunque,  finché  vedeva  aperta  una  via 
a  tentare  di  nuovo  la  fortuna  delle  armi. 

Due  cose  premevano  anzitut^io  allo  Sforza  :  la  prima,  di  impedire 
al  nemico  di  scendere  dall'alta  Brianza  nella  pianura;  l'altra,  di 
chiudere  ogni  via  all'ingresso  dei  viveri  in  Milano. 
•  Per  ottenere  questo  duplice  scopo  mandò  delle  squadre  distac- 
cate in  tutti  i  villaggi  tra  Vimercate  ed  il  territorio  occupato  dai 
Veneziani,  e  profittò  delle  torri  e  dei  campanili  fortificati  dagli 
stessi  contadini,  per  convertirli  in  tanti  punti  di  osservazione  e  di 
difesa."  Collocò  un  maggior  numero  di  soldati  a  Melzo,  luogo  im- 
portante tra  l'Adda  e  Vimercate,  e  munito  di  un  forte  castello. 
Tutt* intorno    all'accampamento    di  Vimercate  fece    scavare    un 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  293 


doppio  fossato.  Il  Gonzaga  a  Carato  ebbe  ordine  di  provvedere 
allo  stesso  modo  alla  propria  difesa  :  a  Seregno  mandò  Giovanni 
^uo  fratello,  coli'  ordine  di  costruire  argini  e  muri  intorno  al  paese, 
per  resistere  a  qualsiasi  attacco.  Il  comandante  di  Seregno  da  un 
lato  dovea  appoggiarsi  a  Carato,  dall'altro  a  Can  tu  :  quest' ultimo, 
castello,  rimasto  fedele  allo  Sforza,  era  il  punto  più  avanzato  della 
linea  degli  Sforzeschi  verso  Como. 

Tutti  i  capitani  aveano  l' ordine  di  stare  all'  erta  e  ben  infor- 
mati sempre  dei  movimenti  del  nemico,  pronti  a  darsi  la  mano  ed 
a  chiamarsi  l'un  l'altro  col  fumo  e  colle  bombarde,  per  accorrere 
e  concentrarsi  nel  punto  del  maggior  pericolo;  opportuni  provve- 
dimenti che  lasciavano  bensì  facoltà  ai  due  eserciti  alleati  di  per- 
correre l'alta  Brianza,  ma  chiudevano  loro  ogni  via  di  soccorrere 
Milano. 

Intercettata  dunque  di  nuovo  la  strada  comasina,  gli  assediati 
non  potevano  sperare  un  sollievo,  un  tentativo  almeno  di  ajuto  da 
nessun'  altra  parte.  Gli  abitanti  di  Lodi  e  di  Pavia  e  del  contado 
milanese,  impauriti  dalle  minaccio  dello  Sforza,  si  guardavano  dal 
prestare  qualsiasi  ajuto  a  Milano  :  pensavano  invece  a  rifornire  di 
biade  e  di  frumento  gli  Sforzeschi,  ricordando  la  sorte  toccata  ad 
altre  città  vicine,  renitenti  al  conte  Francesco. 

In  quei  giorni  di  sosta  fra  i  combattenti,  parecchi  signori  e  feu- 
datari dalla  Brianza,  i  quali  soffrivano  angherie  e  molestie  dai  Ve- 
neziani, richiesero  lo  Sforza  di  soccorso ,  ed  alcuni  vennero  in 
persona  al  campo  di  Vimercate  a  fargliene  premura.  Dissero  che 
i  castelli  più  agguerriti  resistevano  ancora,  e  le  bastie  di  Airuno  non 
erano  cadute  nelle  mani  dei  Veneziani,  e  la  bandiera  di  casa  Sforza 
sventolava  tuttora  da  alcune  torri  della  valle  di  Rovagnate.  A 
Casternago,  a  Beolco,  alla  rócca  di  Airuno  continuerebbero  a  di- 
fenderla fino  all'ultimo  sangue. 

Il  conte,  il  quale  credeva  quei  luoghi  già  tutti  in  potere  del  ne- 
mico, fu  lietissimo  di  quelle  notizie,  ed  accogliendo,  la  domanda 
dei  Brianzoli  ordinò  ad  alcune  squadre  capitanate  dal  Sanseverino 
di  ritornare  in  Brianza,  e  di  portarsi  a  rinforzare  la  guarnigione 
dei  castelli  più  elevati,  evitando  di  attaccar  battaglia  col  nemico 
all'aperto.  Dalle  alture  avrebbero  potuto  dar  molestia  ai  Vene- 
ziani senza  correr  rischio,  sebbene  in  piccol  numero  ;  così  accadde 
che  di  giorno  e  di  notte,  con  frequenti  sortite,  Brianzuoli  e  Sfor- 


294  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

zeschi  assalivano  il  nemico  accampato  nel  basso,  e  colla  piccola 
guerra  di  sorprese  e  di  scaramuccio  gli  recarono  tanto  danno,  da 
togliergli  ogni  velleità  di  uscire  da'  suoi  trinceramenti. 

Colle  vicende  di  guerra  sin  qui  accennate,  si  giunse  alla  metà 
di  febbrajo.  A  questa  data  i  Milanesi,  non  ricevendo  viveri  da  nes- 
suna parte,  "  erano  oppressi  da  estrema  fame,  che  più  non  pote- 
vano sopportare.  „ 

Così  si  esprime  un  cronista  del  tempo,  ed  aggiunge:  "  non 
solamente  mangiavano  cavalli  ed  asini,  ma  gatti  e  topi,  e  tante 
erbe  e  radici  senza  condimento.  Parecchi  perivano  per  le  vie, 
pianti  e  lamenti  dapertutto,  e  in  piazza  minaccio  e  tumulto.  „ 

I  capi  della  Repubblica,  in  mezzo  a  tante  miserie,  tenacissi- 
mi del  potere,  governavano  col  terrore.  "  A  nessuno  era  lecito 
parlare,  se  non  della  libertà  „,  scrive  il  Simonetta:  ma  libertà 
era  in  quei  momenti  una  parola  vuota  di  senso.  Mentre  ogni 
giorno  i  mali  crescevano,  ed  un  rimedio  estremo  $ra  indispensa- 
bile, immaginarono  un  mezzo  per  scemare  gli  effetti  della  carestia. 

Aprirono  le  porte  della  città  alla  classe  più  povera,  e  agli  im- 
potenti al  lavoro,  perchè  uscissero  a  cercare  il  loro  nutrimento  nei 
dintorni. 

II  20  di  febbrajo,  una  turba  famelica  e  selvaggia,  la  più  parte 
donne  e  ragazzi,  coli'  ansietà  di  chi  cerca  scampar  dalla  morte,  si 
precipitò  fuori  delle  mura,  sparpagliandosi  nel  contado. 

Si  lusingavano  invano  quegli  infelici  di  trovare  la  fine  dei  loro 
patimenti":  la  campagna  non  era  meno  esausta  di  vettovaglie  che  la 
città,  ed  i  contadini,  che  a  mala  pena  campavano,  erano  i  primi  a 
respingere  gl'importuni  che,  sfiniti  e  piangenti,  venivano  alle  loro 
porte  implorando  pane.  Di  più,  le  milizie  sforzesche,  oltre  al 
custodire  ogni  passo,  ebbero  ordine  di  rimandare  verso  la  città 
quella  turba  errante  ed  inerme.  —  Il  conte  Francesco  voleva  che 
il  loro  ritorno  costringesse  il  Governo  a  capitolare:  di  necessità, 
col  sopraggiungere  di  quei  disgraziati,  l'irritazione  e  il  disordine 
doveano  arrivare  al  colmo  ;  ma  i  capi  del  Comune  non  piegarono 
r  animo  e,  tutt'  altro  che  risolversi  alla  resa,  replicarono  le  istanze 
presso  i  Veneziani  per  ottenere  pronti  soccorsi. 

Ma  i  capitani  dell'  esercito  veneto  passavano  il  tempo  a  consul- 
tarsi fra  loro.  Contenti  di  precludere  allo  Sforza  l' acquisto  di  Mi- 
lano, quanto  al  sottrarre  i  loro  alleati  ai  patimenti   della  fame^ 


FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA.  295 

non  se  ne  mostravano  premurosi.  Siffatta  attitudine  passiva  era  in 
armonia  colle  intenzioni  del  loro  Governo:  a  Venezia  non  era 
spenta  la  speranza  di  essere  presto  chiamati  dai  Milanesi  come  pa- 
droni dello  Stato. 

Sigismondo  Malatesti  si  limitò  a  rispondere  buone  parole  agli 
assediati.  "  Sarebbe  troppo  pericoloso,  disse,  attaccare  un  nemico 
così  forte  e  perito  nel  guerreggiare.  Se  per  pochi  dì  sopporteranno 
le  angustie  dell'assedio,  lo  Sforza  sarà  obbligato  a  partire,  per 
non  perire  di  fame  egli  stesso.  „ 

Nel  medesimo  tempo  Lorenzo  Veniero,  legato  della  Repubblica 
di  San  Marco,  nel  discorrere  privatamente  coi  cittadini  in  Milano, 
lasciava  intendere  esservi  una  via  sicura  di  salvamento,  quella  di 
darsi  ai  Veneziani:  ormai  la  Repubblica  Ambrosiana  aver  dato 
prova  di  non  reggersi  da  sé  medesima,  e  nella  scelta  d'un  nuovo 
padrone,  convenirle  di  unirsi  al  più  forte  e  capace  di  difenderla 
dal  comune  nemico. 

Ma  leopardo  del  legato  non  fecero  breccia  nei  Milanesi:  seb- 
bene oppressi  dalle  privazioni  e  dagli  stenti  d'ogni  maniera,  senti- 
vano invincibile  ripugnanza  pel  dominio  di  Venezia,  non  fosse  altro, 
per  l'umiliazione  di  ubbidire  ad  uno  Stato,  fino  a  quel  giorno  loro 
alleato  ed  eguale. 

Francesco  Sforza,  consapevole  dei  fatti  di  Milano,  concentrò  l' e- 
sercito,  e  prevedendo  prossimo  uno  scioglimento,  lo  tenne  pronto, 
per  giovarsi  di  qualunque  incidente  favorevole  ai  suoi  disegni. 

Non  andò  guari  infatti  che,  per  i  soverchi  patimenti,  scoppiò  un 
tumulto  in  Milano  al  25  febbrajo  1450. 

I  capi  della  Repubblica  aveano  tenuto  a  bada  la  plebe  fino  a 
quel  momento,  lusingandola  dell'imminente  arrivo  di  vettovaglie. 
La  delusa  aspettativa  inviperì  gli  animi  contro  gli  alleati,  i  quali 
aveano  corrisposto  così  male  alla  fiducia  loro  accordata.  La  folla  . 
eccitata  e  furiosa  si  precipitò  dove  era  la  residenza  del  legato 
Veniero;  questi  usci  fuori,  e  volle  riprenderla  con  aspre  parole 
ma  colpito  da  più  parti,  cadde  estinto.  I  magistrati  fuggirono  o  si 
nascosero.  Rimasta  priva  de'  suoi  capi  la  città,  parecchie  fra  le 
persone  notevoli  di  Milano  si  radunarono  il  dì  susseguente,  ed 
incominciarono  le  dispute  sulla  scelta  d'un  sovrano. 

Quanto  a  stabilire  un  governo  proprio,  non  ne  fecero  parola; 
nell'adunanza  un  Gaspare  da  Vimercate  osò  pel  primo  pronun- 


• 

4 


296  FRANCESCO  SFORZA  IN  BRIANZA. 

alare  il  nome  dello  Sforza,  e  disse  le  ragioni  di  preferire  la  signo- 
ria di  lui  a  quella  del  re  di  Napoli  o  dei  duca  di  Savoja.  In  bre- 
vissimo tempo  gli  animi  si  volsero  favorevoli  al  conte,  e  fu  dato 
incarico  allo  stesso  Gaspare  di  andare  al  campo  di  Vimercate  a 
presentare  allo  Sforza  i  voti  dell'assemblea. 

Da  due  giorni  le  milizie  sforzesche  erano  in  armi,  e  pronte  a  par- 
tire; ma  giunto  il  messaggiero  colla  lieta  novella,  il  conte  giudicò 
miglior  consiglio  di  lasciare  l'esercito  a  Vimercate,  a  guardia  con- 
•tro  i  Veneziani  ch'avrebbero  potuto  assalirlo  alle  spalle.  Con  po- 
che squadre  soltanto  egli  s'avviò  a  Milano:  molti  cittadini  gli 
vennero  incontro,  solleciti  di  proclamare  la  sua  signoria,  onde 
metter  fine  prontamente  all'anarchia,  solita  conseguenza  d'un  ra- 
pido mutamento  di  governo. 

N'olia  città  fu  accolto  con  festa  ;  avea  provveduto  al  più  urgente 
bisogno  degli  abitanti,  col  trasportare  dietro  di  sé  una  larga  prov- 
vigione di  pane,  che  i  suoi  soldati  stessi  distribuivano.  Nel  mede- 
4gimo  giorno  ritornò  a  Vimercate,  ed  a  tutti  quelli  del  contado 
diede  ordine  che  mandassero  a  Milano  dei  viveri. 

I  Veneziani,  udita  la  resa  della  città,  senza  indugio  richiama- 
rono r  esercito,  e  rinunziarono  alla  guerra,  dalla  quale  ormai  nes- 
sun utile  risultato  potevano  sperare. 

II  conte  da  Vimercate  si  portò  a  Monza  colla  sua  gente:  di  là 
dispose  pel  miglior  governo  della  capitale,  affidando  al  Gonzaga  la 
custodia  del  castello  e  delle  torri  :  gli  raccomandò  d' impedire  ogni 
tumulto  e"  disordine,  per  ricondurre  nei  cittadini  la  sicurezza  di 
sé,  e  la  fiducia  nel  nuovo  padrone. 

Finalmente,  il  dì  25  marzo  1450,  Francesco  Sforza  fece  il  so- 
lenne ingresso  in  Milano,  e  fu  proclamato  duca. 

In  quella  giornata  scesero  a  torme  dalle  colline  native  gli  abi- 
tanti della  Brianza  per  festeggiare  il  nuovo  principe.  Essi  l'aveano 
già  prescelto  ed  ajutato  nelle  guerresche  vicende  dei  mesi  prece- 
denti, e  da  un  così  lieto  scioglimento  della  lotta  sostenuta,  si  pro- 
mettevano una  serie  d' anni  felici  pel  loro  paese.  ^ 

Greppi. 


*  Esiste  originale  nel  nostro  Archivio  l'atto  di  dedizione  della  città  allo  Sforza,  con 
particolarità  non  note  o  non  ben  raccolte  dai  narratori,  e  meriterebbe  d'essere  pub- 
blicato. C.  C. 


DELL'ISOLA  FULCHERIA. 

E   DELLA 

cittì  di  PARASIO  0  PARASSO. 


CENNI   ISTOmCO-CRITICl: 

Non  è  contraddetto  da  storico  alcuno  che  vasta  superficie  di  suok) 
nella  Lombardia  si  chiamasse  Isola  Fulcheria.  Questo  nome  d'Isola 
Fulcheria  o  di  Fulcherio,  rimonta  ai  tempi  dei  Longobardi,  e 
vuoisi  che  il  re  Grimoaldo,  prima  ariano  poi  fatto  cattolico,  alzasse 
in  quest'isola  una  chiesa  dedicata  a  sant'Alessandro.^  Come  poi 
quel  terreno  si  chiamasse  Isola,  non  è  difficile  immaginarlo;  era 
cii-condato  dai  fiumi.  Perchè  il  nome  di  Fulcheria  o  di  Fulcherio 
derivasse,  lo  si  capisce  considerando  la  suddivisione  del  suolo  fatta 
dai  re  Longobardi  fra  i  loro  duci  coli' investirli  del  dominio  di 
questa  o  di  quella  terra,  ed  è  congetturabile  che  un  capitano  chia- 
mato Fulcherio  desse  il  suo  nome  all'assegnatagli  regione. 

Le  discrepanze  fra  gli  scrittori  insorgono  quando  trattasi  dell'e- 
stensione 0  vastità  dell'isola.  I  più  ammettono  a  naturali  confini 
i  fiumi  Serio  a  levante,  Adda  a  ponente;  discordano  molti  nello 
stabilirne  i  limiti  da  settentrione  a  mezzogiorno.  Giorgio  Me- 
rula,  Pietro  Maria  Campi  storico  cremonese,  vogliono  l'isola 
Fulcheria  abbracciasse  per  intero  la  Ghiaradadda  ;  convengono  in 
ciò  gli  storici  di  Crema  messer  Pietro  Terni,  ^  Alemanio  Fino,  ' 


*  Frì  Celestino  da  Bergamo,  Bistorta  quadripartita  di  Bergamo,  lib.  2,  oap.  27. 

^  Messer  Pietro  Terni,  Ms.  lib.  1. 

^  Alemanio  Fino,  Storia  di  Crema,  lib.  1. 

Arch,  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  19 


298  dell'isola  fulcheria 


Giuseppe  Racchetti,  che  commentò  ed  illustrò  il  Fino.  '*  Che  l'isola 
Fulcheria  comprendesse  tutta  la  Ghiaradadda,  lo  impugnano  il 
conte  Giorgio  Giulini,  ^  Guidone  Ferrari  ^  con  gli  stessi  argomenti 
del  Giulini,  l'ingegnere  Elia  Lombardini;  ^  basandosi  quest'ultimo 
sopra  le  condizioni  idrografiche  del  suolo. 

A  mio  avviso,  trovo  assai  appoggiabile  le  asserzioni  degli  scrit- 
tori che  vogliono  l'isola  Fulcheria  comprendesse  in  origine  anche 
la  cosi  detta  Ghiaradadda  milanese. 

Mi  appagano  le  argomentazioni  dell'erudito  Giuseppe  Racchetti, 
il  quale  dice,  confutando  il  Giulini  :  "  Le  consecutive  vicende  fecero 
j,  passare  il  dominio  (dell'  isola)  di  dominio  in  dominio  ;  i  supremi 
„  signori,  accordandolo  e  confiscandolo,  talora  lo  consideravano 
„  circoscritto  come  trovavasi,  talora  volevano  indagarne  l'origine. 
„  Ned  è  a  meravigliarsi  che  i  medesimi  supremi  signori  ne  donas- 
„  sero  talora  porzione  ad  alcuno,  il  resto  scemato  ad  altri  con  in- 
„  tegro  il  nome;  indi  che  i  successori  non  volendo  riconoscere 
„  quelle  donazioni  o  concessioni  già  fatte,  il  tutto  di  nuovo  richia- 
5,  massero  a  sé  e  dividessero  in  altro  modo  come  a  loro  piaceva. 
„  Di  questo  pienamente  avvenuto,  io  ne  darò  prova  (e  la  dà  infatti 
„  nell'opera  precitata),  acciocché  si  conosca  essere  stata  (l'isola 
„  Fulcheria)  soggetta  del  pari  che  l'altre  provincie  a  variazioni  e 
„  contrasti;  imperciocché  chi  voglia  domandare  i  confini  d'uno 
„  Stato  qualunque,  egli  è  necessario  aggiungervi  in  quale  età.  „ 

Il  Racchetti  inoltre  ispezionò  un  catalogo  dei  possedimenti  degli 
Umiliati  di. Milano,  e  ve  ne  trovò  in  Insula  FuTkeria  ultra  Ab- 
duam^  de  Bipalta,  de  Vailato,  de  Trivilio,  de  Calven^ano,  de  Bri- 
gnano.  Egli  è  fuor  di  dubbio  che,  per  ubicazione,  i  tre  primi  nomi- 
nati paesi  appartenevano  alla  Ghiaradadda  milanese,  che  il  Giulini 
intende  falcidiare  dall'isola  Fulcheria. 

A  rafforzare  i  suoi  argomenti,  il  Racchetti,  citando  documenti 
da  lui  esaminati,  si  ferma  a  discorrere  intorno  alle  sorti  diverse 
che  col  volgere  delle  età  ebbe  l' isola  a  subire,  ed  osserva  :  "  Quando 
„  gli  imperatori  stranieri  s'avvidero  non  potersi  tenere  una  terra 


*  GrosEPPE  Racchetti,  Annotazioni  alla  storia  di  Alemanio  Fino,  voi.  I. 
^  GioBGio  Giulini,  Memorie. 

*  Guidoni  Ferrabi,  Lettere  lombarde. 

'  Elia  Lombardini,  Notizie  naturali  e  civili  di  Lombardia,  cap.  IV. 


E  DELLA  CITTX  DI  PARASIO  0  PARASSO.  299 

„  soggetta  come  provincia  da  loro  governata,  divisero  le  proprietà 
„  coi  principali  Baroni  conservandone  il  supremo  dominio,  censi,  tri- 
„  buti  di  guerra.  Anche  V  isola  Fulcheria  subì  questa  sorte  „ .  E  qui 
dimostra  come,  senza  perdere  la  integrale  estensione,  siasi  sboccon- 
cellata, ed  assumessero  nomi  parziali  alcuni  maggiori  o  minori  ter- 
ritori di  essa:  e  fu  allora  che  la  più  vasta  estensione  dell'isola 
verso  il  Milanese,  lungo  il  fiume  Adda,  in  vista  anche  delle  condi- 
zioni geologiche  del  suolo,  parzialmente  si  chiamasse  la  Ghiara- 
dadda.  Da  ciò  ne  avvenne  che,  senza  troppo  curarsi  delle  parziali 
conterminazioni,  si  scambiassero  e  si  rendessero  quasi  sinonimo  da 
alcuni  scrittori  le  denominazioni  d'Isola  Fulcheria  e  Ghiaradadda 
milanese. 

L'esimio  ingegnere  Elia  Lombardini,  col  restringere  i  limiti 
dell'isola  Fulcheria  alla  riva  destra  del  Serio,  nello  spazio  ora 
occupato  dall'agro  cremasco,  non  basò  i  suoi  criterj  ad  argomenti 
storici,  sibbene  alla  natura,  alla  conformazione  del  suolo,  alle  con- 
dizioni idrografiche  e  geologiche  del  medesimo.  Anche  ai  profani 
nelle  scienze  naturali  si  manifesta  la  diversità  della  natura  del 
suolo  fra  la  Ghiaradadda  e  l'agro  cremasco.  Il  Serio,  a  dieci  chilo- 
metri circa  dalla  sua  foce,  volge  insensibilmente  da  levante  a  mez- 
zodì, fino  che  si  scarica  fra  Montodine  e  Bertanico  nell'Adda, 
che  gli  scorre  parallela  a  ponente.  La  sponda  destra  del  Serio, 
nelle  vicinanze  di  Crema,  presenta  ad  intervalli  le  tracce  di  pa- 
dule  ridotto  a  coltura,  non  che  avanzo  non  indifferente  d'ancora 
esistente  palude  chiamato  Mosa,  landa  sterile  dal  suolo  tremo- 
lante, ingombra  di  canneti,  intersecata  da  acque  correnti,  delizia 
dei  cacciatori  di  migrante  pennuta  selvaggina.  Questa  landa  è  cir- 
condata qua  e  là  da  rialzi,  chiamati  coste  o  dossi^  che  danno  fon- 
damento a  credere  fosse  esistito  il  lago  Gerundio,  e  che  sopra  uno 
di  questi  rialzi  circostanti,  detto  il  Dosso  della  Mosa,  venisse 
Crema  edificata.^  Questa  conformazione  di  superficie,  parte  palu- 
dosa e  parte  rialzata,  dilungante  da  quella  della  Ghiaradadda 
propriamente  detta,  tutta  piana,  asciutta,  sabbiosa  e  sassosa,  in- 
dusse, dal  punto  di  vista  scientifico-geologico,  l'ingegnere  Lombar- 
dini ad  escludere  la  Ghiaradadda  dall'Isola  Fulcheria,  senza  con- 
siderare nulla  opporsi  ai  suoi  dotti  scandagli  che  sì  l'una  che 


^  Teeni,  Fino. 


300  dell'isola  fulcheria 


l'altra,  ad  onta  delle  diverse  naturali  condizioni,  potessero  formare 
una  sola  circoscrizione  territoriale  con  denominazione  comune. 

A  provare  non  essere  esclusa  la  Ghiaradadda  milanese  dall'  Isola 
Fulcheria  e  meglio  confutare  il  Giulini,  non  mi  par  vero  sia  sfug- 
gito alle  premurose  ed  esatte  ricerche  del  Bacchetti  un  docu- 
mento irrefragabile,  e  come  neppure  ne  abbia  tenuto  conto  l'eru- 
dito Giulini.  È  un  diploma  dell'  imperatore  Federico  I ,  detto  il 
Barbarossa,  contenente  l' investitura  dell'  isola  Fulcheria  a  contea 
in  favore  di  Tinto  de  Tinti  Musodigatta,  cremonese  architetto  ed 
ingegnere  militare,  che  lo  servì  efficacemente  nell'edificazioni  di 
Lodi  e  nell'assedio  di  Crema.  Il  diploma  imperiale  è  riportato  dal 
Campi  nella  Historia  di  Cremona^  assai  poco  divulgata,  ^  e  ripro- 
dotto dal  conte  Francesco  Sforza  Benvenuti  nella  più  recente  Storia 
di  Crema,  ^^ 

In  quésto  diploma  sono  indicati  i  confini  antichi  e  tradizionali 
dell'Isola  colle  seguenti  parole  —  Notum  facimus  universis  per  Ita- 
liani imperii  nostri  fidelibus ,  tam  prcesentihus  quam  futuris  qua- 
lifer  fideli  nostro  Tinto  cremonensi  qui  dicitur  Muso  de  Gatta ,  prò 
magnis  et  prceclaris  ejus  ohsequiis  hanc  gratiam  indulsiìnus,  quod 
eum  de  comitatu^  Insula  Fulkeria,  sicut  in  terminis  istis  continetur^ 
vidélicet  de  Picighetone  usque  ad  Pontirolum,  sicut  est  infra  Ah- 
duam  et  Serium,  quidquid  ad  nostrum  jus  pertinet  per  rectum 
pheudum  jure  comitatus  investimits  ..... 

Non  mi  porrò  ad  investigare  in  quale  punto  l'Isola  Fulcheria 
conterminasse  nelle  vicinanze  di  Pizzighettone  ;  bastami  essere 
ragionevolmente  convinto  non  trovarsi  esclusa  a  quell'epoca  la 
Ghiaradadda  al  lato  occidentale,  fino  al  termine  della  giurisdi- 
zione civile  ed  ecclesiastica  di  Bergamo  dal  lato  opposto. 

Tale  determinazione  combatte  l'opinione  del  Giulini,  che  non 
vuole  neir  Isola  compenetrata  la  Ghiaradadda  ;  quella  del  Lom- 
bardini,  che  circoscrive  l'Isola  Fulcheria  all'agro  cremasco  tra  il 
Serio  ed  il  Tormo,  fiumicello  ch'era,  in  alcuni  punti  confine  fra  lo 
Stato  di  Milano  e  la  Veneta  Repubblica.  Mi  compiaccio  essermi 
convinto  della  maggiore  estensione  territoriale  dell'  Isola  Fulcheria, 
perchè  in  questa  plaga  lombarda  veggo  per  volgere  di  secoli  ripro- 


'  Campi,  Historia  di  Cremona. 
*°  Feancesco  Sforza  Benvenuti,  Storia  di  Crema. 


E  DELLA  CITTÀ  DI  PARASIO  0  PARASSO.  •  301 

dursi  fatti  memorandi,  e  credo  nessun'altra  di  Lombardia  sia  stata 
teatro  di  altrettanti  guerreschi  avvenimenti.  Al  vertice  di  una 
delle  torri  dei  villaggi  della  Ghiaradadda,  può  lo  storico  fissare 
il  luogo,  ove,  nell'anno  1139,  i  Milanesi  contrastarono  alla  formi- 
dabile oste  del  primo  Federico  il  ponte  dell'Adda  presso  Cassano, 
respingendola  fino  alla  terra  di  Cornegliano;  il  luogo,  ove',  due 
anni  dopo,  lo  stesso  imperatore  strinse  Crema  d'assedio  per  ol- 
tre sei  mesi,  onde  echeggiò  glorioso  il  grido  dei  difensori  imper- 
territi e  generosi ,  "  Benedetti  coloro  che  muojono  per  la  patria  !  „ 
il  luogo  ove,  due  secoli  dappoi,  i  Della  Torre  ebbero  la  peggio  dai 
loro  rivali  i  Visconti;  dove  l'immanissimo  Ezelino  da  Romano, 
cui  gli  astrologhi  predissero  funeste  le  rive  dell'Adda,  rimase  ferito, 
ed  ebbe  a  morirne  undici  giorni  dopo  a  Soncino.  Da  quella  torre 
può  scorgere  l'erudito  osservatore  i  campanili  ed  i  gruppi  di  case 
di  Treviglio,  Vailate  ed  Agnadello,  che  rammentano  la  vittoria  di 
Luigi  Xll  sui  Veneziani.  Più  in  giù,  verso  il  Serio,  gli  si  presenta 
la  superba  cupola  del  Pellegrini,  che  richiama  la  sconfitta  delle 
venete  schiere,  operata  da  Francesco  Sforza  presso  al  vicino  borgo 
di  Caravaggio.  In  età  meno  lontane,  si  ponno  accompagnare  col 
pensiero,  nella  vasta  ciottolosa  pianura,  le  mosse  ardite  del  sempre 
trionfante  principe  Eugenio  di  Savoja,  vinto  alla  sua  volta  nel- 
l'anno 1705  dal  principe  di  Vendòme,  e  le  gagliarde  resistenze  e 
la  sconfitta  dell'esercito  francese,  vinto  dagli  Austro-Russi  con- 
dotti da  Suwaroff,  il  27  aprile  dell'anno  1799.  Non  a  vano 
pleonasma  di  istorica  erudizione  piacquemi  rammentare  gesta  bel- 
licose, in  epoche  diverse,  successe  nella  plaga  che  portò  il  nome, 
ora  quasi  dimenticato,  di  Isola  Fulcheria;  ma  per  provare  una 
volta  più,  che  scandagliando  attentamente  sopra  ogni  regione  d'  I- 
talia  in  generale  e  della  Lombardia  in. particolare,  si  ponno  richia- 
mare alla  memoria  reiterati  avvenimenti,  comprovanti  il  valore 
marziale  dei  padri  nostri,  le  sventure  e  le  glorie  della  patria 
comune.  In  ogni  fatto  storico  v'è  a  razzolare  del  bene  e  del 
male;  la  storia  è  base  e  maestra  di  sperienza;  sappiano  dello 
studio  calmo  e  ponderato  di  essa,  approfittarne  i  presenti  ed  i 
venturi. 


302  dell'isola  fulcheria 


IL 


Sopra  lezoUe  dell'Isola  Fulcheria  sorgeva  Parasso  o  Parasio, 
cittadina  (civitas,  oppidiim)  antichissima,  altra  di  quelle  il  cui 
nome,  per  lo  svolgimento  delle  umane  vicende,  appena  ancor  si 
trova. 

L'indagare  intorno  all'antichità  di  Parasso  o  Parasio,  altro 
non  sarebbe  che  ire  a  tentoni  in  complicato  laberinto,  ingolfarsi 
nel  favoloso,  senza  addivenire  a  ragionevole  congettura.  Nelle 
mie  brevi  indagini  mi  atterrò  alle  epoche  nelle  quali  la  storia , 
la  tradizione  e  pochi  documenti  rendono  meno  malagevole  l'in- 
vestigare. 

Ommétto  occuparmi  dell'origine  di  Parasso.  Dirò  soltanto  tro- 
vare accennato  nella  più  recente  storia  di  Crema,  esservi  stati 
scrittori  che  vollero  Parasso  fabbricato  da  un  Trojano,  poco  dopo 
la  venuta  di  Enea  in  Italia.*^  Sono  lontanissimo  dal  prestar  fede 
a  questo.  Sull'origine  delle  città  antiche,  si  è  sempre  favoleggiato; 
ne  fanno  prova  le  leggende  della  lupa  di  Roma,  della  scrofa  di 
Milano.  Mi  occuperò  invece  a  stabilire  in  quale  spazio  dell'Isola 
Fulcheria  abbia  esistito  Parasso  o  Parasio. 

È  tradizione  costante,  sorgesse  in  riva  al  Tormo,  in  quella,  parte 
dell'  Isola  ora  compresa  nell'agro  cremasco.  Il  Tormo  ha  l'origine 
neir  Isola  stessa,  vicino  alla  terra  di  Agnadello  ;  lambe  il  Cremasco 
presso  la  villa  o  comune  di  Palazzo,  detto  anche  Palazzo  Pignano, 
poi  volgendo  ad  occidente,  si  versa  nell'Adda,  dopo  aver  sommi- 
nistrate le  sue  acque  alle  roggie  Benzona  e  Migliavacca.  La  tra- 
dizione della  giacitura  di  Parasso  in  riva  al  Tormo  difede  a  discu- 
tere alquanto.  Alcuni  asseriscono,  altri  negano,  la  villa  di  Palazzo 
sorgere  sopra  le  macerie  sepolte  dall'antico  Parasso.  ^^  Dagli  stessi 
argomenti  svolti  in  dotte  ed  appassionate  discussioni,  con  altre 
tracce  materiali  che  si  riscontrano,  come  mostrerò  di  corto,  io 
mi  trovo  convinto  che  Parasso  sorgesse  appunto  ove  ora  è  Palazzo  ^ 
0  li  vicino.  Raccolgo  le  sparpagliate  memorie  istoricha  della  città 
scomparsa. 


**  Sfobza  Benvenuti,  Storia  di  Crema. 
*^  Tebni,  Ms.,  Fino,  Muratori,  Giulini. 


E  DELLA  CITTÀ.  DI  PARASIO  0  PARASSO.  303^ 

L'esclusione  della  Ghiaradadda  dall'isola  Fulcheria,  difesa  dal 
Giulini;  l'opinione  del  Lombardini,  che  riconosce  l'isola  stessa  nel 
solo  agro  cremasco  fra  il  Serio  ed  il  Tormo,  appoggiano  la  tradi- 
zione, l'antica  Parasso  o  Parasio  esistesse  ov'ora  è  il  villaggio  che 
si  chiama  Palazzo,  checché  ne  dicano  il  Terni  ed  il  Fino,  che  ne- 
gano l'identicità  del  luogo.  Gli  scrittori  tutti  che  di  ciò  si  occu- 
parono, accennano  Parasso,  Parasio  o  Palatio  avere  esistito  fra 
Treviglio  e  Crema.  ^^  In  questo  spazio  vi  è  l' odierno  Palazzo.  Lo 
stesso  Alemanio  Fino,  untuoso  sempre  col  patriziato  cremasco,  nel 
segnalare  l'antichità  della  stirpe  dei  Benzeni,  volle  questa  abitasse 
in  Palazzo  fino  dall'anno  120  dell'era  volgare,  e  chiama  questo 
villaggio  "  terra  del  cremasco,  la  quale  nelle  scritture  antiche  è 
detta  anche  Parasso.  „  L'epoca  indicata  dal  Fino  è  assai  più 
antica  di  Crema.  Palazzo  dunque  non  poteva  essere  allora  terra 
del  Cremasco;  sarebbe  stato  più  ragionevole  il  dire:  i  Benzeni 
abitarono  in  Parasso,  il  cui  nome  compare  nella  storia  prima  di 
Crema.  Con  tale  avvicendare  di  nome,  senza  volerlo,  il  Fino  ap- 
poggia la  credenza,  che  il  gruzzolo  di  case  ora  chiamato  Palazzo, 
sorga  ove  un  tempo  esisteva  Parasso.  Continua  il  mentovato  iste- 
rico, sempre  citando  vecchie  scritture,  che  nello  stesso  anno  120, 
fra  centottantasette  cristiani  martirizzati  in  Brescia,  vi  fu  Ven- 
turino  Benzeni  da  Parasso.  ^^  Anche  più  avanti  nella  sua  sto- 
ria, lo  stesso  Fino  fornisce  materia  sufficiente  per  contraddirlo. 
Scriveva  egli  nel  XVI  secolo,  e  diceva:  "  Ci  sono  (a  Palazzo)  le 
„  fondamenta  di  grossissime  mura  dietro  al  fiume  Tormo;  ci  sono 
„  marmi,  e  le  sepolture  si  trovano  nel  lavorare  i  campi;  c'è  l'an- 
„  tica  chiesa,  la  quale  ha  ragione  di  conferire  diversi  benefizj;  c'è 
„  un'antica  porta  a  Pavia  detta  porta  Fala^sese.  „  Le  fondamenta 
lungo  il  fiume,  i  marmi,  le  sepolture  rinvenute  nei  campi ,  i  pri- 
vilegi della  chiesa,  non  servono  a  persuadere  che  il  Palazzo  di 
adesso  è  una  emanazione  del  Parasso  d'altri  tempi  ?  In  quali  altri 
punti  dell'Isola  Fulcheria,  nello  spazio  fra  Treviglio  e  Crema,  si 
rinvennero  tracce  per  loro  natura  attribuibili  a  città  distrutta? 
In  qual  altro  luogo  fra  l'Adda  ed  il  Serio  troviamo  terra,  borgo, 
villaggio,  che  per  consonanza  di  nome  si  possa  con  quello  confon- 


"  MoRiGiA,  Ristoria  di  Milano,  Smosio,  De  Regn.  ItaU(e,LY.AKDB.o  Ai^BEBm,  Italia. 
'*  Sforza  Benvenuti,  Storia  di  Crema. 


;04  dell'isola  fulcheria 


dere?  In  quanto  alla  porta  Palazzese  di  Pavia,  mostrerò  in  ap- 
presso non  avere  alcuna  relazione  né  con  Parasso  né  con  Palazzo. 
Io  pure  tengo  per  fermo  l'eccidio  di  questa  terra;  ma  come 
venisse  distrutta,  trovansi  in  contrasto  gli  storici.  Chi  dice  in 
un'epoca,  chi  in  un'altra,  però  sempre  dopo  la  discesa  del  re  Alboino 
in  Italia.  È  prezzo  dell'opera  esaminare  qual  cosa  esistesse  sopra 
il  suolo  ch'ora  Palazzo  si  chiama,  da  Alboino  all'epoca  più  antica 
in  cui  ritiensi  avvenuta  la  distruzione  di  Parasso. 

Gli  storici  cremaschi,  il  Terni  e  meno  esplicitamente  il  Fino, 
non  ammettono  Parasso  avere  esistito,  e  con  ciò  confondono  sempre 
più  Parasso  con  Palazzo.  Per  non  rabbuiare  maggiormente  la  que- 
stione, giova  investigare  che  cosa  vi  fosse,  chi  abitasse  in  riva  al 
Tormo,  quando  i  Longobardi  occupavano  l'alta  Italia. 

I  precitati  storici  cremaschi  ci  raccontano  che,  regnando  Alboino, 
quel  fìerissimo  duce  di  torme  di  barbari  popoli,  certo  Cremes  o 
Cremete,  conte  e  cavaliero  il  più  onorato  e  rinomato,  possedeva  ma- 
gnifico castello  in  riva  a  Tormo ,  ove  ai  nostri  giorni  è  la  villa  di 
Talazso  Tignano.  Sta  bene;  ma  nel  caso  concreto  non  rimarca 
il  Terni  che  il  nome  Palazzo  comparve  nella  storia  assai  tardi, 
vale  a  dire  quando  Parasso  più  non  era.  Aggiunge  lo  stesso  messer 
Pietro  Terni,  d'avere  raccolto  in  una  cronachetta  che,  "  in  nobile 
„  castello  e  bellissimo  palazzo,  il  conte  Cremete  ricevette  il  re  dei 
„  Longobardi  onorificentissimamente.  „ 

Chi  fosse  Cremete,  io  non  mi  porrò  ad  investigare;  poco  importa 
appartenesse  a  quei  duci  ch'ebbero  dai  Longobardi  l'investiture 
di  terre,  o  discendesse  dai  veterani  ai  quali  gli  ultimi  imperatori 
romani  concedettero  il  libero  dominio  di  terreni  deserti  {vacantes),^^' 
affinchè  esenti  da  ogni  aggravio  li  coltivassero.  Questo  Cremete, 
ricco  e  potente,  non  doveva  trovarsi  isolato  nel  suo  castello  o  pa- 
lazzo ;  avrà  per  fermo  avuto  attorno  un  nucleo  di  abitanti  vassalli  ; 
cinta  la  sua  terra  da  ripari,  da  torri  ;  provveduta  inoltre  di  quanto 
era  negli  usi  d'una  cittadella  de'  suoi  tempi.  Vuoisi  Cremete  fon- 
dasse Crema  sul  Dosso  della  Mosa,  e  desse  alla  nuova  città  il  suo 
nome.  È  verosimile,  perchè  prima  del  V  secolo  non  si  fa  menzione 
di  Crema  nella  storia,  e,  come  ho  già  accennato,  prima  della  distru- 
zione di  Parasso  non  trovasi  il  nome  di  Palazzo,  né  in  riva  al 
Tormo,  né  alcun  altro  posto  dell'isola  Fulcheria. 


*^  CodexTheodos.  Veteranivacantes  terras  acclpiant,  easque perpetuo  haheant  iinmtines. 


E  DELLA  CITTÀ  DI  PARASIO  0  PARASSO.  305 

Quando  e  come  avvenne  la  distruzione  di  Parasse?  Due  epoche, 
due  fatti  diversi  sono  indicati  dagli  storici.  Espongono  concordi  il 
Morigia  e  Leandro  Alberti,  che  il  metropolita  milanese  Adelmano 
Menclozio  (che  occupò  la  sede  dal  948  al  953)  s'unì'  per  zelo  reli- 
gioso ai  vescovi  di  Piacenza  e  di  Cremona,  prese  le  armi  ai  danni 
della  città  di  Parasso  o  Parasio,  per  estinguere  in  essa  l'eresia 
degli  antropomorfiti,  e  dopo  fattone  l'assedio,  se  ne  impadronì  a 
forza,  smantellò  e  disfece  la  città.  D'allora,  aggiungono,  l'Isola 
Fulcheria  fu  ripartita  fra  gli  alleati;  Milano  spinse  la  sua  giuris- 
dizione ecclesiastica  fino  a  Treviglio;  gli  altri  luoghi  s'aggregarono 
alle  diocesi  di  Piacenza  e  Cremona.  ^^  Anche  Gian  Francesco  Be- 
sozzo,  nella  Storia  pontificale  di  Milanoj  parlando  di  Alemano  Men- 
clozio accenna  a  questo  fatto  colle  parole:  "  spianò  qneaV arcive- 
„  scovo  fin  da  le  fondamenta  la  città  di  Parasso  (non  Palazzo)  per 
„  essere  stati  tutti  i  cittadini  di  essa  dannati  di  heresia.  „  *^  Se- 
condo dunque  i  precitati  scrittori,  il  vescovo  Alemano  Menclozio 
avrebbe  smantellata  Parassio;  causa  sarebbe  stata  l'eresia  che  vi 
dominava;  l'epoca  dal  949  al  953.  Senza  tema  di  incorrere  in  errore, 
questo  fatto  lo  si  potrebbe  meglio  precisare  avvenuto  negli  ultimi 
due  anni  del  pontificato  di  Menclozio.  Eletto  questi  dal  popolo  e  dal 
clero  a  vescovo,  fu  per  soli  tre  anni  investito  del  pieno  dominio,  per 
contrasti  avuti  con  Manasse  vescovo  di  Trento  e  Mantova,  protetto- 
ad  usurpare  la  sede  ambrosiana  da  Berengario)  IL  Alemano  nel- 
l'anno 953  rinunciò  spontaneamente,  e  gli  successe  Valperto  de-Me- 
dici.  Morì  Menclozio  tre  anni  dopo,  come  emerge  dal  suo  epitafio.  ^^ 


•*'  MoKiGTA,  Historia  di  Milano,  Alberti,  Italia,  pag.  393.  * 

*^  Il  Besozzo,  noiV Hist.  Pontificale  di  Milano,  edita  da  Pandolfo  Malatesta  1596, 
chiama  l'Alemano  Menclozio  arcivescovo.  Errore.  Questo  titolo  incominciò  a  competerò 
ai  metropoliti  di  Milano  con  Galdino  della  Sala,  che  resse  dal  1166  al  1176. 

*  ^  Lattuada,  Descrizione  di  Milano.  Sigonio  riporta  l'epitaffio  posto  sulla  sepoltura 
del  Menclozio  nella  Chiesa  parrocchiale  di  S.  Giorgio  al  Pozzo  bianco,  da  lui  fondata 
in  porta  Renza  (ov'ora  v'è  la  sala  detta  del  Gambarino),  ed  è  il  seguente: 
Hic  tumulator  Adalmanus,  Prcesulque  heatus, 

Clarior  in  tanta  qui  fuit  Urbe  potens. 
Hujus  origo  fuit  celso  de  sanguine  ducta  : 

Pauperihus  largus  extitit,  atque  pius.     * 
Huc  gressum  referens,  modicum  tu  siste  viator, 

Die  famulo  requiem,  crimina  pelle  Deus, 
Ohiit  aufem  anno  Incar.  Dom.  DCCCCLVI 
Mense  Decemhris  Indictione  XV. 


306  dell'isola  fulcheria 


Il  riparto  delle  terre  conterminanti  a  Parasso  nelle  diocesi  dei  tre 
vescovi  alleati  alla  guerresca  impresa;  l'assegno  di  Vallate,  Pan- 
dino,  Agnadello  e  Rivolta,  a  poca  distanza  dall'odierno  Palazzo, 
al  vescovo  di  Cremona;  l'area  della  città  distrutta  a  Piacenza; 
sono  fatti  che  sempre  più  convincono,  Parasso  esistesse  ove  oggi 
sorge  Palazzo. 

Il  Sigonio  invece  fa  succedere  la  distruzione  di  Parasso  nel- 
l'anno  1047;  e  cosi  si  esprime:  "  Mediolanenses  conversis  adver- 
„  sus  Parasium  armis,  cuius  cives  Papiensibus  auxilium  tulerant, 
„  oppidum  everterunt.  „  Osservo  che  il  Sigonio  ammette  l'esistenza 
della  terra  chiamata  Parasso,  negata  recisamente  dal  Terni.  In- 
vestigai le  storie  di  Milano  e  Pavia  riferibili  all'epoca  ed  al  fatto 
esposto  dal  Sigonio.  Trovai  essere  quelli  i  fortunosi  tempi  del 
pontificato  d'Ariberto  d' Entimiano.  Questo  metropolita  ambro- 
siano era  d'indole  guerriera,  desideroso  di  dominio,  ed  incon- 
tentabile. Ora  era  dal  popolo  accarezzato,  ora  osteggiato,  ora 
protetto  dall'  imperatore  Corrado  il  Salico,  ora  dal  medesimo 
perseguitato  e  battuto.  Molte  fazioni  bellicose  sostenne  Ariberto 
con  diversa  fortuna;  non  trovo  fra  queste  alcuna  parziale  contro 
ai  Pavesi  che  a  Parasso  in  alcun  modo  si  riferisca.  Se  ciò  fosse 
avvenuto,  lo  storico  Luitprando  contemporaneo  ne  avrebbe  fatta 
menzione.  Forse  il  Sigonio  prese  errore  da  due  avvenimenti  di 
quell'epoca.  Ariberto  pose  l 'assedio  a  Lodi  ^^,  per  costringere  la 
città  a  ricevere  a  vescovo  un  certo  Arluno,  canonico  ordinario  della 
metropolitana  di  Milano.  Altro  fatto  analogo  nella  causa  e  nelle 
risultanze  alla  distruzione  di  Parasso  fu,  che  Ariberto  col  pretesto 
dj  eresia  che  la  infettava,  pose  l'assedio  e  distrusse  la  cittadella 
di  Monforte.  Che  il  Sigonio  scambiasse  la  città  dell'Astigiano  con 
quella  d'Isola  Fulcheria?  In  allora  sarebbe  mestieri  fosse  esposta 
un'altra  data,  giacché,  stando  a  quella  accennata  dal  conte  Giu- 
lini  e  ripetuta  da  tutti  gli  storici  milanesi,  la  catastrofe  degli 
eretici  di  Monforte  avvenne  l'anno  1028,  non  già  il  1047,  nel 
quale  il  precitato  Sigonio  segna  la  caduta  di  Parasso.  Sembra  che 
Alemanio  Fino  propenda  all'opinione  del  Sigonio  ed  accenna  alla 
porta  Palazzese  in  'Pavia.  Il  Fino,  forbito  nello  scrivere,  come  lo 
erano  tutti  gli  uomini  colti  del  suo  secolo,  ben  poco  curavasi  esa- 


*^  Besozzo,  Historia  Pontif.  milanese. 


E  DELLA  CITTÀ  DI  PARASIO  0  PARASSO.  307 

minare  i  fatti  da  lui  esposti,  colia  critica  sintetica  ed  analitica  degli 
scrittori  d'epoche  a  noi  più  vicine.  Il  buon  prete,  devoto  al  cam- 
panile della  cattedrale  nella  quale  era  cantore  prebendato,  non 
vedeva  più  in  là  dell'ombra  di  quello,  alla  'quale  circoscriveva 
il  suo  mondo.  V'era  a  Pavia,  fino  dai  tempi  di  Bertrando  o  Ber- 
trarito ,  una  porta  detta  Fàlatina  o  Palacese.  Ecco  una  memoria 
dell'età  longobardica  :  Ilis  diehus  Bertraritus  in  civitate  Ticinensi 
portam  contiguam  Pàlatio  qiice  ad  Pàlatinensis  dicitur^  opere  ma' 
gnifico  construxit.  ^^ 

Esiste  un  commentario  col  titolo  :  Laudihus  Papiae,  nel  quale 
dicesi  chiaramente,  nominarsi  la  porta.  Palatina  o  Palacese,  perchè 
conduceva  al  palazzo  reale.  ^*  Risulta  evidente  che  la  porta  pavese 
nulla  ha  che  fare  con  Parasse  o  Palazzo. 

Fra  le  due  opinioni  intorno  alla  distruzione  di  Parasso,  dal 
canto  mio  trovo  preferibile  la  prima  enunciata.  Parmi  assai  più 
consonante  alla  natura  dei  tempi,  nei  quali  lo  zelo  religioso  e  la 
potenza  prelatizia  facevano,  senza  contrasto,  dell'eresia  casus  helli; 
mentre  per  ammettere  la  seconda,  non  trovo  riscontro  nell'epoca, 
di  fazioni  guerresche  fra  i  Pavesi  ed  i  Milanesi. 

Ora  è  mestieri  gettare  uno  sguardo  fugace  alla  giurisdizione 
ecclesiastica  della  terra  ove  vuoisi  sorgesse  Parasso. 

Abbandono  la  questione  di  nome.  Poco  importa  che  il  luogo, 
sopra  al  quale  volgo  le  ricerche,  si  chiamasse  Parasso  o  Palazzo, 
come  appellasi  ai  dì  nostri. 

Non  è  contradetto  che  quella  chiesa  avesse  privilegi  speciali,  giu- 
risdizioni sopra  altre  chiese;  vuoisi  perfino  fosse  mitrato  il  prelato 
che  la  reggeva,  e  lo  circondasse  un  capitolo  di  canonici.  Poco  monta 
l'indagare  se  queste  prerogative  ecclesiastiche  esistessero  prima  e 
perdurassero  dopo  la  scomparsa  di  Parasso.  Quello  che  giova,  ed  ar- 
rivo a  constatare,  si  è  che  l'antica  chiesa  privilegiata  era  nella  su- 
perficie di  suolo  dell'Isola  Fulcheria,  ora  formante  porzione  dell'agro 
cremasco.  Contemporaneo  al  metropolita  milanese  Alemano  Meuclo- 
zio  sedeva  vescovo  di  Cremona  Dalberto  o  Darimberto,  dal  919  al 
968:  His  temporibus  Dalbertus  Cremonoe  fuit  episcopus.'^^  h^Ugheììi 


^°  Paolo  Diacono,  Memorie  Longobardiche. 

s'  L'opera  citata  è  d'un  anonimo  del  secolo  XIV;  la  rammenta  il  Muratori  nel  Ber. 
Ital.  Scrip.  Tom.  XI. 
*^  Sicado  ;  citato  nel  libro  :  Serie  critico-cronologica  dei  vescovi  di  Cremona. 


308  dell'isola  fulcheria 


incorse  in  errore  storico  collo  scambiare  nientemeno  Parasse  o 
Palazzo  con  Croma.  Narra  l'Uglielli  che  il  vescovo  di  Milano, 
Darimberto  vescovo  di  Cremona,  ed  il  vescovo  di  Piacenza,  assistet- 
tero all'eccidio  cui  fu  dannata  la  città  di  Crema  per  essere  guasta 
dall'eresia  degli  Aniropomorfiti  (sic),  qui  error  per  id  tempus  tofam 
pene  Insuhriam  infecerat.  Solo  dalla  vicinanza  dei  luoghi  fu  senza 
dubbio  indotto  l'Ughelli  in  errore.  Se  ciò  non  fosse,  perchè  non 
iscambiare  Parasse  con  altra  terra  dell'  Isola  Fulcheria,  come  Tre- 
viglio  e  Pontirolo,  più  lontane  dal  luogo  del  disastro?  La  storia 
di  Crema  non  presenta  altro  eccidio  notabile  che  quello  patito 
dall'imperatore  Federico  Barbarossa,  episodio  generoso,  abbastanza 
dagli  storici  iparticolareggiato  in  prosa  e  in  versi,  ^^  ond'è  impos- 
sibile scambiarlo  colla  dis-truzione  di  Parasse.  Gli  scrittori  della  sto- 
ria di  Crema  2*,  e  più  di  tutti  il  Terni,  cercano  allontanare  il  sospetto 
abbia  potuto  Crema  ingrandire,  aumentare  di  popolazione  col  mezzo 
dei  profughi  eretici  della  distrutta  Parasse  ;  perciò  il  buon  messere 
Pietro  Terni  trovò  opportuno  tagliar  breve,  negando  Parasse  fosse 
esistito.  Ho  esaminata  la  cronologia  isterica  delle  più  popolate 
terre  dell'isola  Fulcheria,  dal  X  secolo  alla  metà  del  secolo  succes- 
sivo; non  mi  avvenne  trovare  fatti  che  abbiano  riscontro  con  grossa 
terra  disttrutta  per  causa  di  eresia.  Con  ciò  parmi  rimanere  sempre 
più  appoggiata  la  tradizione,  che  Parasse  o  Parasio  fu  la  città  o 
terra  che  sottostette  alla  distruzione. 

È  bensì  vero  che  il  vescovo  di  Cremona  per  donazioni  princi- 
pesche ingrandi  la  diocesi  dell'  intera  Isola  dal  Serio  all'Adda  ;  ma 
egli  è  vero  del  pari  che  le  donazioni  di  Bonifacio ,  della  contessa 
Matilde,  dell'imperatore  Enrico,  non  perdurarono  a  lungo  nella 
loro  integrità.  ^^ 


83  II  p.  Zaccaria  olivetano  trascrive  i  seguenti  versi  relativi  alla  distruzione  di  Crema  : 
Crema  cremata  jacet  cimi  sexaginta  notasset 
Centttm  cum  mille  scripsit  notarius  ille 
De  Jani  mense  Federico  Ccesare  stante. 
^^  Terni,  Fino,  Francesso  Sforza  Benvenuti,  Racchetti.  I  due  ultimi  nominati  autori 
storici  non  concordano  in  tutto  col  Terni  e  col  Fino. 

-5  II  diploma  col  quale  la  contessa  Matilde  concedette  al  Comune  ed  al  vescovo  di 
Cremona  il  comitato  dell'Isola  Fulcheria,  colla  data  ab  Incarn.  Dom.  fÒ98  Ind.  6,  una 
dies  sàbathi  in  Kal.  januarii,  è  riportato  dall'  Ughelli  nell'  Italia  Sacra.  La  rinnova- 
zione della  stessa  cessione  al  Comune  di  Cremona,  fatta  dall'imperatore  Enrico  VI  ab 
Incarnatione  Domini  anno  MCLXXXXII,  indictione  X,  leggesi  nel  quarto  tomo  delle 
antichità  italiane  del  medio  evo  del  Muratori.  Sì  il  primo  che  11  secondo  diploma,  sono 
riportati  nella  Storia  di  Crema  di  Francesco  Sforza  Benvenuti. 


E  DELLA  CITTÀ  DI  PARASIO  0  PARASSO.  309 

Ad  onta  dell' ingrandimento  eccessivo  della  giurisdizione  vesco- 
vile di  Cremona,  avvenuto  a  riprese  per  atto  di  principe,  il  prece- 
dente riparto  dell'Isola  Fulcheria  fra  l'alleanza  dei  tre  vescovi 
compartecipi  all'eccidio  di  Parasso,  ripullulò  e  dimostrossi  ad  epoca 
meno  lontana.  Quando  nell'anno  1580  nacque  la  diocesi  di  Crema, 
questa  assorbì  la  parte  dell'  isola  soggetta  alla  giurisdizione  del 
vescovo  di  Piacenza;  come  lio  detto,  all'estremo  lembo  della  dio- 
cesi piacentina  oravi  Palazzo.  Dico  Palazzo  e  non  Parasso  ;  Parasso 
distrutta  gli  cedette  il  posto. 

Fino  alla  istituzione  della  diocesi  di  Crema,  la  chiesa  di  Palazzo 
conservò  supremazia  plebana  sopra  le  vicine,  ed  anche  in  Crocia. 
Gli  stessi  storici  che  non  riconoscono  la  successione  di  Palazzo 
0  Parasso,  ci  descrivono  Palazzo  null'altro  che  un  villaggio,  tutto 
al  più  una  corte  feudale,  cui,  secondo  l'indole  dei  tempi,  non  era 
compatibile  vasta  giurisdizione  in  materia  ecclesiastica.  La  chiesa 
stette  sulle  rovine  della  prima  città  ;  era  nella  natura  dei  tempi,  e 
perdurò  a  lungo,  risparmiare  le  chiese  nei  luoghi  che  per  guerra  si 
smantellavano.  L'arcivescovo  Ottone  Visconti  ordinò  di  Castel-Seprio 
non  rimanesse  pietra  sopra  pietra,  ma  rimasero  le  chiese  sopra 
un  colle  deserto.  Lo  stesso  Federico  Barbarossa,  distruggendo  Mi- 
lano, comandò  si  rispettassero  le  basiliche.  Il  vescovo  di  Piacenza 
non  cessò  di  riconoscere  la  giurisdizione  della  chiesa  della  distrutta 
Parasso;  benché  il  luogo  ove  esisteva  avesse  mutato  nome,  la  pre- 
minenza continuò  ad  esercitarsi,  ancorché  il  Piacentino  vescovo 
S.  Savino  abbia  ceduto  il  dominio  utile  della  chiesa  di  Palazzo  ad 
un  convento  di  monaci  presso  Piacenza.  ^^  Finalmente  egli  è  rimar- 
cabile che  il  nome  Parassio  o  Parasio  scompare  al  tempo  in  cui 
se  ne  vuole  la  distruzione,  né  mai  nella  storia  si  trovano  con- 
temporaneamente neir  Isola  Fulcheria  due  luoghi,  l' uno  dei  quali 
si  chiamasse  Parasso,  l'altro  Palazzo.  Le  orme  poi  dell'antica 
alleanza  fra  i  tre  vescovi  apparisce  anche  ai  giorni  nostri.  La 
giurisdizione  ecclesiastica  di  Piacenza  é  assorbita  dalla  non  an- 
tica diocesi  di  Crema.  La  diocesi  di  Cremona  guizza  nell'isola 
Fulcheria,  tiene  la  chiesa  di  Pandino  a  due  chilometri  da  Palazzo, 
si  spinge  fino  oltre  l'Adda  a  Cassano  nel  territorio  milanese.  La 
diocesi  di  Milano  oltrepassa  l'Adda,,  s'estende  nel  territorio  di 
Bergamo,  ed  ha  in  sua  giurisdizione  Treviglio. 


Campi,  Historia  di  Cremona. 


310  dell'isola  fulcheria 


In  quanto  a  giurisdizione  ecclesiastica,  ad  onta  di  principesche 
successive  disposizioni,  l'alleanza  dei  tre  vescovi  ai  danni  di  Parasso 
è  la  causa  remota  degli  effetti  presenti. 

Dopo  r  eccidio  di  Parasso ,  chi  ebbe  signoria  nel  luogo  che  fina 
ai  di  nostri  si  chiamò  Palazzo? 

Incomincio  a  toccare  periodo  isterico  a  noi  più  vicino.  Il  Terni 
ed  il  Fino  non  chiariscono  chi  fossero  i  conti  di  Palazzo ,  i  quali 
dopo  Cremete  dominarono  quella  terra.  Sorpassando  a  stravaganti 
congetture,  a  speciose  iperboli  di  que'  due  storici,  mi  appiglio  agli 
apprezzamenti  del  diligente  ed  arguto  Bacchetti .  I  conti  di  Palazzo 
compariscono  nel  secolo  XV.  Non  sembra  questi  conti  assomiglias- 
sero ai  feudatarj  impettiti  del  medio  evo,  osservanti  minacciosi  il 
mondo  dalle  torri  delle  loro  castella,  chiusi  da  saracinesche,  e  cir- 
cuiti da  baluardi.  I  conti  di  Palazzo  conducevano  vita  cittadinesca, 
ce  lo  dicono  gli  stessi  storici  cremaschi;  abitavano  in  Crema  presso' 
la  porta  Serio,  e  davano  il  nome  ad  una  delle  ventisette  vicinanze 
nelle  quali  Crema  dopo  la  distruzione  dell'Enobarbo  venne  ripar- 
tita. 27 

Tace  la  storia  come  siasi  estinta  la  famiglia  dei  conti  di  Palazzo. 

I  nobili  Vimercati,  in  progresso  di  tempo,  divennero  proprietarj 
del  villaggio  di  Palazzo,  quando  Sermone  Vimercati  sposò  Ippolita 
di  Ugo  Sanseverino,  senatore  nel  ducato  di  Milano ,  la  quale  gli 
recò  in  dote  parte  del  contado  di  Pandino  conterminante  a  Palazzo. 
D'allora  la  linea  dei  Vimercati,  discendente  da  Sermone,  congiunse 
e  conservò  col  proprio  il  cognome  Sanseverino.  ^^  Scorgesi  nella 
genealogia  istorica  della  famiglia  Vimercati-Sanseverino  che,  circa 
un  secolo  dopo  il  connubio  di  Sermone  con  Ippolita  Sanseverino, 
nell'anno  1577,  Sebastiano  Veniero  doge  di  Venezia  conferiva  a 
Marcantonio  Vimercati-Sanseverino  il  titolo  di  Conte  di  Palazzo 
0  Parasso.  ^^  Quella  aggiunta,  o  Parasso^  dimostra  come  fino  d'al- 
lora anche  la  Signoria  veneta  ritenesse  Palazzo  l'identico  luogo 
di  Parasso. 

Oltre  a  ciò,  è  mestieri  tenere  calcolo  della  non  interrotta  tra- 
dizione; delle  scoperte  incessanti  nelle  escavazioni  agricole;  delle 


*^  Sfobza  Benvenuti,  Storia  di  Crema. 

28  Idem. 

^'  Genealogia  storica  della  famiglia  dei  conti  Vimercati-Sanseverino. 


E  DELLA  CITTÀ  DI  PARASIO  0  PARASSO.  311 

tracce  d'antichità  che  rivelano  i  ruderi  disotterrati,  e  l'assieme 
della  parocchiale  del  villaggio. 

La  tradizione  era  viva  nel  XVI  secolo,  in  cui  scrissero  messer 
Pietro  Terni  ed  Alemanio  Fino.  Negando  il  primo,  lasciando  in 
dubbio  il  secondo,  essere  esistito  Parasse,  è  prova  evidente  che  fino 
d'allora  era  invalsa  la  credenza  d'una  città  scomparsa.  Ne  mai 
infievolì  la  tradizione.  A  chiunque  avvenga  intrattenersi  cogli  abi- 
tanti del  villaggio  di  Palazzo,  ode  raccontare  l'esistenza  in  remota 
passato  d'una  città  sopra  quei  campi,  più  verso  settentrione  del 
villaggio  presente;  ascolta  ripetere  la  vetustà  della  chiesa,  già 
retta  da  prelato  mitrato  con  capitolo  di  canonici;  gli  vengono 
indicati  i  campi  aventi  da  secoli  invariata  nomenclatura,  la  quale, 
benché  in  vernacolo,  corrisponde  ad  ospitale^  mercato  dei  buoi, 
piazza  del  mercato^  dei  mentecatti^  campo  S.  Pietro^  campo  S.  Gio- 
vanni^ appartenenti  quest'ultimi  alla  collegiata  capitolare. 

Le  scoperte  di  frammenti  massicci  di  antiche  costruzioni,  sono 
continue  tanto,  che  più  non  ci  si  abbada. 

L'egregio  avvocato  Giovanni  Collini,  che  alla  possidenza  in  Vai- 
late  aggiungeva  stabili  nel  Comune  di  Palazzo,  or  saranno  circa 
trent'anni ,  dicevami  :  Scavando  né"  miei  campi  vicino  a  Pala^^o, 
sempre  m'avviene  di  trovare,  a  circa  tre  traccia  sotterra,  marmi, 
massi  di  sasso  cementati  ridotti  a  macigno,  sepolcri,  vòlte  di  cotto. 
Se  vi  fosse  probabilità  trovare  un  tesoro  sotterrato,  potrebbesi  rinun- 
ciare anche  per  qualche  anno  alla  certezza  dei  prodotti  di  questa 
fertile  superficie. 

Esaminai  io  pure,  e  non  è  molto,  alcuni  materiali  estratti  dai 
campi,  e  trasportati  a  puntellare  la  riva  di  un  fossato.  Si  com- 
pongono di  ciottoli  di  pietra  viva,  come  quelli  che  si  trovano 
sparsi  abbondantemente  nella  Ghiaradadda;  uniti  da  cemento 
giallastro  durissimo  sicché  a  fatica  si  può  staccare  un  ciottolo  a 
colpi  di  poderoso  martello.  Ad  intervalli,  macigni  così  composti 
contrastano  e  respingono  il  ferro  dell'agricoltore  che  penetri  a 
fondo  nel  suolo.  Questi  materiali  in  maggior  copia  si  rinvengono 
lungo  la  sponda  sinistra  del  Termo;  ciò  dà  a  supporre  sieno  l'a- 
vanzo fondamentale  delle  mura,  che  circuivano  verso  occidente  la 
città  distrutta. 

Poco  fa,  nel  compiere  alcune  opere  di  irrigazioni,  scoprivasi  a 
due  metri  di  profondità  un  lungo  strato  di  lastre  marmoree,  quasi 


312  dell'isola  fulcheria 


nere,  congiunte  a  scacco,  raffiguranti  il  selciato  di  via  principale 
0  il  pavimento  di  vestibolo  domestico.  Di  recente,  nello  scavare  la 
fossa  pel  concime  presso  ad  un  cascinale,  si  trovò  sovrapposta  ad 
un'arca  una  lapide  senza  iscrizione,  e  nell'arca  quattro  scheletri 
umani  ben  conservati.  Non  lungo  dalla  chiesa  s'erge  un  gruppo  di 
case  coloniche,  con  denominazione  secolare  di  case  vecchie.  Queste 
abitazioni  stanno  sopra  solide  e  massiccie  fondamenta  di  ciottoli 
uniti  con  cemento  ;  è  tradizione  posino  ove  erano  le  antiche  mura 
di  cinta  al  lato  opposto  del  Tormo. 

Per  ultimo,  mi  pongo  a  scandagliare  la  chiesa  parrocchiale  del 
Comune  di  Palazzo,  che  pure  vuoisi,  come  accennai,  antichissima. 

Indica  il  ristauro  di  questa  chiesa  la  lapide  nella  parete  interna 
a  manca,  del  principio  dello  scorso  secolo,  sedente  vescovo  di  Crema 
il  conte  Faustino  Griffoni  Sant'Angelo.  È  facile  rimarcare  quanto 
i  ristauri  abbiano  alterato  l'originario  organismo  del  tempio. 

Alla  vecchia  chiesa  si  aggiunsero  a  sproposito  due  navate  late- 
rali, le  quali,  anziché  accrescere,  tolgono  maestà  alla  navata  di 
mezzo,  ch'era  la  chiesa  vecchia.  Mi  fermo  dunque  ad  esaminare  la 
navata  di  mezzo.  Otto  grandi  archi  acuti  posanti  sopra  piloni, 
staccansi  dalle  pareti,  attraversano  la  chiesa,  e  ne  sostengono  la 
vòlta.  Gli  archi'  sono  fra  loro  ad  eguale  distanza;  l'ultimo,  l'ottavo, 
disegna  la  fronte  del  presbitero,  al  quale  si  accede  per  tre  gra- 
dini. Nel  mezzo  al  presbitero  si  alza  l'altare,  che  non  ha  impronta 
d' antico  ;  dietro  all'  altare  gli  stalli  del  coro  rasentano  le-  pareti 
dell'abside  .poligona,  che  nel  fondo  si  abbassa  e  sostiene  la  precipi- 
tosa cadenza  della  vòlta.  L'arco  acuto  predominante  nell'organismo 
della  chiesa  ricorda  le  costruzioni  anteriori  al  X  secolo.  Barbara- 
mente intonacati,  informi,  sono  i  piloni,  al  vertice  dei  quali  di- 
partano gli  archi  che  si  staccano  dalle  pareti.  Così  non  erano  in 
origine,  come  mostrerò  più  sotto.  La  luce  proveniva  dall'alto,  da 
finestre  non  più  esistenti,  collocate  di  fronte  l'una  all'altra,  tra 
le  arcate. 

Il  presbitero  ed  il  coro  ricevono  luce  da  due  aperture  laterali 
recenti,  che  deturpano  l'euritmia  dell'assieme,  per  nessuna  corri- 
spondenza colle  linee  angolari  del  poligono. 

Non  mi  fermo  a  parlare  delle  navate  laterali;  altro  non  sono 
che  informi  addossamenti  all'antica  chiesa;  dirò  invece  brevemente 
della  parte  esteriore. 


E  DELLA  CITTÀ  DI  PARASIO  0  PARASSO.  313 

L'unica  porta  d'ingresso  ha  gli  stipiti  di  pietra  grigia,  raffi- 
guranti due  colonne  addossate  con  rozzi  capitelli.  —  I  capitelli  sos- 
tengono un  arco  tondo,  d'eguale  materia  degli  stipiti  a  cordoni 
semicircolari  rilevati,  dai  quali  gradatamente  emergono  a  rilievo 
i  sovrapposti.  Fuori  di  simmetria,  a  destra  della  porta,  più  in  alto 
dell'arco  della  medesima,  incastrasi  una  lapide,  ove  sono  rozza- 
mente scolpite  due  colombe  ad  ali  spiegate,  che  imbeccano  un  ra- 
moscello d' olivo.  Il  soggetto  simbolico  cristiano  di  questa  povera 
scultura,  ci  richiama  ai  secoli  primitivi  dell'era  cristiana.  La  fronte 
della  chiesa  presenta  l'arco  acuto  senza  curve,  perfettamente  trian- 
golare. —  Alla  cima  degli  angoli  sorgono  coniche  colonnette  di 
mattone,  sormontate  da  croce  di  ferro.  Sporgono  nel  giusto  mezzo, 
tra  i  fianchi  della  facciata  e  la  porta ,  piloni  sottili  semicircolari 
di  mattoni  levigati,  coincidenti  in  retta  linea  coi  piloni  interni 
della  navata  maggiore.  Ciò  dà  fondamento  a  credere  incorniciassero 
i  lati  della  facciata  prima  dell'aggiunta  delle  navate  laterali.  At- 
torno all'abside,  nella  parte  posteriore  esterna,  più  assai  che  nel- 
r interiore,  emergono  le  linee  sporgenti  del  poligono.  La  costru- 
zione è  tutta  di  mattone  non  mai  intonacato.  Scorgesi  girante  un 
rozzo  fregio  di  mattoni  in  costa  ;  più  sotto  la  sporgenza  del  tetto, 
alcuni  ovoli  di  terra  cotta. 

Assai  più  attestano  F  antichità  della  chiesa  alcune  recenti  inci- 
dentali scoperte  in  occasione  di  ristauri.  Trascrivo  la  relazione 
favoritami  da  persona  intelligente,  che  trovavasi  in  luogo. 

'^Nell'anno  1854,  dovendosi  rinnovare  il  suolo  della  chiesa,  sì 
„  praticò  l'escavazione  dell'intera  area  di  essa,  fino  alla  profondità 
„  di  tre  braccia,  ove  nella  nave  di  mezzo  si  rinvennero  due  altri 
„  pavimenti. -Fra  l'uno  e  l'altro,  uno  strato  di  ossa  umane.  L'ul- 
,,  timo  pavimento,  formato  da  ghiarone  con  calce^  era  di  una  con- 
„  sistenza  tale,  che  si  rovinarono  due  picconi  di  ferro  senza  poter 
„  smuovere  un  ciottolo. 

„  Nella  nave  a  destra,  quasi  a  metà,  di  contro  all'uscio  che 
„  mette  alla  casa  del  parroco,  si  scoprì  un  po^^o  di  cotto  semicir- 
.„  colare,  otturato  con  rottami  di  mattoni,  calce  e  sassi. 

„  Durante  gli  stessi  lavori  d' escavazione  si  è  osservato,  che  i 
„  piloni  della  nave  di  mezzo,  sotterra  sono  rotondi,  di  mattone 
„  lucido  che  sembrano  nuovi;  il  che  induce  a  credere  ragionevol- 
„  mente  fossero  tali  gli  ora  intonacati  di  calce  e  gesso  che  sosten- 

Arch.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  20 


314      dell'isola  FULCHERIA  e  della  città  di  PARASIO  0  PARASSO. 

„  gono  gli  archi  della  nave  stessa,  di  cui  i  sepolti  altro  non  sono 
„  che  la  parte  inferiore.  E  sono  là  sotto  quei  piloni  sì  ben  cemen- 
„  tati,  che  si  direbbero  d'un  solo  pezzo.  „ 

Da  questa  semplice  e  chiara  esposizione  si  rileva,  che  la  chiesa 
antica  era  costrutta  a  mattoni  levigati,  come  si  ravvisa  nelle  chiese 
di  stile  lombardo  e  gotico  dei  primi  tempi  del  cristianesimo. 

Il  pozzo  scoperto  nella  navata  laterale,  prova  l'aggiunta  delle 
due  navi  ai  lati  alla  chiesa  vecchia,  non  essendo  supponibile  un 
pozzo  in  chiesa,  ma  bensì  nella  vicina  antica  casa  del  prelato  che 
la  reggeva,  o  nell'abitato  d'uso  della  collegiata  capitolare. 

Il  terzo  strato  durissimo  fa  testimonianza  dell'antichità  del  tem- 
pio; e  per  l'elevazione  lenta  secolare  del  suolo  circostante,  e  per 
la  quantità  dei  sepolti  fra  il  secondo  ed  il  terzo  pavimento,  sotto 
del  quale  è  presumibile  esista  altro  di  strato  di  ossa  umane  di  più 
vecchie  generazioni. 

E  qui  finisco  e  conchiudo  : 

Da  quanto  ho  raccolto  ed  esaminato,  sono  convinto  che  ove  ora 
è  il  villaggio  di  Palazzo  e  nelle  sue  adjacenze,  sia  esistita  in  età  di 
remoto  passato,  una  città  o  terra  fortificata,  civitas^  oppidiim.  Come 
e  quando  distrutta,  si  chiamasse  Parasso  o  Parasio,  poco  monta. 

ColPesporre  questa  mia  convinzione  non  pretendo  avere  dissot- 
terrata una  delle  41  città  scomparse.  ^^  Mi  attengo  soltanto  al 
programma  dell'illustre  nostro  Presidente  della  Società  Storica 
Lombarda,  esposto  nell'esordio  del  fascicolo  primo  dell'Archivio 
storico,  pagina  16:  "  noi  in  questi  lavori  non  faremo  che  preparar 
„  materiali  per  chi  sarà  più  fortunato  di  trovarne  l'architettura 
„  ed  il  cemento,  di  rianimare  artisticamente  la  polvere  su  cui 
„  soffiamo,  e  resuscitare  le  reliquie  che  diseppelliamo.  „ 

Matteo  Benvenuti. 


'"  Archivio  Storico  Lombardo.  Anno  I,  fase.  I,  Bibliografia. 


DOCUMENTI  NUOVI 

SULLE   RELAZIONI 


TRA 


LA  RUMENTA  E  LA  REPUBBLICA  VENETA, 


Fidando  in  quella  scambievolezza  che  deve  correre  tra  studiosi, 
massime  di  una  stessa  nazione,  speriamo  che  non  ci  verrà  biasimo 
dall' osare  una  rapida  scorsa  negli  Archivj  veneti,  tentati  dalla 
curiosità  delPargomento,  e  altrettanto  forse  dal  desiderio  di  ren- 
dere la  meritata  lode  al  dotto  straniero  che  ce  ne  ha  sgombra 
la  via. 

Il  signor  Costantino  Esarco,  oratore  a  Roma  per  quella  che  fu 
un  tempo  la  Dacia  Trajana,  o  a  dirla  nel  gergo  del  dì  che  corre, 
agente  diplomatico  di  Rumenìa  presso  il  nostro  Governo,  è  dei 
valentuomini  che  non  istimano  estranei  i  più  eruditi  studj  alle 
cure,  anche  presentissimo,  di  Stato;  e  però,  essendogli  parso  che 
non  meno  della  parentela  antica  tra  le  due  stirpi  fosse  degna  di 
memoria  l'alleanza  che  insieme  le  strinse  in  tempi  fortunosissimi 
contro  un  formidabile  e  comune  nemico,  ha  vòlto  l'animo  a  ritro- 
varne le  traccio  negli  Archivj  italiani,  specie  in  quelli  della  ve- 
neta Repubblica,  che  fu  patrona  e  soccorritrice  assidua  di  quante 
genti  fino  al  XVIII  secolo  si  travagliarono  a  soprattenere  in  sui 
confini  d'Europa  la  furia  dei  Musulmani. 

Il  servigio  per  lui  reso  agli  studj  nostri  non  meno  che  alla  storia 
del  suo  paese  è  tanto  più  degno  di  encomio,  quanto  più  scarsa  sin 
qui  era  la  suppellettile  istorica  in  questa  materia.  Tuttoché,  infatti, 
sin  da  mezzo  Ì11296  si  vincesse  nella  provvida  Repubblica  una  legge 
che  commetteva  a'  suoi  ambasciatori,  compiuta  la  legazione,  di 
riferirne  i  successi,  già  notò  l'Alberi  come,  per  causa  tuttavia  igno- 
ta, le  prime  di  tali  scritture  che  si  conoscano  non  datino  se 


316  DOCUMENTI  NUOVI  SULLE  RELAZIONI 

non  dal  principio  del  secolo  XVI.  Per  essere  state  poi  le  genti 
rumene  premute  in  mezzo  a  più  potenti,  ancorché  non  più  va- 
lenti e  fiere  nazioni,  le  memorie  loro  è  mestieri  cercarle  in  mezzo 
a  quelle  d' altrui,  soprattutto  nelle  legazioni  di  Costantinopoli  ;  e 
pur  in  queste  occorrono  sparsissime  e  rare;  tantoché  nessuna  ce 
ne  venne  tra  mano  che  toccasse  gli  argomenti  illustrati  dall'Esarco, 
salvo  due  passi  della  Legazione  di  Andrea  Gritti  a  Bajezid  II, 
che  riferiremo  a  suo  luogo. 

Le  indagini  dello  studioso  rumeno  nella  Marciana  e  nell'Archi- 
vio de'  Frari,  alle  quali  ebbe  scorta,  com'egli  dice,  utilissima, 
l'opera  del  Baschet,  Histoire  de  la  Chanceìlerie  secrèfe,  e  guida 
ancor  più  efficace  la  sapiente  cortesia  di  quei  Direttori,  promet- 
tono una  serie  non  breve  di  pubblicazioni  ;  e  già  resero  buon  frutto 
in  due  distinte  monografie,  copiose  ciascuna  di  documenti ,  i  quali, 
per  quella  ingenuità  di  forma  che  nei  nostri  vecchi  mai  non  si 
discompagna  dall'acutezza  dell'  ingegno,  e  per  quella  prossimità 
ai  fatti  ed  a'  luoghi,  che  fa  veramente  vivere  la  narrazione,  hanno 
carattere  spiccato  e  curiosissimo.  Noi  le  menzioniamo  più  sotto, 
seguendo  l'ordine  dei  tempi  a  cui  si  riferiscono,  piuttosto  che 
quello  della  pubblicazione  :  e  crediamo  che  di  buona  voglia  i  let- 
tori ci  lasceranno  uscire  un  poco  di  Lombardia,  per  darne  loro 
qualche  contezza. 

I. 

Stefanu  CeUumare.  —  Documenfe  descoperite  in  ArcJiivele  Venetiei, 
de  C.  Esarcu.  JBucuresci,  1874,  (Stefano  il  Grande.  —  Documenti 
scoperti  negli  Archi vj  di  Venezia  da  C.  Esarco.  Bucarest,  1874.) 

Stefano  vaivoda,  che  i  Moldavi  chiamarono  il  Grande,  e  al 
quale  nessuno  vorrà  negare  per  lo  meno  il  titolo  di  prode,  è  tra 
i  personaggi  più  cospicui  dell'istoria  rumena.  Contemporaneo  di 
quel  ferocissimo  Ladislao  valaco  (Vlad  V),  che  si  gloriò  d'esser 
detto  r  Spalatore  e  tuttavia  piegò  il  ginocchio  dinanzi  a  Mao- 
metto II,  Stefano,  non  più  crudele  di  quel  che  il  facessero  i  tempi, 
tenne  fronte  a.  Magiari,  a  Tartari,  a  Bussi,  a  Polacchi,  e  per  qua- 
rantotto anni  gagliardissimamente  armeggiò  contro  i  Turchi;  né 
già  sui  primordj  della  loro  irruzione  in  Europa,  come  con  incre- 


TRA  LA  RUMENTA  E  LA  REPUBBLICA  VENETA.         317 

dibile  anacronismo  ha  favoleggiato  il  Rampoldi,  che  il  fa  com- 
battere col  primo  Bajazette  (quello,  che,  scrivendo  a  Andro- 
nico imperatore,  concludeva:  "  Serra  le  porte,  e  regna  sulla  tua 
città  ;  il  resto  è  mio  „),  ma  sibbene  un  buon  secolo  più  tardi,  fac- 
cia a  faccia  con  Bajazette  II,  del  quale  dice  appunto  il  Gritti  nella 
ricordata  Legazione  di  Costantinopoli  che  "  il  quarto  anno  del 
suo  imperio  fece  l' impresa  della  Valacchia  „ ,  e  poco  più  là  sog- 
giunge "  non  aver  voluto  esso  signor  Turco  consentire  (stipulando 
la  pace  col  re  d'Ungheria)  che  Stefano  vaivoda  fosse  nominato 
nella  capitolazione  della  pace  dal  canto  del  re  „.  Stefano  dunque 
osò  attraversarsi  alla  conquista  ottomana,  appunto  nel  più  vivo 
del  suo  bollore;  quando,  no'n  che  nelle  terre  orientali,  romoreg- 
giava  essa  sul  capo  a'  Cristiani  usque  in  Forijulium  et  ipsa  Itaìice 
viscera,  come  si  legge  in  uno  dei  documenti  rivendicati  dal  si- 
gnor Esarco  alla  luce. 

I  quali,  per  quel  che  riguarda  questo  Stefano,  sono  partiti  in 
due  serie.  La  prima,  cavata  pressoché  intera  dalle  Deliberazioni 
scerete  del  Senato  (anni  1474-1476),  illustra  le  cose  di  Stato  mol- 
dave, e  le  relazioni  del  vaivoda  con  principi  cristiani;  l'altra,  at- 
tinta ai  Diarj  di  Marino  Sanudo,  che  giacciono  inediti  nella 
Marciana,  tocca  della  persona  sua^  o,  come  ora  dicono,  della  sua 
vita  intima  (anni  1496-1504).  Ad  amendue  precede  una  introdu- 
zione, dettata  da  quell'erudito  isterico  rumeno  che  è  l'Hasdeu;  e 
questi,  geloso  degli  allori  dell' Esarco,  conferisce  anche  per  sua 
parte  curiosi  documenti:  tre  lettere  pontificie  a  Stefano,  riboc- 
canti d'elogj  alla  virtù  dell'atleta  di  Cristo  (così  già  lo  chiama  il 
papa  in  un'altra  lettera  edita  dal  Sismondi);  poi,  bizzarro  con- 
trasto, una  ballata,  la  quale,  non  che  in  Rumenìa,  soleva  can- 
tarsi a'  suoi  di  fino  a  Venezia,  in  lode  delle  sue  amorose  fortune. 

Ma  per  venire  alla  prima  serie  esarchiana,  principia  questa  con 
una  lettera  di  Stefano  a  Sisto  IV  (da  Vaslui,  li  29  novembre  1474). 
Il  vaivoda  accredita,  come  suo  proprio  oratore  presso  il  papa, 
l'oratore  veneto  reduce  di  Persia,  Paolo  Omobono;  dirà  questi  a 
voce  gli  accordi  iniziati  con  Assan  Beg  a  fine  di  movere  insieme 
contra  Othmam  et  ejus  horribilem  potenciam.  E  il  Senato  (Deli- 
berazione del  6  marzo  1475)  non  tarda  a  confermare  all'Omo- 
bono  l'incarico;  il  raccomanda  ai  buoni  ufficj  del  Morosini,  ora- 
tore presso  la  Romana  Curia;  e  scrive  al  vaivoda:  animosiores 


31*8  DOCUMENTI  NUOVI  SULLE  RELAZIONI 

quam  antehac  et  robustiores  erimus  ut  (Turcha)  mari  et  terra 
infestetur  et  lanietur.  Il  difficile  stava  nel  far  danari.  Trazendose 
questi^  dice  la  Deliberazione  del  6  maggio,  de  la  prima  contribution 
de  le  enfrade  ecclesiastice  le  quale  spectano  al  Summo  Pontefice^  et 
havendo  sa  deliberato  la  Santità  Sua  a  chi  i  debbiano  esser  conferiti, 
0oe  al  Serenissimo  Be  d'Ongaria,  in  nostra  podestà  non  è  poter  de 
quelli  dar  alla  Signoria  soa  alcuna  quantità. . .  Tamen. . .  procu- 
reremo et  instaremo. ...  E  su  questo  affare  dei  sussidj,  quod  non 
intermittimus  ncque  sumus  aliquo  modo  intermissuri,  torna  il  Doge 
Andrea  Vendramin  nelle  istruzioni  a  Emanuele  Gerardo  che  va 
oratore  al  campo  di  Stefano,  ut  amici  nostri  prcecipui,  et  a  nobis 
ab  virtutem,  animi  magnitudinem,  et  res  prceclarissime  adversus 
communem  hostem  gestas  maximopere  existimati  (17  maggio  1476). 
Dove  anche  si  pare  tutta  la  sagacia  consueta  della  veneta  Signo- 
ria. Duììi  illic  fueris,  soggiunge  il  Doge,  esto  curiosus  et  sollicitus 
omnia  intélligere  quce  necessaria  sint  et  digna,  quce  nobis  signi- 
ficentur. . .  numerum  gentium. . .  aptitudinem. . .  intelligentias  et 
amicitiaSj  et  similiter  dissidia  et  controversias. . .  quomodo  se  gerii 
et  vivit  cum  Begia  Maj estate  Hungarice . . .  Bemovere  animum  illius 
satagito  ab  omni  pacis  cum  Turcho  cogitatu.  E  scendendo  a  parlare 
del  disegno  di  una  spedizione,  alla  quale  l'imperatore  dei  Tartari 
si  proferisce,  commette  al  Gerardo  che  ne  indaghi  la  possibilità, 
e  se  ne  intenda  col  Moldavo  e  coll'Ungherese.  Due  altre  lettere 
al  medesimo  legato  (8  ottobre  1476,  10  gennajo  1476  [recte  1477 P]) 
incalzano  gli  stessi  argomenti.  Scriva  ogni  dì,  e  di  tutto,  e  ovun- 
que il  principe  vada,  sia  seco.  Rallegrandosi  con  esso  lui  delle 
vittorie,  non  dimentichi  gli  altri  capitani;  menzioni  sempre  il 
re  d'Ungheria;  promova  fra  tutti  la  necessaria  concordia.  E  ram- 
memori gli  ufficj  della  Repubblica,  che  in  prò  dell'  alleato  ottenne 
dianzi  dal  pontefice  il  bando  della  crociata  e  del  giubileo. 

A  queste  seguono  altre  lettere  dogali  dello  stesso  anno  e  del 
successivo  (17  marzo  1476  —  10  e  18  aprile  1477)  a  Ser  Jacopo 
de  Medio  oratore  a  Roma;  e  qui  mirabile  è  la  robustezza  del 
concetto  e  del  linguaggio,  né  senza  frutto  ricordabile  anche  a' 
contemporanei.  Badi  il  pontefice  che  il  Vaivoda,  pasciuto  sempre 
di  promesse  e  omai  disperato  d'ajuti,  potrebbe  essere  sopraf- 
fatto 0  piegare.  Scriva  dunque  senza  indugio,  e  mandi  al  Vaivoda 
almeno  diecimila  ducati,  e  gli  propizii  il  re  d'Ungheria,  e  si  valga, 


TRA  LA  RUMENIA  E  LA  REPUBBLICA  VENETA.         319 

se  vuole,  del  mezzo  della  Repubblica.  Mediti  le  lettere  d'Oriente, 
nunzie  di  prossime  invasioni  nelle  provincie  nostre  di  là,  et  usque 
in  ForijuUum  et  ipsa  Itdliae  viscera;  ma  delle  notizie  d'Unghe- 
ria usi  con  discrezione.  Affretti  una  risposta,  che  tarda  omai  troppo. 
Petimus  rem  factam. . .  et  tamen  frustramur.  Ufficj  dei  quali  è  poi 
fatta  manifesta  la  previdenza  dai  tristi  casi  che  incolgono  al  Vai- 
voda,  e  ch'egli  si  affretta  a  significare  alla  Signoria  per  un  oratore 
suo  proprio,  Giovanni  Zamblacho  (8  maggio  1477).  Dopo  aver 
patito  pei  principi  vicini  suoi,  si  lagna  che  loro  lo  lassarono 
solo;  ricorda  lo  'stato  suo  esser  serajo  del  Hungaria  et  Follana, 
et  quello  che  varda  quei  do  regni. . .  e. . .  comodo  alle  cosse  Chri- 
stiane.  .  .  e  però,  conclude,  come  signori  christiani  et  cognoscudi 
Christiani  io  recoro  ala  Illustrissima  Signoria  vostra  implorando 
el  vostro  socorso.  „  Risponde  il  Senato  savie  e  confortevoli  parole, 
attestando  dei  precorsi  ufficj  e  di  quelli  che  non  resterà  di  inter- 
porre per  la  sua  causa,  tamquam  proprium  negotium  ;  ma  quanto 
gli  torni  difficile  il  maneggiarsi  tra  le  romane  accidie  e  le  gelosie 
dell'Ungarese,  del  Polacco  e  dell'Imperatore  apparisce  da  lettere 
dogali  a  Ser  Antonio  Vittori  oratore  in  Ungheria,  e  da  lunghe 
difensioni  che  il  Senato  medesimo  è  costretto  opporre  ai  richiami 
dell'impetuoso  Corvino,  specie  per  el  facto  de  Stefano  Vayvoda^ 
favorito  da  nui  ciim  assai  bone  parole,  et  non  più  effecti  de  quélo 
ha  voluto  la  Maestà  Regia.  Due  lettere  del  Corvino  al  papa 
chiudono  questa  prima  serie,  della  quale  ne  pare  che  le  cose  bre- 
vissimamente dette  bastino  a  dichiarare  la  gravità. 

Seguono  nella  serie  seconda  copiosi  estratti  dal  Diario  di  Marin 
Sanudo,  relativi  alle  cose,  alle  opinioni,  ai  viluppi  delle  piccole  e 
grandi  Corti  guerriere  nell'oriente  d' Europa.  Un  Ottaviano  Gucci 
fiorentino  scrive,  tra  gli  altri,  da  Cracovia  (27  luglio  1500)  che  di 
Stefano  s' aspetta  qualche  fatto  relevato . . .  perchè,  come  sapete,  e 
savio.  Di  un  altro  oratore  del  Dacho,  venuto  (dopo  il  Zamblacho) 
a  Venezia  il  marzo  deri502,  narrasi  che  fo  in  Colegio  per  il 
Principe  fatto  cavalier  et  vestito  doro.  Poi  è  trascritta  una  lettera 
di  Stefano  alla  Signoria  (8  dicembre  1502),  con  cui  le  accompagna 
e  accredita  Matteo  Murriano  dottore  in  medicina  e  veneziano,  che, 
procuratogli  anni  addietro  dalla  Signoria  medesima,  torna  a  Ve- 
nezia a  fare  incetta  di  certi  suoi  farmachi;  e  una  lettera  dello 
stesso  dottore  al  Doge,  nella  quale  da  espertissimo  uomo  lo  in- 


320  DOCUMENTI  NUOVI  SULLE  RELAZIONI 


forma  delle  cose  di  Moldavia.  Dissegli  il  Vaivoda:  io  non  ho  vo- 
luto mandar  medico  in  alcuna  parte  del  mondo  salvo  da  li  amici 
mei  li  qual  son  certo,  me  amano. . .  io  sono  circondato  da  inimici 
da  ogni  handa,  e  ho  avuto  hataie  36  dapoi  che  son  signor  de  que- 
sto paese  de  le  qual  son  stato  vincitore  de  84  et  2  perse.  Narra 
poi  il  medico  con  molte  lodi  del  prefato  signor  et  del  fiolo,  e  pro- 
segue: li  suhditi  tutti  valenti  homini  et  homini  de  fatti  et  non  da 
star  so  li  pimazi  ma  a  la  campagna.  Questo  illustrissimo  Signor  poi 
far  homini  da  fatti  60,000:  a  cavalo  40  miìia  e  pedoni  20  milia. 
El  paese  si  e  fruttifero  et  amenissimo  et  ben  situado  hahondante 
de  animali  et  de  tutti  frutti  da  oio  in  fora.  I  formenti  se  semena 
de  aprii  et  de  maso  e  rachoiese  de  avosto  e  de  septemhrio  vini  de 
la  sorte  de  Friuli  pascoli  perfetti^  potria  star  in  questo  paese  ca- 
vali 100  milia  e  piti,  de  qui  a  Gonstantinopoli  se  va  in  XV  o  XX 
zorni  perho  riverentemente  aricordo  a  la  Signoria  Vostra  che  de 
qui  se  potria  strenzer  li  fianchi  a  questo  perfido  can  Turcho.  S'ad- 
dentra in  molti  particolari  sugli  armeggìi  dei  Signori  Tartari,  specie 
àeìY  imperador  de  Crin  (Crimea)  e  sue  colleganze  col  Turco,  che 
tengono  in  rispetto  il  Vaivoda;  ma  el  ce  un  passo  per  mezzo  Gaffa 
se  chiama  Pericop  dove  diese  milia  cavali  tegneria  la  posanza  dil 
Tartaro  che  non  potria  passar  in  qua  a  li  danni  de  li  Christiani. 
E  conclude:  sempre  sarò  vigilante  in  dar  aviso  a  la- Serenità 
Vostra  de  le  cose  me  para  degne  de  aviso. 

Del  21  decembre  1503  altra  imbasciata  del  Valacho  di  Moldavia^ 
che  prega  la  Signoria  dargli  un  altro  medico  perchè  maestro  Mat- 
tio  è  morto,-  e  promette  trattarlo  peroptime  pacifìce  ac  honorifice 
e  lasciarlo  tornare  in  patria  a  suo  grado.  La  Signoria  risponde 
si  vederia  dir  al  colègio  de  medici,  e  dopo  negoziati  molti  è  scelto 
un  maestro  Hironimo  de  Cesena.  Ma  il  Vaivoda  che  già  di  li  piedi 
et  di  le  man  non  si  poteva  ajutar,  ne  cava  poco  costrutto;  e  a  di 
21  agosto  1504  si  ha  da  una  lettera  del  dottor  Lonardo  de  Mas- 
sari phisico,  da  Buda ,  a  Zuam  JBadoer,  che,  essendo  il  Vaivoda 
spacciato,  cossi  come  in  vita  et  sanità  ita  in  morte  mostro  esser 
et  terribile  et  prudente,  quia  cum  intellexit  dissensiones  statim  fecit 
se  portare  in  campum  dove  erra  tutti  li  soi  et  principes  factionis 
nfriusque  li  fé  pigliar  tutti  et  li  fé  morir.  Tunc  habuit  orationem 
che  lui  cognosse  che  Ve  per  morir  in  breve  et  che  noi  poi  più  reger 
et  defenderli,  ita  che  lui  non  volea  altro  nisi  che  Ihor  elezesseno  uno 


TRA  LA  RUMENI  A  E  LA  REPUBBLICA  VENETA.         321 

signor  el  qual  ^paresse  a  Ihor  che  fosse  più  atto  a  rezerli  et  defen- 
derli  da  li  inimici  et  che  esso  non  proponeva  più  uno  fioìo  che 
V altro  ;  alhora  tutti  elexeno  el  fiol  primogenito  che  erra  apresso  di 
lui  quello  el  qual  lui  voleva  et  sic  esso  iterum  si  fé  portar  fora  et 
messe  el  fiol  in  sedia  sua  et  fé  ^urar  tutti  fidelità  et  sic  ante  mor- 
tem  creavit  filium  Vapvodam,  poi  torno  in  ledo  et  in  do  zorni  red- 
didit  spiritum^  et  poi  morite. 

Pagine  tutte  le  quali  c'intromettono  con  una  evidenza,  da  non 
potersi  desiderar  la  maggiore,  nel  vivo  midollo  dei  tempi. 

II. 

Petru  Cercel.  —  Documente  descoperite  in  Archivele  Venetiei,  de 
C.  Esarcu.  JBucuresci,  1874.  (Pietro  l'Orecchino.  —  Documenti 
scoperti  negli  Archivj  di  Venezia  da  C.  Esarco.  Bucarest,  1874.) 

In  uno  dei  cinque  magnifici  volumi  dell'Archivio  dei  Frari, 
Ceremoniali  della  Serenissima  Bepuhhlica  di  Venezia,  rinvenne 
r  Esarco  il  filo  che  lo  guidò  a  rintracciare  i  materiali  di  quest'al- 
tra monografia.  E  fu  un  Atto  che  s'intitola:  Ceremonie  fatte  nella 
venuta  in  questa  città  per  passalo  del  Principe  della  Gran  Va- 
lachia  MDLXXXI  adi  XII  marzo.  Vi  si  legge  che  alli  VII  fu  intro- 
dotto nelVEccemo  Collegio  il  Principe  della  Gran  Valachia  accom- 
pagnato dal  Magnifico  Amhasciator  del  Be  Christianissimo ...  e  dal 
secretario  Bertier,  mandato  dalla  Maestà  Sua  perchè,  assistendo  a 
lui,  riceva  maggior  favore  alli  suoi  negotij  alla  Porta  del  Gran  Si- 
gnore, dove  egli  se  ne  va  per  esser  rimesso  in  stado.  Presentò 
lettere  del  predetto  Be  Christianissimo  et  della  Serenissima  Begina 
sua  madre  ...et  Sua  Santità  ancora  fece  anco  presentar  un  Breve . . . 
e  fu  accomodato  di  una  galera  fino  a  Bagusi  e  presentato  di  mille 
taleri. 

Di  qui  r  Esarco  fu  mosso  a  cercare,  e  trovò  nelle  Lettere  do- 
minorum,  le  sopraccitate  del  re  Enrico  III  e  di  sua  madre  Caterina 
de' Medici;  sono  commendatizie  assai  calde,  e  non  vi  manca  la 
promessa  di  contraccambio  :  et  vous  seaurons  à  jamais  hon  gre  pour 
le  recognoister  en  tonte  occasion.  1  discorsi  poi  dell' ambasciatote, 
del  segretario  e  del  principe  valaco,  raccolse  dalle  Esposizioni 
Principi.  —  Questo  Principe  cristiano,  dice,  non  senza  citare  De- 


322  DOCUMENTI  NUOVI  SULLE  RELAZIONI 

mostene  e  il  Vangelo,  l'ambasciatore,  in  età  di  X  anni  fu  man- 
dato dal  padre  al  Gran  Signore. . .  alcuni  anni  dopo  avvenne  che 
gli  mancasse  il  padre,  per  il  che  fu  mandato  nell'isola  di  Modi. . .  et 
ancora  in  altre  parti  più,  lontane. . .  Dio  gli  messe  ardire  di  pas- 
sar in  terra  di  cristiani  capitò  in  Transilvania  et  di  là  in  On- 
garia  et  finalmente  in  Polonia  ;  e  quando  il  Francese],  che  vi  era 
successo  a  re  Sigismondo,  abbandonò  l' effimero  regno  per  racco- 
gliere la  ereditaria  sua  corona,  Pietro  anch'egli  se  ne  fu  in  Fran- 
cia presso  di  lui.  Il  quale  ha  fatto  piti  di  quello  che  ha  potuto 
per  sovegno  et  aiuto  di  sua  Eccellenza ...  et  promessogli  particolar- 
mente di  operar  col  Gran  Signore  Turco  che  lo  vogli  rimetter  in 
Stato...  sebbene  difficilmente  vede  di  poterlo  conseguire  senza  Vajuto 
et  liheralità  della  Serenità  Vostra.  E  conclude:  Io  supplico  la  Sere- 
nità Vostra  di  aver  a  cuore. . .  quélo  che  le  scrive  il  Me  e  la  Regina. 

Mera  parafrasi  del  precedente  è  il  discorso  del  Principe,  il 
quale,  dice  la  Relazione  veneta,  con  accomodata  forma  di  parole 
eccitò  V  animo  di  tutti  a  considerare  il  suo  stato  degno  di  com- 
passione. Parlò  poi  anche  il  segretario  del  re,  raccontando  la 
gloria  degli  atti  di  munificenza  di  questa  Eccellentissima  Bepu- 
hlica  in  casi  appunto  simili,  e  come  le  fosse  offerta  occasione 
di  aggrandir  questa  gloria  sua.  E  molto  assegnatamente,  secondo 
il  solito,  il  Doge ,  condolendosi ,  ma  ricordando  la  strettezza  gran- 
de in  che  si  truova  la  Bepuòlica  di  denari,  rispose  che  li  Signori 
Savii  ne  averiano  ragionato.  Né  in  diverso  tenore  accolse  gli 
ufficj  del  nunzio,  che  a'  9  di  marzo  presentò  alla  Signoria  il  Breve 
pontificio  tìaenzionato  di  sopra.  Quel  che  se  ne  deliberasse  fu 
detto  innanzi  e  apparisce  dall'atto  1.1  di  marzo  {In  Fregadi)  che 
r  Esarco  trascrive  per  esteso. 

Segue  lettera,  o  come  oggi  si  direbbe,  Nota,  del  Senato  all'am- 
hasciator  in  Franza,  con  cui  gli  è  data  notizia  dell'accaduto,  e 
commissione  di  confirmare  alle  Loro  Maestà  il  nostro  buon  ani- 
mo (1581  li  11  di  marzo).  Poi  lettera  in  italiano  del  principe  Va- 
laco  (8  aprile),  che  da  Eagusi  rende  vive  grazie  al  Doge,  infini- 
tamente lodandosi  della  cortesia  ed  •  amorevolezza  del  signor  So- 
pracomite  Benedetto  Giuliano,  e  pregando  che  di  me  et  di  quello 
che  alla  divina  clementia  piacerà  appartirmi  li  piaccia  dispo- 
nersi  come  del  suo  proprio  e  questo  è  il  più  gran  favore  che  io 
da  qui  innanzi  desidero  da  quella  Serenissima  Bepublica.  Poi  let- 


TRA  LA  RUMENIA  E  LA  REPUBBLICA  VENETA.         323 

tera,  in  italiano  anche  questa,  del  re  di  Francia,  che  ringrazia 
a  sua  volta  i  carissimi  et  grandi  amici  collegati  et  confederati 
d'opera  degna  della  vostra  usanza,  memorabil  carità  e  prudenza 
(consegnata  il  27  aprile);  e  infine  a'  13  di  ottobre  l'ambasciatore 
di  Francia  presenta  al  Senato  un  gentiluomo  che  il  principe  di  Va- 
lachia,  avendo  ricuperato  il  seggio  del  padre,  manda  al  re  di  Fran- 
cia e  a  Venezia  per  far  ufficio  di  complimento  e  protestare  che 
il  Valaco  sarà  sempre  pronto  di  mettere  la  vita  et  lo  Stato  et  quanto 
sarà  in  poter  suo  per  servizio  di  questa  Serenissima  Bepublica. 

E  così  ogni  cosa  finisce  in  festa  e  in  gloria,  come  in  un  rac- 
conto di  fate.  Chi  poi  di  questo  Pietro  volesse  sapere  qualcosa  di 
più,  troverebbe  ancora  lusinghe  gradevoli,  non  dico  all'orgoglio, 
ma  a  quel  tanto  che  sopravvive  sempre  della  vanità  nazionale. 
Pietro  non  si  contentò  infatti  di  avere  con  accomodata  forma,  se- 
condo dice  la  relazione  veneta,  recitato  il  suo  discorso  italiano  in 
quella  udienza  solenne,  che  T  Esarco  ci  evoca  innanzi  con  entu- 
siasmo di  poeta  e  pennello  d' artista  ;  ma,  poliglotte  com'  era  (par- 
lava undici  lingue),  anche  nella  nostra  poetò  non  indegnamente. 
Agli  studj  francesi  l'aveva  affezionato  la  fama  di  quel  Marchese 
di  Ronsard,  poeta  dei  principi  e  principe  dei  poeti,  il  quale  an- 
ch' egli  era  d' origine  valaca,  discendendo  da  un  bano  di  Mara- 
9ini,  che  francizzò  titolo  e  nome.  E  in  Francia  poi  conobbe  un 
Francesco  Pugiella  nostro,  reputato  per  tutta  Lombardia,  dice  Ste- 
fano Guazzo,  non  eccellente  ma  unico  dottor  di  leggi,  felicissimo 
scrittore  di  prose  et  di  rime  toscane,  gentilissimo  corteggiano,  des- 
trissimo  negotiatore  et  gentilhuomo  universale.  Con  costui  pigliò  il 
Valaco  dimestichezza  grandissima,  tanto  che  il  volle  seco  non  sì 
tosto  ebbe  ricuperato  lo  Stato;  e  fin  da  giovanetto  aveva  da  lui  ap- 
preso l'amore  della  nostra  poesia.  Mandògli  infatti  nelV età  sua  di 
ventidue  anni  un  divoto  capitolo,  che  incomincia 

Potentissimo  Dio  del  sommo  et  imo 

Tu  che  creasti  il  ciel,  la  terra  e'  1  mare, 

e  che  seguitando  per  molte  decine  di  versi  su  questo  metro,  può 
passare,  senz'ombra  di  sapore  esotico,  tra  le  tante  letterate  gia- 
culatorie del  tempo.  Del  quale  capitolo  il  Vaillant,  credendo  forse 
pubblicar  cosa  nuova,  dette  nella  sua  Boumanie  ì  primi  e  gli  ul- 
timi terzetti;  e  uno  studioso  rumeno,  il  Tucilescu,  stampò  dianzi  il 
testo  intero  in  un  periodico  letterario  del  suo  paese.  Ma  i  curiosi 


324  DOCUMENTI  NUOVI  SULLE  RELAZIONI   TRA  LA  RUMENIA  ECC. 

di  libri  vecchi  già  avevan  potuto  leggerlo  nel  Dialogo  II  del  Guazzo, 
ricordato  di  sopra,  il  quale  appunto  s'intitola  del  Prencipe  della 
Valacchia  maggiore.  Dove,  fra  altre  cose  curiose  e  tutte  iperboli- 
camente laudative,  si  legge  che  è  bel  Prencipe,  gratioso  et  ama- 
bile... che  un  largo  tesoro  egli  ha  acquistato  dalla  libéralissima 
natura,  che  è  la  sua  gran  memoria che  erano  schiavi  in  Co- 
stantinopoli molti  christiani  nel  tempo  ch'egli  andò  ad  inchinarsi 
al  Gran  Turco,  i  quali  riscossa  la  loro  libertà  et  ritornati  a  Poma 
fecero  stupende  rélationi  della  splendidezza  di  questo  gran  Pren- 
cipe  et  seguendo  le  già  dette  attestationi ch'egli  partendo 

di  Costantinopoli  traheva  seco  grandissima  Corte,  et  particolar- 
mente gli  marchiavano  dinanzi  seicento  huomini  à  cavallo  vestiti 
da  lui  con  una  vaga  et  ricchissima  livrea,  presso  à  quali  egli  se 
ne  veniua  in  guisa  tale  che  rappresentaua  la  maestà  d'uno  Impe- 
rator  trionfante.  S' era  Pietro,  si  vede,  foggiato  in  tutto  alle  ele- 
ganze, anzi  ai  lezj  della  Corte  medicea,  fino  a  quello  dei  mulie- 
bri orecchini  (cercel),  dai  quali  gli  restò  il  soprannome.  Ma  fece 
come  principe  pessima  prova;  e  ventura  fu  pei  Eumeni,  premuti 
fino  al  sangue  per  pagare  le  vantate  liberalità  sue,  che  tutt'altra 
indole  sortisse,  e  meritasse  tutt' altro  cognome,  quel  Michele  suo 
fratello,  che  a  buon  diritto  dissero  il  Prode,  e  che  resta  nelle  loro 
memorie  fra  gli  eroi  della  patria  indipendenza. 

Degno  subjetto  ad  altri  studj,  sperabili  dal  signor  Esarco;  il 
quale  per  altro,  da  quel  fine  diplomatico  ch'egli  è,  ha  saputo 
anche  dall'odissea  di  questo  infemminito  suo  Pietro  cavare  buon 
costrutto  per  la  causa  del  suo  paese.  A  Pietro  i  Keali  di  Francia 
scrivevano  notre  très  cher  cousin  et  bon  ami;  anche  profugo,  il 
papa  e  la  Serenissima  lo  trattavano  da  principe;  che  più?  ap- 
pena e'  torna  in  seggio,  il  suo  ambasciatore  straordinario  ap- 
presenta  le  lettere  credenziali;  "  è  dunque  dimostrato,  conclude 
l'acuto  Rumeno,  essere  stati  i  principi  nostri  accolti  anche  ne' 
giorni  peggiori  nella  famiglia  de'  sovrani  europei;  non  avere  essi 
interamente  rinunziato  mai  all'esercizio  del  più  prezioso  tra  i 
diritti  sovrani.  „  E  noi  gli  diamo  volentieri  ragione;  perchè,  se 
neppure  al  patriottismo  è  lecito  falsare  la  storia,  degno  è  però 
di  lode,  non  che  d'indulto,  il  sapere  in  tutto  volgerne  gli  ammae- 
stramenti a  decoro  ed  a  legittima  difesa  della  terra  natia. 

T.  Massarani. 


NUOVI  DOCUMENTI 

su 

GIROLAMO  SAVONAROLA. 


Di  Girolamo  Savonarola  non  pochi  italiani  scrissero  e  pubblica- 
rono documenti  in  questi  ultimi  anni.  Il  risveglio  della  vita  poli- 
tica in  prima  che  fu  pronuba  di  quello  degli  studj  storici,  l'acquisto 
della  nostra  nazionale  indipeùdenza  poi,  ne  furono  le  principali 
cagioni. 

Queste  pubblicazioni  sono  raccolte  massimamente  nell'Archivio 
toscano,  e  sono  del  Marchesi,  del  Lupi,  del  Passerini,  ecc.  ^ 

Ultimo  che  scrisse  del  Savonarola  è  il  Villari.  ^  Il  lavoro  suo  fu 
accolto  in  Italia  con  molto  plauso,  e  si  ebbe  l'onore  di  traduzioni 
in  lingue  straniere. 

L'illustre  conte  Passerini,  da  me  interpellato  sulla  notorietà  dei 
nomi  dei  Piagnoni,  sottoscrittori  della  petizione  a  papa  Alessan- 
dro VI  in  favore  di  frate  Girolamo,  mi  accerta  che  altri  docu- 
menti non  meno  importanti  dei  pubblicati  esistono  negli  Archivj 
fiorentini.  Ora  egli,  che  si  è  reso  così  benemerito  della  storia  d'Italia 
con  pubblicazioni  di  tanto  pregio,  accrescerebbe  di  certo  i  titoli 
che  egli  ha  alla  pubblica  benemerenza  se  volesse  dare  alla  luce 
cotesti  documenti  da  lui  conosciuti. 

I  documenti  che  pubblico,  io  li  trassi  dall'Archivio  di  Mantova. 

Per  verità,  non  ci  fanno  né  nuove  né  importanti  rivelazioni,  ma 
più  che  altro  ci  confermano,  anche  nei  più  minuti  dettagli,  quanto 


*  Archivio  Storico.  T.  VII.  1849.  Appendice.  —  T.  Vili.  1850.  Appendice.  —  T.  Ili, 
p.  I.  1866.  Giornale  degli  archivj  toscani.  N.  2-3.  1858.  —  N.1-2,  1859. 

'  Storia  di  Girolamo  Savonarola  e  de'  suoi  tempi.  Voi.  due.  Le  Monnier,  1859-1861. 


326  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

si  scrisse  intorno  ad  alcuni  dei  principali  momenti  della  vita  del 
celebre  frate.  Havvi  anche  qualche  cosa  che  ritengo  nuova,  e  per 
tutto  ciò  ho  creduto  bene  il  porli  in  luce. 

Fra  Girolamo  Savonarola  fu  di  certo  un  singolare  uomo  per 
potenza  di  ingegno,  di  fede  e  di  carattere,  e  lo  scopo  che  egli  si 
era  prefisso  non  esigeva  meno  di  un  sì  forte  animo  e  potente 
ingegno.  Erasi  proposto  di  fare  rifiorire  la  moralità  pubblica  dei 
Fiorentini,  di  richiamarli  all'amor  della  vita  politica,  partendo  dalla 
riforma  dei  costumi  privati;  di  dare  alla  repubblica  nuova  e  vigo- 
rosa vita,  col  dotarla  di  istituzioni,  da  lui  ideate  e  stimate  più 
consentanee  a  raggiungere  i  suoi  intendimenti. 

Cosa  abbia  fatto,  cpme  siasi  adoperato,  le  riforme  e  gli  ordina- 
menti introdotti,  le  sue  qualità  di  innovatore  politico,  o  come  si 
direbbe  ora,  di  uomo  di  Stato  e  di  filosofo,  ci  sono  fatte  conoscere 
egregiamente  dal  Villari.  Egli  nota  giustamente  che,  primo  ad 
introdurre  la  fondiaria,  l'ordinamento  della  repubblica  da  lui  pro- 
posto e  fatto  introdurre  fu  quello  che  ebbe  maggiore  presa  sul 
popolo,  e  che  fu  reputato  il  migliore  dal  Guicciardini,  dal  Machia- 
velli, ecc.  Tuttavolta,  non  era  possibile  che  l'opera  sua  avesse 
lunga  vita.  Lo  spirito  pubblico  in  Italia  si  era  infiacchito  d'assai; 
le  industrie  che  avevano  fatti  sì  floridi  e  potenti  non  pochi  muni- 
cipi, e  primo  fra  tutti  il  fiorentino,  erano  in  una  spaventosa  ed 
irreparabile  decadenza.  Le  intestine  discordie  avevano  persuaso 
molti,  che  il  regime  popolare  non  era  apportatore  di  pace  e  be- 
nessere durevoli.  Tutti  i  principotti  italiani  poi  erano  avversi  al 
risveglio  della  vita  repubblicana,  tentata  dal  Savonarola,  e  perciò 
l'osteggiavano  senza  posa.  Pure  quello  che  egli  ottenne  non  era 
né  prevedibile  né  sperabile,  ed  in  ciò  ebbe  un  non  indifferente 
ajuto  in  Carlo  Vili,  a  lui  molto  benevolo,  nelle  esorbitanze  dei 
Francesi  in  Firenze,  e  negli  errori  di  Piero  de'  Medici.  Non  fu- 
rono però  che  ajuti  esterni  ed  accidentali,  i  quali  mancando,  non 
avrebbero  impedita  l'opera  sua;  tutt'al  più  la  accelerarono.  Fu 
lui  che  scosse  ed  eccitò  i  Fiorentini.  Fu  lui  che  creò  quel  potente 
partito  che  governò  la  repubblica  con  inusitato  vigore  e  regolarità 
per  parecchi  anni,  in  mezzo  a  straordinarie  difficoltà  interne  ed 
esterne.  È  merito  suo  se  gli  ordinamenti  da  lui  introdotti  furono 
riconosciuti  di  tanta  bontà  intrinseca,  da  essere  mantenuti  dagli 
stessi  suoi  avversarj  ritornati  al  potere. 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  327 

La  vita  politica  del  Savonarola  si  può  dire  che  ha  incominciato 
colla  confessione  di  Lorenzo  il  Magnifico  (aprile  1492),  e  durò  fino 
al  maggio  del  1498,  cinque  anni  precisi:  e  tanti  gli  bastarono  per 
compiere  un  si  grande  e  meraviglioso  rivolgimento  politico  e  mo- 
rale del  popolo  fiorentino. 

A  molti  può  riuscire  difficile  a  spiegarsi  come  il  Savonarola 
abbia  ottenuto  un  tanto  successo  in  tempi  nei  quali  mancavano 
tutti  i  principali  mezzi,  che  oggi  noi  abbiamo,  di  diffondere  le  idee 
e  di  fare  propaganda,  e  con  tutte  le  difficoltà  che  aveva  da  supe- 
rare. Il  segreto  di  questo  successo  sta  nella  sua  condizione  di  reli- 
gioso. Egli  non  era  ricco,  non  aveva  aderenti,  e  per  di  più  non  era 
nemmeno  fiorentino;  ma  l'essere  frate  gli  tolse  via  tutte  quante 
eccezioni.  Ministro  di  quella  religione  che  trapassa  i  monti  'ed  i 
mari,  cui  non  sono  di  ostacolo  le  diversità  di  razza  e  di  nazio- 
nalità, 0  di  grado  di  cultura  e  di  civiltà,  non  gli  si  poteva  chie- 
dere, e  non  gli  si  chiese  infatti,  allorché  comparve  sul  pergamo  di 
S.  Maria  del  Fiore,  donde  venisse  e  di  dove  fosse.  Egli  parlò  di 
Cristo  e  di  Vangelo,  di  religione  e  di  umanità,  di  moralità  e  di 
giustizia,  ed  il  popolo  che  l'ascoltava  fece  plauso  alle  sue  parole. 

L'integrità  della  vita,  l'austerità  dei  costumi  crebbero  il  presti- 
gio della  sua  eloquenza  e  della  sua  dottrina.  Mancavano  le  tribune 
parlamentari  ed  i  mezzi  nostri  della  stampa  quotidiana,  s'ebbe 
però  il  pulpito,  e  di  lì  potè  bandire  al  popolo  le  sue  idee,  e  guada- 
gnare UQ  grande  numero  di  proseliti  ai  suoi  propositi. 

Se  non  fosse  stato  religioso,  se  non  avesse  potuto  salire  il  pul- 
pito delle  chiese,  sarebbe irimasto  nelle  condizioni  poco  liete  di  un 
semplice  visionario  progettista,  di  un  alchimista  ricercatore  della 
pietra  filosofale. 

Ma  è  pur  duopo  confessare  che  quello  che  tanto  gli  ha  giovato 
a  salire,  fu  anche,  in  mano  a'  suoi  avversarj,  strumento  primissimo 
della  sua  rovina. 

Gli  avversarj  suoi,  che  tanto  accanitamente  lo  combatterono 
quanto  gli  amici  gli  furono  costanti,  con  moHa  destrezza  e  non 
minore  malizia  fecero  sì  che  la  sua  condizione  religiosa  gli  tor- 
nasse di  danno,  in  quella  stessa  misura  che  gli  aveva  giovato. 

Non  potendolo  compromettere  nella  pubblica  estimazione,  procu- 
rarono di  metterlo  male  col  papa,  insinuandogli  che  esso  lasciava 
la  religione  per  la  politica,  e  che,  anziché  ministro  di  Cristo,  egli 


328  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

era  un  eretico  sovvertitore  della  Chiesa.  A  dare  valore  a  queste 
accuse  concorsero  alcune  sue  prediche  contro  i  mali  che  affligevano 
la  Chiesa,  e  contro  quanto  la  pubblica  opinione  attribuiva  alla  vita 
privata  e  pubblica  del  papa.  Con  un'arma  simile  fu  assai  facile  il 
perdere  il  Savonarola  presso  il  papa,  e  di  qui  ne  venne  in  realtà  la 
sua  miseranda  fine. 

Erano  sicuri  che,  una  volta  compromesso  disciplinarmente  coi 
suoi  capi,  costoro  avrebbero  ben  saputo  trovare  la  via  di  sbaraz- 
zarsi del  frate  facinoroso  e  turbolento  ;  e  non  si  ingannavano,  per- 
chè, non  tenendo  conto  né  delle  qualità  individuali  del  papa,  né 
dell'ingerenza  che  il  papato  esercitava  allora  nel  regime  interno 
degli  Stati,  né  di  quella  che  aveva  per  le  quistioni  religiose  in  ge- 
nere, che  tutto  ciò  sarebbe  bastato  a  farla  finita  con  un  individuo 
qualunque,  anche  di  maggiore  considerazione  del  Savonarola  e  di 
diversa  condizione  sociale,  la  sua  di  frate  faceva  sì  che,  legato 
mani  e  piedi,  cadesse  in  balìa  dell'autorità  ecclesiastica.  Le  accuse 
contro  lui  lanciate  erano  tali,  che  in  quei  tempi  non  ammettevano 
né  giustificazioni,  né  mitigazione  di  pena.  L'arte  usata  quindi  dagli 
Arrabbiati  fu  scaltra  e  perversa  oltre  ogni  dire,  e  sciaguratamente 
ottenne  il  suo  pieno  effetto,  e  cosi  la  gentile  città  dei  fiori,  in 
causa  delle  sue  interne  discordie  e  passioni  politiche  fu,  per  la  se- 
conda volta,  deturpata  dall'immane  spettacolo  di  un  rogo,  ed  uno 
dei  più  saldi  caratteri  e  degli  spiriti  più  puri  del  secolo  XV,  reo 
non  d'altro  che  di  avere  voluto  il  bene  con  infinito  ardore,  di  averlo 
propugnato  senza  infingimenti,  di  volerlo  là  dove,  forse,  non  era 
più  possibile  che  fosse,  fu  vittima  di  brucale  passione  di  parte. 

I  miei  documenti  riguardano  la  cacciata  di  Piero  de'  Medici,  la 
venuta  di  Carlo  Vili  in  Firenze,  la  sottoscrizione  ^ei  Piagnoni  in 
favore  del  Savonarola,  la  presa  del  convento  per  parte  degli  Ar- 
rabbiati, ed  il  supplizio  di  fra  Girolamo. 

Se  la  scoperta  d'America  cagionò  una  grande  alterazione  nelle 
condizioni  economiche  dell'Europa,  la  calata  di  Carlo  Vili  pro- 
dusse grandi  mutazioni  politiche  in  Italia,  fu  causa  di  tante  guerre 
che  per  tre  secoli  si  combatterono  in  Europa  per  il  predominio 
sulla  penisola,  e  per  questa  si  aprì  il  funesto  periodo  della  ca- 
lata degli  stranieri  e  della  loro  dominazione. 

Carlo  Vili  discese  in  Italia  per  il  Monginevra  alla  fine  del- 
l'agosto del  1492,  e  se  ne  venne  ad  Asti  col  più  potente  e  fiorito 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  329 

'esercito  che  da  tempo  si  avesse  veduto,  e  con  quelle  artiglierie 
da  campo  e  da  breccia  che  erano  la  meraviglia  di  tutti.  Da  Asti 
passò  a  Pavia,  dove  visitò  l' infelice  Gian  Galeazzo,  indi  a  Piacenza, 
poscia  varcando  l'Appennino  in  Lunigiana.  I  Francesi,  proseguendo 
la  loro  marcia  su  Firenze,  presero  d'assalto  Fivizzano,  e  dalla  viltà 
di  Piero  de'  Medici  s' ebbero  Sarzana,  Sarzanello  e  Pietrasanta.  I 
Fiorentini  pertanto,  indignati  col  Medici  e  da  lui  in  altra  guisa 
provocati,  lo  cacciarono  da  Firenze,  e  ristabilirono  il  regime  popo- 
lare. Pisa,  alla  sua  volta,  si  ribellava  a  Firenze,  ed  accoglieva 
festosa  nelle  sue  mura  il  re  francese. 

Gli  storici  fiorentini  narrano  dettagliatamente  come  avvenne  la 
cacciata  di  Piero  de'  Medici,  e  come  fosse  rimesso  il  regime  popo- 
lare. La  grande  influenza  che  il  Savonarola  esercitava  sul  popolo 
fece  sì  che,  a  comporre  il  nuovo  governo,  si  eleggessero  dei  suoi 
seguaci  e  dei  più  decisi  av versar j  ai  Medici.  Uno  dei  primi  atti  di 
questo  governo  fu  di  mandare  ambasciatori  al  re  Carlo,  onde  trat- 
tare con  lui  della  restituzione  della  fortezza,  della  sommissione  di 
Pisa,  e  della  sua  entrata  nella  città.  L'ambasciata  fu  composta  di 
Tanai,  di  Jacopo  de  Nerli,  di  Piero  Capponi  e  del  Savonarola. 

Carlo  Vili  conosceva  già  per  ama  fra  Gerolamo,  ma  quando  Io 
ebbe  veduto  e  udito,  si  persuase  vie  meglio  della  sua  grande  virtù. 
Il  Savonarola  parlò  al  re  assai  forte,  e  lo  minacciò  dell'ira  di  Dio 
se  non  avesse  rispettata  Firenze  nelle  sue  donne,  ne'  suoi  cittadini, 
nella  sua  libertà;  se  avesse  mirato  ad  altro  che  a  compiere  quella 
missione  che  gli  era  stata  affidata. 

I  Francesi  entrarono  in  Firenze  per  porta  S.  Frediano,  il  17 
novembre  1494,  con  grande  apparato,  e  quivi  il  re,  dando  libero 
sfogo  alla  sua  vanità,  non  curando  la  parola  del  Savonarola,  si 
comportò  da  conquistatore  prepotente.  I  soprusi,  le  violenze  com- 
messe, principiando  dal  re  fino  all'ultimo  fantaccino  francese,  fu- 
rono innumerevoli  ed  inaudite.  Quei  Francesi  che  nel!'  eccidio  di 
Rapallo  mostrarono  agli  Italiani  che  il  loro  modo  di  fare  la  guerra 
bandiva  persino  l' umanità,  nella  loro  dimora  a  Firenze  violarono 
le  leggi  più  elementari  dell'  ospitalità.  Fra  altri,  il  re  stesso  co'  suoi 
magnati  non  si  ristettero,  alla  loro  partenza,  di- mettere  a  sacco  i 
tesori  d'arte  e  le  ricchezze  raccolte  nel  palazzo  Medici,  nel  quale 
erano  alloggiati,  e  che  erano  affidati  alla  loro  onestà.  Se  il  popolo 
fiorentino,  se  Piero  Capponi  non  avessero  frenata  la  loro  baldanza 

Arch.  Stor.  Lomh.  —  An.  I.  21 


330  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO.  SAVONAROLA. 

col  mostrare  che,  al  bisogno,  avrebbero  saputo  combatterli  nelle  vie 
della  città,  è  certo  che  Firenze  non  si  sarebbe  di  loro  liberata 
colla  taglia  di  200  mila  ducati. 

Il  primo  documento,  che  ora  riporto,  narra  come  accadde  la 
cacciata  del  Medici,  l'ingresso  e  la  permanenza  dei  Francesi  in 
Firenze.  Concorda  in  ogni  circostanza  colle  narrazioni  che  di  que- 
sti avvenimenti  fanno  gli  storici  fiorentini,  onde  essi,  se  pure  ne 
abbisognano,  ricevono  conferma  di  veridici.  Solo  è  taciuto  l'aned- 
doto di  Piero  Capponi,  e  non  so  spiegarmi  una  tale  ommissione, 
mentre  questa  relazione  fatta  al  marchese  di  Mantova  Francesco 
Gonzaga  da  Angelo  Ghivizzano  suo  oratore  in  Firenze,  in  tutto  il 
resto  appare  esatta. 

Ecco  il  documento: 

"  111."''  S.  mio  :  perchè  V.  S.  intenda  el-  chaso  de  Piero  e  fratelli 
de  i  de  Medici  :  Essendo  andato  dito  Piero  a  Sarzana  dal  S.  Re  per 
com^ponere  le  cose  sue  e  de  questa  libertà  :  ed  havendo  reconciliato 
a  se  la  M.  del  S.  R.  e  tornato  a  Fiorenza  per  provedere  alla  venuta 
de  esso  S.  R.  non  bene  contento  de  ogni  cosa:  e  per  non  se  fidare 
de  questo  populo,  ne  ancho  de  Lorenzino,  cerca  modo  e  via  de  alo- 
zare  el  S.  R.  in  chasa  sua,  quale  dovea  alozare  in  chasa  de  Loren- 
zino: e  fece  aparechiare  dita  sua  chasa.  El  che  intesa  la  M.  del 
S.  R.,  subito  mandò  una  sua  littera  doliendose  de  Petro  che  fusse 
mancato  della  comissione  a  lui  data;  del  che  fue  molto  molestato 
tuto  questo  populo.  E  come  volle  la  fortuna,  comenciò  entrare  su- 
specto  alla  M.  del  S.  R.  et  a  questi  cittadini:  e  per  tal  suspecto 
fue  fato  una  gran  paura  al  capitanio  de  fanti  di  palatio  et  apresso 
la  paura  gè  promiscuo  la  gratia  della  vita  se  lui  gè  diceva  per 
che  chausa  Piero  non  avea  es(5guito  la  comisione  del  S.  R.  e  per 
che  causa  avea  fato  tanti  fanti:  per  el  che  dito  Capitanio  mani- 
festò come  Piero  avea  hordinato  de  fare  venire  domenicha,  fue  boto 
giorni,  cinque  milia  fanti  e  trenta  squadre,  le  quale  conduceano  li 
Orsini  suoi  parenti  et  a  bore  cinque  se  dovea  impizare  focho  in 
Merchato  Vecchio  e  con  quel  rumore  se  dovea  aprire  le  porte  e 
mettere  dentro  tutte  quelle  squadre  e  chorere  la  terra  et  andare 
al  palazo  de  Pietro  et  amazare  el  S.  R.  di  Francia  con  tuta  sua 
compagnia:  quale  dovea  intrarre  dita  domenicha  che  era  a  di  9 
di  questo:  e  publicata  tal  cosa  subito  fue  preso  alcuni  che  vi  ha- 
veano  mano,  el  nome  de  quali  si  è  p.°  Ser  Giovanni  de  Ser  Bart, 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  331 

da  Prato  Vecchio:  Antonio  di  Bernardo  di  Miniato;  Ser  Lorenzo 
che  facea  le  facende  della  duana^;  el  barigello  della  piazza;  Pietro 
Filippo  Pandulfini:  Gianocio  Puci;  Lorenzo  de  Giovanni  Torna- 
buoni:  e  molti  altri  e  fuzitone  pure  assai:  Le  chase  de  Ser  Bart. 
de  Prato  Vecchio  e  de  Bernardo  Miniato  sono  andate  assacho  e 
brusate  e  minate  tute:  anchora  volevano  fare  sabato  inpichare 
tuti  questi:  ma  uno  frate  de  S.  Domenicho  ^  liae  alungato  la  vita 
qual  frate  già,  cinque  anni  fae,  li  ne  à  profetato  tuto  questo  ave- 
nimento  :  per  modo  che  ella  ^  misso  in  tanta  paura  questo  po- 
pulo  che  tuti  sono  dati  alla  divotione  e  fa  che  tri  giorni  della 
settimana  tuta  questa  terra  digiuna  pane  et  aqua  e  dui  pane  e 
vino,  etc. 

„  Apresso  a  fato  fugire  tute  le  donzelle  e  parte  delle  maritate 
in  de  monasteri  per  modo  che  non  se  vede  per  Fiorenza  se  non 
fante,  e  schiavone,  e  vecchiame,  etc. 

;,  Ulterius  la  M.  del  S.  R.  sie  hogi  intrato  in  questa  infelice  terra 
con  tanto  trionfo  e  festa  che  stato  una  chosa  stupendissima  a  ve- 
dere ed  è  stato  tanto  desiderato  da  questo  populo  quanto  uno  dio 
in  terra:  La  intrata  sue  si  è  stata  a  bore  21  e  duroe  fino  a  bore 
24:  li  era  andato  contra  tuto  il  clero  e  tuti  questi  gentilomeni 
vechi,  tuti  li  zoveni  vestiti  ala  franciosa  con  robe  cremosine  ed, 
erano  più  de  200  zovani,  innanzi  tutti  e  dritto  alli  zovani  veniano 
tuti  questi  patrizi  :  da  poi  vene  4  capitani  franciosi  a  piedi  armati 
con  vestitelli  di  pano  doro  alto  e  basso:  e  dritto  veniva  tutte  le 
fanterie  per  ordine,  la  qual  fanteria  sie  otto  milia:  e  dapoi  li  ar- 
ceri  a  cavallo  che  sono  600  e  dopo  li  balestrieri  a  cavallo  quali 
erano  200  e  dopo  questi  venne  li  gentilhomeni  della  guarda  quali 
sono  800  e  tanto  bene  armati  e  puliti  e  belle  barde  e  degnissimi 
corsieri:  e  dricto  a  questi  800  vene  la  M.  del  S.  R.  suto  al  bal- 
dachino,  armato  con  uno  chapello  biancho  grande  in  capo  in  suso 
uno  cavallo  pizolo  e  pello  morello  copertato  tuto  di  pano  dora 
rizo  alto  e  basso:  dintorno  avea  circha  a  200  homeni  a  pedo:  e 
dretto  sua  M.  veniva  cento  baroni  tuti  gran  gentilhomeni  in  li 
quali  era  Mes.  Galeazio  Santoseverino:  el  S.  don  Ferrante  vostra 


*  Dogana. 

'  Il  Savonarola. 

3  Egli  ha. 


332  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

cugnato  ^  tuti  armati  e  bene  ahordine  :  la  via  che  sua  M.  a  fato 
sie  dalla  porta  di  soto  cioè  la  porta  S.  Frediano  ed  è  venuto  suso 
derito  al  ponte  veccliio  ed  è  andato  dal  palazo  de  Signori  e  poi  a 
Santa  Liperata  elli  ^  dissmontò  e  da  Santa  Liberata  a  chasa  de 
Piero  :  elli  desmontoe  ed  è  li  alozato  :  et  alozato  chel  fue  la  Signo- 
ria li  mandoe  le  chiave  a  presentare:  qual  S.  R.  starà  qui  firmo 
fine  a  sabato  e  sabato  sene  va  a  cholli  e  domenicha  a  Sena  per 
andare  alla  via  de  Roma:  la  quale  sie  meza  tolta  a  posta  del  S.  R. 
per  monsignore  Aschanio  e  per  questo  el  S.  conte  vostro  cugnato 
va  via  celeratamente  con  tute  le  gente  darme  e  credo  che  sarà  fra 
8  giorni  a  Roma  alla  più  lunga:  la  M.  de  S.  R.  sia  qui  le  guardo 
sue  quale  è  12  milia  cavalli  senza  ninno  dubio:  mi  a  dito  el  Signor 
conte  che  sono  per  questa  via  di  qua  18  milia  cavalli:  qual  Signor 
conte  à  comissione  fare  fato  darme  attrovando  li  inimici:  a  me 
pare  che  non  sia  possibile  a  vedere  al  mondo  mazore  guardia  per 
uno  homo,  etc.  Lo  achordo  che  ano  preso  questi  fiorentini  sie  che 
dano  al  S.  R.  200  milia  duchati  e  hanone  aparechiato  al  presente 
120  milia,  tucta  via  vano  provedendo:  bisogna  trovarli  in  fra  otto 
giorni  e  lasano  fare  in  questo  stato  tucto  quello  che  a  S.  M.  piace: 
per  el  che  a  posto  Pisa  in  libertà,  elli  Pisani  ano  butato  marzocho 
in  Arno  elle  bandere  fiorentine  strasinate  per  tuto  Pisa  :  vero  chel 
S.  R.  tiene  la  cittadella  e  Livorno  e  Sarzana  e  Pietra  santa  e  Vol- 
terra: e  che  sua  M.  donato  allo  111.  conte,  vostro  cognato,  Castel- 
Novo  quale  S.  Sig.  pigliò  per  forza  e  fue  el  primo  preso:  e  sei 
fusse  staso  meliore  saria  stato  el  suo  :  del  qual  Castel  Novo  atrova 
S.  Sig.  due  milia  duchati  ma  spera  de  averne  più  de  tre:  Illu- 
stissimo  S.  mio  se  V.  S.  vedesse  al  presente  Fiorenza  non  vi  pare- 
rla quella,  anzi  pare  una  stalla  da  chavalli  :  Io  soe  bene  che  questo 
S.  Re  non  è  stato  honorato  da  dono  e  soe  che  se  insognerano  a 
vederle,  sono  fugite  sina  alle  publiche  :  anchora  ano  questi  fioren- 
tini con  el  S.  R.  revocati  tuti  li  forusiti  del  34  in  qua:  el  S.  Fran- 
ceschetto:  sie  donato  uno  bellisimo  corsiero  al  S.  R.  per  el  qual 
presente  e  stato  fato  barone  ed  e  rifermato  in  Pisa  :  Mes.  Francesco 
Sicho  ^:  si  e  fato  citadino  pisano:  in  questo  modo  essendoli  missa 


*  Ferrante  d'Este. 

*  e  lì. 

^  Già  famigliare  del  marcliese  di  Mantova. 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  333 

la  chasa  a  sacho,  el  se  ricorse  alli  piedi  del  S.  K.  pregando  lo  ha- 
vesse  compassione  a  tanto  che  el  era  povero  gentilhomo:  e  cha- 
ciato  de  Milano  e  da  Mantuva,  e  che  non  avea  altro  al  mondo 
che  la  chasa  e  beni  mobeli,  per  le  qual  parole  el  S.  R.  si  mosse 
a  compassione  e  risalvoge  la  roba  con  questo  che  fuse  citadino 
privilegiato  e  senza  soldo:  a  Mes.  Ercule  fue  dato  termine  tre 
giorni  a  partirse  de  Pisa:  ancora  andoe  dito  Mes.  Francesco  per 
visitare  el  S.  conte  ma  non  ebe  da  lui  audienza  grata  anzi  li  disse 
che  tuti  li  vostri  nemici  erano  suoi  :  per  modo  che  ella  avuto  gran 
paura.  Ancora  111."'°  S.  mio  ne  parlato  M.  Teodoro  mediche  della 
M.  de  S.  R.  el  quale  me  ne  fato  intendere  come  alli  giorni  pas- 
sati fue  una  persona  che  disse  alla  M.*^  del  re  che  vostra  S.  era 
uno  homo  senza  rispecto  e  fato  a  vostro  modo  e  che  eravate  sem- 
pre vivuto  a  vostro  modo:  la  qual  persona  M.'*''  Teodoro  non  mi 
ae  mai  voluto  dire,  e  sapete  che  io  loe  lusingato  pure  assai:  dice 
averlo  per  sacramento:  ma  lui  inseme  come  el  S.  conte  ano  ho- 
perato  talmente  apresso  el  S.  R.  che  S.  M.*^  e  daltra  openione: 
Ano  fato  intendere  a  sua  maiestà  che  bisogna  viviate  al  modo  de 
veneziani  e  non  al  modo  vostro  :  e  quando  V.  S.  non  fusse  alli 
servizi  de  Santo  Marco  avreste  dimostrato  tuto  el  contrario:  fa- 
cendoli intendere  come  veneziani  sono  la  più  suspetosa  gente  del 
mondo:  per  modo  che  queste  et  altre  rasone  li  sono  multo  satis- 
fate :  per  el  che  me  pareria  che  V.  S.  dovesse  fare  una  bona 
litera  a  dito  M.""*  Teodoro  com  pregarlo  volir  essere  caldo  in  le 
cose  vostre  e  rengratiarlo  de  hogna  bona  hopera  per  V.  S.  fata. 
Se  io  sono  stato  tedioso  a  V.  S.  perdonateme  non  se  può  scri- 
vere cose  assai  in  poche  parole,  anche  vi  facio  intendere  hozi  a 
bore  una  sie  fato  le  esequie  del  conte  Zovani  dalla  Mirandola 
qual  morte  si  e  stato  molestissima  a  tutta  questa  terra  a  me 
parse  che  Fiorenza  abi  hozi  perduto  el  fiore  del  mondo  ede  la 
libertà  e  la  virtù,  etc.  alla  bona  grazia  de  V.  Ex.  humile  e  di- 
voto me  richomando.  Florentie  17  novembre  1494. 

j,  Anchora  la  M.*^  del  S.  R.  avuto  le  cose  antiche  che  erano  in 
chasa  de  Piero. 

Servus  fidélis. 
Ghivizanus.  „ 

ITI,  prin.  et  Ex.  D.  B.  Fran.  de  Gonzaga  Marchioni  Mantuce^ 
D.  meo  singid.  Manina. 


834  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

Il  governo  della  rinata  repubblica,  dopo  Carlo  Vili  si  preoc- 
cupò dei  principotti  italiani,  e  si  affrettò  di  partecipare  loro  il  mu- 
tamento accaduto  in  Firenze,  e  di  rannodare  rapporti  di  amicizia. 
Fra  questi  principi  fuvvi  naturalmente  anche  il  marchese  di  Man- 
tova. Ed  infatti  i  priori  fiorentini  gli  scrissero  fino  dal  9  novem- 
bre 1494,  ad  ora  di  notte,  vale  a  dire  la  notte  del  giorno  della 
cacciata  del  Medici.  La  lettera,  sottoscritta  Friores  lihertatis  et 
Vexiliferi  justitiae  popidi  fiorentini,  rimettendo  così  l' antica  for- 
mula di  sottoscrizione  degli  atti  della  repubblica,  narra  minu- 
tamente in  qual  maniera  fu  cacciato  il  Medici.  Tanta  fretta  nei 
priori  fiorentini  di  portare  a  conoscenza  dei  prìncipi  italiani  la 
formazione  del  nuovo  governo  è  spiegata  dal  bisogno  grande  che 
avevano  di  amicizie,  ed  in  particolare  di  quella  del  Gonzaga,  che 
era  guerriero  di  buona  fama  e  dei  più  reputati  in  Italia,  ed  altre 
volte  lui  ed  i  suoi  antenati  erano  stati  capitani  generali  delle  loro 
milizie,  ed  è  per  ciò  che  essi  confidano  nella  amicitia  singolare 
che  la  città  aveva  sempre  tenuta  coW  lU.'^"'  casa  Gonzaga.  Quale 
accoglienza  abbia  fatto  alla  comunicazione  fiorentina,  lo  vedremo 
dalla  risposta  che  egli  vi  fa. 

"  111.  et  Eccellen.  Dne.  L' amicitia  singolare  che  la  città  nostra 
ha  sempre  tenuta  con  la  111.  vostra  Casa  et  al  presente  tene  con 
la  Ex.  V.  fa  che  deliberatamente  comunichiamo  con  quella  le 
occorrentie  nostre  et  però  le  significhiamo,  come  havendo  oggi 
più  volte  Piero  de  Medici  accennato  e  tentato  tirannicamente 
dinvadere  e  reprimere  la  libertà  nostra;  della  qual  cosa  essen- 
dosi accorta  buona  parte  de  nostri  primi  cittadini  che  havevano 
indicio  del  mal  animo  et  intentione  de  esso  Piero,  subito  come 
amorevoli  et  zelanti  cittadini  della  conservatione  della  nostra 
libertà  et  dela  nostra  patria,  si  rappresentarono  al  Palazio  ed 
inteso  da  noi  in  che  discrimino  et  pericolo  ci  trovavamo  per  haver 
Piero  prima  dolosamente  et  poi  per  forza  voluto  occupare  el  palazzo 
pubblico  della  nostra  residentia,  subitamente  tuta  la  citadinanza 
et  nobiltà  dela  terra  con  seguito  de  tuto  el  popolo  opposeno  alla 
forza  et  empito  de  esso  Piero  et  del  Cardinale  et  de  Giuliano 
suo  fratelli  che  si  erano  publicamente  scoperti  in  suo  favore,  et 
non  obstante  l'ordine  e  provisione  che  assai  buon  numero  de  loro 
satelliti,  de  quali,  oltra  le  consuetudini  de  ogni  buon  cittadino, 
andava  continuamente  stipato   et  eciam  dela  gente  d'arme   del 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  335 

S.  Pagolo  Orsino,  quale  liaveva  de  dita  opera  condocte  alla  detta 
città;  fu  subitamente  represso  et  rebuttato  dalla  furia  de  cittadini 
et  del  popolo,  in  modo  furono  costricti  il  Cardinale,  Piero  et  Giu- 
liano uscire  dalla  città  per  conservarsi  la  vita  insieme  con  li  suoi. 
Et  per  quanto  intendiamo  hano  preso  la  volta  di  Vernio  (sic)  verso 
la  parte  di  Bologna,  dopo  la  qu^l  partita  tuta  la  città  subitamente 
se  quotata  sanza  alcuna  efusione  di  sangue,  et  siamo  in  grandis- 
sima unione.  Et  ringraziando  lo  onipotente  Iddio  dell'haverci  libe- 
rati da  si  pestifera  tirannide  dela  qual  cosa  siamo  certi  la  vostra 
111.  S.  piglierà  piacere  per  l'amore  et  affectione  ne  porta.  Ex  Pa- 
latio  nostro  Die  nona  Novembris  1494  bora  noctis  sexta. 

Priores  libertatis      )  ,.  ^       ^.  . 

popuU  fiorentini,  „ 


Vexilliferi  justitiae 
IH.  et  Ex.  Duo.  Francisco  de  Gonsagha  MarcMoni  Mantuae  et 
amico  nro.  Carmo. 


11  Gonzaga  non  era  favorevole  alla  rivoluzione  fiorentina,  né 
poteva  esserlo,  e  perciò  egli  non  si  congratula  con  essi  d'essersi 
liberati  di  sì  pestifera  tirannide  del  Medici,  la  quale  era  simile  a 
quella  che  Casa  Gonzaga  esercitava  su  Mantova,  ond'egli  doveva 
averne  un  concetto  affatto  diverso.  La  risposta  sua  quindi  non 
dice  nulla,  e  la  si  può  ritenere  un  capolavoro  di  linguaggio  sibil- 
lino ed  equivoco. 

Dominis  florentinis. 
"  Magnifici  ac  S.  Ho  ricevuto  le  lettere  dele  S.  V.  et  per  quele 
inteso  copiosamente  le  rincrescevole  occurentie  dela  excelsa  Re- 
publica  sua.  Per  risposta  dico  che  de  ogni  loro  perturbazione  pi- 
glio singulare  molestia,  come  quelo  che  le  amo  cordialmente  et 
sono  certo  che  in  ogni  cosa  le  S.  V.  se  governerano  in  grande 
maturitade,  prudentia  et  digna  circumspectione,  come  sempre  sano 
fare  in  qualunque  caso.  Ad  a  quelle  riferisco  molte  gratie  delà 
partecipatione  factomene  offerendomeli  in  ciò  vaglio  et  posso  et 
ale  S.  V.  me  raccomando.  Mantua  XIIII  Nov.  1494.  „ 

Mentre  il  Gonzaga  scriveva  in  sì  fatta  maniera  ai  Fiorentini,  fa- 
ceva esprimere  per  ìnezzo  del  suo  oratore  in  Venezia,  Probo  Ja- 


336  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

copo  d'Atri  conte  di  Pianella,  a  Piero  de  Medici  colà  rifugiato, 
sensi  e  propositi  ben  più  espliciti,  come  si  rileva  dal  brano  se- 
guente di  lettera  scritta  dal  marchese  al  detto  suo  oratore. 

"  Vogliamo  che  in  nome  nostro  vadi  a  visitare  lo  Magnifico  Piero 
de  Medici  et  li  dighi  che  noi  non  siamo  amici  de  fortuna  et  che- 
de  ogni  suo  disturbo  pigliamo  quella  displacentia  che  debbo  pi- 
gliar uno  bono  amico  et  fratello  di  l'altro,  et  cum  sua  Magnifi- 
centia  vogliamo  essere  quello  che  siamo  sempre  stati,  et  de  parte 
nostra  li  offerirai  la  persona,  le  facultade  et  ogni  nostra  opera  ad 
beneficio  et  comodo  suo.  „ 

Il  tenore  di  questi  due  documenti  mette  in  chiaro  le  vere  ten- 
denze dell'animo  del  Gonzaga,  e  non  si  può  negare  che  la  parto 
da  lui  presa  fosse  anche  la  migliore.  Principe  assoluto  di  una  città, 
doveva  prediligere  lo  stabilimento  di  governo  egualmente  assoluto 
e  principesco  in  ogni  altro  luogo,  ed  avversare  l'impianto  del  go- 
verno popolare. 

Tuttavia,  mentre  Piero  ed  il  fratello,  cardinale  Giovanni  de  Me- 
dici, esulavano  in  Venezia,  i  loro  due  cugini  Lorenzo  e  Giovanni  de 
Medici,  del  ramo  cadetto,  rappresentavano  in  Firenze  la  stessa 
parte  che  poi  sostennero  in  Francia  i  cadetti  della  Casa  reale,  gli 
Orléans.  Procurarono  di  ingraziarsi  il  partito  popolare,  di  essere  ri- 
chiamati in  Firenze,  e  non  appena  raggiunto  il  loro  intento,  ne  scris- 
sero al  marchese  di  Mantova,  offerendosi,  ove  e  come  potessero,  a 
compiacerlo,  e  facendo  elogi  del  nuovo  governo  della  repubblica. 

Noi  abbiamo  veduto  da  qual  parte  fossero  le  simpatie  del  Gon- 
zaga, ond'egli  non  poteva  accogliere  di  buon  grado  le  comuni- 
cazioni e  le  proteste  dei  Medici,  che  si  mettevano  coi  nemici  del 
capo  della  loro  Casa.  Perciò  nella  risposta  che  egli  fa  alla  loro- 
lettera,  rifiuta  apertamente  le  loro  esibizioni,  e  delle  cose  sue  dico 
che  ad  tempo  et  loco  ne  potranno  usare,  volendo  dire  che  allora 
non  vi  era  né  tempo  né  luogo.  Della  repubblica  poi  discorre  con 
finissima  ironia.  Amo  di  riportare  tutte  e  due  queste  lettere  per- 
chè, se  la  prima  fa  palese  in  questi  Medici  una  grande  ingenuità, 
la  seconda  conferma  il  modo  di  vedere  del  Gonzaga,  che  era  di 
conservarsi  fedele  alla  causa  del  principe  spodestato. 

"  IH.  et  Excell.  nr.  Max  honor.  Prima  non  habbiamo  scripto  a 
Y.  S.  poiché  retornavamo  ad  Fiorenza  per  non  essere  stati  ben 
certi,  insino  ad  bora,  del  nostro  remanere  in  la  terra.  Adesso  che 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  33T 

siamo  restati  in  la  patria  faciamo  offerta  ad  V.  S.  dele  persone  et 
facoltà  nostre,  alli  comodi  et  servitii  suoi,  et  finalmente  de  tutto 
quello  che  per  noi  in  questa  vita  si  possa  et  vaglia.  Reputandone 
alora  liaver  ad  sentire  jucundissimo  fructo  della  stantia  in  la  pa- 
tria et  d'ogni  bene  che  Dio  in  essa  ne  concederà,  quando  V.  S. 
se  digni  farne  segno  in  le  occorrentie  sue  haverci  per  quelli  an- 
tiqui et  cordiali  servitori  che  quella  sa  che  li  siamo  stati  sempre. 
La  città  nostra  attende  con  matura  consultatione  ad  reformarsi 
in  modo  tale  che  per  l'ajuto  de  Dio  speriamo  farà  stabile  funda- 
mento  di  lunga  et  vera  tranquillità,  con  laude  et  commendatione 
de  tutti  quelli  chel  sentiranno,  desiderosi  del  bene  non  tanto  di 
lei  proprio  quanto  del  generale  et  del  bene  et  santo  vivere.  Dio 
la  consoli  delli  honesti  desideri  suoi  et  ad  V.  S.  doni  perpetua 
prosperità.  Alla  quale  intimamente  ne  racccomandiamo.  Florentise 
XI  Decembre  1494. 

Laurentius  et  Johanes  de  Medicis 
Fratres.  „ 

Laurentio  et  Joani  fratrihus  de  Medicis. 
"  Magnifici.  M.  Ce  haveti  data  una  buova  notitia  et  da  nui  assai 
desiderata,  significandone  la  restitutione  vostra  ala  patria,  perchè 
deli  contenti  vostri  ne  godemo  anchor  nui.  Kengratiamovi  delo 
aviso  datoci,  congratulandone  cum  vui  del  ben  vostro.  Et  benché 
sempre  havemo  conosciuto  l'affectione  che  ce  portate  et  che  ad 
nui  quodamodo  siano  superflue  vostre  preferte,  nondimeno  quelle 
ampie  et  amorevoli  che  ce  fati  nela  letera  vostra  ce  sono  acceptis- 
sime  per  esser  manifesto  testimonio  che  perseverati  in  amore  ad 
nui.  Ad  loco  et  tempo  desse  cum  quella  libertà,  che  vogliamo 
possiate  fare  vui  delle  cose  nostre.  Che  quella  Magca  Repubblica 
attendi  ad  riformarsi  et  fare  stabile  fondamento  de  vera  et  lunga 
tranquillità,  molto  ne  piace,  cussi  pregamo  Iddio  li  presti  continua 
pace  et  quete,  cum  vostra  alegrezza  et  prosperità.  Ai  beneplaciti 
vostri.  Mantue,  XXIII  Decembris  1494.  „ 

Partiti  i  Francesi  da  Firenze,  tosto  si  pensò  a  ricuperare  i 
possedimenti  perduti,  e  costituire  una  stabile  forma  di  governo. 
Tutti  i  partiti  proposti  dal  Savonarola  furono  vinti,  meno  quelli 
dell'appello  ad  un  Consiglio  ristretto,  piuttosto  che  al  Consiglio 


338  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

Maggiore/  Il  Savonarola  proponeva  l'appello  ad  un  Consiglio  ri- 
stretto di  persone  prudenti  e  pratiche  delle  leggi,  persuaso  che 
nel  Consiglio  maggiore  si  sarebbe  sentenziato  più  per  passione  che 
per  giustizia.  L'avere  deviato  dal  proposito  del  Savonarola  fu  ca- 
gione di  gravi  perturbazioni  e  di  rovina  per  Firenze. 

Stabilita  la  forma  del  nuovo  governo,  non  per  questo  i  Fioren- 
tini quietarono  per  molto  tempo,  che  ben  presto  sorse  il  partito 
degli  Arrabbiati,  contrario  ai  Frateschi,  il  quale,  sebbene  avver- 
sasse i  Medici,  pure  era  ostile  a  fra  Girolamo  e  suoi  seguaci. 

Quantunque  Pietro  de  Medici  facesse  un  serio  tentativo  di  rientrare 
in  Firenze,  ajutato  dai  prìncipi  italiani  suoi  alleati,  e  l'impresa  del 
ricupero  delle  terre  perdute  non  riuscisse  gran  fatto  favorevole  a 
Firenze,  non  per  questo  gli  Arrabbiati  rimisero  del  loro  mal  animo 
e  si  persuasero  a  consigli  di  concordia  e  di  pace.  Conoscendo  co- 
storo di  non  poter  vincere  gli  avversarj  loro,  i  Piagnoni,  combat- 
tendoli direttamente,  e  nemmeno  fra  Girolamo,  perchè  avevano 
troppo  sèguito  nel  popolo,  ed  il  combatterli  uniti  avrebbe  resa 
ancora  troppo  difficile  la  vittoria,  pensarono  di  concentrare  le 
loro  macchinazioni  sul  solo  frate,  e  di  servirsi  di  un  agente  ester- 
no, della  cui  forza  ed  inclinazione  d'animo  non  potevasi  dubitare. 
Ricorsero  a  papa  Alessandro.  Non  fu  difficile  l'indisporre  il  papa 
contro  il  Savonarola,  tanto  più  che  non  doveva  avergli  buon  animo 
per  essersi  fatto,  più  di  una  volta,  aperto  e  pubblico  censore  dei 
vizj  delle  persone  ecclesiastiche  e  di  lui  stesso.  I  primi  atti  ostili 
del  papa  contro  il  Savonarola  furono  del  1495.  Da  questo  tempo 
fino  alla  sua  morte  fu  una  continua  vicenda  di  minaccio,  di  inti- 
midazioni, di  calunnie,  di  perfidie,  ed  anche  di  promesse.  Gli  proibì 
in  prima  la  predicazione,  poi  pensando  di  avere  a  che  fare  con  un 
volgare  ambizioso,  il  quale  facesse  rumore  non  per  verace  senti- 
mento di  bene,  ma  per  cupidigia  di  onori,  gli  volle  offrire  il  cappello 
cardinalizio,  sperando  di  porre  così  in  tacere  la  voce  molesta.  Ma 
egli  non  era  di  quelli  che  nelle  loro  azioni  si  lasciano  guidare  o 
dalla  speranza  o  dal  timore.  Questi  due  poli  opposti  non  lo  attras- 
sero mai.  Resistere  ai  potenti  non  era  in  lui  jattanza  ed  il  com- 
battere i  loro  vizj  non  era  per  proposito  di  detrazione  o  di  ven- 
detta. La  volgarità  o  la  passione  non  scese  mai  a  deturpare  il  no- 


*    VlLLARI,   Op.   Cit. 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  339 

bilissimo  suo  animo.  Assalì  il  male  sempre  con  grande  franchezza 
ovunque  lo  trovò,  ma  non  ebbe  nessun  punto  di  contatto  con  Pie- 
tro Aretino. 

Ma  in  tanto  affaccendarsi  degli  Arrabbiati,  anche  i  Piagnoni 
non  stettero  cheti,  procurarono  di  sventare  le  trame  dei  loro  av- 
versarj  con  una  solenne  dimostrazione  in  favore  del  loro  capo.  Ste- 
sero quindi  una  petizione  al  papa  perchè  gli  riconcedesse  la  fa- 
coltà di  predicare,  attestando  al  medesimo  tempo  nel  modo  il 
più  solenne  delle  virtù  sue,  e  quanti  erano  fra  i  Piagnoni  dei  più 
stimati  la  sottoscrissero.  Alcuni  frati  di  S.  Marco  furono  incari- 
cati di  attendere  alle  firme,  mentre  i  principali  del  partito  anda- 
vano a  raccogliere  i  soscrittori. 

Morto  il  Savonarola,  gli  Arrabbiati  processarono  quanti  Piagnoni 
potevano  avere  nelle  mani,  ed  i  giudici  fecero  di  tutto,  ma  in- 
darno, per  conoscere  i  nomi  dei  soscrittori.  Ciò  prova  che  la  so- 
scrizione  non  fu  pubblica.  Non  appare  dalla  storia  se  cotesta 
petizione  sia  poi  stata  mandata  al  papa;  forse  il  silenzio  degli 
storici  su  di  questo  punto,  e  l'affaccendarsi  dei  giudici  fiorentini 
per  iscoprire  i  nomi  dei  soscrittori,  prova  che  non  fu  mandata, 
perchè  altrimenti  i  giudici  per  conoscerli  non  avrebbero  avuto 
bisogno  di  processare  e  torturare  alcuno  ;  bastava  che  li  chiedessero 
al  papa,  che  non  si  sarebbe  ristato  dall'  accontentarli.  Neil'  esame 
di  Francesco  Davanzati  ^  appare  che  la  petizione  sia  andata  real- 
mente a  Roma,  poiché  alla  richiesta  dei  giudici  rispose  :  Circa  alla 
soscritione  che  andò  a  Roma  in  fuori  io  non  so  altra  soscrinone. 
Quando  ciò  fosse,  resterebbe  però  sempre  che  la  lista  di  questi 
nomi  gli  Arrabbiati  non  la  conoscevano,  mentre  era  venuta  nelle 
mani  del  marchese  di  Mantova.  Nell'esame  però  di  Domenico 
Mazinghi^  si  rileva  che  egli,  interrogato  sull'affare  della  sotto- 
scrizione, dice:  Circa  la  subscritione  in  8.  Marcilo  per  mandare 
a  Boma.  Il  Mazinghi  quindi  non  dice  che  sia  stata  mandata  a  Ro- 
ma, ma  solo  che  vi  doveva  andare,  e  può  darsi  che  non  vi  sia 
andata. 

Non  sembra  del  pari  che  cotesti  nomi  siano  stati  scoperti  e  pub- 
blicati da  coloro  che  scrissero,  o  pubblicarono  documenti  intorno 


*  VlLLAEI,  Op.  cit.,  voi.  II,  p.  CCCLV.  8. 
«  ViLLAKi,  Op.  cit.,  voi.  II,  p.  CCCLXXVI. 


340  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

al  Savonarola.  Nell'Archivio  di  Mantova  io  ho  trovata  la  lista  di 
questi  nomi,  mandata  al  Gonzaga  pochi  giorni  avanti  il  suppli- 
zio del  Savonarola,  perchè  trattandosi  di  documento  importante, 
fu  registrata  sotto  la  data  del  17  maggio  1498,  cioè  sei  giorni 
prima  della  catastrofe.  Alla  lista  dei  sottoscrittori  ve  n'è  unita 
anche  un'altra  dei  Piagnoni  multati,  mandati  a  confino  o  cassati 
d' ufficio. 

I  soscrittori  sono  369,  i  multati  sono  13,  gli  altri  9.  Il  primo 
della  lista  è  il  podestà  di  Firenze,  il  secondo  è  Domenico  Bonsi, 
già  oratore  dei  Fiorentini  a  Roma,  estremo  difensore  del  Savona- 
rola. Francesco  Valori  è  il  17**.  Vi  è  anche  Niccolò  Machiavelli. 
La  famiglia  patrizia  che  diede  maggior  numero  di  sottoscrittori  è 
quella  degli  Strozzi,  che  ne  ha  10,  sebbene  vi  manchi  Alfonso  che 
si  ricusò^  e  Nicolò  che  era  al  servizio  di  Ferrante  d'Este. 

Io  avevo  pensato  dare  di  ogni  individuo  quelle  notizie  che 
avessi  raccolto,  ma  ho  smesso  riflettendo  che  scrittori  fiorentini 
lo  faranno  in  modo  più  ampio  e  più  esatto  di  me.  Non  so  poi 
come  e  da  chi  questa  lista  sia  stata  comunicata  al  marchese  di 
Mantova,  mentre  a  Firenze,  dove  si  facevano  tanti  sforzi  per  isco- 
prirla,  rimase  ignorata.  Forse  era  accompagnata  da  una  relazione 
sugli  avvenimenti  che  in  allora  vi  si  compievano,  ma  io  non  l'ho 
trovata,  e  questo  documento  avrebbe  sciolto  l'enigma.  Anche  la 
relazione  della  presa  del  convento  di  S.  Marco  e  dell'arresto  del 
Savonarola,  esattissima  in  ogni  sua  parte  e  che  riporto  più  avanti, 
è  anonima,  né  voglio  fare  congetture,  che  per  lo  più  non  condu- 
cono al  vero. 

I  firmati  non  sono  molti,  e  stando  al  numero  si  avrebbe  ragione 
di  argomentare  assai  sfavorevolmente  della  forza  intrinseca  del  par- 
tito dei  Piagnoni,  il  quale,  in  queste  sue  proporzioni,  non  avrebbe 
potuto  pretendere  di  dominare  in  una  grande  città.  Trecenses- 
santanove  firmati  costituiscono,  tutt'  al  più,  la  maggioranza  in 
una  grossa  borgata,  ma  non  mai  in  una  città  quale  era  Firenze. 
Ma  giova  considerare  che  non  si  volle  fare  un  plebiscito,  bensì 
una  soscrizione  di  notabili  del  partito,  de'  suoi  capi  e  rappresen- 
tanti. E  infatti,  mentre  si  sa  che  furono  rifiutate  le  firme  di  molte 
persone,  perchè  non  erano  di  quella  autorità  che  si  pretendeva 


«  ViLLARi,  Op.  cit.,  voi.  II,  p.  CCCLXVL 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 


341 


non  vi  si  scorgono  che  nomi  della  più  elevata  aristocrazia,  e 
■della  più  distinta  condizione  sociale  di  Firenze.  In  questa  guisa 
appare  tutta  l'importanza  della  sottoscrizione  e  la  potenza  dei 
FratescliL  Senza  meno,  la  parte  più  nobile  e  più  rimarchevole 
della  cittadinanza  fiorentina  era  dei  Piagnoni.  Da  ciò  si  intende 
quale  influenza  abbia  esercitato  il  Savonarola  in  Firenze,  quale 
era  anche  la  sua  forza,  e  come  questo  partito,  che  era  così  po- 
tente, morto  il  suo  capo,  siasi  disciolto.  Il  Savonarola  che  l'aveva 
costituito  e  ne  era  l'anima,  era  anche  l'unico  che  valesse  a  te- 
nerlo insieme. 

Ma  sebbene  la  sottoscrizione  fosse  di  persone  tanto  stimabili, 
pure  essa  non  poteva  produrre  alcun  buon  effetto,  perchè  il  papa, 
ostile  al  regime  popolare  ed  amico  dei  Medici,  gli  si  sarebbe  pro- 
fessato sempre  avversario. 

Questa  è  la  lista  mandata  al  marchese  di  Mantova. 


QUI  DE  SOTTO  SONO  TUTTI  LI  CITTADINI 
SOTTOSCRITTI  IN  FAVORE  DE  FRATE  HYERONIMO. 


Mg.  Agamenone  Potestà  de  Fiorenza. 

»  Domenico  Bonsi. 

»  Bartolomeo  Ciai. 

»  Antonio  Beniveni,  medico. 

»  Francesco  di  M.  Piero  Ambrogini. 

»  Enea  dela  Stufa. 

»  Piero  Aldobrandini. 

»  Bartolomeo  Devedito. 

»  Baldo  de  Fracesco  Inghirami. 

»  Jeronjmo  de  M.  Francesco  Cinozzi. 

»  Jacomo  da  le  Redo. 

»  Juliano  de  Martino. 

»  Zanobi  Carletti. 

»  Jeronimo  Bonagratia. 

»  Jeronimo  Caponi. 

>  Giovanni  del  Nero  Cambi. 

>  Francesco  Valori. 

»  Tadeo  dagnolo  Gadi. 

»  Alamano  Salviati- 

»  Lorenzo  di  Lotto  Salviati. 

»  Francesco  de  Pliilipo  del  Pugliese. 

»  Matteo  del  Casia. 

»  Mariotto  Rusilalgli. 

»  Piero  de  Lucant.o  degli  Albizi. 

»  Stephano  de  Lorenzo  Parenti. 


Mg.  Bertho  da  Filicaia. 

»  Lorenzo  de  Joanne  Tornaboni. 

»  Carlo  de  Lorenzo  Strosi. 

»  Andrea  de  Antonio  Cambini. 

»  Francesco  de  Leonardo  Manelli. 

»  Francesco  de  Philipp©  Janucini. 

»  Tomaso  de  Pucio  Pucì. 

»  Bernardo  Guasconi. 

»  Otto  de  Francesco  Sapiti. 

»  Juliano  de  Symone  Carnesechi. 

»  Bertoldo  de  Bartolomeo  Choesini. 

»  Birnardo  de  Baldessera  Bonsi. 

»  Neri  de  Filippo  Rinucini. 

»  Adovardo  Rucellai.  ^ 

»  Lorenzo  Rucellai. 

»  Gerardo  de  Bartolomeo  Corsini. 

»  Bartolomeo  de  Pandolfo  Pandolpbìni. 

»  Pagolo  Dantonio  Giocondi. 

»  Joanne  d'Antonio  Minerbetti. 

»  Bernardo  dinglese  Ridolphi. 

»  Alessandro  de  Cino  Gironi. 

»  Antonio  de  Giacomo  Berlingieri. 

»  Zoane  de  Tadie  de  Albisi. 

»  Leonardo  Strozi. 

»  Bartolomeo  de  Zoane  Horlandini. 


342 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 


3Ig.  Alessandro  de  Francesco  Nasi. 

»  Cambio  de  Nicolò  Bonnanni. 

»  Piero  de  M.  Symone  Cinozi. 

»  Benedetto  de  Nicolò  Bonnanni. 

»  Leonardo  dantonio  Cambini. 

»  Gianozzi  Salviatì. 

»  Giovanni  Battista  Rudolphi. 

»  Francesco  de  Zoanne  Horlandini. 

»  Jeronimo  de  Agnio  Cinori. 

»  Diophebo  dala  Stufa. 

»  Zoan  Battista  CieflS. 

»  Jacomo  Lapacini. 

»  Aldobrandino  de  Beny.  Aldobrandini. 

»  Zanobi  dagnolo  Gadi. 

»  Piero  Pagolo  Nicoli. 

»  Tomaso  Spini. 

»  Bartolomeo  Ridolphi. 

»  Zoanne  Pirini. 

»  Symone  Filipetri. 

»  Marcello  dagnolo  Vernati. 

»  Alessandro  Rondinelli. 

»  Bernardo  Cisiaporci. 

»  Mazeo  de  Lapo  Mazei. 

»  Leonardo  dee.  de  M.»  Francesco. 

»  Piero  Mascalzoni. 

»  Corsine  de  Piero  de  M.o  Bandino. 

»  Zoanne  de  Francesco  Nesi. 

»  Antonio  de  Jacomo  Lanfredinì. 

»  Alamano  Petruci. 

»  Zoanne  de  Leonardo  Carnesechi. 

»  .Lionello  Boni. 

»  Francesco  de  Nicolò  de  Bonnanni. 

»  Zoanne  de  Matteo  Nelli. 

»  Pietro  dandrea  Pucini. 

»  Benedetto  dantonio  Tornaquinci. 

»  Carosio  de  Zanobi  Strosi. 

»  Nicolò  da  Lixandro  Malcbiavelli. 

»  Gio.  Batt.  de  Lo.»  Stosi. 

»  Pandolfo  de  Mes.  Agnolo  da  la  Stufa. 

>  Nicolò  de  Goro  Bandini. 

»  Temporani  de  mano  Temporani. 

»  Lanferdino  de  Jacomo  Lanferdino. 

»  Francesco  de  Francesco  Guasconi. 

»  Francesco  de  Lutosi  Nasi. 

»  Nicolò  de  Bartolomeo  Valori. 

»  Jacobo  de  Zoanne  Salviatì. 

»  Nero  de  Francesco  dal  Nero. 

»  Nicolò  de  Guglielmo  de  Redolphi. 

»  Bartolomeo  dapolonio  Lapi. 

*  Jacopo  de  Guasparon  de  Ricasoli. 

»  Bernardo  de  Francesco  Carnesecha. 


Mg.  Marco  de  Zoanne  Strozi. 

»  Piero  de  Zoanne  Strozi. 

»  Piero  de  Juliano  Redolpbi. 

»  Bernardo  dantonio  Sapetì. 

»  Bastiano  de  Lazaro  Burnati. 

»  Nicolò  de  Geòrgie  Ugolini. 

»  Zoanne  de  Pandolpho  pandolfinì. 

»  Zoanne  dantonio  Gondi. 

»  Dino  de  Jac.»  Dini. 

»  Carlo  de  Leonardo  dalbenino. 

'  ^  Domenedio  Federichi. 

»  Piero  de  Zoanne  Federichi. 

»  Antonio  de  Zoanne  Gugni. 

»  Zoanne  Batt.  de  Francesco  Giovani. 

»  Giovani  de  Zanozi  Vettori. 

»  Thomase  de  Paulo  Morelli. 

»  Nicolò  de  Tadeo  Mancini. 

»  Juliano  de  Piero  Panciaticho. 

»  Zoanne  dantonio  Tornaquinci. 

»  Bonacorso  Filipetti. 

»  Benedetto  Portinari. 

»  Pietro  Francesco  de  Georgi  Ridolphi. 

»  Bernaro  de  Nicolò  Cambini. 

»  Tomaso  Portinari. 

»  Lorenzo  de  Francesco  Amadori. 

»  Zoanne  Batt.  Bertholini. 

»  Philipozi  Gualtirotti. 

»  Antonio  Tornaboni. 

»  Symon  de  Bernardo  del  Nero. 

»  Piero  danfriona  Lonzi. 

»  Marchion  Dagi. 

»  Andrea  de  Maretti  Feraretti. 

»  Bernardo  Segni. 

»  Michele  de  Carlo  Strozi. 

»  Francesco  da  Somania. 

»  Jeronimo  de  Paolo  Bonhominì. 

»  Lorenzo  danfrione  Lencì. 

»  Alessandro  de  Leonardo  Manello. 

»  Thomaso  Ciachi. 

»  Valariano  de  Piero  Valariano. 

»  Nicolò  de  Matthio  Sacchetti. 

»  Filippo  de  Nicolò  Sacchetti. 

»  Carlo  daldeghiero  Beliotti. 

■»  Piero  da  Zanobi  Strozi. 

»  Andrea  de  Carlo  Strozi. 

>  Rainero  de  Francesco  Toseghi. 

»  Gieri  de  Ginobi  Gerolamo. 

»  Biasio  Veluti. 

»  Zoanne  de  Jac.  de  Dino. 

»  Schiatta  de  Nicolò  Redolphi. 

»  Carlo  de  Francesco  Bisdomni» 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 


343 


Mg.  Francesco  de  Lorenzo  Davanzati. 

»  Piero  do  Francesco  Bettini. 

»  Raffaello  de  Antonio  Tubaldino. 

»  Jeronimo  da  loyse  Sodorini. 

»  Piero  de  Danielle  Dazi. 

»  Andrea  Guiduzi. 

»  Jeronimo  de  Francesco  Inghirami. 

»  Bartolomeo  de  Alamano  da  Model. 

»  Andrea  de  Zanobi  Guidetti.    . 

»  Conte  do  Zoanne  Compagni. 

»  Guido  dantonio  Cavalcanti. 

»  Christoforo  Brandolini. 

»  Bernardo  de  Francesco  Vectori. 

»  Symone  dantonio  Canigianì. 

»  Lorenzo  Guasconi  prete. 

»  Joachino  di  Guascuni. 

»  Paolo  de  Zanobi  Benintendì. 

»  Raphaele  de  Paulo  de  glialbisì. 

»  Rosso  de  Pirotto  de  Rosso. 

»  Piero  Fachini. 

»  Jacomo  de  Lorenzo  Schiasosi.  * 

»  Zoanne  de  Thomase  Corbinelli. 

»  Parlano  de  Juliano  Pariani. 

»  Francesco  de  Bartolomeo  Nelli. 

»  Francesco  do  Zoan  Spina. 

»  Carolo  de  Aloyse  Patti. 

»  Zoanne  de  Roberto  de  Cayano. 

»  Philippo  de  Piero  Gaietani. 

»  Benedetto  Ubaldini. 

»  Guido  de  Nicolò  Gambi. 

»  Biasio  de  Nicolò  Monti. 

»  Lorenzo  de  Symon  Bondalmonti. 

T>  Bernardo  de  Sylvestro  Aldobrandino 

T>  Francesco  de  Georgio  Aldobrandino. 

»  Agnolo  de  Lorenzo  Carduzi. 

»  Raffaele  de  Mazeo  dì  Mazei. 

»  Jac.  de  Piero  Thedaldi. 

T>  Alexandro  de  Nicolò  Malchiavelli. 

»  Benedecto  de  Mattheo  Gorì. 

»  Simone  de  Francesco  Guiduzi. 

»  Antonio  de  Domenico  Bertolini. 

»  Antonio  de  Francesco  Bonsi. 

»  Piero  de  Zoanne  de  Conte. 

»  Bartolomeo  de  Rosso  Bondalmonte. 

»  Piero  de  Cosemo  Bonsi. 

»  Priore  de  Sarassino  Puzi. 

»  Lorenzo  de  Zoanne  Centolini. 

»  Domenego  Benvenuti. 

»  Jeronimo  Bensi. 


Stiattesi?  Vinari,  voi.  II,  p.  CCCLXVIIl. 


Mg.  Domenico  dant.  do  Bartol.  del  Rosso. 

»  Bernardo  Martini. 

»  Piero  de  Bernardo  Mazìnghi. 

»  Nicolò  Guarchi. 

»  Zoanne  Batt.  de  Jac.  Dalansisa. 

»  Chino  de  Lorenzo  Orlandino. 

»  Francesco  dantonio  di  Risi. 

»  Antonio  de  Migliore  di  Guidetti. 

»  Antonio  Vernasi. 

»  Ghirardo  de  Bernardo  Ghirardi. 

»  Ruberto  de  Pagnozo  Redolphi. 

»  Jac.  de  Lorenzo  Velandini. 

»  Neretto  de  Francesco  Neretto. 

»  Jeanne  de  Francesco  Casini. 

»  Alessandro  de'  Francesco  Casini. 

»  Alphonso  de  Mes.  Janosi  Pitti. 

»  Rainero  de  Francesco  Bagnosi. 

»  Francesce  Nicolò  Nichilosi. 

3>  Juliano  de  Piero  da  Caijano. 

»  Guasparo  da  Lapo. 

»  Lapo  de  Zoanne  Mazei. 

»  Oliverì  Guadagni. 

»  Antonio  Francesco  Scali. 

»  Domenego  de  Bernardo  Mazinghi. 

»  Jac.  de  Lorenzo  Manunzi. 

»  Alessandro  dantonio  de  li  Alessandri. 

»  Bastiano  Lotti. 

»  Bernardo  Ugolini. 

»  Francesco  de  Bonacerso  Pitti. 

»  Zoanne  de  Francesco  Bechi. 

»  Zoanne  Battista  de  Lapo. 

»  Zoanne  de  Francesco  Doni. 

»  Octaviano  Ghirardini. 

»  Nicolò  de  Civita  Bindi. 

»  Francesco  Toresani. 

»  Lorenzo  de  Francesco  Cini. 

5>  Janezo  dantonio  Puzi. 

>  Marche  de  Bernardo  Vespuzi. 

»  Piero  de  Mes.  Mane  Temporanei. 

»  Bernardino  Bartholi. 

»  Benedette  Bechazi. 

»  Christoforo'  de  fr.  Frane,  da  Romena. 

»  Raphaelle  Martelli. 

»  Raphaelle  Bensìani. 

»  Piero  dandrea  Masi. 

»  Zoanne  do  Francesco  Inghirami. 

»  Francesco  Portinari. 

»  Nofri  Arnulphi. 

»  Alexandre  Puzi. 

>  Pandelfe  de  Bardi. 

»  Antonio  da  Tomaso  Martini. 


344 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 


:Mg.  Lorenzo  de  Zoanne  Bartholi. 

»  Jeronimo  Federìchì. 

»  Paolo  Dazi. 

»  Domenico  Lioni. 

»  Francesco  Ugolino  de  Veri. 

»  Piero  de  Bernardi  Adimari. 

»  Nofrio  de  Piero  de  Rosso. 

»  Bartolomeo  Corsini. 

»  Nicolò  Cambini. 

»  Raphaelle  de  Soldo  Strozì. 

»  Nicolò  CinurL 

»  Nerio  Tolomeì. 

»  Raphaelle  Vinisini. 

»  Bartolomeo  de  Puzi  Puzi. 

»  Thadeo  Dalantella. 

»  Jeanne  Scolari. 

»  Benedecto  Biancardi. 

»  Jacomo  Giachi. 

»  Maso  de  Bartolomeo  de  glialbizi. 

»  Piero  Frane,  de  Francesco  Tosinghi. 

»  Baptista  de  Baptista  da  Filicaja. 

»  Francesco  de  Zoanne  Sapitì. 

»  Antonio  Bruni. 

»  Francesco  de  Pierfranco  Tosinghi. 

»  Raphaello  dalponse  Pitti. 

»  Francesco  de  Guido  Cambi. 

»  Carlo  Sinori. 

»  Thomaso  Martelli. 

»  Zoanne  Baptista  Boni. 

»  Antonio  Coridiani. 

»  Jacomo  de  Bartolomeo  Borani. 

»  Thomase  Pasconi. 

»  Adoardo  de  Symone  Canigiani. 

»  Ubertino  -de  Gieri  Visalitti. 

»  Andrea  de  Libri. 

»  Horlandino  Horlandinì. 

■»  Antonio  Corsini. 

»  Domenigo  Magaldi. 

■»  Andrea  de  Jac.  Tedaldi. 

»  Doflfo  de  Marco  Bartolì. 

»  Zoanne  Baptista  de  Nicolò  Guasconi. 

»  Raphaelle  de  Michele  de  Corso. 

»  Raphaelle  de  Leonardo  Boni. 

»  Gualterotto  de  Leonardo  Plarnini.  (?) 

»  Piero  de  Mattheo  Berthi. 

»  Zoanne  Francesco  de  Leonardo  Bensi. 

»  Zoanne  Baptista  de  Carlo  Guascone. 

»  Nicolò  Ciampelli. 

»  Antonio  Gianfigliazi. 

»  Agnolo  de  Pirozo  de  Rosso. 

»  Domengo  Derozo  de  Rosso. 


Mg.  Symone  de  Philipo  Tornaboni. 

»  Mariotto  Butti. 

»  Girolamo  dantonio  Gondi. 

»  Piero  de  Paolo  de  lialbisi. 

»  Antonio  de  Fr.  Piero  Migliorotti. 

»  Costanzo  Nicolai. 

»  Christoforo  Agni. 

»  Domenego  de  Sandro  Gani. 

»  Francesco  de  Bernardo  del  Mare. 

»  Piero  Frane,  de  Fr.  Juliano  Bardin. 

»  Guglielmo  Tagli. 

»  Piero  de  Francesco  de  Goni  Ferranti. 

»  Andrea  de  Bono. 

»  Stephano  Lippi. 

»  Ugolino  Manzuoli. 

»  Michele  de  Leonardo  Pesuoni. 

»  Zamboni  de  Francesco  Carnesechi. 

>  Domenico  de  Piero  Bonìnsegna. 
»  Bernardo  de  Filippo  Manetti. 

»  Tomaso  del  BugafiFa. 

»  Jacomo  de  Bernardo  di  Bardi. 

»  Zoanne  Ciantellini. 

»  Bartolomeo  Talani. 

»  Leonardo  de  Carlo  del  Benino. 

»  Piero  de  Thomaso  Corbinellì. 

»  Antonio  de  Manon  de  glialbisi. 

»  Zoanne  de  Philippe  Capelli. 

»  Matteo  de  Nicolò  Vichetti. 

»  Zoanne  Bapt.  de  Bernardo  di  Medisi. 

»  Bonacorso  Ugononi. 

»  Zoanne  Baptista  Rusilalghi. 

»  Agnolo  de  Sinibaldo  dei. 

»  Domeniche  de  Cianozo  Serda. 

»  Filippo  Mori. 

»  Antonio  BaldeflB. 

»  Bernardo  de  Carlo  Gondi. 

»  Antonio  de  Merigho  da  Verazàno. 

»  Philippe  dantonio  Lorini. 

»  Francesco  Antonio  Bettini. 

»  Zoanne  de  Mattheo  Derossi. 

»  Francesco  de  Bernardo  Mazinghi. 

»  Zoanne  Francesco  Lapatazi. 

»  Domenego  Lapazini. 

»  Philippe  de  Carlo  Gondi. 

»  Benedetto  de  Bernardo  de  Conerò. 

»,  Piero  de  Bernardo  di  Seresi. 

»  Juliano  de  Jeronimo  Henzi. 

>  Bernardo  de  Jacomo  del  Hinda. 
»  Aldegìero  dela  Casa. 

»  Jacomo  de  Zoanne  Brunatti. 

»  Zoanne  de  Bernardo  Vecchiotti. 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 


345 


Mg.  Francesco  Paulo  domenico  Grasso. 

»  Filippo  de  Francesco  Guasinì. 

»  Zoanne  Battista  Berti. 

»  Ugolino  dantonio  do  e.  Singori. 

»  Francesco  Marozi. 

»  Tegiaro  de  Francesco  Bondalmonte. 

»  Piero  de  Thomase  Salviati. 

»  Guglielmo  de  Bardo  Altavitti. 


Mg.  Giovanni  Caiubi. 

»  Frane.  Ant.  de  Mes.  Bened.  Ubaldini. 

»  Felice  de  Dio  del  Begutto. 

»  Zoanne  de  Francesco  Monte. 

»  Piero  de  Francesco  Baldusini. 

»  Bartolomeo  de  Luca  Rinardi. 

»  Mattheo  de  Bernardo  Biliotti. 

»  Girolamo  Dagnolo  Gadi. 


MULTATI. 


Paolo  Antonio  Sodorinì.     . 

Salviotti » 

Antonio  Giugni » 

Antonio  Carnisi    ....... 

Marchoane  Dagi » 

Adoardo  de  Ucelai » 

Alessandro  Acciajuoli  (?) .     .     .  » 


Fior.  3000 
»     1800 


200 
250 
300 
100 
150 


Maneghi  (?) Fior.  1200 

Piero  Lonzi »       800 

Antonio  Canigiani »       800 

Francesco  de  Vinerini ....     »       500 

Nicolò  Malchiavelli »       250 

Giovanni  Bechi »       150 


CONDEMNATI.  • 

Francesco  del  Pugliese  amonito  per  anni  dui  dal  Consìglio. 

Andrea  Cambini  ammonito  per  5  anni  doppo  il  pagamento Fior.  150 

Domenego  Muziachi        amovesto  per  5  anni  da  casa »     100 

Zanne  Cambi                         id.         id.    3     id.         id »     200 

Symone  del  Nero                 id.        dal  Consìglio »     200 

Francesco  da  Vargati         id.        per  2  anni  da  casa »       50 

Lionello  Boni                         id.         id.   2     id.         id »       50 

Gioane  da  Dino  de  Mes.    id.        id.   2     id.        id »       50 

Piero  Cinozi                          id.         id.    2     id.         id »       50 

(A  tergo)  1498.  —  Nomina  condemnatorum  et  subscriptorum  in  favoribus  Fratris 
Jeronimi.  R.  XVIL  Maij  1498. 


Le  sorti  si  manifestavano  ostinatamente  avverse  ai  Piagnoni. 
La  guerra  per  il  ricupero  di  Pisa  e  degli  altri  possedimenti  an- 
dava per  le  lunghe,  e  cagionava  alla  repubblica  gravissime  spese, 
e  l'erario,  già  depauperato  per  il  pagamento  della  taglia  di  200 
mila  ducati  d'oro  a  Carlo  Vili,  si  trovava  esausto.  Vi  si  aggiugneva 
6 J' arenamento  dei  commerci  e  delle  industrie  fiorentine  ^  che  non 
jrecava  più  allo  Stato  le  solite  entrate,  e  portava  la  miseria  nel 
)opolo.  Tutto  ciò  creava  un  malcontento  generale  e  scemava  l'au- 
torità dei  Piagnoni.  A  peggiorar  questa  trista  condizione  di  cose 
venne  la  morte  di  Piero  Capponi,  accaduta  il  dì  25   settembre 


*  ViLLAEi,  Op.  cit.,  voi.  2,  p.  CCCXLI.  LUI.  Esamina  o  processo  degli  altri  accusati. 
'  VlLLAKI,  Op.  cit.,  voi.  I. 


Arch.  Star.  Lomb.  —  An.  I. 


22 


346  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 


1496  sotto  il  castello  di  Sojana.  Egli  era  uomo  di  grandissima 
autorità,  ed  il  solo  che,  all'evenienza,  potesse  mettersi  a  capo  del 
proprio  partito.  La  perdita  del  Capponi,  mentre  tolse  ardire  ai 
Piagnoni,  l'accrebbe  agli  Arrabbiati,  i  quali  oramai  erano  persuasi, 
tolto  di  mezzo  il  Savonarola,  di  soverchiare  gli  avversari. 

Altri  fatti  accaddero  poi,  egualmente  funesti  ai  Piagnoni.  Le 
pratiche  degli  Arrabbiati  presso  il  papa  incominciavano  già  a  por- 
tare i  loro  frutti.  Stanco  egli  degli  indugi,  e  non  più  speranzoso 
di  far  tacere  in  qualche  maniera  il  frate  ribelle,  perdette  la  pa- 
zienza, e  gli  proibì  in  prima  la  predicazione,  poscia  lo  colpi  delle 
censure  ecclesiastiche. 

Fra  le  diverse  corporazioni  religiose  esistevano  rivalità  e  gare 
di  influenza  e  di  predominio.  Tutte  le  fraterie  di  Firenze  ave- 
vano visto  con  occhio  invidioso  il  crescere  della  fortuna  e  della 
pubblica  estimazione  dei  frati  di  S.  Domenico,  procacciata  dalle 
riforme  e  dalle  virtù  di  fra  Gerolamo.  Finché  egli  fu  invulnera- 
bile, fa  giocoforza  abbassare  il  capo  e  tacere,  ma  allorché  il  papa 

10  colpi  delle  ecclesiastiche  censure,  ruppero  il  freno,  si  imposses- 
sarono di  quest'  arma,  assai  potente  agli  occhi  delle  plebi,  e  come 
poterono  l'adoperarono  a  scalzare  il  credito  del  Savonarola.  I 
Francescani  furono  i  più  accaniti,  e  un  frate  Francesco  delle 
Puglie,  predicando  la  quaresima  del  1498  in  S.  Croce,  assali  il 
Savonarola  con  particolare  ed  inaudita  "Violenza.  ^  Il  popolo  in- 
tanto, sempre  egualmente  mutabile,  travagliato  da  insolite  stret- 
tezze economiche,  scosso  da  quanto  si  andava  dicendo,  si  defezio- 
nava da  colui  che  poco  prima  stimava  come  un  profeta  e  un  santo. 

11  Savonarola,  combattuto  da  nemici  in  famiglia,  era  irremissibil- 
mente perduto. 

Accadde  anche  che,  per  il  marzo  ed  aprile  1498,  sortisse  una  si- 
gnoria quasi  tutta  avversa  al  partito  popolano,  la  quale  non  mise 
tempo  in  mezzo  per  compromettere  il  frate.  Ma  il  colpo  di  grazia 
alla  sua  estimazione  venne  dall'infelice  episodio  dell'esperimento 
del  fuoco,  condotto  in  maniera  che  gli  riuscisse  funesto.  Dopo 
questo  fatto,  non  era  più  possibile  il  farsi  alcuna  illusione  dell'e- 
sito finale  del  dramma.  Le  passioni  popolari,  mosse  da  tante 
cause,  ma  tutte  cospiranti  ad  un  intento,  si  scatenarono  colla 
maggiore  violenza. 


•  "V^LLABi,  Op.  c,  voL  II,  p.  113,  e  ancora  vedi  documenti  più  avanti. 


NUOTI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  347 

Il  Savonarola,  creduto  l'autore  di  tutti  i  mali  pubblici  e  dome- 
stici, doveva  esserne  anche  la  vittima  espiatoria.  Non  mancava 
che  un'occasione  allo  scoppio  dell'incendio,  e  questa  si  verificò 
l' otto  di  aprile  per  un  frate  di  S.  Marco  che  doveva  predicare 
nella  chiesa  di  S.  Liberata,  e  vi  fu  impedito  dagli  avversarj.  Ciò 
produsse  una  rissa  tra  gli  avversarj  e  i  difensori  del  frate,  che 
fece  accorrere  alcuni  della  Signoria  con  molti  armati  e  numero 
infinito  di  popolo.  Ne  nacque  un  tumulto  indescrivibile,  e  il  popolo 
furibondo,  instigato  segretamente  dalla  nuova  Signoria,  mosse  verso 
il  convento  di  S.  Marco  per  fare  quello  che,  in  ogni  tempo  e  in 
ogni  luogo,  fa  sempre  in  queste  circostanze:  saccheggiare,  incen- 
diare, uccidere.  La  prima  vita  designata  fu  Francesco  Valori,  il 
più  ardente  dei  Piagnoni,  e  già  gonfaloniere  del  Comune.  Cosa  ne 
sia  venuto  da  questo  tumulto  è  narrato  da  molti  storici  fiorentini, 
ma  lo  dice  anche  con  grande  esattezza  e  scienza  di  particolari,  il 
documento  che  qui  riproduco,  che  è  una  relazione  anonima  man- 
data al  Marchese  di  Mantova  da  un  suo  agente,  che  potremmo  dire 
segreto. 

"  111.  ec.  Li  fructi  del  frate  Jeronimo  serano  come  appresso  se 
intenderà.  Hyeri  dicto  vespero  ^  ad  bore  XViiij ,  un  frate  de  frate 
Jeronimo  volendo  predicare  in  Santa  Liverata,  et  venendo  impedito 
da  molti,  forono  a  le  mani  con  alcuni  altri  de  queli  de  Santo 
Marcho,  in  modo  che  ad  uno  tracto  se  levò  lo  remore  et  tuta  la 
piaza  se  empi  de  gente,  tuti  adversari  al  frate,  non  però  cum  l'ar- 
me. In  principio  solamente  quelli  da  la  guardia,  che  se  recarono 
et  stettero  al  loco  suo,  poco  de  poi  vene  el  capitano  de  la  com- 
pagnia con  XVI,  0  XX,  et  di  poco  venero  alcuni  altri,  et  deli 
una  ora  «et  più  venero  in  piaza  tuti  li  confalonieri ,  et   venero 

Ì  Alfonso  Strofi,  Jacomo  de  Nerli,  Pietro  Corsini,  Antonio  Ma- 
nerti  (?),  Francesco  dell'Albini,  Luca  delV Alhizi,  Benedicto  de 
Nerli,  Tomaso  Capone,  uno  de  Manelli,  Francesco  de  lo  Scarfa, 
e  tuti  questi  credo  non  passar o  500  homeni  armati.  Tuto  lo 
resto  erano  senz'arme.  Lo  remore  fo  grande,  et  tucta  la  plebe 
andava  a  San  Marco  dove  se  trovava  Francesco  Valora,  Faido 
Antonio,  Johatta  Bedolfi,  M.  Luca  Corsini,  Andrea  Cambeni,  et 
molti  'altri,  che  erano  da  principio  più  che  500.  La  Signoria  ce 
mandò  uno  mazere,  et  comando  ad  omni  uno  sene  uscisce,  et 
cusì,  ilio  interim,  Francesco  Valore  se  ne  usci,  et  andossene 


348  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

lungo  le  mura  verso  la  porta  prati,  dove  fu  preso  da  quatro 
sciagurati,  el  che  sentendo,  Luca  dell'Albizi  cum  alcuni  altri  ce 
andò,  che  anche  Luca  non  era  venuto  in  piaza,  et  conduselo  in 
casa  sua,  et  Luca  sene  vene  in  piaza  et  come  fo  li,  li  fo  dicto 
non  se  fidarci  de  lui,  et  fo  facto  ascondere  per  lo  meglio,  et  meso 
in  palazo.  Lo  remore  se  levò  in  casa  de  Valore  et  cusi  se  andò 
cum  lo  foe  de  omne  banda,  incomensciò  a  brusciare,  et  facendose 
la  moglie  a  la  finestra  fo  ferita  de  uno  passatore  in  la  gola,  et 
dicese  eciamorta.  Lui  stite  in  casa  per  fine  xxiiij  hora.  In  piaza 
omne  uomo  gridava,  mora  Valore,  et  cusì  se  andò  a  casa  de 
Francesco  et  condusse  fora  lui,  et  come  fo  al  cantone  de  casa  de 
Ms.  Angelo  fo  morto  et  spogliato  nudo  et  posto  in  una  ecclesia 
lì  appresso.  Ilio  interim  la  brigata  andò  a  San  Marcho  per  pi- 
gliarlo, li  fo  resposto  gagliardamente,  in  mo  che  cum  saxi  et 
schioppeti  se  ne  defensorono  molto  bene. 

„  Et  tutto  lo  dì,  fin  5  bore  de  nocte,  che  non  era  io  lì,  foreno 
intorno,  et  arsero  tutte  le  porte  dela  Ecclesia  et  de  lo  convento, 
et  intrarono  nela  Ecclesia  più  che  100  homeni  a  quatro  bore  de 
nocte,  et  tuti  foreno  rebutati. 

„  A  5  hora  de  nocte  vene  lo  Mazere  et  banditore  dela  Signoria 
a  farli  intendere  che  si  tucti  li  seculari  non  uscivano  fori  securi 
se  intendesorono  (sic)  in  bando  de  ribelli.  Non  volsero  uscire. 
Fo  ordinato  che  tucta  la  notte  ce  stesse  la  guardia  intorno  et 
credo  fosse  per  dare  licentia  a  la  plebe  che  non  tagliasse  a  pezo 
chi  era  dentro,  maxime  che  intorno  al  Chiostro  era  Petro  Corsini. 
Questa  nocte  hano  cavato  tucti  li  secolari  chi  li  et  qua.  Et  frate 
Jeromino,  et  frate  Dominico  da  Pesce  è  in  Palazo  de  la  Signoria. 
Li  altri  frati  sono  in  San  Marcho. 

„  Paulo  Antonio  ussì  hijeri  quando  ussì  el  Valore  et  si  trovò  in 
una  caxa  là  ivi  la  via  de  San  Gallo.  Così  anche  lohan  Baptisa 
Eidolfi.  La  plebe  andò  a  casa  de  Paulo  Antonio  et  incomensorno 
a  rompere  Inscio.  Tomaso  Antinori  et  Petro  deli  Alberti  mandati 
dala  Signoria,  con  molti  altri  armati  andeseno  a  casa  de  Paulo 
Antonio,  et  contentarono  la  brigata  cum  condure  lo  Episcopo  in 
palazo  dove  anche  è. 

„  Al  principio  del  rumore  M.  Guido  Pietro  deli  Alberti,  et 
Bencio  Martelli  venero  in  Palazo  et  de  pò  andarono  per  Bernardo 
Ucillaj  (sic)  et  steterono  de  continuo  in  palazo.  Questa  matina  è 


NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA.  349 

andato  bando  che  omne  uno  aperse  le  botteghe  et  nessuno  porti 
armi  salvo  li  deputati.  Quelo  seguirà  non  so. 

„  Io  me  trovai  là  al  principio  del  romure  che  Dominico  Ma- 
zenghi  uno  de  Dieci  è  del  numero  deli  frateschi,  venendo  a  Palazo 
fo  rebutato  con  tutta  la  vilania  del  mondo ,  et  si  qualche  homo 
da  bene  non  fosse  stato  credo  seria  stato  morto.  Et  hyermattina 
dicese  che  foreno  diete  molte  triste  parole  a  lohannebaptista  Re- 
dolfi  et  a  Petro  Antonio' Tosinghi  et  la  cosa  era  sì  infestolita  (sic) 
che  non  posseva  esser  lo  contrario.  Tucta  la  casa  del  Valore  e  del 
Nepote  è  ita  a  saccho  et  focho,  e  cusì  quela  de  Andrea  Beccabini. 
Da  canto  nostro  non  c'è  molto  altro.  Dicesi  essere  stato  amazzato 
un  Francesco  deli  Avanzati  in  San  Marcho.  lacomo  de  Tanaij  è  stato 
ferito  a  San  Marcho,  non  si  dica  poi  siane  pericolato.  De  quanto 
seguirà  darò  aviso.  Recomandandome.  Florentie,  9  Aprilis  1498.  „ 

I  fatti  accaduti  in  Firenze,  e  più  particolarmente  intorno  al  con- 
vento^! S.  Marco  il  dì  8  aprile  1496,  segnarono  il  principio  della 
fine  del  grande  dramma  che,  preparato  da  lunga  mano  con  elementi 
e  forze  disparatissime,  dovevasi  compiere  sulla  piazza  della  Si- 
gnoria il  giorno  23  del  seguente  maggio. 

Se  noi  vogliamo  indagare  le  cause  della  caduta  del  Savonarola,  ' 
non  ci  sarebbe  difficile  di  trovarne  altre  da  quelle  che  più  su  si  sono 
dette,  e  forse  di  più  intime,  di  più  intrinseche,  di  più  vere.  Gli 
Arrabbiati  si  servirono,  come  s'è  detto,  del  papa  per  abbattere  il 
capo  dei  loro  avversarj;  e  spalleggiati  anche  da  coloro  che  ne  av- 
versavano le  rigide  teorie,  i  Compagnacci  ed  i  Palleschi,  si  aiuta- 
rono, con  particolare  sagacia,  della  sua  condizione  di  religioso, 
dell'infelice  condotta  della  guerra  di  Pisa,  delle  tristi  condizioni 
economiche  della  città  e  del  pubblico  erario.  Ma  se' si  guarda  bene, 
queste  non  sono  che  cause  seconde,  sono  più  che  altro  mezzi  ed 
armi  usate  dagli  Arrabbiati  per  riuscire  nel  loro  intento. 

V  hanno  sempre  delle  cause  prime,  per  le  quali,  queste  altre 
riescono  tanto  potenti  ed  efficaci  da  abbattere  un  uomo  che  si 
aveva  guadagnata  una  grandissima  riputazione,  che  aveva  innal- 
zato un  doppio  ^edificio,  morale  e  politico,  in  una  città  la  quale 
non  ne  aveva  avuto  mai  un  altro  così  buono;  un  uomo  che  aveva 
seguaci  numerosissimi  e  potenti,  e  che  per  tutto  ciò  egli  si  do- 
veva credere  sicuro  dell'altrui  estimazione,  e  di  fare  una  fine  ben 
diversa  da  quella  che  fece. 


350  NUOVI  DOCUMENTI  SU  GIROLAMO  SAVONAROLA. 

Io  credo  che  una  prima  causa  la  si  debba  riconoscere  nella  na- 
tura stessa  delle  cose  umane,  la  quale  porta  che  coloro  che  repen- 
tinamente salgono  molto  in  alto,  per  cagione  di  questo  rapido  ed 
improvviso  salire,  debbano  anche  cadere  con  precipitoso  moto.  Le 
fortune  straordinarie  sono  sempre  prodotte  da  un  consenso  una- 
nime di  popolo,  da  un  entusiasmo  generale  verso  un  individuo  che, 
in  momenti  supremi  della  vita  sociale,  viene  riputato  capace  di 
salvare  tutti.  Ma  come  gli  entusiasmi  non  durano,  e  la  grandezza 
delle  virtù  finisce  sempre  collo  stancare,  così  basta  un  piccolo  ac- 
cidente per  sfatare  una  riputazione,  per  togliere  il  credito,  per  di- 
struggere il  magico  castello  d'Atlante;  e  questi  accidenti  non  man- 
cano mai. 

Altre  cose  nocquero  al  Savonarola,  come  le  violente  filippiche 
dei  frati  suoi  avversarj,  sui  pergami  di  Firenze.  Un  uomo  grande 
ed  altamente  stimato,  non  può  e  non  deve  difendersi  da  basse  ac- 
cuse e  da  ancora  più  bassi  oltraggi.  La  sua  condizione  gli  impone 
un  riserbo  assoluto.  Ma  una  grandezza  qualunque  non  si  insulta 
mai  inutilmente.  La  convenienza  del  silenzio  fa  sì  che  a  poco  a 
poco  si  diminuisca  da  sé,  e  finisca  col  perdere  ogni  suo  prestigio 
ed  ogni  morale  efficacia,  e  la  storia  ci  dà  non  pochi  di  questi 
esempj.  Alle  basse  accuse  lanciate  contro  di  lui,  il  Savonarola  era 
costretto  tacere,  e  nessun  altro  poteva  assumere  la  sua  difesa,  è 
vero,  ma  egli  perciò  doveva  restare  schiacciato  da  questi  colpi 
ingiusti  e  disonesti.  Strana  condizione  delle  cose  umane!  La  virtù, 
più  è  grande,  meno  le  conviene  giustificarsi,  ma  per  restare  vittima 
di  insensati  odj,  e  solo  dalla  storia  e  dalle  tarde  generazioni  può 
aspettare  di  esserne  vendicata. 

L' anonimo  autore  della  relazione  è  d' accordo  con  tutti  gli  scrit- 
tori dei  fatti  dell' 8  aprile,  in  ogni  circostanza,  ad  eccezione  della 
causa  che  produsse  il  tumulto  del  popolo.  Mentre  costoro  asseri- 
scono essere  stato  cagionato  da  una  rissa  fra  Compagnacci  e  Pia- 
gnoni alla  porta  di  S.  Maria  del  Fiore,  il  mio  anonimo  racconta, 
con  fondo  di  maggio